Ma ve ne saranno molti in Roma, veri discendenti del popolo gigante? Tra

questi servi di preti, cuochi di preti, lacchè di preti, figli di serve

di preti, artisti ed operai di preti e figli infine di monache e di

Perpetue di preti!

Qui mi passano per l'insofferente mio pensiero tanti altri epiteti, per

lo più diffamatori, e siccome amo il popolo romano, non vorrei

amareggiarlo vergando delle infamie, e mi contenterò di maledire i

chercuti corruttori d'ogni bellezza! d'ogni grandezza umana!

Nullo, dunque, con P...., Lina ed il loro servo Torquato (nome assunto

da Talarico), riunitisi a Reggio dopo la resa di quella città

all'esercito meridionale, profittarono del passaggio nello stretto d'un

vapore inglese per recarsi a Civitavecchia e di là a Roma onde vigilare

sulla sorte della Marzia, e sottrarla, se possibile, dalle ugne dei

preti.--Noi li lasciammo al termine del colloquio con Muzio;--P... e

Lina soli rimasero insieme. Nullo e Torquato erano convenuti di stare

alla vista dei suddetti, ma a qualche distanza per non destare colla

riunione di quattro i sospetti della vigilantissima polizia papalina.

Eppur i ministri di Dio di che dovrebbero aver paura, col loro amore del

prossimo, la loro mansuetudine, infallibilità, carità e tante altre doti

che devono distinguerli e farli rispettare ed amare dal loro gregge?

Ah vipere! emanazione dell'inferno! verrà quel giorno in cui i popoli vi

conosceranno e di voi purgheranno la terra!

La folla aumentava sempre e l'immensa piazza di San Pietro n'era colma

siccome le due grandi vie della Lungara e di Castel Sant'Angelo. Il

calore era soffocante, ragazzi e fanciulle che non si trovassero

sollevati dai parenti od amici, rischiavano di restare schiacciati.

Quante tisichezze produrranno queste solennissime feste cattoliche e

quanti tifi prodotti dalla agglomerazione di fiati, massime nelle sante

stalle!--Ma che importa agl'Italiani d'andar curvi col gobbo dai

baciamani e dalle genuflessioni cui li assoggettano i preti! Che importa

la razza deteriorata e le paure suscitate dagli stessi, e che

impiccioliscono ed avviliscono l'individuo! Quello che importa son le

feste, coi loro apparati, organi, musiche, i loro canti da

eunuchi.--Eppoi son così splendidi negli adornamenti, così incensati

tutti quanti quei graziosi ministri del Carpentiere di Galilea, dal

sagristano al papa! Ed il paradiso apertissimo a tutta cotesta canaglia

lo contate per nulla? Il paradiso, veh! ove eternamente cantano gli

angioli (non ridete, vi prego), ed ove eternamente vi bea il sorriso di

Dio senza bisogno nè di mangiare nè di bere--ed ove per tali ragioni

devono trovarsi pochi preti, unica fortuna del beatissimo soggiorno!

Quando si pensa a tutta quella massa di menzogne che sì spudoratamente

spiattellano ai gonzi i sacerdoti dell'impostura, vien proprio voglia di

rinnegare gli uomini di questa razza che non accolgono il prete a sputi,

pugni o, meglio, anche a bastonate.

Era circa il meriggio quando le artiglierie di Castel Sant'Angelo

annunziavano alle fedeli pecore esser la gran processione in procinto di

muovere da Porta Pia per Borgovecchio verso la massima basilica.

Uno squadrone di dragoni, truppa scelta, bellissima gente, formava

l'avanguardia, e mentre difilava il lunghissimo seguito di sacerdoti, di

confraternite, di beghine, di graduati pontificii, ecc., lo stesso

squadrone staccava dei singoli militi sui fianchi che coadiuvavano gli

alabardieri in livrea a mantenere la moltitudine accalcata a destra e a

sinistra e ad impedirle d'invadere lo spazio della strada che dovea

percorrere la processione.

Il centro della lunga fila di ceri era occupato da due battaglioni di

fanteria ordinati in colonna colle loro musiche in testa, e tra un

battaglione e l'altro marciava un carro di trionfo riccamente addobbato

e tirato da sei bianchi cavalli adorni di superbi arnesi. Il superbo

padiglione che copriva il carro era sostenuto da quattro colonne

inghirlandate con squisite dorature, ed i sedili dello stesso ricoperti

di finissima e candida seta, abbarbagliavano nel fissarli. E su quei

sedili? sedevano a destra e a sinistra due preti, ambi conosciuti da

noi; a destra il generale dei gesuiti, ed a sinistra il più astuto di

quella setta--monsignor Corvo--sul davanti un vecchio a bianca

capigliatura sul volto del quale scorgevansi i segni dell'atroce

tortura. Al posto d'onore stavan due donne coperte da bianco velo, e

candidissimo era tutto il resto dell'abbigliamento. Dalla statura, dal

portamento della persona e dalla corvina capigliatura, esse parevan

sorelle; gli occhi e l'impronta degli anni era difficile discernere da

lungi sotto il velo sottile. Ma da vicino, anche attraverso le maglie

del mussolino, chi avrebbe potuto sostener la scintilla che sfavillava

dagli occhi nerissimi delle due giovani trionfatrici? Chi eran desse? Lo

sapremo presto.

La processione procedeva maestosa, solenne, com'al solito si eseguiscono

le pompose mascherate della negromanzia, e siccome credo gl'impostori

sian sempre stati gli stessi e colle stesse propensioni in tutti i

tempi, mi figuro essere stato il mondo composto sempre di cretini e di

furbi, dagli oracoli dei Greci agli aruspici dei Romani e sino ai roghi

degli odierni chercuti. Diviso il mondo, dico, tra carogne e birbanti.

Ma che diavoleria è succeduta nell'ordinata, solenne maestosa

processione dei preti! Che baccano nella moltitudine! baccano tale che

nella folla, come energumeni, si precipitavan gli uni sugli altri,

dimodochè, grandissima essendo la calca, i primi verso i processionanti

spinti da quei di dietro si rovesciavan sui ceri, ed i ceri gli uni

sugli altri, e questi sulle beghine, delle quali alcune accesero le

gonne, altre le cuffie, infine un finimondo!

I preti poi, che per le beghine hanno la calamita, massime se giovani e

belle, si lanciavan al soccorso delle loro predilette con un eroismo

veramente degno dei tempi antichi di Roma.--E si raccontarono poi dei

fatti di coraggio non mai intesi nelle storie sacre dai Maccabei a

Ignazio di Loiola e Domenico di Guzman.

La catastrofe era stata cagionata dal grido di una delle due donne nel

carro trionfale, e la voce che come un fulmine colpì la moltitudine, fu

«Lina! Lina!» e questa voce era stata contraccambiata nella folla con

quella di: «Marzia!»

E veramente, povera Marzia, essa avea riconosciuto l'amica quasi sorella

ed accanto a questa il diletto del suo cuore, unica speranza

nell'esistenza sua sventurata, non nominato da lei, ma compreso nel nome

della bella alpigiana.

Lo arrovesciarsi poi della calca sugl'incappucciati e le povere beghine,

aveva avuto origine dallo slanciarsi della Lina verso il carro,

movimento che, seguìto dal robustissimo P..., avea spinto la moltitudine

sulla processione.

Per colmo di disordine, vedevansi altri individui, all'apparenza ben

maneschi, che cercavano di avvicinare il nostro P... colla sorella e

probabilmente per aiutarli a menar le mani ove occorresse; questi altri

non erano se non quella bagatella di Nullo e Torquato, da cui non

lontano trovavansi Muzio con non pochi Romani; di quella gente che i

fogli ufficiosi ed ufficiali chiamano amanti del disordine e che non

sono in sostanza che insofferenti del privilegio e delle lussurie dei

sedicenti grandi o ministri di Dio.

E guai! se quel movimento dei nostri fosse stato preparato

preventivamente. Ne sarebbe risultato almeno un'insalata di chercuti, di

beghinume, di sgherri che procedevano al sacrificio di due sventurate

creature per la maggior gloria di Dio.

Maggior gloria di Dio! assassini del genere umano--e peggio che

assassini, pervertitori e corruttori!

E le monarchie che sorreggono cotesti scarafaggi perchè li sorreggono?

Non è forse per esser i preti gl'istromenti più idonei per lo spionaggio

e la corruzione delle genti? E voi salariati lodatori e millantatori del

consorzio monarchico-chercuto--ben lo sapete essere quelle le due lebbre

dell'umanità. Ma quando la miserabile vostra coscienza, se mai ne avete

una, vi accenna il servilismo schifoso degli atti vostri, voi allora

posate la brutta di fango vostra penna sul ventre ed abbandonate l'anima

al suo appetito.

L'avvenimento dell'entusiasmo mutuo delle due fanciulle, e la loro santa

manifestazione d'affetto non ebbe altro seguito, tranne il grido

disperato d'un prete francese, che, per motivo d'essersi un po'

indecentemente calcato sulla Lina, ebbe da Torquato tale un pugno sui

fianchi che si lasciò cader svenuto dopo un «ahi!» dei più commoventi.

In altra circostanza sarebbe stato fresco il monarca della montagna,

poichè oltre ad esser prete, la sua vittima apparteneva a quel clero

insolente ultramontano, artefice della sventura della Francia ed

onnipotente in Roma nell'epoca in cui scriviamo.

Però Torquato aveagli amministrato il pugno con tanta destrezza, e la

folla era tanto folta che nessuno s'accorse del colpo, o se qualcuno,

non bisogna poi credere che tutti sieno amici dei preti in Roma.

Comunque, l'ex-brigante con alcune spinte di gomiti, ebbe presto il suo

corpo non molto distante, ma fuori almeno dal campo di battaglia.

Birri a piedi, a cavallo, in militare, in borghese, spie nella stessa

foggia, e agenti di polizia, preti, sagrestani, frati e simile canaglia,

ebbero presto ricondotto _l'ordine_ dopo una gran dose di paura.

L'ordine!--Un milione d'uomini scaraventati al macello nella guerra

franco-germanica, per la _gloire_ e l'equilibrio europeo, non l'han

turbato l'ordine!--I loro scheletri, biancheggianti sul suolo della

Francia, sono in ordine.--Cinque o sei milioni di famiglie precipitate

nella miseria, nel lutto e nella prostituzione non turbano l'ordine!

Chi turba l'ordine, e lo gridan tutta la sequela dei gaudenti a

squarciagola--sono pochi parigini mal intenzionati che rovesciano nella

Senna una spia riconosciuta.--Gli operai di Londra che vogliono far

prendere un bagno nel Tamigi a Haynau, il carnefice di Brescia e

dell'Ungheria.--Chi turba l'ordine sono alcuni romani, che resa Roma

all'Italia dopo diciotto secoli di abbominazione, chiedono che sia

vietato ad uno scarafaggio di maledire l'Italia redenta.--Chi turba

l'ordine è la società internazionale che ha l'audacia di voler la

fratellanza di tutti gli uomini a qualunque nazione essi appartengano,

che non vuole preti, non eserciti permanenti, non caste privilegiate!

E la processione proseguiva in ordine verso il maggior tempio

dell'orbe--ed il popolo, come l'onda del mare affollavasi per

accostarvisi--molti per curiosità e forse i più, e tanti per partecipare

alla benedizione del Massimo degli impostori.

Non ostante l'immensa folla, a P... e a Lina che servivano come punto

centrale ai nostri amici in quella tempesta umana, poterono questi

avvicinarsi. Ciò però non servì che a sistemare alcune intelligenze sul

da farsi nella notte, essendo di tutta impossibilità operare in tale

giornata.

«Al Foro! al Foro!» fu la parola di convegno dei prodi campioni della

libertà italiana, «al Foro, a due ore di notte», e con tali concerti

presi si divisero nuovamente, essendo sui dintorni strabocchevole il

numero di birri vigilantissimi sui disturbatori dell'ordine, ch'essi

adocchiavano e che avrebbero arrestati in circostanza meno pericolosa.

Le superbe porte egizie del grandissimo tempio erano spalancate, come

suolsi nelle feste solenni e dall'immenso colonnato perittero, si poteva

scorgere il modesto erede del povero pescatore di Palestina, assiso sul

suo trono d'ebano, tempestato di diamanti e d'oro, e vestito con tanto

lusso, quanto ne potè inventare l'orientale magnificenza.

Civettava, il massimo dei sacerdoti, squadrandosi nella ricchissima sua

tenuta con donnesca compiacenza, sorrideva alla stupida moltitudine,

massime quando lo sguardo lascivo posavasi su qualche bella figura.

Polpute eminenze e monsignori formavano la destra e sinistra, su tre di

fondo e seduti pure su banchi riccamente adorni in anfiteatro.

All'aria compunta e solenne di tutti questi magnati della malizia,

avresti creduto esser eglino nell'atto di decidere qualche opera

benefica a profitto dell'umanità sofferente--quando invece quei perversi

eran lì riuniti per consacrare nuove menzogne, ed insidiare nuove

sventurate creature, nell'intelligenza di far male, e beffandosi della

vile canaglia che non li prende a sassate.

La processione procedeva verso il maggior altare, e verso il maggiore

dei furbi.--I dragoni schieravansi in ala all'entrata del tempio, e gli

alabardieri facean lo stesso nell'interno, dimodochè i servi di Dio,

ministri dell'Onnipotente, sono sempre sotto l'egida di una provvidenza

di ferro, sia essa nostrana o straniera.--Sarà anche per la maggior

gloria di Dio, che i preti hanno tanta paura della pelle? E le legioni

d'arcangeli colle loro spade di fuoco, pare preferiscano star lontani da

questi puzzolenti chercuti.

Nell'emiciclo, alla sommità di cui stava il Papa, e proprio appiedi del

suo trono, scorgevasi un inginocchiatoio con ricchi cuscini coperti da

raso bianco, e questo inginocchiatoio, si capisce, era destinato per le

due vittime--che al canto d'un _Veni Creator_ e alla sinfonia d'un

organo che faceva rimbombar i sette colli, discese dal carro trionfale,

avanzavasi verso lo stesso, con in mezzo la contessa N. N. ed ai lati il

generale dei gesuiti e Corvo.

Lo sventurato vecchio portava sulla sua canizie tracce incontestabili di

terribili patimenti sofferti nelle torture, per avviar anche lui, povero

diavolo, alla gloria del paradiso, e strapparlo al fuoco eterno

dell'inferno, ove tutti gli ebrei e tutti i nati fuori del cattolicismo,

devono piombar senza che ne possa scappar uno solo.

Nel fuoco eterno! mi capite, lettori--Eterno! eterno! sì! ed a cotesti

inventori del purgantissimo ritrovato, se voi presentate un zolfanello

acceso sotto la punta del naso, essi vi staranno con quell'aria

sorridente, con cui si contengono al cospetto d'un fiasco d'Orvieto, ed

a lato delle loro amabili Perpetue--provatelo e vedrete.--I bianchi

capelli del canuto, benchè fossero stati pettinati con cura, s'eran

sconvolti al punto di sembrar l'anguicrinita testa di Medusa, in

agitazione perenne. La fronte sua rugata come non si vide mai in

creatura umana, era plumbea, e plumbee le sue guancie e smorte. Le

labbra livide, e l'occhio, chi avesse potuto fissarlo da vicino, vi

avrebbe trovato un miscuglio d'idiotismo e di disperazione.

E Marzia? povera Marzia! sì buona, sì bella, sì valorosa! costretta a

mantenersi quieta in mezzo a quel branco di scellerati ch'eran pervenuti

ad impadronirsi di lei!

Chi considerava attentamente il padre e la figlia, non poteva a meno di

dire tra sè: Pare impossibile ch'esso possa esserle padre.--Saranno i

patimenti, la prigionia, che tanto hanno contraffatto i lineamenti del

povero vecchio. Ma essa, la giovane conversa, ha pochissima somiglianza

col genitore.--Piuttosto essa sembra esser stata modellata dalla natura

su quel bellissimo originale di donna che le sta accanto e che tanta

cura si prende di lei, di cui sembra maggior sorella. E qui il lettore

deve sapere che causa principale della quiete della nostra eroina, era

una catenella, anche questa adorna dagli stessi colori del vestiario

della fanciulla, e che la malizia dei suoi persecutori avea fatto

maestrevolmente adattare alla cintura nella parte posteriore per mezzo

d'un fermaglio.

Ora, quando successe l'inconveniente del riconoscimento delle due

amiche, Marzia avendo promesso alla contessa che sarebbe stata savia,

che non avrebbe cioè dato sfogo al ribrezzo ed allo sdegno che

cagionavale l'atroce condotta de' suoi carnefici:--Marzia, dico, era

stata lasciata libera, e perciò avea potuto innalzarsi sulla bella

persona scoprendo la Lina.

Dopo tal fatto fu affibbiata la catenella, e sino alla discesa nel

tempio, l'infelice non potè più muoversi liberamente.--Ella mordevasi le

labbra dal dispetto, e l'anima sua trovavasi in una situazione

d'inferno. Le sue sofferenze, essa le avrebbe sopportate con quella

fortitudine che corrispondeva al suo coraggio, ma la sorte del genitore,

l'idea dei patimenti sofferti nei sotterranei dell'inquisizione, e lo

stato di demenza e di disperazione in cui l'avean precipitato coteste

iene chercute, ah! ciò dilaniava il suo cuore buono e generoso!

Si scese dal carro trionfale, ed i due futuri conversi furon trascinati

verso il maggior degli scarafaggi, tra due lunghe file d'alabardieri e

preti schierati a' piedi dei magnati della bottega.

Qui mi fermo. Del racconto di quanto successe nella chiesa di S. Pietro

alla conversione di Marzia e di suo padre, i devoti di tali stomachevoli

cerimonie avran veduto un campione nella conversione del fanciullo

Mortara, rubato dai preti ai parenti ebrei per farne un cattolico.

Usciamo dunque da questo fango dell'umana famiglia, e torniamo sul campo

glorioso, e sul sentiero tracciato dai Mille coll'impronta della

vittoria, ove la tirannide poteva contemplare que' suoi indorati,

pistagnati e piumati sgherri, fuggendo davanti a un pugno di prodi figli

della Libertà italiana.

NOTE:

[38] Ho pensato bene di adottare _stalla_ in luogo di _bottega dei

preti_, perchè significantissimo e di più suggeritomi da un contadino.

CAPITOLO XXXVI.

LA VITTORIA.

La vittoria è sul brando del forte

Insoffrente di ceppi e d'oltraggio.

(_Autore conosciuto_).

Nella guerra bisogna vincere, e certo il più grande dei generali è

quello che più vinse. Sarebbe meglio la pace, ed io ne sono un

discepolo. Ma quando si hanno i ladri in casa, ed i preti, puossi stare

in pace con loro?

Dacchè cominciai a pensare, io mi feci il seguente ragionamento: Non

sarebbe meglio che gli uomini cercassero d'intendersi fraternamente

sulle loro controversie senza uccidersi?

Ma potevasi ciò in Italia, chiamata giardino di Europa, mentre questo

giardino, ove i suoi abitanti sudavano per vivervi, doveva servire di

villeggiatura a quanta canaglia produceva l'universo, che vi si metteva

di casa, e senza nessun lavoro voleva vivere splendidamente a spese dei

poveri italiani? E tutti vi trovavano vita doviziosa, mentre chi

lavorava il giardino col sudore della fronte, aveva oltraggi,

bastonate, e vi moriva dalla fame!

Guerra dunque per metter i ladri fuori di casa! Guerra! E qualche volta

sconfitti--ma finalmente beati dal sorriso della vittoria, e da quello

preziosissimo delle nostre donne, non contaminate al contatto di

mascalzoni stranieri! Sconfitti!.... sì, quando i mali semi della

tirannide e del prete, dopo d'aver pervertito, corrotto la nazione, la

dividevano in tante parti, ciascuna delle quali troppo debole contro i

prepotenti, ed incapace di sostenere l'onor nazionale calpestato.

Così divise le popolazioni nostre, lo eran poi ancora nelle singole loro

frazioni, tra volenterosi, indifferenti e birbanti.--Trovandosi i primi

in numero minimo, sicchè calunniati, traditi, venduti, finivano per

essere espulsi o schiacciati dai ladri.

E quando dico ladri, io non intendo soltanto i ladri di un pane, o d'un

grappolo d'uva, ma i grandi ladri, quelli che rubano i milioni collo

specioso pretesto di difesa nazionale, i chercuti che rubano al povero

popolo l'obolo di S. Pietro per saziare i loro vizi ed assoldare

mercenari stranieri; infine i grandissimi ladri che dopo di aver rubato

una provincia od uno stato, ne coonestano il furto colla durata del

dominio, e colla _grazia di Dio_, commettendo così il doppio delitto del

furto e del sacrilegio!

Amico della pace, è vero, io sono, e me ne vanto.--Comunque, una

vittoria sui mercenari del dispotismo, è una gran bella cosa!--La

campagna è cospersa di membra; le zolle sono vermiglie di sangue, le

grida dei feriti ed il rantolo dei morenti vi assorda.--I cadaveri

insepolti, o coperti da strato insufficiente, appestano l'aria, ed il

morbo uccide popolazioni intiere.--Meglio sarebbe un banchetto

fratellevole.--Ma chi la corregge questa stirpe di Caino?--Non ha dessa

i suoi culti alle sue divinità schifose più o meno, dalla cipolla al

vitello?--le sue maestà, i suoi principi, il suo patriottismo che

equivale all'egoismo massimo, le sue glorie, l'onore della sua

bandiera?--e tante altre miserie fittizie oltre alle naturali?--Ma pera

il mondo! siam beati della vittoria!

Usciamo da quest'altro letamaio umano, un po' meno puzzolente di quello

dei preti, ma pur sempre letamaio!

L'esercito meridionale procedeva verso la Partenopea Metropoli, sulle

ali della vittoria.

I centomila soldati agguerriti del Borbone non osavan più tener fermo al

cospetto degli imberbi avventurieri, capitanati dai superbi Mille

Argonauti e fuggivano e le lor masse scioglievansi davanti alle giovani

schiere dei liberi, come la nebbia davanti al sole.

Nella nostra storia noi eravamo rimasti sulle alture di Villa S.

Giovanni, dopo la resa d'una divisione borbonica che ci lasciò molto

materiale da guerra, cannoni, fucili, munizioni, cavalli, ecc.; lo

stesso successe a Soveria con altra divisione.

Da Villa S. Giovanni alla capitale della meridionale Italia fu una

marcia trionfale.--Le popolazioni stanche dell'abbominevole dominio

borbonico, acclamavano e benedicevano i valorosi liberatori.

Alcuni incidenti lungo la strada come quelli di Soveria e di Sorrento

altro non mostrarono che lo spavento dei nemici d'Italia, e l'aumento di

possanza dei nostri in armi, munizioni, gente e prestigio.

CAPITOLO XXXVII.

IL 7 SETTEMBRE.

In quelle stesse vie, già solcate dal trionfo

ove i regi eran dal mondo trascinati ai carri

dei superbi Quiriti!

Quand plus heureux jadis

Aux champs de Partenope

Mes jeunes miliciens ont étonné l'Europe

Essuyant leurs pieds nus sur les tapis des rois.

(_Autore conosciuto_).

Il 7 settembre 1860! E chi dei figli di Partenope non ricorderà il

gloriosissimo giorno? Il 7 settembre cadeva un'abborrita dinastia e

sorgeva sulle sue rovine la sovranità del popolo, che una sventurata

fatalità rende sempre poco duratura.

Il 7 settembre un proletario accompagnato da pochi suoi amici che si

chiamavano aiutanti col solo distintivo della rossa camicia, entrava

nella superba capitale del focoso destriero[39] acclamato da cinquecento

mila abitanti, la di cui scossa potrebbe muovere l'intiera penisola dal

Mongibello al Cenisio--il di cui ruggito basterebbe a far mansueti e

meno ingordi i reggitori insolenti ed insaziabili, od a rovesciarli

nella polve!

Eppure il plauso ed il contegno di quel grande popolo valsero nel 7

settembre 1860 a mantenere innocuo un esercito numeroso che trovavasi

ancora padrone dei forti e delle migliori posizioni della città, di dove

avrebbe potuto distruggerlo.

Il Dittatore facea la sua entrata in Napoli, mentre tutto l'esercito

meridionale malgrado le marcie forzate, trovavasi ancora ben distante

verso lo stretto di Messina, ed il re di Napoli nella notte dal 5 al 6

abbandonava il suo seggio per ritirarsi a Capua. Il nido monarchico

ancor caldo venne occupato dagli emancipatori popolani, ed i ricchi

tappeti delle reggie furon calpestati dal rozzo calzare del proletario.

Esempi questi che dovrebbero servire a qualche cosa, almeno al

miglioramento della condizione umana; ma che non servono per l'albagia e

la cocciutaggine degli uomini del privilegio, che non si correggono

nemmeno quanto il leone popolare spinto alla disperazione, li sbrana con

ira selvaggia, ma giusta, esterminatrice!

I Napoletani come i Siciliani, non secondi a nessun popolo per

intelligenza e coraggio individuale, furon quasi sempre mal governati, e

sventuratamente molte volte con sul collo dei governi stranieri, che

solo cercavano di scorticarli e mantenerli nell'ignoranza.

Ai pessimi governi devesi quindi attribuire il poco progresso in ogni

ramo di incivilimento e di prosperità nazionale.

I Mille · 第 9 / 24 段