questi servi di preti, cuochi di preti, lacchè di preti, figli di serve
di preti, artisti ed operai di preti e figli infine di monache e di
Perpetue di preti!
Qui mi passano per l'insofferente mio pensiero tanti altri epiteti, per
lo più diffamatori, e siccome amo il popolo romano, non vorrei
amareggiarlo vergando delle infamie, e mi contenterò di maledire i
chercuti corruttori d'ogni bellezza! d'ogni grandezza umana!
Nullo, dunque, con P...., Lina ed il loro servo Torquato (nome assunto
da Talarico), riunitisi a Reggio dopo la resa di quella città
all'esercito meridionale, profittarono del passaggio nello stretto d'un
vapore inglese per recarsi a Civitavecchia e di là a Roma onde vigilare
sulla sorte della Marzia, e sottrarla, se possibile, dalle ugne dei
preti.--Noi li lasciammo al termine del colloquio con Muzio;--P... e
Lina soli rimasero insieme. Nullo e Torquato erano convenuti di stare
alla vista dei suddetti, ma a qualche distanza per non destare colla
riunione di quattro i sospetti della vigilantissima polizia papalina.
Eppur i ministri di Dio di che dovrebbero aver paura, col loro amore del
prossimo, la loro mansuetudine, infallibilità, carità e tante altre doti
che devono distinguerli e farli rispettare ed amare dal loro gregge?
Ah vipere! emanazione dell'inferno! verrà quel giorno in cui i popoli vi
conosceranno e di voi purgheranno la terra!
La folla aumentava sempre e l'immensa piazza di San Pietro n'era colma
siccome le due grandi vie della Lungara e di Castel Sant'Angelo. Il
calore era soffocante, ragazzi e fanciulle che non si trovassero
sollevati dai parenti od amici, rischiavano di restare schiacciati.
Quante tisichezze produrranno queste solennissime feste cattoliche e
quanti tifi prodotti dalla agglomerazione di fiati, massime nelle sante
stalle!--Ma che importa agl'Italiani d'andar curvi col gobbo dai
baciamani e dalle genuflessioni cui li assoggettano i preti! Che importa
la razza deteriorata e le paure suscitate dagli stessi, e che
impiccioliscono ed avviliscono l'individuo! Quello che importa son le
feste, coi loro apparati, organi, musiche, i loro canti da
eunuchi.--Eppoi son così splendidi negli adornamenti, così incensati
tutti quanti quei graziosi ministri del Carpentiere di Galilea, dal
sagristano al papa! Ed il paradiso apertissimo a tutta cotesta canaglia
lo contate per nulla? Il paradiso, veh! ove eternamente cantano gli
angioli (non ridete, vi prego), ed ove eternamente vi bea il sorriso di
Dio senza bisogno nè di mangiare nè di bere--ed ove per tali ragioni
devono trovarsi pochi preti, unica fortuna del beatissimo soggiorno!
Quando si pensa a tutta quella massa di menzogne che sì spudoratamente
spiattellano ai gonzi i sacerdoti dell'impostura, vien proprio voglia di
rinnegare gli uomini di questa razza che non accolgono il prete a sputi,
pugni o, meglio, anche a bastonate.
Era circa il meriggio quando le artiglierie di Castel Sant'Angelo
annunziavano alle fedeli pecore esser la gran processione in procinto di
muovere da Porta Pia per Borgovecchio verso la massima basilica.
Uno squadrone di dragoni, truppa scelta, bellissima gente, formava
l'avanguardia, e mentre difilava il lunghissimo seguito di sacerdoti, di
confraternite, di beghine, di graduati pontificii, ecc., lo stesso
squadrone staccava dei singoli militi sui fianchi che coadiuvavano gli
alabardieri in livrea a mantenere la moltitudine accalcata a destra e a
sinistra e ad impedirle d'invadere lo spazio della strada che dovea
percorrere la processione.
Il centro della lunga fila di ceri era occupato da due battaglioni di
fanteria ordinati in colonna colle loro musiche in testa, e tra un
battaglione e l'altro marciava un carro di trionfo riccamente addobbato
e tirato da sei bianchi cavalli adorni di superbi arnesi. Il superbo
padiglione che copriva il carro era sostenuto da quattro colonne
inghirlandate con squisite dorature, ed i sedili dello stesso ricoperti
di finissima e candida seta, abbarbagliavano nel fissarli. E su quei
sedili? sedevano a destra e a sinistra due preti, ambi conosciuti da
noi; a destra il generale dei gesuiti, ed a sinistra il più astuto di
quella setta--monsignor Corvo--sul davanti un vecchio a bianca
capigliatura sul volto del quale scorgevansi i segni dell'atroce
tortura. Al posto d'onore stavan due donne coperte da bianco velo, e
candidissimo era tutto il resto dell'abbigliamento. Dalla statura, dal
portamento della persona e dalla corvina capigliatura, esse parevan
sorelle; gli occhi e l'impronta degli anni era difficile discernere da
lungi sotto il velo sottile. Ma da vicino, anche attraverso le maglie
del mussolino, chi avrebbe potuto sostener la scintilla che sfavillava
dagli occhi nerissimi delle due giovani trionfatrici? Chi eran desse? Lo
sapremo presto.
La processione procedeva maestosa, solenne, com'al solito si eseguiscono
le pompose mascherate della negromanzia, e siccome credo gl'impostori
sian sempre stati gli stessi e colle stesse propensioni in tutti i
tempi, mi figuro essere stato il mondo composto sempre di cretini e di
furbi, dagli oracoli dei Greci agli aruspici dei Romani e sino ai roghi
degli odierni chercuti. Diviso il mondo, dico, tra carogne e birbanti.
Ma che diavoleria è succeduta nell'ordinata, solenne maestosa
processione dei preti! Che baccano nella moltitudine! baccano tale che
nella folla, come energumeni, si precipitavan gli uni sugli altri,
dimodochè, grandissima essendo la calca, i primi verso i processionanti
spinti da quei di dietro si rovesciavan sui ceri, ed i ceri gli uni
sugli altri, e questi sulle beghine, delle quali alcune accesero le
gonne, altre le cuffie, infine un finimondo!
I preti poi, che per le beghine hanno la calamita, massime se giovani e
belle, si lanciavan al soccorso delle loro predilette con un eroismo
veramente degno dei tempi antichi di Roma.--E si raccontarono poi dei
fatti di coraggio non mai intesi nelle storie sacre dai Maccabei a
Ignazio di Loiola e Domenico di Guzman.
La catastrofe era stata cagionata dal grido di una delle due donne nel
carro trionfale, e la voce che come un fulmine colpì la moltitudine, fu
«Lina! Lina!» e questa voce era stata contraccambiata nella folla con
quella di: «Marzia!»
E veramente, povera Marzia, essa avea riconosciuto l'amica quasi sorella
ed accanto a questa il diletto del suo cuore, unica speranza
nell'esistenza sua sventurata, non nominato da lei, ma compreso nel nome
della bella alpigiana.
Lo arrovesciarsi poi della calca sugl'incappucciati e le povere beghine,
aveva avuto origine dallo slanciarsi della Lina verso il carro,
movimento che, seguìto dal robustissimo P..., avea spinto la moltitudine
sulla processione.
Per colmo di disordine, vedevansi altri individui, all'apparenza ben
maneschi, che cercavano di avvicinare il nostro P... colla sorella e
probabilmente per aiutarli a menar le mani ove occorresse; questi altri
non erano se non quella bagatella di Nullo e Torquato, da cui non
lontano trovavansi Muzio con non pochi Romani; di quella gente che i
fogli ufficiosi ed ufficiali chiamano amanti del disordine e che non
sono in sostanza che insofferenti del privilegio e delle lussurie dei
sedicenti grandi o ministri di Dio.
E guai! se quel movimento dei nostri fosse stato preparato
preventivamente. Ne sarebbe risultato almeno un'insalata di chercuti, di
beghinume, di sgherri che procedevano al sacrificio di due sventurate
creature per la maggior gloria di Dio.
Maggior gloria di Dio! assassini del genere umano--e peggio che
assassini, pervertitori e corruttori!
E le monarchie che sorreggono cotesti scarafaggi perchè li sorreggono?
Non è forse per esser i preti gl'istromenti più idonei per lo spionaggio
e la corruzione delle genti? E voi salariati lodatori e millantatori del
consorzio monarchico-chercuto--ben lo sapete essere quelle le due lebbre
dell'umanità. Ma quando la miserabile vostra coscienza, se mai ne avete
una, vi accenna il servilismo schifoso degli atti vostri, voi allora
posate la brutta di fango vostra penna sul ventre ed abbandonate l'anima
al suo appetito.
L'avvenimento dell'entusiasmo mutuo delle due fanciulle, e la loro santa
manifestazione d'affetto non ebbe altro seguito, tranne il grido
disperato d'un prete francese, che, per motivo d'essersi un po'
indecentemente calcato sulla Lina, ebbe da Torquato tale un pugno sui
fianchi che si lasciò cader svenuto dopo un «ahi!» dei più commoventi.
In altra circostanza sarebbe stato fresco il monarca della montagna,
poichè oltre ad esser prete, la sua vittima apparteneva a quel clero
insolente ultramontano, artefice della sventura della Francia ed
onnipotente in Roma nell'epoca in cui scriviamo.
Però Torquato aveagli amministrato il pugno con tanta destrezza, e la
folla era tanto folta che nessuno s'accorse del colpo, o se qualcuno,
non bisogna poi credere che tutti sieno amici dei preti in Roma.
Comunque, l'ex-brigante con alcune spinte di gomiti, ebbe presto il suo
corpo non molto distante, ma fuori almeno dal campo di battaglia.
Birri a piedi, a cavallo, in militare, in borghese, spie nella stessa
foggia, e agenti di polizia, preti, sagrestani, frati e simile canaglia,
ebbero presto ricondotto _l'ordine_ dopo una gran dose di paura.
L'ordine!--Un milione d'uomini scaraventati al macello nella guerra
franco-germanica, per la _gloire_ e l'equilibrio europeo, non l'han
turbato l'ordine!--I loro scheletri, biancheggianti sul suolo della
Francia, sono in ordine.--Cinque o sei milioni di famiglie precipitate
nella miseria, nel lutto e nella prostituzione non turbano l'ordine!
Chi turba l'ordine, e lo gridan tutta la sequela dei gaudenti a
squarciagola--sono pochi parigini mal intenzionati che rovesciano nella
Senna una spia riconosciuta.--Gli operai di Londra che vogliono far
prendere un bagno nel Tamigi a Haynau, il carnefice di Brescia e
dell'Ungheria.--Chi turba l'ordine sono alcuni romani, che resa Roma
all'Italia dopo diciotto secoli di abbominazione, chiedono che sia
vietato ad uno scarafaggio di maledire l'Italia redenta.--Chi turba
l'ordine è la società internazionale che ha l'audacia di voler la
fratellanza di tutti gli uomini a qualunque nazione essi appartengano,
che non vuole preti, non eserciti permanenti, non caste privilegiate!
E la processione proseguiva in ordine verso il maggior tempio
dell'orbe--ed il popolo, come l'onda del mare affollavasi per
accostarvisi--molti per curiosità e forse i più, e tanti per partecipare
alla benedizione del Massimo degli impostori.
Non ostante l'immensa folla, a P... e a Lina che servivano come punto
centrale ai nostri amici in quella tempesta umana, poterono questi
avvicinarsi. Ciò però non servì che a sistemare alcune intelligenze sul
da farsi nella notte, essendo di tutta impossibilità operare in tale
giornata.
«Al Foro! al Foro!» fu la parola di convegno dei prodi campioni della
libertà italiana, «al Foro, a due ore di notte», e con tali concerti
presi si divisero nuovamente, essendo sui dintorni strabocchevole il
numero di birri vigilantissimi sui disturbatori dell'ordine, ch'essi
adocchiavano e che avrebbero arrestati in circostanza meno pericolosa.
Le superbe porte egizie del grandissimo tempio erano spalancate, come
suolsi nelle feste solenni e dall'immenso colonnato perittero, si poteva
scorgere il modesto erede del povero pescatore di Palestina, assiso sul
suo trono d'ebano, tempestato di diamanti e d'oro, e vestito con tanto
lusso, quanto ne potè inventare l'orientale magnificenza.
Civettava, il massimo dei sacerdoti, squadrandosi nella ricchissima sua
tenuta con donnesca compiacenza, sorrideva alla stupida moltitudine,
massime quando lo sguardo lascivo posavasi su qualche bella figura.
Polpute eminenze e monsignori formavano la destra e sinistra, su tre di
fondo e seduti pure su banchi riccamente adorni in anfiteatro.
All'aria compunta e solenne di tutti questi magnati della malizia,
avresti creduto esser eglino nell'atto di decidere qualche opera
benefica a profitto dell'umanità sofferente--quando invece quei perversi
eran lì riuniti per consacrare nuove menzogne, ed insidiare nuove
sventurate creature, nell'intelligenza di far male, e beffandosi della
vile canaglia che non li prende a sassate.
La processione procedeva verso il maggior altare, e verso il maggiore
dei furbi.--I dragoni schieravansi in ala all'entrata del tempio, e gli
alabardieri facean lo stesso nell'interno, dimodochè i servi di Dio,
ministri dell'Onnipotente, sono sempre sotto l'egida di una provvidenza
di ferro, sia essa nostrana o straniera.--Sarà anche per la maggior
gloria di Dio, che i preti hanno tanta paura della pelle? E le legioni
d'arcangeli colle loro spade di fuoco, pare preferiscano star lontani da
questi puzzolenti chercuti.
Nell'emiciclo, alla sommità di cui stava il Papa, e proprio appiedi del
suo trono, scorgevasi un inginocchiatoio con ricchi cuscini coperti da
raso bianco, e questo inginocchiatoio, si capisce, era destinato per le
due vittime--che al canto d'un _Veni Creator_ e alla sinfonia d'un
organo che faceva rimbombar i sette colli, discese dal carro trionfale,
avanzavasi verso lo stesso, con in mezzo la contessa N. N. ed ai lati il
generale dei gesuiti e Corvo.
Lo sventurato vecchio portava sulla sua canizie tracce incontestabili di
terribili patimenti sofferti nelle torture, per avviar anche lui, povero
diavolo, alla gloria del paradiso, e strapparlo al fuoco eterno
dell'inferno, ove tutti gli ebrei e tutti i nati fuori del cattolicismo,
devono piombar senza che ne possa scappar uno solo.
Nel fuoco eterno! mi capite, lettori--Eterno! eterno! sì! ed a cotesti
inventori del purgantissimo ritrovato, se voi presentate un zolfanello
acceso sotto la punta del naso, essi vi staranno con quell'aria
sorridente, con cui si contengono al cospetto d'un fiasco d'Orvieto, ed
a lato delle loro amabili Perpetue--provatelo e vedrete.--I bianchi
capelli del canuto, benchè fossero stati pettinati con cura, s'eran
sconvolti al punto di sembrar l'anguicrinita testa di Medusa, in
agitazione perenne. La fronte sua rugata come non si vide mai in
creatura umana, era plumbea, e plumbee le sue guancie e smorte. Le
labbra livide, e l'occhio, chi avesse potuto fissarlo da vicino, vi
avrebbe trovato un miscuglio d'idiotismo e di disperazione.
E Marzia? povera Marzia! sì buona, sì bella, sì valorosa! costretta a
mantenersi quieta in mezzo a quel branco di scellerati ch'eran pervenuti
ad impadronirsi di lei!
Chi considerava attentamente il padre e la figlia, non poteva a meno di
dire tra sè: Pare impossibile ch'esso possa esserle padre.--Saranno i
patimenti, la prigionia, che tanto hanno contraffatto i lineamenti del
povero vecchio. Ma essa, la giovane conversa, ha pochissima somiglianza
col genitore.--Piuttosto essa sembra esser stata modellata dalla natura
su quel bellissimo originale di donna che le sta accanto e che tanta
cura si prende di lei, di cui sembra maggior sorella. E qui il lettore
deve sapere che causa principale della quiete della nostra eroina, era
una catenella, anche questa adorna dagli stessi colori del vestiario
della fanciulla, e che la malizia dei suoi persecutori avea fatto
maestrevolmente adattare alla cintura nella parte posteriore per mezzo
d'un fermaglio.
Ora, quando successe l'inconveniente del riconoscimento delle due
amiche, Marzia avendo promesso alla contessa che sarebbe stata savia,
che non avrebbe cioè dato sfogo al ribrezzo ed allo sdegno che
cagionavale l'atroce condotta de' suoi carnefici:--Marzia, dico, era
stata lasciata libera, e perciò avea potuto innalzarsi sulla bella
persona scoprendo la Lina.
Dopo tal fatto fu affibbiata la catenella, e sino alla discesa nel
tempio, l'infelice non potè più muoversi liberamente.--Ella mordevasi le
labbra dal dispetto, e l'anima sua trovavasi in una situazione
d'inferno. Le sue sofferenze, essa le avrebbe sopportate con quella
fortitudine che corrispondeva al suo coraggio, ma la sorte del genitore,
l'idea dei patimenti sofferti nei sotterranei dell'inquisizione, e lo
stato di demenza e di disperazione in cui l'avean precipitato coteste
iene chercute, ah! ciò dilaniava il suo cuore buono e generoso!
Si scese dal carro trionfale, ed i due futuri conversi furon trascinati
verso il maggior degli scarafaggi, tra due lunghe file d'alabardieri e
preti schierati a' piedi dei magnati della bottega.
Qui mi fermo. Del racconto di quanto successe nella chiesa di S. Pietro
alla conversione di Marzia e di suo padre, i devoti di tali stomachevoli
cerimonie avran veduto un campione nella conversione del fanciullo
Mortara, rubato dai preti ai parenti ebrei per farne un cattolico.
Usciamo dunque da questo fango dell'umana famiglia, e torniamo sul campo
glorioso, e sul sentiero tracciato dai Mille coll'impronta della
vittoria, ove la tirannide poteva contemplare que' suoi indorati,
pistagnati e piumati sgherri, fuggendo davanti a un pugno di prodi figli
della Libertà italiana.
NOTE:
[38] Ho pensato bene di adottare _stalla_ in luogo di _bottega dei
preti_, perchè significantissimo e di più suggeritomi da un contadino.
CAPITOLO XXXVI.
LA VITTORIA.
La vittoria è sul brando del forte
Insoffrente di ceppi e d'oltraggio.
(_Autore conosciuto_).
Nella guerra bisogna vincere, e certo il più grande dei generali è
quello che più vinse. Sarebbe meglio la pace, ed io ne sono un
discepolo. Ma quando si hanno i ladri in casa, ed i preti, puossi stare
in pace con loro?
Dacchè cominciai a pensare, io mi feci il seguente ragionamento: Non
sarebbe meglio che gli uomini cercassero d'intendersi fraternamente
sulle loro controversie senza uccidersi?
Ma potevasi ciò in Italia, chiamata giardino di Europa, mentre questo
giardino, ove i suoi abitanti sudavano per vivervi, doveva servire di
villeggiatura a quanta canaglia produceva l'universo, che vi si metteva
di casa, e senza nessun lavoro voleva vivere splendidamente a spese dei
poveri italiani? E tutti vi trovavano vita doviziosa, mentre chi
lavorava il giardino col sudore della fronte, aveva oltraggi,
bastonate, e vi moriva dalla fame!
Guerra dunque per metter i ladri fuori di casa! Guerra! E qualche volta
sconfitti--ma finalmente beati dal sorriso della vittoria, e da quello
preziosissimo delle nostre donne, non contaminate al contatto di
mascalzoni stranieri! Sconfitti!.... sì, quando i mali semi della
tirannide e del prete, dopo d'aver pervertito, corrotto la nazione, la
dividevano in tante parti, ciascuna delle quali troppo debole contro i
prepotenti, ed incapace di sostenere l'onor nazionale calpestato.
Così divise le popolazioni nostre, lo eran poi ancora nelle singole loro
frazioni, tra volenterosi, indifferenti e birbanti.--Trovandosi i primi
in numero minimo, sicchè calunniati, traditi, venduti, finivano per
essere espulsi o schiacciati dai ladri.
E quando dico ladri, io non intendo soltanto i ladri di un pane, o d'un
grappolo d'uva, ma i grandi ladri, quelli che rubano i milioni collo
specioso pretesto di difesa nazionale, i chercuti che rubano al povero
popolo l'obolo di S. Pietro per saziare i loro vizi ed assoldare
mercenari stranieri; infine i grandissimi ladri che dopo di aver rubato
una provincia od uno stato, ne coonestano il furto colla durata del
dominio, e colla _grazia di Dio_, commettendo così il doppio delitto del
furto e del sacrilegio!
Amico della pace, è vero, io sono, e me ne vanto.--Comunque, una
vittoria sui mercenari del dispotismo, è una gran bella cosa!--La
campagna è cospersa di membra; le zolle sono vermiglie di sangue, le
grida dei feriti ed il rantolo dei morenti vi assorda.--I cadaveri
insepolti, o coperti da strato insufficiente, appestano l'aria, ed il
morbo uccide popolazioni intiere.--Meglio sarebbe un banchetto
fratellevole.--Ma chi la corregge questa stirpe di Caino?--Non ha dessa
i suoi culti alle sue divinità schifose più o meno, dalla cipolla al
vitello?--le sue maestà, i suoi principi, il suo patriottismo che
equivale all'egoismo massimo, le sue glorie, l'onore della sua
bandiera?--e tante altre miserie fittizie oltre alle naturali?--Ma pera
il mondo! siam beati della vittoria!
Usciamo da quest'altro letamaio umano, un po' meno puzzolente di quello
dei preti, ma pur sempre letamaio!
L'esercito meridionale procedeva verso la Partenopea Metropoli, sulle
ali della vittoria.
I centomila soldati agguerriti del Borbone non osavan più tener fermo al
cospetto degli imberbi avventurieri, capitanati dai superbi Mille
Argonauti e fuggivano e le lor masse scioglievansi davanti alle giovani
schiere dei liberi, come la nebbia davanti al sole.
Nella nostra storia noi eravamo rimasti sulle alture di Villa S.
Giovanni, dopo la resa d'una divisione borbonica che ci lasciò molto
materiale da guerra, cannoni, fucili, munizioni, cavalli, ecc.; lo
stesso successe a Soveria con altra divisione.
Da Villa S. Giovanni alla capitale della meridionale Italia fu una
marcia trionfale.--Le popolazioni stanche dell'abbominevole dominio
borbonico, acclamavano e benedicevano i valorosi liberatori.
Alcuni incidenti lungo la strada come quelli di Soveria e di Sorrento
altro non mostrarono che lo spavento dei nemici d'Italia, e l'aumento di
possanza dei nostri in armi, munizioni, gente e prestigio.
CAPITOLO XXXVII.
IL 7 SETTEMBRE.
In quelle stesse vie, già solcate dal trionfo
ove i regi eran dal mondo trascinati ai carri
dei superbi Quiriti!
Quand plus heureux jadis
Aux champs de Partenope
Mes jeunes miliciens ont étonné l'Europe
Essuyant leurs pieds nus sur les tapis des rois.
(_Autore conosciuto_).
Il 7 settembre 1860! E chi dei figli di Partenope non ricorderà il
gloriosissimo giorno? Il 7 settembre cadeva un'abborrita dinastia e
sorgeva sulle sue rovine la sovranità del popolo, che una sventurata
fatalità rende sempre poco duratura.
Il 7 settembre un proletario accompagnato da pochi suoi amici che si
chiamavano aiutanti col solo distintivo della rossa camicia, entrava
nella superba capitale del focoso destriero[39] acclamato da cinquecento
mila abitanti, la di cui scossa potrebbe muovere l'intiera penisola dal
Mongibello al Cenisio--il di cui ruggito basterebbe a far mansueti e
meno ingordi i reggitori insolenti ed insaziabili, od a rovesciarli
nella polve!
Eppure il plauso ed il contegno di quel grande popolo valsero nel 7
settembre 1860 a mantenere innocuo un esercito numeroso che trovavasi
ancora padrone dei forti e delle migliori posizioni della città, di dove
avrebbe potuto distruggerlo.
Il Dittatore facea la sua entrata in Napoli, mentre tutto l'esercito
meridionale malgrado le marcie forzate, trovavasi ancora ben distante
verso lo stretto di Messina, ed il re di Napoli nella notte dal 5 al 6
abbandonava il suo seggio per ritirarsi a Capua. Il nido monarchico
ancor caldo venne occupato dagli emancipatori popolani, ed i ricchi
tappeti delle reggie furon calpestati dal rozzo calzare del proletario.
Esempi questi che dovrebbero servire a qualche cosa, almeno al
miglioramento della condizione umana; ma che non servono per l'albagia e
la cocciutaggine degli uomini del privilegio, che non si correggono
nemmeno quanto il leone popolare spinto alla disperazione, li sbrana con
ira selvaggia, ma giusta, esterminatrice!
I Napoletani come i Siciliani, non secondi a nessun popolo per
intelligenza e coraggio individuale, furon quasi sempre mal governati, e
sventuratamente molte volte con sul collo dei governi stranieri, che
solo cercavano di scorticarli e mantenerli nell'ignoranza.
Ai pessimi governi devesi quindi attribuire il poco progresso in ogni
ramo di incivilimento e di prosperità nazionale.