arrivati, sono stati infetti dal morbo generale d'insurrezione e si sono
gettati nelle fila dei Mille, ormai tenuti come esseri superiori davanti
a cui tutto deve piegare.
«Un solo, Talarico, calabrese, mandato da Napoli con nave da guerra, fu
messo a terra di notte, e prometteva di compier l'opera a qualunque
costo. Ma successe a lui, come al Cimbro di Mario. Nella stessa notte si
vide giungere al nuoto a bordo della flotta, pieno di spavento, e
confessando di non sentirsi capace a ferire quel capo di masnadieri,
perchè ciurmato. Eppure Talarico è il più famigerato brigante
dell'Italia meridionale, ed a lui si promisero ricompense
spropositate.--
«--Ecco, esclama l'eminenza, in questi casi mai si deve facilitare, e se
avessero seguito i miei consigli, non si sarebbero lasciati partire
dalla Liguria quei rompicolli. Il serpe si schiaccia subito che
comparisce. Il male si sana nel suo principio; cronico, diventa
incurabile.
«Tutti questi grandi politiconi volevan mangiar i rivoluzionari in
insalata. Lasciateli partire, dicevano, ed essi non potranno sfuggire
alle numerose crociere nostre e del Governo sardo che li aspettano nel
Mediterraneo. E se per disgrazia non fossero incontrati dalle flotte, le
coste della Sicilia sono così assiepate da soldati, che saranno
esterminati in qualunque parte essi approdino.--
«--Altro che sterminio, urlava il primo segretario che divideva la paura
del suo padrone! Esterminati! per S. Ignazio, se non fermano quei
manigoldi al Faro, siamo belli e spacciati! Chi diavolo li ferma più
quando abbiano messo il piede sul continente con tutta questa febbre di
rivoluzione che s'è impadronita dei nostri italiani, un dì sì devoti e
mansueti!».--
E l'eminenza e il suo segretario, cogli occhi spalancati, esalavano a
vicenda tutta la paura e la soma di delitti affastellati nell'anima
perversa e scellerata.
Non così il monsignore; esso non era tranquillo quando entrò dal
generale per dar parte della difficile sua missione. Ma la paura dei due
per un pericolo ancor lontano, manifestato non ostante una provetta
dissimulazione, in cui erano ambi maestri, lo rinfrancava, e con voce
rassicurata, diretto al generale, così si espresse:
«--Vostra eminenza sia tranquilla, tutto non è perduto ed abbiamo i
sovrani di Parigi e di Torino che se non fossero ambi svisceratissimi
per la S. Sede ed il gesuitismo ch'è la stessa cosa, il loro proprio
interesse li farà cauti, che devono combattere la rivoluzione a
tutt'oltranza, e so da fonte degna di fede che navi da guerra
bonapartesche sono già nello stretto di Messina per impedire il
passaggio degli avventurieri sul continente[21], e che nell'alta Italia
si prepara un poderoso esercito per combatterli se passassero[22].--
«--Voi siete la più solida colonna dell'ordine nostro, monsignore,
esclamava l'eminente un po' rassicurato, e qualunque cosa vi piaccia
chiedermi, ve la concedo con tutto compiacimento.--
«--Avrei veramente bisogno che quel vecchio ebreo, di cui parlai tempo
fa a vostra eminenza, fosse consegnato a mia disposizione, rispose il
Corvo. Egli è diventato inoffensivo a forza di torture corporali e
morali--_per la maggior gloria di Dio_ (assassini) io l'ho fatto ridurre
al punto in cui noi vogliamo. Esso trovasi nel più completo idiotismo
ora, e potremo, quando V. E. nella sua saviezza voglia ordinarmi la
pubblica conversione, presentarlo ai romani come un vero miracolo dello
Spirito Santo».--
Maledizione! Quando sparirà dalla faccia della terra questa tetra,
scellerata, abbominevole setta che prostituisce, deturpa, imbestialisce
l'essere umano? E i popoli vanno a messa, a vespro, a confessarsi, a
comunicarsi, a baciar la mano a quest'emanazione pestifera dell'inferno!
E ciò costituisce il potere della tirannide.
Io mi nascondo, colle mani, il volto dalla vergogna d'appartenere a
questa schiatta d'imbecilli, che si chiamano spudoratamente popoli
civili!
«--Altro, esclama il generale dei birbanti! al più presto noi faremo
conoscere al mondo cattolico la misericordiosa potenza del divino nostro
maestro. E questa sarà una luminosa disfatta della millantatrice eresia
che in questi ultimi tempi con tanta malizia ha cercato di abbassare la
santa nostra istituzione».
NOTE:
[20] Non si esageri però--e si stia cauti contro la gramigna-prete.
Nizza avea un convento nel 1860; oggi ne ha ventinove. Al prete basta un
letamaio monarchico qualunque per ingrassare gl'infernali suoi semi e
farli prosperare.
[21] Fu vano il veto di lord John Russel.
[22] Provato da documenti officiali.
CAPITOLO XXV.
MELAZZO.
Il navigante
Che veleggiò quel mar sotto i vulcani[23]
Vedea nell'ampia oscurità scintille
Balenar d'elmi e di cozzanti brandi.
(FOSCOLO).
Fu ben maliziosamente ingiusto colui, che trattò le vittorie del 60 di
_facili vittorie_, vinte dai liberi italiani sulle truppe borboniche
indigene e straniere!
Io vidi alcune pugne nella mia vita, e devo confessare che le battaglie
di Calatafimi, Palermo, Melazzo, e primo ottobre, fanno onore ai militi
che vi presero parte, e furon disputate con molto valore.
Quando su cinque o sei mila uomini nostri che pugnarono a Melazzo, circa
un migliaio furon posti fuori di combattimento, ciò prova che non fu
tanto facile vittoria. E le odierne battaglie ove s'azzuffano centinaia
di mila uomini delle prime truppe del mondo non presentano perdite più
considerevoli in proporzione.
Il generale Medici, come abbiam detto, avea marciato per la costa
settentrionale della Sicilia, da Palermo verso lo stretto di Messina,
colla sua divisione, ed il generale borbonico Bosco con uno scelto corpo
delle tre armi, superiore al nostro per le posizioni ed il numero,
intercettava la strada principale appoggiandosi alla fortezza e città di
Melazzo.
Già alcuni piccoli scontri erano accaduti nelle vicinanze di detta
città. I nostri vi si eran condotti colla solita bravura, ed i
cacciatori di Bosco non avean mancato alla loro riputazione.
Informato dal generale Medici della situazione, io profittai dell'arrivo
a Palermo d'un corpo di volontari giunti in quel giorno dal continente e
condotti dal generale Corte. Non permisi lo sbarco di quel corpo, e
dalla capitale lo feci dirigere subito verso Melazzo.
M'imbarcai io stesso, e giunto al campo del generale Medici a Barcellona
(mi sembra), si combinò di attaccare i nemici all'alba del giorno
seguente.
L'alba del 20 luglio trovò i figli della libertà italiana impegnati coi
Borbonici a mezzogiorno di Melazzo, ed impegnati in modo molto
favorevole pei mercenari.
Praticissimi del terreno, i nemici aveano con molta sagacia profittato
di qualunque accidentalità di quei ricchissimi campi. La loro destra
scaglionata davanti alla formidabile fortezza di Melazzo, era protetta
da quelle grosse artiglierie, ed aveva la sua fronte coperta da varie
siepi di fichi d'India--trincee non indifferenti per chi deve assalirle
e superarle.
Il centro delle rispettive riserve, sullo stradale che conduce in
Melazzo, era coperto da un muro di cinta fortissimo, a cui s'eran
praticate molte feritoie, e lo stesso muro coperto da folti canneti che
ne rendevano l'assalto pericolosissimo. Dimodochè il nemico, ben
riparato, con armi buone, osservava, scopriva e fucilava i nostri poveri
militi armati d'armi pessime, e fallacemente coperti dai suaccennati
canneti--impiccio per noi, trattenendo lo slancio dei nostri senza
ripararli assolutamente.
La sua sinistra in possesso d'una linea di case a levante di Melazzo
formava martello, e quindi fiancheggiava con un fuoco micidiale i nostri
all'assalto del centro.
L'ignoranza del terreno, su cui si pugnava, fu la causa principale di
perdite considerevoli per parte nostra, e molte cariche che si fecero
sul centro nemico, quasi inespugnabile, potevano risparmiarsi.
Invano io era salito sul tetto di una casa per poter scoprire qualche
cosa--invano avevo fatto caricare sullo stradale per lo stesso motivo.
Molti morti e molti feriti erano il risultato delle nostre cariche sul
centro, ed i nostri poveri giovani erano respinti, senza aver potuto
scoprire il nemico che di dietro il terribile muro dalle feritoie li
fulminava.
Si durò così in una pugna ineguale ed accanita sin dopo il meriggio. A
quell'ora la nostra sinistra avea ripiegato alcune miglia indietro e si
rimaneva così scoperti da quella parte.
La nostra destra e centro, che si erano riuniti al comune pericolo,
tenevano, ma con molte difficoltà e con perdite ben considerevoli.
Bisognava però vincere--e tale era il fatale animatore di quella
stupenda campagna.--Bisognava vincere! e di ciò si persuada l'italiana
gioventù.
Si tenti la vittoria cento volte, e se le cento volte manca al
desiderato effetto, si provi la centunesima.--Pertinacia, tenacità,
costanza vi vogliono nella guerra.
Le nostre perdite eran maggiori, quali non lo furono in qualunque pugna
del mezzogiorno. La gente era stanca, il nemico avea comparativamente
perduto pochissimo. Le sue genti fresche, intatte, e le sue posizioni
formidabili. Eppure bisogna vincere! E lo ripeto! lo rammentino bene i
nostri giovani concittadini--assuefatti a stancarsi con campagne di
quindici giorni,--rammentino che noi, d'una generazione che passa, tanto
lasciam da fare a loro, perchè non avemmo costanza, e che la redenzione
di questa patria infelice dipende dal volerla tutti, e tutti
contribuirvi, e sopratutto aver fiducia in noi stessi e nella vittoria
quando sapremo farla piegare ad una volontà di ferro.
I Macedoni, gl'Inglesi, i Francesi, i Germani, gli Svedesi, gli
Spagnuoli ebbero i loro periodi di supremazia militare.--Ricordiamo però
che nessuno fece più dei Romani antichi, e che se i preti giunsero alla
corruzione della nostra razza, noi nascemmo sulla terra ove nacquero i
Romani, e che lavati dalla bruttura dei preti, torneremo a valer qualche
cosa.
Io ho sorriso di disprezzo alle meraviglie dei _chassepot_[24] con cui
Bonaparte voleva spaventare tutto il mondo, ed il valore tedesco ha ben
provato la millanteria dei servi della menzogna e della tirannide.
Ciò ci serva, e ci serva l'odierno esempio della Germania, il di cui
entusiastico patriottismo caccia in questi giorni davanti a sè il
creduto primo esercito del mondo.
Con dei conigli ladri come coloro che reggono oggi le sorti dell'Italia,
ogni esercito può comparire il primo del mondo, giacchè essi non li
vogliono i due milioni di militi che può dar la nostra Penisola;--a loro
bastano pochi preposti, pubbliche sicurezze, benemeriti, ecc., per
guardar loro la pancia.
Ripeto: gl'Italiani devono vincere finchè sotto il calcagno straniero
gemono i popoli che diedero vita ai Bronzetti ed ai Monti[25]. Ed il
giorno in cui vi sia un uomo a reggerla--questa Italia--milite sarà
ogni uomo capace di portare le armi; non più volontari, ma la patria
servita da chi vuole e da chi non vuole.--Ed i mercenarii stranieri
debbono trattarsi quali assassini, non coi guanti bianchi, come si
trattarono sinora.
Or son pochi giorni, il Re di Prussia rifiutò di ascoltare le insolenti
proposte del tiranno della Francia e cacciò il suo inviato. Ciò, ed
altri pretesti dell'imperatore francese, sono il motivo della guerra.--E
se l'Italia avesse un uomo che tenesse alla dignità nazionale, egli
dovrebbe, per cominciare a lavare tanti oltraggi di quel masnadiero,
dovrebbe mandar in galera il suo rappresentante Malaret, che la fa da
padrone a Firenze, ed accoppiarlo con uno dei primi malfattori.
Dunque, bisognava vincere a Melazzo--e sin dopo il meriggio, tutte le
condizioni della battaglia erano in favore del nemico, ed i figli della
libertà italiana, non solo non avevano avanzato un passo, ma avean
perduto terreno all'ala sinistra.
«Procura di sostenerti come puoi» diceva uno al generale Medici che
comandava nel centro «io raccolgo alcune frazioni dei nostri e cercherò
di portarle sul fianco sinistro del nemico, per girarlo».
Quella risoluzione decise della giornata.--Il nemico, incalzato di
fianco dietro ai suoi ripari, cominciò a piegare, si caricò e gli si
tolse un cannone che ci aveva fatto molto danno.--Esso reagì con una
brillante carica di cavalleria, che il colonnello Missori respinse alla
testa dei distaccamenti suddetti.
Piegando il nemico attaccato di fianco, il nostro centro potè superare i
ripari, e la vittoria fu completa.
Invano la ritirata dei Borbonici era protetta dalle grosse artiglierie
della piazza, e dai pezzi volanti di fuori--i nostri militi,
disprezzando il grandinare dei moschetti e delle mitraglie, assaltarono
Melazzo, e prima di notte erano padroni della città, avevano circondato
il forte da tutti i lati ed innalzato barricate nelle strade esposte ai
tiri della fortezza.
Il trionfo di Melazzo fu comprato a caro prezzo; il numero dei morti e
dei feriti nostri fu immensamente superiore a quello del nemico.--I
generali Cosenz, Corte e Corrao--allora colonnelli--furono tra i
feriti.--E qui giova ricordare le armi pessime di cui han dovuto sempre
servirsi i nostri poveri volontarii.--_Colpa principale, il Governo
Sardo._
Il destino del Borbone però era segnato, e perciò la capitolazione di
Melazzo dopo quella di Palermo--Melazzo, che sostenuta dalla flotta
nemica, poteva valere una Gibilterra.
Tale è il destino della tirannide boriosissima, quando potente, ed il
popolo, cammello inginocchiato;--ma codarda, tremante quando il popolo
leone invia i suoi ruggiti.
Bosco capitolava (mi pare il 23 luglio) rendendo la fortezza,
artiglieria, munizioni, ecc.; e la divisione Medici marciava su Messina,
di cui s'impadronì, ritirandosi la guarnigione borbonica nella
cittadella.
A poco a poco comparivano all'appuntamento dello Stretto le altre
divisioni Bixio e Türr[26] venute dall'interno, e si formava una quarta
divisione, Cosenz.
Tra i valorosi caduti a Melazzo, noi perdemmo i valorosissimi Poggi,
genovese, ed il milanese Migliavacca.
NOTE:
[23] L'Etna ed i vulcani di Lipari e Stromboli.
[24] Prima della guerra, cioè prima dell'ottobre 1870.
[25] Bronzetti, trentino--Monti, romano.
[26] Il generale Türr, assente per malattia, aveva lasciato
temporariamente il comando al colonnello Eber, altro pregiato ufficiale
ungherese, corrispondente del _Times_.
CAPITOLO XXVI.
LA BORBONA.
Dondola, graziosa Naiade, i lucenti tuoi fianchi sull'onde
increspate del Tirreno. Lontana col ricordo, o vicina, colle
eleganti tue forme mi ringiovanisci, e mi riconduci coll'anima ai
pericoli d'un'età poetica pur troppo spazzata dal tempo.
(_Autore conosciuto_).
La _Borbona_!--I francesi chiamaron Borbone le patate al tempo di Luigi
XVIII, essendone ghiotto quel monarca.
_Borbona!_--Eppure eri una bella fregata anche con questo nome poco
simpatico.--Non appartenevi più a quella classe elegante della fregata
inglese o americana da vela--vera aquila dell'Oceano, che all'occhio
esperto ed innamorato d'un figlio d'Anfitrite, rappresentava il bello
ideale della sua fantasia.
Nelson, padrone degli Oceani, dominava nel Mediterraneo dall'ampia baia
di Agincourt, di rimpetto all'Isola della Maddalena sulla Sardegna,
tutti i littorali di quel mare, ed inviava le sue fregate sulle coste
Italiane, Africane e Francesi, informandosi con esse di qualunque
occorrenza e di qualunque mossa delle flotte francesi.
Era bel vedere due fregate inglesi alla vista di Tolone, ove ancoravano
cinquanta navi da guerra francesi, dal brigantino al vascello a tre
ponti, e qualunque movimento importante di quelle navi veniva, dopo
pochi giorni, segnalato da una delle due fregate all'Ammiraglio.
L'altra fregata, agile come l'Albatros[27], si manteneva alla vista
della flotta nemica, veleggiando verso Agincourt, se perseguíta da forze
superiori, ma sempre pronta a combattere ove la partita non fosse molto
ineguale.
Vi era della vera e maschia poesia in quelle fregate a vela coi loro
cinquecento lupi di mare per cui le tempeste e la morte erano un gioco.
La _Borbona_ apparteneva ad un periodo di decadenza per la vela, ma di
progresso nell'arte della distruzione, perfezionata poi dalle odierne
corazzate: essa era fregata ad elice di 1ª classe ed anche molto
elegante.
Io l'ho veduta dall'alto di Villa San Giovanni cannoneggiando una povera
batteria che le povere camicie rosse avean edificato sulla punta del
faro, con due cannoni borbonici, e l'ho contemplata con orgoglio, per
esser legno italiano, da poter comparire con decoro al cospetto delle
fregate suddette.
Era il 24 luglio, quando per la prima volta in questa campagna la
_Borbona_, destinata inutilmente alla difesa di Melazzo, approdava nel
porto di Messina, e sbarcava nella cittadella un conosciuto nostro, il
più astuto corifeo del negromantismo, il gesuita Corvo; e siccome dopo
la battaglia di Melazzo, le camicie rosse cominciavano a segnalarsi
sulle alture di Messina, il discepolo di Lojola credè meglio impartire
le sue istruzioni al Comandante della cittadella, e tornarsene a bordo
sulle ali dei venti e del vapore. Egli diceva: «meglio uccello di bosco,
che uccello di gabbia».
Il Comandante della _Borbona_ era, come tutti i servitori di Re, uomo
col cuore nella pancia, e bastava perciò che non l'avessero disturbato
nei suoi quattro pasti diurni, e dal suo favorito caffè, due volte al
giorno, perchè egli potesse passare per un buontempone.
Il comandante d'una fregata come la _Borbona_ a bordo è un sovrano, e
non abbisogna per ciò essere un Nelson.
La rigorosa disciplina, ancor più facilmente attuabile sui bastimenti da
guerra che nell'esercito, fa sì che ognuno deve ubbidire al capo,
inesorabilmente. Di qui non si diserta, non si fugge, non v'è
nascondiglio nei combattimenti e per poco coraggio che abbia un
marino--ciò che succede raramente--la sua vita stava un dì come la
ruggine annessa ad un proietto lanciato dal nemico, oggi essa fa parte
dell'acciaio del terribile sperone.
Il contr'ammiraglio Banderuola era dunque, poco più, poco meno, ciò che
dev'essere un ufficiale imperiale o regio; cioè: Onnipotente a bordo
della sua nave, ma umile servitore del padrone e pronto a bombardare la
casa natía con dentro il padre e la madre, al comando di quello.
E con tutta la sua onnipotenza, Banderuola sapeva benissimo quanto più
onnipotente di lui e del suo padrone era il Gesuitismo, e quindi il
rappresentante di esso, il tentatore della nostra valorosa ed infelice
Marzia.
«Non vanno le cose molto bene» diceva Corvo a Banderuola, la stessa sera
del 24 luglio 1860 nella camera del comandante della _Borbona_, mentre
questa incrociava a ponente dello stretto di Messina.
«I generali nostri assuefatti ad una vita imbelle ed inoperosa, non si
son mostrati all'altezza dei tempi e delle circostanze, e temo molto che
nell'anima di alquanti di loro si nasconda il tradimento, e quindi il
culto al Sole che leva».
«Che al valore dei soldati, non abbia corrisposto la bravura dei capi,
lo credo anch'io» rispondeva il marino «ma tradimento non lo crederei»
(mentre egli stesso aveva cercato di patteggiare cogli agenti Sardi,
allora numerosi ed attivissimi nel Napoletano). «Ed io dirò, circa
all'amato nostro giovane sovrano, come diceva il Metastasio:
«Lo seguitai felice quand'era il ciel sereno,
«Delle tempeste in seno, voglio seguirlo ancor.»
Un pieno bicchiere di Marsala aveva suscitato l'estro poetico
nell'Ammiraglio, ma un colpo d'occhio scrutatore del gesuita, che lo
penetrò sino nell'intimo dell'anima di fango, gli fece abbassare lo
sguardo, e senza dubbio il suo interlocutore che la sapeva più lunga
assai del marino in materia massime di dissimulazione e di tradimenti,
avrà detto fra se stesso:
«Mi sta fresco Franceschiello con questi fedeli.»
Avendo però bisogno per i suoi fini particolari del comandante, il
prete, da maestro com'era, ripigliò:
«Oh! sicuro, di tradimento non credo capaci i nostri capi dell'esercito
e della marina particolarmente.»
E senza dar tempo al cicaleccio del Banderuola ch'ei scorse pronto a
sostenere con calore il decoro della marina, egli proseguì:
«Ammiraglio, ricordatevi che noi dobbiam lasciare in Messina la signora
contessa N., tanto raccomandata da S. Santità, e giuntaci or ora a bordo
per una importantissima missione, e questa notte stessa essa deve esser
trasbordata nel faro a bordo della _Formidabile_ per esser sbarcata con
tutta sicurezza».
«Immediatamente, Monsignore» era la replica del marino, forse
soddisfatto di non trovarsi obbligato a sostenere una questione esosa,
«Immediatamente! ed il miglior palischermo della fregata sarà destinato
a tale missione».
Chi sarà codesta signora raccomandata dal Capo dei corruttori
d'Italia?--Lo vedremo nel seguente capitolo; ci basti per ora osservare
e deplorare che il maggior sostegno del prete è la donna! La donna, la
più perfetta delle creature, quando buona, ma un vero demonio quando
dominata dai tentatori e traditori delle genti--i chiercuti.
NOTE:
[27] Uccello dell'Oceano.
CAPITOLO XXVII.
MESSINA.
Sei pur fatata, o bellicosa e bella
Del Jonio Regina!
(_Autore qualunque_).
I Dardanelli, il Bosforo, Genova, Napoli, il Rio Janeiro, appartengono a
quei punti della superficie del globo su cui natura profuse i suoi
incantesimi, e l'arte aggiunse le sue magíe, prodigate dal lusso e dalle
ricchezze alle superbe bellezze della natura.
Da giovinetto, dopo le ruine di Roma, nulla mi commosse quanto quegli
scherzi naturali che vi gettano nell'animo un indescrivibile piacimento
ed un'ammirazione somma,--e nella fortuna che io ebbi di veder tanta
parte di mondo, confesso esser stato più colpito alla vista dello
stretto di Messina che di qualunque altro.
Stromboli, faro del Faro[28] colle sue eruzioni eterne, visibile alla
distanza di sessanta miglia, che stupisce d'ammirazione, di rispetto e
di gratitudine il navigante battuto dalle tempeste, e che può alla sua
vista cercar con sicurezza un rifugio, fuggendo alle terribili divoranti
scogliere di Scilla.
Il vulcano di Lipari, minore dello Stromboli, ma anch'esso fumaiuolo
della terra, ed i vulcani Alicudi-Felicudi, Salina, alti come il primo,
ma spenti;--ma piramidi stupende vomitate dall'igneo centro del nostro
globo, al disopra d'Anfitrite.--Entrando nel Faro da maestro a sinistra,
le magnifiche falde dell'Aspromonte, certamente fratello dell'Etna, e
l'aprica costa di Reggio col piede nell'onda, a destra le bellissime
colline della Trinacria, servendo di contrafforti al padre dei vulcani
italiani il Mongibello[29], lo stretto abbellito da Reggio, da Messina,
da centinaia di pittoreschi casolari e da quella stupenda vegetazione di
aranci, olivi, e quanto può vantare l'agricoltura meridionale è
veramente incantevole.
Reggio promette un avvenire splendido, ma Messina è destinata certamente
ad essere uno dei primi emporii del Mediterraneo.
Il sorprendente fenomeno della Fata Morgana che dipinge (non ricordo
bene) la città di Reggio o quella di Messina, od ambidue nelle
cristalline onde dello Stretto, è unico tra i fenomeni del mondo.
Infine, al giovine nauta italiano, amante della natura e delle sue
bellezze, lo stretto di Messina veduto per la prima volta, fa un effetto
magico ed egli lo rivede sempre con amore.
Eran le 11 della sera, quando un palischermo partito dall'incrociatore
borbonico la _Formidabile_, sbarcava sulla spiaggia orientale della
città di Messina una donna, che chiameremo Signora--giacchè le sue vesti
eran piuttosto pompose--e siccome un segnale era stato fatto da bordo
sulla spiaggia, si trovò chi ricevette la Signora, già antecedentemente
annunciata, e che l'accompagnò negli appartamenti principali del
Castello.
Lo ripeto: la donna angelo, quando buona, diventa un demonio, quando
padroneggiata dal Lucifero dell'Italia e del mondo--il prete!--