L'azione spiegata a Vienna raggiunse il doppio scopo di far muovere in
nostro favore, a Londra e a Parigi, la Cancelleria imperiale, e di
provocare dichiarazioni conformi ai nostri interessi. Ciò che realmente
si trattava tra Londra e Parigi si seppe per mezzo di Kálnoky il quale
informava l'ambasciatore Nigra che Salisbury, interrogato per di lui
ordine da Deym, Ambasciatore austriaco, disse che i negoziati con la
Francia riguardavano: 1. La conversione egiziana; 2. un territorio
africano di proprietà contestata; 3. la revisione del trattato
commerciale con Tunisi, la quale concerneva soltanto le tariffe e non
toccava la questione delle Capitolazioni. “Secondo il trattato vigente,
il governo di Tunisi ha diritto fin dal 1882 di chiedere questa
revisione. Non è questione di vantaggi politici da accordarsi alla
Francia in Tunisia.„
La revisione del trattato di commercio anglo-tunisino — avvertì
successivamente il Kálnoky — non ebbe lo scioglimento desiderato dalla
Francia, poichè lord Salisbury non consentì a fissare un termine al
trattato. E quanto ai propositi attribuiti alla Francia di alterare lo
_statu-quo_ a Tunisi, lo stesso Cancelliere incaricò il Nigra di
assicurare Crispi “che la questione tunisina, sebbene non tocchi in modo
speciale l'Austria-Ungheria, è qui sorvegliata con grande interesse, e
che per sua parte il governo imperiale e reale è disposto a partecipare
a qualunque azione che sia stimata utile, d'accordo con l'Inghilterra e
con noi, per evitare che essa sia modificata a danno dell'interesse
generale„.
Le notizie giunte in quei giorni a Roma di combattimenti alla frontiera
tripolitana provocati da tunisini, sembravano dare ragione ai sospetti
che la Francia avesse delle mire sulla Tripolitania. Kálnoky non credeva
che la Francia volesse tentare qualche cosa su Tripoli, però dichiarava
al Nigra che il governo austro-ungarico “_non aveva difficoltà che
l'Italia, se l'occasione si presenti, abbia un compenso sulle coste
africane_, ma ci avverte amichevolmente che è della più alta importanza
per le Potenze alleate di non gettare la Turchia in braccio alla Russia
e alla Francia: ci avverte inoltre che esso non potrebbe prendere alcun
impegno per dare all'Italia un concorso materiale.„
Di queste dichiarazioni l'on. Crispi prendeva atto con soddisfazione,
dichiarando alla sua volta che non pretendeva dall'impero
d'Austria-Ungheria un concorso materiale.
Di fronte alla Francia, l'on. Crispi, dopo avere provocato la
dimostrazione diplomatica, di cui nei documenti che precedono, e
persuaso quindi il governo francese che senza il consenso dell'Italia
non avrebbe potuto consolidare il suo dominio nella Tunisia, pensò di
trarre dalla situazione i vantaggi possibili. Quale fosse il suo
obiettivo risulta da quanto segue:
Parigi 1/8/90 — ore 4.40 p.
Ieri sul tardi mi recai al convegno fissatomi da Freycinet cui dissi
che avendo per mandato di mantenere buone relazioni fra i nostri
paesi, io, di mia iniziativa, mi rivolgeva amichevolmente a lui,
come capo del governo, per richiamare la sua attenzione sullo stato
della Tunisia rispetto all'Italia e sugli incitamenti fatti per la
annessione alla Francia della Reggenza. Notai che l'Italia non
poteva rimanere indifferente a tali atti e che se non provvedevamo
in tempo per stabilire a questo riguardo un accordo atto a dare
soddisfazione all'Italia, potrebbe da Tunisi scoppiare l'incendio
che darebbe luogo ad una conflagrazione generale, che, per quanto da
noi dipende, vogliamo evitare, perchè sarebbe per tutti funesta.
Feci osservare che l'occupazione francese della Tunisia fu
considerata dall'Italia come grande offesa e danno, poichè tendeva a
privare l'Italia di un estuario necessario alle sue popolazioni
laboriose, che da tempo immemorabile praticavano quelle regioni
prossime alla Sicilia. Se quell'annessione, ambita dalla Francia,
avvenisse, l'Italia dovrebbe avere un compenso territoriale, ed
inoltre serie garanzie per i suoi nazionali che non potrebbero
cessare di frequentare la Tunisia, dove, d'altronde, il concorso del
loro lavoro è necessario alla prosperità del paese. Ricordai che una
tale necessità era stata riconosciuta da parecchi ministri francesi,
fra gli altri da Ferry, che mi prometteva il concorso del governo
francese stesso perchè occupassimo Tripoli, in cambio della Tunisia,
che rimarrebbe incontestata alla Francia. Tale divisamento non ebbe
seguito per forza di mutamenti ministeriali avvenuti tanto in
Italia, quanto in Francia. Ciò posto, dissi a Freycinet che stava a
lui di escogitare un modo di dare soddisfazione all'Italia per
ristabilire un sincero accordo, ugualmente desiderevole e necessario
per entrambi. Freycinet, prendendo la parola, dichiarava riconoscere
la gravità della questione tunisina e avere sempre raccomandato ai
suoi colleghi del Ministero degli Affari esteri di evitare tutto ciò
che potesse urtare gli italiani in Tunisia, moderando lo zelo
intempestivo dei funzionari. Egli, al par di me, riconosceva
l'importanza di reciproche buone relazioni fra i nostri paesi e non
nascondeva paventare grandemente la guerra, le cui conseguenze
potrebbero essere disastrose per tutti. Freycinet disse
spontaneamente che i supposti accordi per l'annessione della Tunisia
non esistevano affatto e me lo ripetè più volte, poscia mi promise
che avrebbe conferito con Ribot e studiato il modo di sciogliere
l'arduo problema.
Aspetto dunque la risposta di Freycinet che mi mostrò la massima
benevolenza.