Alla fine di gennaio, la Casa imperiale d'Austria-Ungheria fu colpita da
una grave sciagura, il suicidio del principe ereditario Rodolfo.
Su questi avvenimenti l'on. Crispi ebbe da fonte attendibile le
informazioni che seguono: le quali pubblichiamo per contribuire a
distruggere le varie leggende che vorrebbero gettare una peggior luce
sull'infelice Arciduca:
«Vienna, 6 febbraio 1889.
Il mattino di mercoledì 30 gennaio scorso, l'Arciduca fu trovato nel
suo letto a Mayerling, ucciso da palla alle tempia. Giaceva sullo
stesso letto vicino a lui il cadavere, parimente traforato da palla
alla testa, della signorina Maria Wetchera, figlia della vedova
Baronessa e del fu barone Wetchera, già Agente austro-ungarico in
Egitto, giovanetta diciottenne assai nota nella società di Vienna
per la sua avvenenza.
Si tratterebbe quindi d'un doppio suicidio.
L'autopsia del cadavere della ragazza avrebbe rivelato che non era
intatta, ma che non era incinta, come era stato supposto.
Sembra che l'Arciduca avesse visto per la prima volta la giovane
Wetchera alle corse del _Derby_ di Vienna in primavera e fosse stato
vivamente colpito dalla di lei bellezza. Non era mistero in Vienna
che l'Arciduca non viveva in grande armonia colla consorte,
arciduchessa Stefania, e che in realtà i due sposi da molto tempo
non avevano più intimità. L'Arciduca non poteva più sopportare la
convivenza colla moglie, e si assicurava perfino che avesse chiesto
all'Imperatore di poter divorziare, per sposare la signorina
Wetchera, e che ne avesse ricevuto, come ben si può supporre, un
rifiuto accompagnato da rimproveri. La baronessa Wetchera madre, che
non ignorava le attenzioni dell'Arciduca verso sua figlia, ma che si
assicura avere ignorato fino a qual punto queste attenzioni fossero
intime, aveva passato colla figlia qualche tempo a Londra, durante
la stagione estiva, in giugno e in luglio; poi passò il resto
dell'estate a Reichnau, non lungi da Vienna. L'intimità fra la
giovane e l'Arciduca, favorita, dicesi, dalla compiacenza d'una
signora, amica della casa Wetchera, e dal comprato silenzio della
domesticità, avrebbe cominciato nello scorso ottobre e avrebbe
continuato fino al momento della catastrofe. I luoghi di convegno
sarebbero stati il Prater, il giardino ed il palazzo di Modena,
appartenenti all'arciduca Francesco d'Austria-Este, la casa stessa
della baronessa Wetchera, in di lei assenza, e la casa dell'arciduca
a Mayerling. Questa casa, o meglio l'agglomerato di case di
Mayerling, antico convento, poi residenza di campagna, era divenuto
da qualche anno proprietà dell'Arciduca, che ne aveva fatto una
residenza di caccia; ed è situato in una valle, fiancheggiata da
boschi, che si dirama dalla Helenenthal, valle principale di Baden
presso Vienna.
Domenica 27 gennaio scorso, l'arciduca Rodolfo assistette insieme
coll'Imperatore, con varii Arciduchi e Arciduchesse, e
coll'arciduchessa Stefania, sua moglie, ad una serata presso il
principe e la principessa di Reuss. A questa serata, a cui assisteva
tutto il Corpo Diplomatico estero e tutta l'alta società di Vienna,
c'era pure la baronessa Wetchera colla figlia. Parlai, io stesso,
alla prima e stetti qualche tempo vicino alla seconda, non senza
notare che i di lei occhi erano costantemente fissi sul Principe
Imperiale. Mi si dice che questi le parlò. Io non lo vidi. Ma sembra
certo che, sia di viva voce, durante quella serata, sia, come pure
si dice, con un biglietto mandato l'indomani, la signorina avvertì
il Principe che sarebbe andata a raggiungerlo a Mayerling.
Il lunedì 28 gennaio, nel pomeriggio, l'Arciduca si recò a Mayerling
e invitò a una partita di caccia, per l'indomani mattina, suo
cognato il duca Filippo di Sassonia Coburgo ed il conte Hoyos, suo
famigliare.
La signorina Wetchera, nel pomeriggio dello stesso giorno di lunedì
28 gennaio, eludendo la sorveglianza della dama di compagnia che era
entrata per qualche istante nel magazzino di Rodek al Kohlmarkt, si
mise in un fiacchero e pervenne, la sera stessa, alla casa di caccia
di Mayerling. La madre, inquieta di questa fuga, si sarebbe diretta,
per avere notizie della figlia, alla polizia, che non seppe o non
volle dargliene. Fatto è che la ragazza passò la notte del 28 al 29
gennaio coll'Arciduca e nella di lui camera. Il martedì mattina, 29
gennaio, l'Arciduca non prese parte alla caccia e fece dire al duca
Filippo di Coburgo e al conte Hoyos che avessero a cacciare senza di
lui. Dopo la caccia, nel pomeriggio, l'Arciduca, che avrebbe dovuto
far ritorno a Vienna per assistere ad un pranzo di famiglia, pregò
il duca Filippo di Coburgo, che doveva assistere allo stesso pranzo,
di scusarlo presso l'Imperatore e l'Imperatrice, e telegrafò pure
all'arciduchessa Stefania per iscusarsi, allegando una leggiera
indisposizione.
Il conte Hoyos rimase a Mayerling. La caccia doveva ricominciare di
buon'ora il mattino seguente, mercoledì 30 gennaio.
L'Arciduca passò ancora quella notte colla signorina Wetchera. Il
fiaccheraio dell'Arciduca, Bratfisch, fu ammesso, dicesi a tarda
sera, alla presenza dell'Arciduca e della giovane e cantò per
divertirli.
E qui si passò nelle prime ore del mattino del 30, la tragedia del
doppio suicidio.
La giovane parrebbe essere stata uccisa la prima di mano
dell'Arciduca, in seguito a risoluzione presa da entrambi di morire
insieme; ma è anche possibile che essa si sia uccisa di propria
mano. Pare certo però che sia morta per la prima, perchè fu trovata
ben composta nel letto colle mani incrociate. L'Arciduca invece
pendeva dalla parte superiore del corpo un po' fuori del letto, col
braccio penzoloni, e con spruzzi di sangue sul petto, gettati a
quanto pare dalla ferita della giovane morta.
Queste sono le supposizioni fondate sull'ispezione dei cadaveri. Non
hanno tuttavia il carattere di certezza. Le circostanze immediate e
concomitanti della doppia uccisione non ebbero testimoni. Per quale
straordinaria eccitazione d'animo e di sensi, per quale reciproca
esaltazione di spirito in delirio, o per quale follia dell'uno o
dell'altra o d'entrambi, tale catastrofe sia accaduta, è un segreto
che starà probabilmente sepolto nelle due tombe, nella modesta fossa
di Heiligenkreuz e nell'arca della Chiesa dei Cappuccini di Vienna.
Come la notizia sia stata portata a Vienna dal conte Hoyos, come sia
stata inviata sul luogo una Commissione imperiale di cui facevano
parte il prof. Wiederhofer, medico della Corte e il Cappellano della
corte, e come il corpo del defunto Arciduca sia stato trasportato a
Vienna nella notte dal 30 al 31 gennaio, fu raccontato, fin dai
primi giorni, dalla stampa ufficiale viennese.
Il cadavere della giovane, dopo fatta l'autopsia, fu sepolto colla
maggior possibile secretezza, ma coll'assistenza della madre nel
cimitero di Heiligenkreuz, vicino circa quattro chilometri a
Mayerling.
Come lugubre episodio del dramma, il cacciatore dell'Arciduca,
confidente o per lo meno conscio di questi amori, si sarebbe pur
egli suicidato. Il di lui corpo sarebbe stato seppellito a Baden; la
circostanza avrebbe contribuito ad accreditare la versione, corsa
nei primi momenti, che l'Arciduca fosse stato ucciso da un
guarda-caccia o guarda-foreste.
La lettera dell'Arciduca al sig. De Szögyeny, resa ora pubblica
nella sua sostanza per mezzo dei giornali, nella quale è annunziato
il proponimento del suicidio del Principe, è stata scritta nel
mattino del 30 gennaio, e quindi immediatamente prima, forse pochi
minuti prima del colpo. Ma rimane incerto, per ora almeno, se sia
stata scritta prima delle due morti, ovvero nell'intervallo fra
l'una e l'altra».
«Vienna, 14 febbraio 1889.
Aggiungo alcuni nuovi particolari, appresi da fonte autorevole,
intorno alla morte dell'arciduca Rodolfo. Il lunedì 28 gennaio, nel
pomeriggio, la giovane Maria Vetsera (così deve essere scritto
questo nome), uscì di casa in compagnia della contessa Maria Larich,
nata _von Wallersee_ (figlia di S. A. R. il duca Lodovico di
Baviera). Nella via del Kohlmarkt, la contessa Larisch entrò nel
magazzino dei fratelli Rodeck. Maria Vetsera colse questo momento
per fuggire, e si recò, come narrai precedentemente, a Mayerling,
dove l'Arciduca si era recato nello stesso giorno. La ragazza portò
con sè il revolver, col quale fu poi compiuto il doppio suicidio. La
madre, baronessa Vetsera nata Baltazzi, avvertita della disparizione
della figlia e presumendo dove essa doveva trovarsi, si recò nella
stessa sera presso il direttore di polizia, barone Francesco von
Krauss, e l'indomani presso il Ministro dell'Interno, che l'avrebbe
rassicurata, dicendole che l'Arciduca doveva venire il giorno stesso
a pranzo dall'Imperatore, che gli avrebbe parlato in proposito e che
intanto non conveniva fare scandali. Il 30, nel mattino, la madre
vieppiù inquieta si recò alla Burg e chiese dell'Imperatrice. Sua
Maestà che aveva di già appresa la notizia della doppia morte, volle
dare ella stessa alla baronessa Vetsera la dolorosa notizia, e
appena questa introdotta in di Lei presenza, le disse piangendo: «I
nostri poveri figli sono morti».
Nessuno sa, è bene ripeterlo, come la catastrofe sia accaduta. Ma è
certo che il revolver fu portato dalla ragazza e che questa morì per
la prima. Si deve supporre, che essa, o in seguito ad un rifiuto
dell'Arciduca, d'accondiscendere ad una proposta di fuga e di vita
comune, o per disperazione in previsione d'un abbandono più o meno
prossimo, o per sovreccitazione d'uno spirito dominato da prepotente
passione, si tirò alle tempia il colpo di revolver che l'uccise. Se
questa ipotesi che sembra probabile è vera, si spiega facilmente
come l'Arciduca, che non aveva con sè nessun revolver, che pareva
lieto, che aveva fatto inviti a caccia per quel giorno e per
l'indomani, che s'era divertito nella prima parte della notte a
sentire cantare il fiaccheraio Bratfisch, trovandosi, ad un tratto,
in presenza del cadavere d'una ragazza di buona famiglia, che s'era
uccisa per amor suo e nel suo letto, e prevedendo le conseguenze
d'una tale catastrofe per la sua fama, per il suo avvenire e per
l'onore della sua Casa, sia stato condotto al proposito d'uccidersi
anch'esso. Sembra che un certo tempo sia difatti trascorso fra la
morte della ragazza e quella dell'Arciduca. Nel frattempo questi
avrebbe scritto le lettere da lui lasciate e segnatamente quella al
sig. de Szögyeny.
L'ipotesi che l'Arciduca e la ragazza si siano uccisi per accordo
deliberato insieme non sembra ammissibile.
L'Arciduca aveva notoriamente altre relazioni simultanee, il che
escluderebbe in lui l'esistenza d'una passione prepotente e furiosa.
È più verosimile che l'Arciduca abbia considerato le sue relazioni
colla giovane Vetsera nello stesso modo che quelle che aveva avuto e
aveva con altre donne, e che abbia preso l'amore di questa ragazza
per lui con eguale leggerezza o indifferenza. Invece si sarebbe a un
tratto trovato in presenza d'una passione violenta che l'avrebbe
spaventato o annojato, e alla quale avrebbe voluto sottrarsi. Il
convegno di Mayerling, se pure vi fu convegno e non sorpresa,
sarebbe stato non chiesto, ma subìto dall'Arciduca; e la ragazza vi
si sarebbe recata, munita di revolver da lei procuratosi in Vienna,
come fu accertato, colla determinazione di uccidersi se avesse avuto
la certezza di un prossimo abbandono. Questa, ripeto, è pura
ipotesi, ma fra tutte quelle imaginate finora è la più fondata.
Contrariamente a quanto fu narrato in sulle prime, la madre,
baronessa Vetsera, non fu lasciata andare a Mayerling. Ci andarono
invece, avvertiti appositamente dalla polizia, un fratello di lei,
sig. Baltazzi e suo cognato barone di Stockau, e ciò nella sera del
30. Nel pomeriggio di quel giorno la Commissione Imperiale recatasi
a Mayerling fece trasportare il cadavere della ragazza, avvolto in
un lenzuolo, in una camera vicina, che fu chiusa e sigillata. Poi fu
fatta la ricognizione del cadavere dell'Arciduca e questo fu
trasportato nella notte a Vienna. In quella medesima notte il sig.
Baltazzi e il barone di Stockau furono autorizzati a portare con sè
il cadavere della propria nipote, ma secretamente, nella propria
carrozza. Essi difatti trasportarono il cadavere fino al Convento di
Heiligenkreuz, dove, chiuso in una cassa, fu provvisoriamente
seppellito nel cimitero. La madre ebbe poi il permesso di far
trasportare, quando vorrà, in altro luogo, la cassa, che intanto sta
nel cimitero di Heiligenkreuz.»
L'idea di cercare la soluzione della questione d'Oriente in una
Federazione dei gruppi nazionali della penisola balcanica è antica.
L'on. Crispi, il quale da lungo tempo l'apprezzava, anche in omaggio al
principio di nazionalità che aveva trionfato nel Risorgimento italiano,
prese l'iniziativa di tradurla in atto. Ne parlò dapprima a Bismarck e a
Kálnoky; e l'intento immediato essendo quello di opporre una diga
all'invadenza della Russia, e di rafforzare la Triplice in Oriente, ebbe
i due Cancellieri consenzienti.
In aprile 1889, Crispi propose, come avviamento alla Federazione, una
lega militare tra Rumenia, Bulgaria e Serbia. Ed ecco in quali
circostanze.
Il Re Carlo e i liberali rumeni, offesi per l'ingratitudine con la quale
la Russia, annettendosi la Bessarabia, aveva compensato il valido
concorso dell'esercito rumeno nella guerra del 1877, ostacolavano
l'influenza russa nel loro paese, e costruivano fortificazioni lungo il
Seret per precludere ai russi la miglior via d'invasione nei Balcani.
Il ministro rumeno a Pietroburgo presentando, nei primi di aprile di
quell'anno, le sue credenziali allo Czar, questi gli disse che “la
Rumania non comprendeva affatto i propri interessi„; e si espresse in
termini vivi “contro la dinastia colà regnante di principi stranieri„. E
anche il ministro degli Affari esteri, Giers, parlando in quei giorni
coll'ambasciatore d'Italia, Marocchetti, deplorò “i continui errori
della politica rumena„ e osservò che “l'attuale dinastia non essendo
ortodossa, non corrisponde ai veri interessi del paese„.
Andato al potere, per le esigenze della situazione parlamentare rumena
il partito conservatore, amico della Russia, il signor Lascar Catargi
che lo presiedeva fece le seguenti dichiarazioni:
“La politica estera che il signor Carp voleva seguire è talmente
antinazionale, che se egli osasse confessarla non potrebbe probabilmente
continuare a vivere in questo paese.
Il Ministero Rossetti-Carp, al pari del Governo di Bratiano, è stato un
governo personale del Re. — È dovere del Parlamento accusare qualsiasi
governo personale, e se il paese vuole che il Re non possa più fare una
politica personale, deve esso abbattere tutti i governi di questo
genere. _Non aggiustate il manico alla falce._„
L'irriverenza di siffatto linguaggio e l'esplicito biasimo inflitto alla
politica estera inaugurata dal Bratiano ed accettata dal Carp,
indisposero tutta la stampa liberale. Anche l'Inghilterra se ne
preoccupò e lord Salisbury si affrettò a far pratiche attive per
incoraggiare il re Carlo a non lasciarsi sopraffare dalla Russia.
L'on. Crispi, il 15 aprile, telegrafava agli ambasciatori italiani a
Vienna e a Berlino.
«Dalle nostre informazioni risulta che il linguaggio tenuto dal sig.
Catargi in Parlamento sarebbe assai poco rassicurante in quanto che
costituirebbe una vera requisitoria contro la politica estera del
Gabinetto caduto e sarebbe irriverente per il Re che accusa di avere
voluto avere un governo personale. Questo contegno del primo
Ministro rivela una situazione grave sulla quale crederei superfluo
richiamare l'attenzione di codesto Governo se non mi sembrasse
opportuno ed urgente stabilire una comune linea d'azione in vista di
possibili rivolgimenti in Rumania.