Il 18 aprile Crispi telegrafava all'Ambasciatore a Berlino:
Apprendo da Pietroburgo che il Governo russo togliendo pretesto
dalla espulsione di alcuni sudditi russi dalla Rumania, ha ordinato
al suo Ministro a Bukarest di chiedere:
1.) Inchiesta severa;
2.) Punizione dei funzionari che hanno espulso;
3.) Indennità pecuniaria.
È chiaro che tali domande conducono ad una di queste due
conseguenze: o far cedere il Governo rumeno in una questione
d'ordine interno e di polizia, nella quale è solo giudice
competente; o se il Governo non cede, far seguire le accennate
intimazioni da una azione che comprometta l'autonomia rumena.
Ho messo in avviso i Gabinetti di Vienna e di Londra. Credo
opportuno far notare anche a Berlino che una guerra in Oriente
potendo avere eco sul Reno, sarebbe bene che codesto Gabinetto
s'interessasse attivamente di quanto avviene in Rumania.
Da Berlino fu risposto che il Governo germanico divideva gli
apprezzamenti di Crispi, ma che non avendo la Germania interessi vitali
in Rumania, spettava più specialmente all'Austria di vigilare verso i
paesi danubiani. Il conte di Bismarck opinava che per ristabilire una
comune linea di azione in vista di eventuali rivolgimenti in Rumania,
sarebbe stato bene che Crispi si rivolgesse all'Austria e
all'Inghilterra “spiegando i motivi della sua provvida iniziativa„.
Il conte Kálnoky, invece, rispose di essere preoccupato della
situazione, ma che credeva il ministero rumeno poco vitale e la Russia
aliena dalla guerra; una intesa sarebbe stata allora prematura.
Il 20 aprile Crispi spediva i seguenti telegrammi:
_R. Ambasciata Italiana_,
Vienna.
(_Riservatissimo_). — Mi asterrò dall'apprezzare le opinioni del
conte Kálnoky riassunte nel suo telegramma di ieri. La situazione a
noi pare più seria che a codesto Governo, e sebbene esso sia più
direttamente interessato di noi nella questione, sento il dovere di
considerare certe possibilità, forse probabili eventualità. Non
insista per un'intesa poichè il conte Kálnoky non crede giunto il
momento, ma mostri la convenienza di promuovere fra la Serbia, la
Rumania e la Bulgaria, in previsione di una guerra, un patto
militare federale affinchè, scoppiando le ostilità, le loro forze
dipendano da un solo capo e procedano con un piano unico. Ho motivo
di credere che questo concetto sorriderebbe a Cristic e che il re
Carlo non sarebbe contrario ad unirsi agli altri Stati Balcanici,
egli che tempo fa manifestava l'intenzione di stringere accordi
doganali con la Bulgaria. Qualora il conte Kálnoky convenisse
nell'idea, si combinerebbe il modo per procedere d'accordo verso i
Governi interessati.
_R. Legazione Italiana_,
Belgrado.
_Agenzia Italiana_,
Sofia.
(_Riservatissimo_). — Desidero sapere se il concetto di una
federazione militare, che in caso di guerra nella Penisola balcanica
porrebbe gli eserciti Serbo, Bulgaro e Rumeno sotto un unico capo e
ne collegherebbe i movimenti con un unico piano, troverebbe
favorevole accoglienza presso codesto Governo. Metta avanti l'idea
con somma prudenza, facendone vedere i vantaggi, senza alcuna
proposta. Tastato così il terreno, riferisca.
Ma la proposta non incontrò il gradimento di Kálnoky.
«Riferii a Kálnoky — telegrafava l'ambasciatore Nigra il 23 aprile —
la opinione di Vostra Eccellenza su di un patto militare tra gli
Stati Balcanici. Kálnoky mi ha risposto che non domanderebbe di
meglio, ma crede: 1.) che la cosa non ha ora alcuna probabilità; 2.)
che non avrebbe probabilità se non nel caso di necessità e quando
gli eventi fossero prossimi. Ciò è ovvio; 3.) che lo Czar non ha
nessuna intenzione di guerra e che le Potenze alleate non devono
fornirgli alcun pretesto per cambiare attitudine, provocando una
lega militare nei Balcani.»
Alle quali argomentazioni rispondeva l'on. Crispi:
Per quanto riguarda una federazione balcanica sono d'avviso che
bisogna prepararla in tempo di calma e non quando gli avvenimenti
siano per precipitare. Ho ragione di pensare che l'idea di simile
confederazione non sia mal veduta a Berlino, e son certo che a
Belgrado si sia molto propensi ad attuarla. Proponendo un accordo a
questo riguardo tra le Potenze alleate, non dicevo che esso dovesse
esplicarsi in modo violento e subitaneo, bensì con la necessaria
prudenza, affinchè non sorgessero sospetti atti ad ottenere un
effetto contrario a quello cui mirerebbe l'accordo. Comunque sia non
turberò la calma del conte Kálnoky, nella speranza che le Potenze
non abbiano a pentirsi dell'indugio.
E il 25 aprile, in seguito a nuove notizie allarmanti circa le
intenzioni del governo russo verso la Rumania, soggiungeva:
Quest'ultimo concetto di federazione militare balcanica non può e
non deve, naturalmente, attuarsi che per via di consigli, acciocchè
paia spontaneamente voluta dai tre governi, non da altri suggerita,
molto meno imposta. Nè credo si debba attendere l'ultimo momento per
procurare quell'accordo. Ove la guerra scoppi non è più luogo a
federazione, ma ad alleanze, e queste si stringono secondo
l'interesse del momento. Non divido gli apprezzamenti ottimisti del
conte Kálnoky, al quale auguro, come a noi pure, che la Russia si
conduca con calma nella questione che pare voler suscitare in
Rumania.
Nella tornata del 3 maggio della Camera dei deputati l'onorevole Crispi,
interpellato e biasimato da alcuni deputati dell'Estrema sinistra per un
congedo accordato all'Ambasciatore d'Italia presso il governo francese
alla vigilia dell'inaugurazione dell'Esposizione di Parigi, rispose:[27]
[27] Cfr. _Atti parlamentari_.
«Il governo della Repubblica francese per la solennità del
centenario del 5 maggio e per l'inaugurazione dell'Esposizione
universale, non invitò il corpo diplomatico: quindi da parte nostra
non ci potevano essere rifiuti. _(Si ride a destra. — Rumori
all'estrema sinistra)._
Il congedo dell'onorevole generale Menabrea non fu nè imposto, nè
consigliato da me. Sin dal 3 aprile, il nostro Ambasciatore chiese
al Ministro degli esteri di permettergli di venire in Italia, e il
permesso subito gli fu concesso. _(Interruzioni all'estrema
sinistra)._
PRESIDENTE. — Non interrompano, onorevoli colleghi, li prego!
CRISPI, _presidente del Consiglio_. — Ciò posto cadono tutti i
ragionamenti politici, tutte le narrazioni dei nostri onorevoli
colleghi dell'estrema sinistra; e potrei qui terminare.
Io non ho nulla a cangiare alle cose dette il 25 giugno 1887 quando
risposi all'onorevole deputato Cavallotti.
Non ho da difendermi dalle accuse di debolezza o di mancanza a
doveri internazionali, poichè questi non sono in questione; non ho
neanche bisogno di dire alla Camera come intenda governare il paese,
imperocchè essa, dopo due anni da che sono al potere, ha potuto
sapere e sa come mi conduco all'interno, come mi sono condotto o mi
conduco all'estero.
Duolmi soltanto che il deputato Ferrari, dopo aver combattuto i
vivi, abbia ricordata la tomba di un principe, la quale è circondata
dalla pietosa simpatia di tutto il mondo. _(Benissimo! Bravo!)_
Lasciamo, signori, l'oratoria e le frasi grosse e grasse!
_(Ilarità)._ Giudichiamo il mondo quale è; non è necessario che si
facciano professioni di fede: siamo tutti figli della rivoluzione; e
qual maggiore rivoluzione, o signori, di quella per cui noi siamo
qui? _(Benissimo!)_
Ogni paese ha le sue date illustri, ed i nostri colleghi ricordando
quella del 5 maggio 1789, credo non abbiano ricordata la migliore
della rivoluzione francese.
Avrei capito che avessero ricordata la notte dal 4 al 5 agosto 1789,
quando furono aboliti i privilegi, e fu fatta la celebre
dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. Del resto, noi
abbiamo qualche data migliore, quella del 20 settembre 1870 _(Bene a
destra e al centro)_ la quale, abolendo l'ultimo avanzo del
feudalismo politico, dette ai popoli completa ed intera la libertà
di coscienza. _(Scoppio di applausi da tutte le parti della
Camera.)_
Noi non abbiamo mai domandato agli altri che questa data
festeggiassero, perchè ogni paese festeggia le sue, e non so perchè
si abbia tanta fretta, tanta sollecitudine, tanto desiderio di
festeggiare le date celebri delle altre nazioni, quando abbiamo le
nostre che sono così gloriose. _(Bravo! — Applausi prolungati)_».
Realmente, l'ambasciatore Menabrea aveva chiesto il congedo con una
lettera del 3 aprile che cominciava con queste parole: “Avvicinandosi le
feste Pasquali, mi rivolgo alla cortesia di V. E. col pregarla di darmi
l'autorizzazione di recarmi per quell'epoca in Roma, come son solito a
farlo ogni anno, per conferire con l'E. V. sulle cose che interessano i
rapporti dell'Italia colla Francia.„
L'on. Crispi non aveva motivo di negare il congedo, poichè sapeva che
tutti gli ambasciatori accreditati presso il governo francese avevano
ordine dai rispettivi governi di non intervenire alla inaugurazione
dell'Esposizione e si disponevano ad assentarsi da Parigi. Quello che in
Italia parve un gesto ostile di Crispi verso la Francia, era una
decisione di tutta l'Europa monarchica, compresa la Russia.
Il 20 aprile fu tenuta una riunione degli ambasciatori presenti, a
Parigi. L'Incaricato d'Affari Ressman, il quale rappresentava il
Menabrea assente, informava l'on. Crispi che qualcuno degli intervenuti
negava anche di far intervenire alla cerimonia gl'Incaricati d'Affari;
però tale intervento poi fu deciso, ma ufficioso soltanto, così che gli
Incaricati non dovevano indossare uniforme, nè seguire il Presidente
della Repubblica nel giro d'inaugurazione. “Prevedendo — scriveva il
Ressman — la resistenza d'una parte del Corpo diplomatico, il governo
francese già da tempo dichiarò che per ben distinguere ogni
commemorazione politica da una festa d'indole puramente industriale,
egli celebrerebbe in Versaglia il centenario della riunione degli Stati
Generali, il di 5 maggio, e non vi chiederebbe l'intervento dei
Rappresentanti esteri, ma inviterebbe bensì il corpo diplomatico alla
cerimonia non politica del 6 maggio in Parigi. Gli ambasciatori non
ammettono questa distinzione, nè credono che la festa di Versaglia
possa, più di quella seguente del 6 maggio, considerarsi come un omaggio
alla rivoluzione. E in questo ordine d'idee, essi già convennero che
sarà loro ugualmente impossibile d'intervenire al banchetto che la
municipalità di Parigi darà il dì 11 maggio e cui annunzia di voler
convitare tutto il Corpo diplomatico, oppure alla rivista ed alle feste
del 14 luglio prossimo, centenario della presa della Bastiglia.„
Per una doverosa riserva, l'on. Crispi affermando alla Camera che il
Corpo diplomatico non era stato invitato, ne tacque i motivi, ma egli
non prese alcuna iniziativa e non si dimostrò in quella circostanza,
meno del Gran Cancelliere russo, amico della Francia.
L'orizzonte politico non era sereno; le condizioni interne della Francia
e il linguaggio aggressivo de' suoi giornali destavano gravi
preoccupazioni. Crispi da tempo si era dedicato a rafforzare la difesa
nazionale. Le seguenti lettere al ministro della Guerra, generale
Bertolè, esprimono le sue ansie:
«Roma, 19 aprile 1889.
_Caro Bertolè,_
Il 1889 è un anno di preparazione. A tale scopo abbiamo proposto
alla Camera ed abbiamo ottenuto, dopo lunga e viva discussione, la
legge del 30 dicembre 1888.
Siamo al quarto mese dell'anno e temo, almeno mi si dà a credere,
che tanto per la fabbricazione delle armi, quanto per la difesa
delle coste, i forti di sbarramento e la difesa della Spezia, il
lavoro sia appena cominciato o non lo sia ancora.
Voi comprenderete, amico carissimo, che la vostra e la mia
responsabilità sono gravi e se scoppiasse la guerra e non fossimo
pronti, potremmo, voi ed io, sentire le conseguenze di un disastro,
del quale veramente non sarebbe giusto che a me fosse data anche in
piccola parte la colpa.
Sento quindi il bisogno di pregarvi a voler provvedere con la
massima sollecitudine perchè la legge del 30 dicembre 1888 abbia la
sua esecuzione. Vi prevengo, che l'uguale preghiera ho dato ai
nostri colleghi della marina e dei lavori pubblici: al primo per le
fortificazioni della Maddalena e per quelle opere che da lui
dipendono per la difesa delle coste, ed al secondo per la
costruzione dei binarî e per l'ingrandimento delle stazioni, gli uni
e l'altro tanto necessarii in caso di movimento di truppe.
E poichè ho ricordato le truppe, permettete che io richiami la
vostra attenzione sul sistema di mobilitazione che la sola Italia,
fra tutte le grandi Potenze, continua a praticare e il quale è
costoso e lento, e in caso di guerra può essere pericoloso.
Ne parlai al generale Cialdini, il quale si disse favorevole al
metodo prussiano e per lo meno accetterebbe il metodo francese, il
quale è una via di mezzo tra il nostro ed il prussiano. Il generale
Cialdini fece una sola osservazione ed è quella della convenienza
politica della quale lasciò a me il giudizio.
Dopo 29 anni ch'esiste il regno d'Italia mi sembra strano, pur
troppo strano, che si possa dubitare del nostro paese. Il sentimento
nazionale è profondo in tutte le classi della popolazione e con le
29 leve si è talmente rimescolata cotesta popolazione che la fusione
è compiuta.
Aggiungete che la formazione dei corpi locali avrebbe il vantaggio
che viene dal pungolo dell'emulazione. Il Borbone aveva i reggimenti
siciliani costituiti con l'arruolamento dei volontari, e nessuno
dubitò mai del loro valore e della loro energia. A Curtatone uno di
cotesti reggimenti fu alla prova del fuoco e lasciò memorie gloriose
sul campo di battaglia.
L'impero austriaco è composto di parecchie nazionalità e quei
governanti i quali dovrebbero diffidare della divisione delle razze
e della varietà delle genti, non sempre amiche e spesso rivali,
adottarono il sistema territoriale. Grazie a Dio! l'Italia è tutta
di un pezzo e sono italiani tutti quelli che abitano la penisola.
Il sistema territoriale nell'esercito porterebbe un grande
discentramento dell'amministrazione militare e grandissime economie
nella medesima....
Del resto il sistema territoriale esiste nell'artiglieria e negli
alpini, ed a nessuno venne mai in mente che cotesti corpi siano
animati meno degli altri dello spirito nazionale e possano alla
prima occorrenza mancare ai loro doveri.
Coraggio, adunque, e sia vostra la gloria della riforma, della quale
vi ho parlato e della quale molti sono i partigiani nel nostro
esercito.
Conchiudo dopo ciò sintetizzando i concetti della mia lettera:
affrettate le opere della difesa nazionale e trasformate,
migliorandolo, il metodo della mobilitazione delle nostre truppe.
Non vi è tempo da perdere.
L'aff.mo Vostro
F. CRISPI.
Roma, il 10 luglio 1889.
_Mio caro Bertolè,_
_(Riservata)._ — Richiamo la vostra attenzione sulle continue
diserzioni, le quali avvengono nel Corpo degli Alpini. Esse indicano
un male cronico che bisogna curare con energia e presto....
Prendo questa occasione per farvi riflettere che i grandi comandi
del nostro Esercito non sono tutti bene affidati. Bisogna svecchiare
il corpo dei nostri Generali e questo il più presto possibile.
La Germania ha compiuto cotesta opera, tanto gelosa quanto
necessaria alla difesa dello Stato. Ed in Germania gli ufficiali
avevano l'aureola delle grandi vittorie, la quale manca intieramente
ai nostri.
Non tralascierò, scrivendovi, di raccomandarvi la maggiore
sollecitudine e le maggiori cure nella fabbrica delle armi, la
quale, a quanto io ne so, va molto a rilento.
L'Europa al presente è un vulcano, che può da un momento all'altro
erompere, e bisogna trovarsi pronti. Ogni giorno ci svegliamo col
pericolo che scoppi la guerra.
I grandi Stati affrettano gli armamenti con cura febbrile. Noi
sventuratamente siamo indietro a tutti e siamo i primi esposti agli
attacchi nemici.
La vicina Repubblica ha preparato, in mare e per terra, quanto
occorre per assalirci. Grande è la responsabilità che pesa sul
Ministero, e voi, al quale è affidata la difesa nazionale, dovete
comprenderlo meglio di tutti.
Ne ho parlato al Re ed ho fatto comprendere a S. M. essere suo
diritto e dovere l'occuparsene.
La prossima guerra non può essere ristretta nelle proporzioni di
quelle del 1859 e del 1866, e le ire ed i risentimenti son tali — e
gli strumenti della lotta sono così potenti, che qualunque ne sia
l'esito, sarà una catastrofe.
Ricordatevi che questa volta non basterà l'onore di saperci battere,
ma bisognerà vincere, vincere a qualunque costo.
I francesi, per darsi ragione contro di noi, han voluto costituire
la convinzione, nel loro paese e nel nostro, che io voglio fare la
guerra. I miei avversari in Italia si prestano a cotesta indegna ed
antipatriottica manovra.
Nessun uomo di Stato può volere la guerra. Ed io non posso volerla e
perchè non siamo forti abbastanza e perchè, se fossimo forti, non
oserei affrontare i risultati di un conflitto, il cui esito non è
mai sicuro.
Vogliate, caro Bertolè, riflettere a tutto ciò e fate per la parte
vostra che il Re e la patria nostra non abbiano a dolersi di noi.