La rottura delle relazioni commerciali con la Francia.
Negoziati per la rinnovazione del trattato di commercio
italo-francese. Una missione officiosa dell'on. Boselli a
Parigi: sue lettere a Crispi. Ragioni politiche ed
economiche che condussero alla guerra di tariffe. — Dal
_Diario_ di Crispi, ottobre-dicembre 1887: questioni
internazionali — colloquio tra lo Czar e il principe di
Bismarck — documenti falsi — l'incidente consolare di
Firenze.
Il trattato di commercio italo-francese del 3 novembre 1881 fu
denunziato dal governo italiano il 15 dicembre 1886 per voto del
Parlamento e dopo maturo esame, contemporaneamente al trattato
italo-austriaco. All'atto della denuncia il ministro degli Affari
esteri, conte Robilant, dichiarò esser sua intenzione di aprire
negoziati per un nuovo trattato più rispondente ai bisogni nuovi o
meglio accertati dell'Italia; ma la stampa francese considerò la
denunzia come una rappresaglia pel rigetto, fatto pochi mesi prima dalla
Camera dei deputati di Francia, della Convenzione di navigazione tra i
due paesi già approvata dal Parlamento italiano.
L'opinione pubblica in Francia, mal disposta verso di noi sin dal 1882
per la nostra adesione all'alleanza austro-germanica, non faceva
presagire nulla di buono circa il risultato dei negoziati per il nuovo
trattato di commercio. Questi non erano ancora stati intavolati, quando,
l'8 agosto 1887, l'on. Crispi assunse la direzione degli Affari esteri.
Dopo pochi giorni, il 12 agosto, egli scriveva all'ambasciata d'Italia a
Parigi esser
«nostra speranza che si giunga alla stipulazione di un trattato di
commercio. Non sapremmo intanto dissimulare che un nuovo insuccesso
nella Camera francese farebbe in Italia la più spiacevole
impressione, al momento stesso in cui desideriamo vivamente di
vedere raffermarsi l'amicizia tra i due popoli. Noi siamo risoluti a
fare i primi passi, bene inteso però nel caso in cui il ministero
francese si dichiari previamente pronto a corrispondere alla nostra
iniziativa e vi sia possibilità di accordo.»
Il 21 agosto l'on. Crispi, non avendo ricevuto assicurazioni sufficienti
dal presidente del Consiglio dei ministri di Francia, signor Rouvier,
soggiungeva:
«.... Ma poichè sembra che il signor Rouvier non si creda in grado
di poterci dare quanto all'atteggiamento del Parlamento francese
riguardo al futuro trattato, quella malleveria ch'io non esito, dal
canto mio, a dargli per il nostro Parlamento, preferirei di non
esporre i due paesi agli attriti che sarebbero evidentemente la
conseguenza di un terzo rigetto da parte delle Camere francesi.»
Non di meno, poichè il Rouvier suggeriva che le nostre domande gli
fossero notificate in via preliminare ed ufficiosa, sia per mezzo di
persone di fiducia del governo italiano, che per mezzo dell'Ambasciata,
l'on. Crispi affidò la missione di esplorare le vere intenzioni dello
stesso Rouvier all'on. deputato Paolo Boselli, che aveva, come
negoziatore della Convenzione di navigazione, conosciuto il ministro
francese e stretto buone relazioni personali con lui.
Dalle lettere scritte dall'on. Boselli a Crispi il 5, il 7 e il 10
settembre, stralciamo i brani più interessanti.
“In sostanza il signor Rouvier non può far previsioni positive e sicure
circa l'esito che un nuovo trattato avrà nel Parlamento Francese, se
prima non conosce, almeno per sommi capi, le domande, le concessioni, le
intenzioni del Governo italiano, il quale avendo esso denunziato il
trattato, pare a lui debba esporre pel primo i desiderii, almeno
fondamentali, dei nuovi patti commerciali e marittimi. Già fin da ora
però egli può affermare che non sarebbe approvato dal Parlamento
Francese un trattato la cui durata oltrepassasse l'anno 1892, epoca in
cui scadono i trattati che la Francia ha con altri paesi. Nè spera, come
pure vorrebbe poter fare, che sia possibile ottenere l'approvazione di
un trattato più liberale di quello da noi denunziato. Privo di qualsiasi
altra notizia in proposito del Governo italiano, vide solamente due
articoli, che a lui furono segnalati come scritti per ispirazione dei
nostri on. negoziatori Ellena e Luzzatti, uno dei quali trattava del
dazio sul bestiame e nell'altro era espresso il desiderio di ridurre il
nuovo trattato a poche voci. A lui non sembra nè agevole, nè probabile
il soddisfare questo desiderio; per contro invece egli sarebbe disposto,
fermo l'attuale dazio, a vincolare la voce relativa al bestiame, ma
trovò opposizione nel Ministero dell'Agricoltura e prevede che la
troverebbe anche maggiore nel Parlamento.
Il Sig. Rouvier, reputando impossibile conchiudere un nuovo trattato di
commercio e farlo approvare dai due Parlamenti (il Parlamento francese
dovrà prorogarsi al 15 dicembre per le elezioni senatoriali) in tempo
perchè possa andare in vigore il 1.º gennaio 1888, e parendogli che si
debba evitare sia per ragioni economiche, sia per ragioni politiche,
l'applicazione delle rispettive tariffe generali fra i due paesi, crede
opportuna una proroga del trattato attuale per un anno, o almeno per sei
mesi, cominciando intanto i negoziati.
Il Sig. Rouvier comprende come debba evitarsi assolutamente un terzo
rigetto da parte del Parlamento francese, ma soggiunge che, conosciute,
anche ufficiosamente, le domande del Governo italiano, potrà fare al
riguardo fondati presagi dimostrando, coi calcoli numerici già a Lei
noti, come, se le domande stesse saranno tali da non urtare con certe
idee che sono invincibili nel Parlamento francese, si potrà conseguire
un voto d'approvazione. Come Ella vede, i propositi e le intenzioni del
Rouvier sono eccellenti, ma per poter sapere qualche cosa di concreto è
mestieri che si esca dalle dichiarazioni generiche e che gli si facciano
conoscere, in modo ufficioso e preliminare, e sia pure sommario, ma
determinato, le nostre domande, cosa che può essere fatta opportunamente
per mezzo dell'Ambasciata, ma che penso non possa esser fatta se non
sentiti i nostri negoziatori.
Il Sig. Rouvier si rende perfettamente ragione del pessimo effetto che,
anche politicamente, il rigetto della convenzione marittima deve aver
fatto al nostro paese e attribuisce il rigetto stesso all'opposizione
dei _courtiers_ marittimi e alla fiducia che il Presidente del Consiglio
di allora aveva nell'approvazione della convenzione stessa, cui però non
diede tutta la dovuta importanza.
La guerra che oggi si muove in Francia ai nostri operai fu oggetto di
vive e ripetute osservazioni da parte mia. Il Sig. Rouvier cercò di
attenuarne la gravità, non ristandosi però dal deplorare esplicitamente
quanto oggi accade....
Egli ignora che il Governo francese abbia banditi gli operai italiani
dalle costruzioni di opere pubbliche e da altri servizi dipendenti da
pubbliche amministrazioni e si riservò di prender notizie e darmi
spiegazioni in proposito. Si mostrò però deciso sinceramente a fare
quanto più gli è possibile per arrestare questa corrente di idee
contrarie agli operai italiani che io gli dissi esser cagione di vivo e
ragionevole risentimento nel nostro paese. L'eccitai a darci qualche
solenne soddisfazione, manifestando in modo pubblico, p. es. con
circolare ai Prefetti, il pensiero del Governo. Ma egli mi rispose che
nei luoghi dove gli animi sono eccitati, l'intervento palese del Governo
potrebbe rendere maggiore l'agitazione e che si potrà invece procedere
più utilmente dando ai Prefetti istruzioni riservate. (Non prese però
ancora positivo impegno).
Da alcuni giorni varii giornali autorevoli trattano la questione in un
senso giusto e liberale; però io esortai il Sig. Rouvier a far sì che i
giornali governativi più diffusi e popolari anche in provincia si
adoperino a far argine alle idee ed alle passioni che accennano, checchè
egli ne dica, a prendere larga estensione. Del resto il signor Rouvier
ammette che il trattato nostro ancora in vigore e il trattato tra la
Francia e la Spagna ci danno il diritto di reclamare contro ogni offesa
alla libertà del lavoro dei nostri operai in Francia e dichiara che è
deciso a far rispettare il nostro diritto. Questo argomento, tanto
interessante, sarà ancora uno dei principali oggetti delle nostre
successive conversazioni. Politicamente le franche parole d'una _voce
amica_, trovarono eco nell'animo del Sig. Rouvier, ma mi rispose
osservandomi come si debba constatare con reciproco rincrescimento che i
fatti non si sono svolti sempre conformemente ai nostri comuni voti.
Riservandomi di meglio riferire a voce la conversazione già avuta e
quelle che avrò ancora al riguardo col Sig. Rouvier, mi limito qui a
riassumere alcuni dei discorsi fatti oggi con lui.
Riconosce la verità dei concetti che gli ho esposti, seguendo le
ispirazioni della S. V., ma afferma che l'accordo tra la Francia e la
Russia, circa le questioni dell'Egitto, fecero credere che le relazioni
fra i due paesi siano più intime di quanto effettivamente esse sono,
poichè non havvi fra loro nulla di scritto, mentre qualche cosa di
scritto esiste fra l'Italia e la Germania. Egli sa che i nostri impegni
con la Germania riguardano il caso di una guerra _difensiva_ per la
Germania, guerra, egli soggiunse, che non avrà luogo, perchè la _Francia
non farà la guerra alla Germania_ (parole che vanno naturalmente intese
come si devono intendere simili parole). Il partito, così detto, della
_revanche_ e della guerra alla Germania è, secondo il Rouvier, una
ristretta minoranza in Francia, e quanto all'Italia, egli dice che
nessuno, o ben pochi in Francia desiderano o promuoverebbero una guerra
col nostro paese. Egli non crede che il generale Boulanger possa
esercitare influenza sui destini del suo paese; fu un fuoco d'artifizio
che va estinguendosi; fu opera ardua e di molta energia l'averlo
allontanato ora dal governo; il Presidente Grévy non consentirebbe al
suo ritorno e non avendo egli qualità solide, nè mezzi proprii e
permanenti d'influenza, non è a prevedersi possa ritornarvi.
Il Rouvier desidera schiettamente che fra l'Italia e la Francia si entri
in un nuovo periodo di miglior _entente_, e da parte sua si adopererà
all'uopo, con tutto l'animo e con larghi propositi.„
“Le lunghe e quotidiane conversazioni che io ho, in modo del tutto
amichevole, col Sig. Rouvier valgono a darmi un concetto adeguato della
situazione. Lo vidi oggi, dopo che egli aveva inteso dal cav. Ressman le
comunicazioni concernenti i negoziati per i trattati di commercio. Egli
ammette volentieri, riservandosi però di parlarne co' suoi colleghi, che
precedano ai negoziati ufficiali negoziati preliminari ufficiosi e
segreti; non crede però possibile che questi seguano in luogo intermedio
fra i due paesi, anche perchè troverebbe difficoltà nello scegliere da
parte sua persona cui affidarli e crede preferibile, per il buon
successo della cosa, occuparsene egli stesso; e quanto alla sede dei
negoziati ufficiali, contrappone alla nostra domanda le opposizioni che
fa ad essa il suo ministro degli Affari esteri. Di tutto, però,
conferirà co' suoi colleghi e si adopererà affinchè ogni cosa riesca con
reciproca soddisfazione.
Quanto all'avviare questi primi negoziati segreti pel tramite
dell'Ambasciata, la cosa potrebbe riuscire opportuna, ove il Governo
italiano non persista nel volere che si svolgano in altro luogo; ma
quanto alla parte che mi riguarderebbe io gli risposi immediatamente
come non mi sarebbe possibile assumerla, sia per i miei propositi già a
lui noti, sia per riguardo ai nostri negoziatori, egregi colleghi ed
amici miei. Ed anzi a prevenire che la mia prolungata permanenza in
Parigi possa dare occasione a qualsiasi malinteso al riguardo e che essa
finisca per far credere che in qualche modo si iniziino a Parigi quei
negoziati preliminari che il Governo italiano desidera abbiano luogo
altrove, io stimo conveniente di lasciare fra quattro o cinque giorni
questa città.
Il Sig. Rouvier mi chiese se è intenzione del Governo italiano che il
trattato di navigazione vada congiunto al trattato di commercio, dal
quale egli per avventura inclinerebbe a tenerlo separato.
Rispetto ai nostri operai, il Sig. Rouvier mi ha ripetuto che è assoluto
proposito suo di far rispettare i diritti che sono ad essi garentiti dai
patti internazionali vigenti e che a lui non consta che, da parte di
amministrazioni governative, siasi ordinata l'esclusione di operai
italiani dall'esecuzione di pubblici lavori. Quanto alle amministrazioni
comunali e dipartimentali non avere egli alcun mezzo legale contro le
deliberazioni che per avventura abbiano emesso nel senso di obbligare
gli intraprenditori a valersi unicamente di operai nazionali.
Insistendo io circa talune disposizioni che si affermano inserite nei
_quaderni d'oneri_ formulati da amministrazioni governative per talune
imprese, egli si riservò ancora di riesaminare la cosa e darmi ulteriore
risposta. Ove si riesca a trovare il modo di darci qualche esplicita
soddisfazione o guarentigia, il Governo italiano potrà reclamare in
forma ufficiale, provocando quelle dichiarazioni che verranno
preventivamente concordate. Ma intorno a ciò, nè il Sig. Rouvier ancora
mi diede, nè io sono ancora in grado di scriverle alcuna positiva
assicurazione. Il signor Rouvier però non tralascia di ripetermi che
egli ritiene l'attuale movimento avverso gli operai stranieri essere un
vero traviamento di idee contrario ai grandi principii della rivoluzione
francese.
Passando ad altro argomento le dico che il Sig. Rouvier molto
ragionevolmente si rende ragione delle difficoltà trovate pel concorso
dell'Italia all'Esposizione del 1889, dopo che se ne fecero promotori
taluni radicali italiani e che egli vagheggerebbe un'alleanza delle
nazioni latine da sostituirsi ad altre combinazioni internazionali oggi
inevitabili.
Poichè bisogna essere con _qualcuno_ ammette che alla Francia è mestieri
essere in buon accordo colla Russia, ma non gli pare che nella questione
bulgara sia realmente in causa il principio delle nazionalità, e quanto
alla questione d'Egitto gli pare che uguale sia l'interesse della
Francia e quello dell'Italia: che succeda cioè alla occupazione inglese
il potere di un Vicerè indipendente che governi di concerto coi Consoli
delle grandi Potenze, e che si dia a quel paese un carattere come a dire
di neutralità. (Tali le idee del Rouvier, ma il vero concetto della
politica francese, Ella lo conosce meglio di me, è quello di stabilire,
esclusa l'Inghilterra, la preponderanza francese in Egitto: ma io
_riferisco_ e per ora non commento.)„
“Ella riceverà, per mezzo dell'Ambasciata, le risposte del Sig. Rouvier
alle tre comunicazioni.
Posso intanto dirle quali saranno.
Il Sig. Rouvier consultati i suoi colleghi, risponde:
Nulla in contrario a che precedano negoziati ufficiosi e segreti, ma
questi abbiano luogo a Parigi. Non ha persona da inviare all'uopo
altrove; inviando a ciò una persona apposita e nota cesserebbero di
esser segreti; desidera farli egli stesso personalmente nell'utilità
stessa della cosa.
Circa alla sede dei negoziati definitivi, non ha potuto persuadere il
ministro degli Affari esteri e non può prendere alcun impegno che si
facciano a Roma. Si vedrà in seguito. O i negoziati preliminari a nulla
conducono, ed è una questione inutile. O nei negoziati preliminari si va
d'accordo sopra i punti sostanziali e così che non rimangano a definirsi
che dei particolari e non vi sarà nessuna difficoltà a che l'ambasciata
francese a Roma, insieme p. e. coi due Direttori Generali delle Dogane e
del Commercio estero inviati appositamente nella nostra capitale, sia
incaricata dei negoziati ufficiali e li porti a termine. O sarà mestieri
anche nei negoziati ufficiali dibattere punti importanti ed allora
tornano in campo le prime obbiezioni: il Rouvier non saprebbe chi
mandare all'uopo in Italia, e dovrebbero anche tali negoziati aver luogo
in Parigi.
Intanto egli crede che nei negoziati ufficiosi preliminari apparirà la
necessità di una proroga.
Io gli osservai che tali risposte saranno di troppo poca soddisfazione
in Italia; che ammessa pure l'opportunità che i negoziati ufficiosi
siano fatti direttamente con lui, dovrebbesi ad un tempo e subito
stabilire che i negoziati ufficiali abbiano luogo a Roma, ed ho
soggiunto, sorridendo, che se io fossi incaricato di trattare con lui
sopra questo punto non cederei quanto alla sede dei negoziati ufficiosi,
condotti nel modo da lui divisato, se non a condizione di fissare
contemporaneamente la sede a Roma dei negoziati definitivi.
Ma egli ha persistito nelle sue dichiarazioni, che allo stato delle cose
non gli è possibile prendere impegno; e che la questione della sede
dipenderà da quella della sostanza, cioè da ciò che resterà a fare nei
negoziati ufficiali — perchè s'egli fa obbiezioni e per gli uni e per
gli altri a Roma, non è per alcuna ragione politica o di Stato, ma
unicamente perchè non sa chi mandare a Roma, attese le difficoltà della
cosa e la condizione degli animi in Francia: un protezionista
rovinerebbe tutto, un libero-cambista _pregiudicherebbe_ il risultato di
fronte alla corrente contraria — perciò è mestieri ch'egli personalmente
intervenga e del resto egli solo può fare i presagi desiderati.
Il Sig. Rouvier mi diceva tutto ciò ieri. Oggi egli lascia Parigi per
una breve gita in campagna ed oggi io prenderò da lui commiato, e
partirò doman l'altro, 12, da Parigi tornando per la via della Svizzera
a Cumiana, donde verrò sollecitamente a Roma.
L'impressione ch'io reco dal mio soggiorno in Parigi è conforme alle
dichiarazioni del Rouvier:
La Francia, nella sua grandissima maggioranza, non vuole la guerra, non
ha la febbre della _revanche_, e non è a prevedere ch'essa sia per
attaccare la Germania: al contrario essa resisterà, finchè le sarà
possibile, a tutti gli eccitamenti ad attaccarla;
rispetto all'Italia, ben pochi vagheggiano di farci guerra; i più temono
che noi siamo per cader addosso alla Francia insieme colla Germania e ci
ammoniscono intorno ai pericoli che a noi pure deriverebbero dalla
_distruzione_ della Francia;
il prestigio del regno d'Italia e del suo governo è qui grande;
la stessa _questione cattolica_ è qui molto _attenuata_ e non vi sarebbe
che un piccolo numero di persone desideroso d'ingerirsi in difesa del
potere temporale;
il Rouvier, che è certo che la politica italiana sotto la di lei mano
energica e mossa dal di lei pensiero prenderà una parte più viva nelle
questioni internazionali, fu lietissimo di apprendere dalle mie
amichevoli assicurazioni quali sono i di lei sentimenti, nei quali
confida pei _migliori rapporti_ dei due paesi;
fra le altre cose il Rouvier mi assicurò che rispetto all'Italia tutti i
_piani di battaglia_ preparati in Francia sono tutti sulla base di una
guerra difensiva;
la questione operaia, egli afferma essere questione di _concorrenza nel
salario_, non di _antipatia nazionale anti-italiana_.
Ma di tutto ciò meglio a voce. Solo le dirò ancora che in complesso le
mie conversazioni col Rouvier furono _opportune_; e che avranno seguito
in _ulteriori corrispondenze_ delle quali egli stesso mi dimostrò il
desiderio.„
Convenuto per l'insistenza di Crispi che le preliminari ed officiose
trattative avessero luogo a Parigi e le ufficiali a Roma, i delegati
italiani, on. Luzzatti, Ellena e Branca, giunsero nella capitale
francese il 28 settembre. Però sin dal primo momento il Governo francese
pretese che base dei negoziati fosse non la nostra tariffa generale,
come era ovvio, ma il trattato denunciato. Il 6 di ottobre i delegati
italiani, prima di ripartire per Roma, telegrafavano all'on. Crispi che
i delegati tecnici francesi non erano preparati sui punti più importanti
del negoziato, che le disposizioni del Governo francese erano meno buone
che nei primi giorni. Il 2 novembre l'ambasciatore Menabrea scriveva:
“Mi sono intrattenuto ieri sera col signor Rouvier a proposito del
nostro trattato di commercio. Egli non si dissimula le difficoltà che
esso sarà per incontrare nel Parlamento„.
Ai primi di dicembre l'ambasciatore de Moüy chiese all'on. Crispi una
proroga del trattato che spirava alla fine di quel mese: l'on. Crispi
rispose che non avrebbe potuto consentire a questa domanda se non vi
fosse stata fondata speranza di giungere ad un accordo, e se i delegati
francesi non venissero a Roma. Alla fine del mese i negoziatori
Teisserenc de Bort e Marie arrivarono, e la scadenza del trattato fu
prorogata di due mesi; ma le disposizioni ostili della Camera francese
erano rese evidenti dalla legge votata, su proposta della Commissione
delle dogane, il 15 dicembre, secondo la quale il Governo era
autorizzato ad applicare ai prodotti italiani la tariffa generale, con
un aumento che poteva elevarsi al cento per cento.
Le conferenze tra i negoziatori italiani e francesi furono subito
interrotte dopo la prima, e il 5 gennaio, annunziando questa
interruzione che gli era di cattivo augurio, l'on. Crispi telegrafava
all'ambasciatore a Parigi:
«Rimpiango tanto più vivamente questo indugio che eravamo e siamo
tuttora animati dalle migliori intenzioni di condurre presto a
termine il negoziato in uno spirito di conciliazione. Non voglio poi
neppure supporre che la Francia abbia voluto ottenere una proroga
dell'antico trattato, e nient'altro.»
Riprese dopo qualche giorno, le sedute furono nuovamente interrotte
sulla domanda dei delegati francesi, i quali lasciarono Roma,
promettendo di ritornare presto. Il 24 gennaio l'ambasciatore Menabrea
telegrafava:
“In una lettera direttami dal signor Flourens su altro argomento, rilevo
questa frase: “Mi sono reso esatto conto dello stato degli animi in
entrambe le nostre Camere. Se l'Italia non crede poterci fare nuove
concessioni, considero lo scacco dei nostri negoziati commerciali come
certo„.„
Tutti i tentativi fatti dall'on. Crispi per indurre il Governo francese
a condurre le trattative con propositi concilianti, fallirono. Il 6
febbraio il senatore Teisserenc de Bort, commissario francese,
congedandosi dall'on. Ellena gli disse: “Finchè sarete nella Triplice
non sarà possibile un accordo commerciale tra l'Italia e la Francia„. E
il ministro Flourens oppose che il massimo che avrebbe potuto ottenere
dallo spirito di protezione che regnava nelle Camere francesi, era la
rinnovazione del trattato del 1881. Questo l'on. Crispi non poteva
concedere, senza andar contro alla volontà del Parlamento, che quel
trattato aveva voluto denunciato. E del resto, il Flourens forse
s'ingannava e ci avrebbe esposto ad un nuovo rigetto del Parlamento
francese. L'eminente economista Léon Say, scrivendo ad un amico italiano
in una lettera privata del 21 gennaio 1888, ammetteva che la Camera
francese avrebbe appena potuto accettare una proroga: “La Chambre
française avait pris le parti de dénoncer l'ancien traité avec l'Italie
avant votre denonciation à vous. Elle a indiqué formellement son opinion
dans la discussion et a sursis à voter sur la demande du ministre des
affaires étrangères. Le lendemain votre denonciation était connue.
La Chambre française est donc autorisée à considerer qu'elle a emis
préalablement à tout le reste, l'avis qu'elle ne voulait plus du dernier
traité, parcequ'elle le trouvait défavorable.
C'eût été se casser la tête contre un mur, que de lui demander
d'accepter autre chose qu'une prorogation pure et simple„.
Quel che avvenne dipoi, l'applicazione delle tariffe generali e
differenziali e perciò la guerra economica, fu posto a carico dell'on.
Crispi. Si affermò che il di lui viaggio in Germania avesse determinato
in Francia le correnti ostili che si concretarono nella rottura delle
relazioni commerciali. Quanto quei giudizii fossero arbitrarli, si
desume dalla narrazione documentata che precede. I negoziati e le
domande di concessioni furono posteriori al viaggio, e nonostante questo
la Francia avrebbe fatto il trattato se avesse potuto ottenere i
vantaggi che pretendeva.
La politica certamente rese più facile la vittoria dei protezionisti. Ma
quei deputati francesi che si dichiararono contrarii ad un accordo
commerciale con l'alleata della Germania, erano avversi all'Italia non
per il viaggio a Friedrichsruh, che non mutò e non poteva mutare la
situazione, ma per l'alleanza stessa, e questa non era opera dell'on.
Crispi.
Fu merito, invece, dell'on. Crispi l'avere reso più intima quella
alleanza e più utile all'Italia, così che, quando la Francia ci chiuse
le sue frontiere, noi trovammo nella coscienza di non esser isolati i
conforti necessarii e la forza per superare la crisi, la quale non fu
priva di vantaggi se temprò alla lotta il commercio italiano e gli fece
trovare nuovi mercati.