VON BISMARCK.»

_27 settembre._ — Alle 9.50 pom. partenza da Roma.

_28 settembre._ — Arrivo a Milano alla 1 pom. Alle 5 a Monza. Alla

stazione viene a ricevermi il general Pasi.

Alle 5.30 sono dal Re, col quale m'intrattengo sino alle 7. — Alle

7.30 pranzo. — Ritorno a Milano.

_29 settembre._ — Mi si scrive dal Rattazzi, che il Re verrebbe a

Milano e che mi riceverebbe alle 5.30 pom.

Sono dal Re. — Alle 8.30 si parte.

_30 settembre._ — Alle 6.30 pom. a Francoforte, dove troviamo varii

telegrammi. Pernottiamo al «Frankfürterhof».

_1 ottobre._ — Alle 8.30 ant. si parte per Friedrichsruh. Poco prima

di giungere a Büchen, ci raggiunge il conte di Bismarck.

Alle 9.15 siamo a Friedrichsruh. Il conte mi avvisa: «Mon père». Il

Principe è alla stazione a ricevermi, e si avvicina al vagone in

atto di aiutarmi a scendere.

Mi fa salire nella sua vettura e mi conduce a casa, che è a pochi

passi. Sono ricevuto dalla Principessa, che si ricorda di me.

Presento i miei segretarii: mio nipote Palamenghi-Crispi,

Pisani-Dossi, Mayor.

Piccolo circolo. — Arrivo del dottore Schweninger. — Si va a

riposare.

_2 ottobre._ — Mi alzo alle 6.30 del mattino.

Alle 11 il Principe sale nel mio appartamento a visitarmi. Si scusa

di essersi alzato tardi. Ha dovuto obbedire al suo medico. Andrebbe

ad aprire il suo corriere, e fra un quarto d'ora sarebbe libero;

discenderei io nel suo gabinetto. Da lì a poco avvertito, scendo al

pianterreno, e traversando poche stanze che si seguono in fila,

giunto alla sala, d'ingresso trovo a destra una saletta dalla quale,

saliti alcuni gradini, passo nelle stanze di studio del Gran

Cancelliere. Nella terza stanza è il gabinetto, il quale è

mobigliato molto semplicemente.

Il Principe siede alla sua scrivania. Al vedermi si leva e ci

sediamo l'uno di fronte all'altro.

Il Principe fa un'esposizione della politica generale nei suoi

rapporti con la Germania.

Egli vuole la pace; e constata con dispiacere come a turbarla

esistano due sole Potenze, la Russia e la Francia. Egli però non ne

teme. La triplice alleanza è una potente garanzia alla conservazione

della pace.

Ha fatto tutto il possibile per rendersi amica la Russia; ma non vi

è riuscito. Al 1878 assunse su di sè il peso del Congresso di

Berlino per renderne meno dolorose le conseguenze allo Czar. Pregato

a prenderne l'iniziativa, si rifiutò; ma poscia recatosi da lui

Schouvalow a nome dell'Imperatore, consentì. Quale ne fu il

compenso? La Russia pose 200 mila uomini alla frontiera tedesca!

Ripete ch'egli vuole la pace; ma che, se la deplora, non teme la

guerra. La Germania può mettere subito sotto le armi un milione e

mezzo di soldati, e se è costretta da forti necessità, levando tutti

gli uomini validi, può mobilizzare 3 milioni di soldati. E vi sono,

per tre milioni uniformi, armi e quanto occorre a portare parecchi

eserciti sui campi di battaglia. Collocandone un milione alle

frontiere del sud ed un milione a quelle del nord, la Germania non

temerà l'offesa.

Al resto penseranno gli alleati.

La Russia non è sicura dei suoi eserciti. Le truppe, ufficiali e

soldati, sono lavorate dagli elementi rivoluzionarii. Il grande

impero pare invulnerabile, ma non lo è del tutto. La Polonia è una

debolezza e l'Austria in Polonia è simpatica. Per poco che si

aiutino ad insorgere, i polacchi potranno essere emancipati e

costituire uno Stato da potersi dare ad un arciduca austriaco.

Alessandro III non è partigiano della guerra. E quando pure volesse

farla, non gli converrebbe andare in Bulgaria. Là, a poca distanza,

è la Transilvania, e l'Austria avrebbe facile via per piombare sopra

i russi.

Al principe di Bismarck poco importa che i russi vadano a

Costantinopoli. La Russia con quella conquista sarebbe più debole.

A lui poco importa la soluzione della quistione bulgara e se mai ne

sorgesse la guerra, non vi prenderebbe parte finchè la Francia

restasse tranquilla. Il contegno della Francia potrebbe soltanto

spingerlo a prendere le armi.

Egli conta molto nella triplice alleanza, ed ha fiducia nelle due

Potenze amiche. Non dubita della lealtà dell'Austria.

È popolare in Austria l'alleanza con la Germania e l'Italia. Vi

sarebbe impopolare un accordo con la Russia. Contro la Russia la

guerra sarebbe popolare; con la Russia impossibile.

Risposi esponendo le condizioni d'Italia. Il nostro esercito,

quantunque non raggiunga il milione di soldati, è ormai forte e

compatto per poter sostenere gli obblighi assunti con le due

alleanze. In aprile noi potremo mettere mezzo milione di soldati in

prima linea, oltre la riserva e la territoriale.

Il nostro paese è tranquillo; noi non temiamo i partiti sovversivi.

I nostri internazionalisti sono rari e non verrebbero mai

all'azione. In caso di assalto straniero, tutte le classi sociali

concorrerebbero alla difesa del territorio nazionale. In caso di

spedizione all'estero potremo fare i maggiori sforzi, perchè

all'interno non avremmo a temere insurrezioni.

Noi non possiamo dirci disinteressati nella questione orientale. Non

possiamo permettere che la Russia vada a Costantinopoli. La Russia a

Costantinopoli sarebbe padrona del Mediterraneo; le sarebbe facile

valersi dei marinai che offre la Grecia, con la quale, pei suoi

vincoli religiosi, potrebbe essere d'accordo.

Io non credo che la Russia diverrebbe più debole, prendendo

Costantinopoli. Cotesto grande impero, allargando il suo dominio in

Europa, potrebbe farne sua base, imperando facilmente sull'Oriente e

sull'Europa.

Ad impedire che ciò avvenga, l'Italia segue la sua politica

tradizionale. Al 1854 Cavour concorse alla guerra in Crimea,

unendosi alla Francia ed all'Inghilterra, giusto a cotesto scopo; ed

oggi l'Italia non potrebbe fare altrimenti.

Noi comprendiamo i pericoli che minacciano l'Europa, ed a

scongiurarli ci siamo opposti a qualunque atto, che da parte della

Russia o della Turchia potesse produrre la guerra.

A noi poco importa che in Bulgaria regni Alessandro di Battenberg o

Ferdinando di Coburgo. È nostro interesse soltanto che colà non sia

turbata la pace. E la pace vi sarebbe turbata, se le grandi Potenze

accettassero la proposta russa di demolire in Bulgaria quello che di

fatto vi esiste, con l'invio di un luogotenente principesco. Il

principe Ferdinando non partirebbe di buona voglia da Sofia, e se

pur ne partisse i bulgari si opporrebbero anche con le armi al

Luogotenente russo ed al Commissario turco.

Io non m'illudo sulle condizioni della Turchia. Quell'Impero è in

dissoluzione, e da un momento all'altro può darsi che se ne apra la

successione. Nei nove anni che seguirono al trattato di Berlino,

nulla ha fatto il Sultano per riordinare la sua amministrazione. È

un miracolo, anzi, ch'egli continui a sostenersi, il suo governo

mancando dell'alimento principale della vita degli Stati, cioè delle

finanze. L'art. 23 del trattato di Berlino gli imponeva di dare alle

sue Provincie regolamenti somiglianti a quelli di Creta, ed il

Sultano nulla ha fatto e le Potenze non lo hanno richiamato allo

adempimento de' suoi doveri.

Il disordine attuale della Turchia può giovare alla Russia, che

l'agguata, pronta a darle l'ultimo colpo. Ciò non può convenire alle

grandi Potenze, le quali non possono permettere alla Russia

d'impossessarsi di quel territorio.

In tale stato di cose, il dilemma che a noi si presenta è questo; o

unirci per riordinare l'amministrazione della Turchia, difenderla

ove ne fosse il caso, impedire insomma che essa precipiti, o

preparare le basi per un governo o più governi che dovrebbero essere

sostituiti al turco.

In questo secondo caso io non vedrei altro di meglio che,

rispettando le autonomie delle differenti regioni, come la

Macedonia, l'Albania, la vecchia Serbia, ecc., costituirle nel modo

istesso, siccome oggi sono la Rumenia, la Bulgaria e gli altri Stati

balcanici.

Il concetto delle autonomie è accettato a Vienna. Dai dispacci del

nostro Ambasciatore in quella città risulta che il conte Kálnoky

vuole il rispetto delle autonomie locali nella penisola balcanica.

Non so come il Kálnoky intenda attuare il suo pensiero, ma a me

basta constatare che nei principii siamo d'accordo.

Il Principe allora riprese che egli vedeva di buon occhio il gruppo

delle tre Potenze, e desiderava anzi che fosse compatto, e che

facesse valere la sua autorità.

Nella Bulgaria nulla egli ha da vedere. Sarebbe stato meglio vi

fosse rimasto il principe Alessandro. Esso però fu imprudente, ed

affrettò la sua fine, violando il trattato di Berlino. Fece anche

dippiù: offese la suscettibilità dell'Inghilterra co' suoi progetti

di matrimonio. Comunque sia, egli non è più principe.

La Russia insiste nelle sue proposte. Bismarck le appoggerà se

verran fatte proprie dalla Turchia. È però di avviso che non

approderanno. Libero però il governo italiano di seguire in Oriente

la politica sua; la Germania sarà sempre d'accordo con l'Italia in

tutto ciò che giovi al mantenimento della pace. Se la pace in

Oriente venisse turbata, la Germania sarà co' suoi alleati, stando

alla retroguardia.

Per quanto si riferisce alle cose dell'Oriente — soggiunge il

Principe — vedetevela col conte Kálnoky. Combinate tutto con lui,

stabilite con lui. Potrà essere l'oggetto di un trattato speciale.

Riprendendo la parola, soggiunsi che la conservazione della pace era

il mio desiderio ed il mio proponimento. Manifestai il mio

rincrescimento per le condizioni eccezionali nelle quali ci troviamo

in Massaua. Quella occupazione non è un fatto mio: la trovai. È mio

dovere però, è dovere del governo italiano di riparare all'offesa

patita. Sarà una guerra di poco momento, alla quale siamo obbligati;

è una guerra dalla quale non possiamo liberarci.

Io voglio sperare che la Francia sarà tranquilla, ma dovrò osservare

che i trattati del maggio 1882 e del febbraio 1887 sono incompleti.

Si previdero le ipotesi del concorso reciproco di una delle due

Potenze in caso di una guerra; ma non si pensò a fare una

convenzione militare, la quale io ritengo sia necessaria.

Nissuno può sapere nè quando nè come scoppierà la guerra. Può essere

un fatto improvviso; e non si deve attenderlo per metterci d'accordo

nella parte che ciascuno di noi dovrà prendere alla difesa comune.

Giova stabilire il più presto possibile un piano di difesa e di

offesa prevedendo tutte le ipotesi, affinchè, scoppiata la guerra,

ciascuno di noi sappia quello che deve fare.

Insomma una convenzione militare è complemento ai trattati di

alleanza.

Il Principe rispose che comprendeva la ragionevolezza della mia

proposta e che l'accettava. Era necessario però ch'egli ne parlasse

con l'Imperatore e prendesse all'uopo gli ordini di S. M.

L'Imperatore è il capo dell'esercito.

Replicai, che ammessa in principio la mia proposta, nulla avevo da

aggiungere, se non che ad esprimere il desiderio che altrettanto si

dovesse fare con l'Austria.

L'Austria — soggiunsi — è quello che è, impero poliglotta, composto

di varie nazionalità. Io la rispetto, perchè rispetto e dovrò

rispettare i trattati.

Per me l'esistenza dell'Austria è necessaria all'equilibrio

d'Europa. Lo riconosco, e l'Italia sarà una fedele alleata del

vicino impero.

Tengo a dirlo poichè fui suo nemico, e cospirai contro di esso sino

a quando possedette provincie italiane. E perchè sono sincero nelle

mie dichiarazioni, dovrò pregarvi d'interporvi presso il gabinetto

di Vienna in una questione la cui soluzione ci interessa tutti,

l'Austria e noi.

Nello Stato austriaco vi è una forte popolazione italiana, una

popolazione importante in ogni senso, che giova al governo austriaco

tenersi amica.

Io non domando privilegi per la popolazione italiana. Domando che

sia trattata come tutte le altre nazioni dell'Impero. Il governo

austriaco ci guadagnerebbe, perchè toglierebbe ogni motivo a

lagnanze e se la renderebbe amica.

V. A. non può comprendere qual danno derivi dai cattivi trattamenti

ed in quale imbarazzo l'Austria metta il governo italiano. Tutte le

volte che giungono in Italia notizie di violenze fatte agli italiani

dall'Austria, il sentimento nazionale si ridesta ed i partiti

politici se ne valgono di pretesto per turbare la pace pubblica.

Del resto, l'Austria non può vivere ed esser forte che a condizione

di rispettare le varie nazionalità dell'impero.

Il Principe mi ringraziò di tali dichiarazioni, e promise che

avrebbe fatto giungere la sua parola a Kálnoky.

Dopo ciò riputai necessario di toccare un altro argomento, il quale

interessa l'Italia e la Germania soltanto: l'esercizio dei diritti

civili degli italiani in Germania e dei tedeschi in Italia, sul

piede di perfetta eguaglianza; lo pregai di affrettare l'attuazione

di codesto concetto.

Il Principe, ricordandosi la promessa fattami in proposito per mezzo

dell'Ambasciata tedesca in Roma, dichiarò che l'affare era allo

studio e che l'avrebbe sollecitato. «Si studia un Codice Civile per

tutto l'Impero per togliere la molteplicità dei Codici attualmente

in vigore. Si è dovuto quindi sentire i ministri di Giustizia dei

varii Stati. Ci vuol tempo, ma si farà presto».

Era ormai mezz'ora dopo le 12 meridiane. Il Principe mi pregò di

sospendere il colloquio, che avremmo ripreso dopo la colazione, e di

andare a passeggiare nella foresta.

Lui, io ed Herbert, appoggiati ciascuno al nostro bastone — me ne

aveva dato uno di quelli che erano nell'anticamera — procediamo per

un viottolo che si apre alla sinistra della casa. Si gira per oltre

una mezz'ora e di tanto in tanto il discorso politico è interrotto

dal Principe con le notizie ch'egli mi dà dei luoghi che

traversiamo.

Il Principe mi domanda di Cucchi — un deputato italiano che nel

1870, durante la guerra, fu inviato al Quartier generale germanico

dal Comitato della Sinistra — e vuole che io glielo saluti. Il che

dà occasione a discorrere della origine dei nostri rapporti

anteriori alla guerra del 1870, del viaggio di von Holstein a

Firenze, degli aiuti che furon dati alla Prussia impedendo l'invio

di truppe italiane in Francia.

Si camminava a passo accelerato. Ricordando il 1870 e caduto

naturalmente il discorso sulla Francia, mi venne fatto di avvertire

come il _Matin_ avesse esplicato il mio viaggio a Friedrichsruh. Il

_Matin_ aveva stampato che scopo della mia visita era stato la

conciliazione col Papa. Ed il Principe:

— Giusto quello di cui non abbiamo parlato. I francesi cercano

«mezzogiorno a 14 ore».

— E del resto non ve n'era ragione.

— È una questione che non c'interessa, e della quale non dobbiamo

occuparci.

E vi dirò che nessuno dei prelati mi ha parlato del potere

temporale, prevedendo purtroppo quale sarebbe stata la mia risposta.

Come notizia storica parlai del padre Tosti, del suo opuscolo, delle

intenzioni del Papa, delle contraddizioni, della lettera di Leone

XIII e dell'altra di Rampolla, che bastarono per obbligarmi a non

essere neanco cortese in alcune materie, nelle quali avremmo potuto

condiscendere restando nei confini della legge per le guarentigie

pontificie.

Pochi minuti prima dell'una, siamo già ritornati a casa, e si va a

far colazione.

Dopo la colazione si tien circolo in una delle stanze attigue alla

sala da pranzo. È lì un grande armadio di noce pieno di carta da

scrivere, penne, ecc., regalato al Principe da alcuni fabbricanti di

oggetti di cancelleria in uno de' suoi anniversarii. «Vi è più di un

quintale di carta», dice ridendo la Principessa.

La Principessa mi presenta un _album_ veramente albo, cioè tutto

bianco; e chiede che io pel primo vi scriva qualche parola. Scrivo:

«In questo asilo del patriottismo, dove si veglia al mantenimento

della pace di Europa, lascio questo mio ricordo — 2 ottobre 1887 —

F. CRISPI». Il pensiero è molto gradito e il Principe esclama in

tono solenne: «Vostra Eccellenza ha bene interpretato l'animo mio.

Io lavoro al mantenimento della pace, non vivo che per questo...

Abbiamo fatto abbastanza per la guerra; agiamo ora, e agiamo

d'accordo, per la pace».

Verso le 3.30 il Principe mi invita a fare una passeggiata in

vettura nel parco. Consento.

La Principessa, temendo che il mio soprabito fosse leggiero, mi

getta sulle spalle il gran mantello militare del marito.

Si corre traverso la foresta per lungo e per largo. Pioviccica un

momento, e poscia le nubi si diradano per raccogliersi e condensarsi

di nuovo, tanto che fa d'uopo alzare il mantice della vettura.

Finalmente il cielo ci concede un armistizio, e ci mostra un po' di

turchino.

Verso le 5.30 siamo ritornati a casa.

Nelle due ore di corsa abbiamo ripreso il colloquio della mattina, e

siamo venuti ad una conclusione.

Si farebbe la convenzione militare. Presi gli ordini

dell'Imperatore, il Principe scriverà una lettera proponendo la

negoziazione e noi risponderemo affermativamente.

Alle 6 si va a pranzo: siamo a tavola: i miei segretarii, i due

Consiglieri della Cancelleria, Herbert, il medico del Principe, la

Principessa, il Principe, io.

Alla fine del pranzo si passa nel salotto. Bismarck si adagia nel

suo seggiolone e si mette a fumare le sue pipe. Gli chiedo quando

potrebbero iniziarsi i negoziati. Il Principe chiede al figlio

quando ritornerà l'Imperatore. E avuta risposta che sarebbe

ritornato dopo il 20 ottobre, dice: «Appena l'Imperatore sia a

Berlino, farò l'invito».

La conversazione versò su vari argomenti: su Napoleone III, sulla

guerra del 1859, sulla formazione del Regno d'Italia. Bismarck opinò

che Napoleone III avesse cuore, ma difettasse di mente. Raccontò che

l'Imperatore gli aveva confidato sin dal 1857 di aver deciso di far

la guerra all'Austria e che commise a lui di persuadere il Re di

Prussia a essergli alleato. Prometteva in premio l'Hannover o

qualche altra terra tedesca. Bismarck aveva risposto che la

comunicazione del progetto al suo Re sarebbe stato un errore, perchè

il Re l'avrebbe rivelato all'Austria.

_3 ottobre._ — Mi alzo alle 6 del mattino. Verso le 7 viene a

trovarmi il conte de Launay, ambasciatore d'Italia a Berlino, che

metto a giorno delle cose discorse col Principe. Egli n'è

soddisfatto.

Mezz'ora dopo mi si annunzia il Principe. Gli dò notizia dei casi

del Marocco, e gli dichiaro qual sarebbe il contegno dell'Italia

perchè, in caso di morte del Sultano, al trono sceriffiale non

andasse un favorito della Francia e perchè la Francia non prendesse

pretesto di quel fatto per estendere le sue frontiere dal lato del

Marocco.

Alle 8 ci disponiamo alla partenza. Il Principe e la Principessa mi

accompagnano sino al vagone. Mentre si scambiano gli ultimi saluti e

il treno si muove, Bismarck dice: «Siamo d'accordo su tutto...

possiamo esser soddisfatti... abbiamo reso un servigio all'Europa».

Si arriva alle 11 ad Hannover, dove, prevenuto dal Gran Cancelliere,

si trova il sig. di Bennigsen, capo del partito nazionale-liberale.

Si fa colazione insieme, quindi ripartiamo.

Alle 8,30 pom. si giunge a Francoforte sul Meno, dove pernottiamo.

_4 ottobre._ — Compio oggi 67 anni. Svegliandomi, uno dei miei

segretari mi reca il seguente telegramma:

«Agréez, cher Collègue, de ma part et de celle de ma femme nos

félicitations les plus empressées à l'occasion de l'anniversaire de

votre jour de naissance, et les vœux que nous formons pour votre

santé et pour vos succès au service de la patrie.

von BISMARCK.»

All'una del pomeriggio siamo nuovamente in treno per ritornare in

Italia, via Gottardo.

_5 ottobre._ — Alle 7 antimeridiane sono a Monza, dove conferisco

col Re.

All'una riparto per Milano, dove pernotto.

_6 ottobre._ — Alle 10 ant. viene a visitarmi il conte Nigra,

ambasciatore d'Italia a Vienna. Conferenza sino alle 11,30. Il conte

Nigra mi comunica una proposta del barone di Calice, ambasciatore

austriaco a Costantinopoli, da servire di base ad un accordo tra

l'Italia, l'Austria e l'Inghilterra nella questione d'Oriente:

«1.) Mantenimento della pace — 2.) _Status-quo_ fondato sui

trattati. Esclusione di compensi — 3.) Autonomie locali — 4.)

Indipendenza della Turchia e degli Stretti, etc., da ogni influenza

straniera preponderante — 5.) La Porta non potrà far cessione dei

suoi diritti sulla Bulgaria ad altre Potenze — 6.) Associazione

della Turchia per guarentire quanto sopra — 7.) In caso di

resistenza della Turchia e pretese illegali della Russia, le tre

Potenze si concerterebbero per l'appoggio a darle — 8.) In caso di

connivenza o passività della Turchia, le tre Potenze si

concerterebbero per occupare certi punti a scopo di equilibrio.»

Partiamo per Roma alle 8,15 pom.

La visita dell'on. Crispi al principe di Bismarck fu commentata

sgarbatamente dai giornali francesi, cui fecero eco i nostri giornali

radicali; ma nella grande maggioranza l'opinione pubblica italiana ne

intuì l'importanza, e fu lieta della manifestazione di simpatia fatta

all'Italia dalla stampa germanica unanime. La _Norddeutsche Allgemeine

Zeitung_ pubblicò un notevole articolo nel quale, dopo aver mostrato

come l'analogia dei destini politici e la comunanza degli interessi

legassero con stretti vincoli fra loro, Italia e Germania, costituite

entrambe in nome dell'idea nazionale, attribuì al convegno di

Friedrichsruh il significato di un nuovo pegno dei pacifici propositi

dei due paesi. La _National Zeitung_ notò che l'affermazione

dell'accordo dell'Italia con gl'imperi centrali avrebbe giovato “a

fortificare gli elementi pacifici in Russia e in Francia„. Anche la

clericale _Germania_ osservò che poichè l'Italia esisteva e Crispi ne

dirigeva la politica, era confortante il vedere che la forza dell'Italia

stava con le Potenze che si adoperavano al mantenimento della pace.

Il 25 ottobre all'on. Crispi fu dato a Torino per iniziativa degli on.

Giolitti, Roux, e pochi altri deputati, ai quali si unirono poi i

personaggi più cospicui del Piemonte, un grande banchetto al quale

intervenne il ministero quasi al completo e aderì gran parte dei membri

delle due Camere legislative. In quell'occasione, memorabile anche per

le accoglienze cordialmente festose che il Piemonte fece al primo

meridionale assunto alla direzione del governo d'Italia, l'on. Crispi

pronunciò importanti dichiarazioni sulla politica estera che intendeva

seguire. Giova qui riprodurle:

«Ed eccomi condotto a parlare della politica con cui miriamo a

mantenerla e a rafforzarla. Argomento delicato e geloso! poichè la

politica estera ha duopo di abili fatti, ma di poche parole. Esso è

argomento, però, sul quale voi vi aspettate che io vi apra l'animo

mio. E parlerò, schietto e sincero, conforme alle norme della

moderna diplomazia, la quale disprezza le antiche arti dell'inganno

e della menzogna.

La pace! ecco l'intento supremo che perseguiamo. La pace, la quale è

così necessaria al nostro progressivo sviluppo interno,

all'attuazione delle riforme invocate, all'impiego utile e

fruttifero dei nostri redditi, al compimento delle opere di pubblico

vantaggio che tanta parte d'Italia reclama ancora. E in quali modi

cerchiamo dunque di assicurarla?

Noi siamo amici di tutte le Potenze, con tutte desideriamo mantenere

i migliori rapporti.

Ve ne hanno con le quali quei rapporti sono più intimi.

Ma se siamo, sul continente, alleati colle Potenze centrali, se sui

mari procediamo d'accordo con l'Inghilterra, nessun obbiettivo ci

proponiamo da cui gli altri si debbano sentir minacciati.

Il mio recente viaggio in Germania inquietò la pubblica opinione in

Francia.

Fortunatamente però non alterò la fiducia di quel governo, il quale

conosce la lealtà delle mie intenzioni, e sa che nulla io vorrò

ordire contro il popolo vicino, a cui l'Italia è legata per analogia

di razza e tradizioni di civiltà. Vissi due anni in Francia, dal

1856 al 1858, e i figli di quella generosa nazione, coi quali fui

intimo ed ai quali schiusi il mio cuore, ben sanno quanto io ami il

loro paese, e come non partirà mai da me alcuna provocazione ed

alcuna offesa. Sanno che sarebbe il più felice dei miei giorni

quello in cui potessi contribuire a portar la pace nei cuori

francesi.

Una guerra fra i due paesi nessuno potrà desiderarla e volerla,

imperocchè la vittoria o la sconfitta sarebbero del pari funeste

alla libertà dei due popoli, perniciose allo equilibrio europeo. Con

tali convinzioni, e per calcolo, noi lavoriamo al mantenimento della

pace.

Il nostro sistema di alleanze è dunque inteso a scopo di

preservazione, non di offesa; di ordine, non di perturbamento. Esso

giova all'Italia, ma giova pure agli interessi generali.

Nè siamo i soli in Europa a volere il progresso nella conservazione,

il lavoro operoso nella pace.

La storia del periodo in cui viviamo è dominata da un nome: quello

di un uomo di Stato, pel quale la mia ammirazione è antica, come

antichi già sono i vincoli personali che a lui mi legano; di un uomo

il cui programma di governo si distingue per meraviglioso

coordinamento delle varie parti di un medesimo fine: questo fine,

duplice in apparenza, è uno in fondo: la pace e la grandezza del suo

paese. Quest'uomo da trent'anni ha lavorato, prima a conseguire quel

fine, poi, conseguitolo, a conservarlo. Quest'uomo, che seppe quel

che volle, e ciò che volle fortissimamente volle, voi l'avete tutti

nominato. Tutti lo conoscono per un grande patriotta, ed io

aggiungerò che egli è un antico amico dell'Italia, un amico della

prima ora, un amico dei giorni d'infortunio e di servaggio, poichè

dal 1857 egli era nel segreto di ciò che stava maturando, in mezzo a

tante difficoltà, la politica del conte di Cavour, e taceva, ed a

chi avrebbe potuto parlare imponeva di tacere, ben sapendo quanta

opposizione il parlare avrebbe suscitato e quanto convenisse al suo

proprio paese che i destini d'Italia si compissero, poichè l'unità

germanica si preparava con l'unità italiana.

Non mi dilungherò sui recenti colloqui avuti con lui.

Solo dirò che l'accordo di pensieri e di sentimenti che tra noi già

esisteva, ha persistito attraverso alle opposte vicende, e si è

affermato nuovamente dacchè la politica dell'Italia mi è affidata.

Si è detto che a Friedrichsruh abbiamo cospirato. E sia pure: a me,

vecchio cospiratore, la parola non fa paura. Sì, se si vuole;

abbiamo cospirato, ma abbiamo cospirato per la pace, e però alla

nostra cospirazione tutti coloro che amano questo bene supremo

possono partecipare. Dei detti memorabili uditi, uno solo la

discrezione mi permette di ricordare innanzi a voi, pronunciato nel

momento del comiato, e nol tacerò, poichè è in esso la sintesi del

nostro convegno. — È questo: «Abbiamo reso un servigio all'Europa».

Io vado, pel mio paese, altero di ricordarlo — poichè mai, in una

unione completa e cordiale come quella dell'Italia e dei suoi

alleati, è stata tanto rispettata la sua dignità, sono stati tanto

garantiti i suoi interessi.

Ma, oltrechè con le alleanze, perseguiamo l'intento della pace col

volere la giustizia. Ciò vi spiega, o signori, la nostra politica in

Oriente. Ivi ciò che domandiamo si è il rispetto dei diritti dei

popoli, conciliato, in quanto è possibile, col rispetto dei trattati

che formano il diritto pubblico ed europeo; ciò che speriamo si è lo

sviluppo progressivo delle autonomie locali. Si hanno nella penisola

dei Balcani quattro nazionalità distinte, ciascuna avente la sua

lingua, la sua sede secolare, le sue tradizioni antichissime, e —

ciò che è più — la coscienza della propria individualità come

nazione e l'aspirazione all'indipendenza. Ebbene, questi popoli che

anelano, come ogni ente, a vita libera, aiutiamoli a riprendere

possesso di loro stessi, senza lotte, senza spargimento di sangue,

senza nuovi martirii. Non è questa la politica la più degna

dell'Italia, la più conforme alle sue origini ed ai nostri

principii? E riflettete, signori: codesta non è soltanto politica di

principii e di sentimenti: è altresì politica d'interessi bene

intesi. I popoli balcanici, che colà rappresentano la giovinezza con

le sue inesperienze, ma anche l'avvenire con le sue speranze e le

sue forze, non dimenticheranno l'aiuto disinteressato che l'Italia

avrà loro prestato. Abbiamo forse, noi, dimenticati i servizi

disinteressati a noi resi? Chi proferisce questa bestemmia, si

rivolga al popolo inglese, a cui ci legano tosto quarant'anni di

amicizia non mai turbata, e saprà da esso se nella sua storia abbia

mai avuto alleato più fedele, amico più sincero del Piemonte

dapprima e dell'Italia oggi giorno.

E nella stessa Francia vi è forse uomo di senno retto e imparziale

che sia disposto ad accreditare col suo consenso le accuse

d'ingratitudine che spesso da quel suolo, così caro ad ogni

italiano, contro l'Italia si sono elevate?

Ma pace senza scambi è pace infeconda, e però, perseguiamo ancora il

nostro intento con lo stringere vincoli commerciali con le Potenze

vicine. Un trattato era stato denunciato. Fu mia cura, appena venuto

al potere, di fare pratiche per il rinnovamento dei patti e per

evitare, anche per un sol giorno, una guerra di tariffe fra due

paesi i cui interessi sono così strettamente commisti come la

Francia e l'Italia. Un altro trattato con un impero amico ed alleato

veniva a scadenza. Non esitai a intavolare negoziati. Avviate a

Vienna, le trattative continuano a Roma, ove ho, prima di partire,

salutato, nella fiducia di un non difficile successo, i negoziatori

dell'Austria e della Ungheria.

La reciproca tutela della diversa produzione e del lavoro diverso,

che in tanto combattersi di teorie economiche è la sola guida

pratica che si possa ascoltare, ci offre larga base ad equi compensi

ed a giusti compromessi. Ed il successo ci sarà tanto più caro,

perchè i due Stati fra i quali esistono già i vincoli politici leali

e non oziosi, non conservano di lotte, ormai antiche, altra memoria

che la stima del reciproco valore.»

Il discorso-programma dell'on. Crispi, non solamente ottenne un grande

successo in Italia, ma fu considerato in tutta l'Europa come un

avvenimento di notevole importanza per la politica internazionale.

Dimostrano ciò i documenti e i giudizii che riferiamo.

L'Incaricato d'affari italiano a Parigi scrisse il 27 ottobre:

«Nell'udienza che io ebbi ieri presso questo sig. ministro degli

Affari esteri, gli feci leggere il testo stesso quale mi venne

telegrafato dall'Eccellenza Vostra, dei punti relativi alla politica

estera, del discorso da Lei pronunciato il giorno innanzi a Torino.

Il sig. Flourens se ne mostrò soddisfatto, mi disse che il governo

francese non aveva mai dubitato delle intenzioni di Vostra

Eccellenza a suo riguardo; che ciò nondimeno le dichiarazioni

pacifiche ed amichevoli per la Francia, contenute in quel discorso,

erano tali da produrre un'influenza favorevole e benefica

sull'opinione pubblica, quantunque la prima impressione, seguita

alla sorpresa del viaggio di Vostra Eccellenza a Friedrichsruh, si

fosse già sensibilmente calmata. Il sig. Flourens non accennò ai

punti relativi all'Inghilterra ed al principe di Bismarck: non

poteva lodarli e preferì tacerne.

Quanto all'accoglienza fatta al discorso da parte della stampa

parigina, egli è evidente che non potevamo attendere apprezziazioni

favorevoli e spassionate: per i francesi noi restiamo gli alleati

della Germania; ai loro occhi questo fatto domina qualsiasi altra

considerazione. «Consentiamo pure, dice il _Matin_ di stamane, a

ritenere sincere le proteste d'amicizia dell'antico rivoluzionario,

il quale ricevette durante il suo esilio in Francia la cordiale

ospitalità di cui non ha perduto il ricordo, ma d'altra parte non

possiamo non conservare una certa diffidenza contro l'uomo di Stato

il quale corrispose con sì viva premura agli inviti del nostro più

mortale nemico». Tale, in poche parole, è il sentimento reale della

maggioranza. Il _Journal des Débats_, pur accogliendo le parole

dell'Eccellenza Vostra sull'eventualità di una guerra contro la

Francia, secondo il sentimento che le ha ispirate, si domanda perchè

l'Italia, che non è da nessuno minacciata, ha creduto di contrarre

alleanze che possono spingerla, suo malgrado, ad una guerra di cui

essa ripudia anche il pensiero, e per interessi che non sono i suoi?

Quel giornale si dichiara perciò preoccupato precisamente di ciò che

l'Eccellenza Vostra ha taciuto. Il _Temps_, riconoscendo che la

nostra professione di simpatia per la Francia non è stata

accompagnata da alcuna riserva, prende atto della dichiarazione che

mai da parte nostra vi sarà provocazione od offesa.

Dal complesso di questi commenti si può dedurre che il discorso di

Torino ha disorientato alcuni fra i più malevoli a nostro riguardo.

Taluni, in mancanza d'argomenti seri, attribuiscono le parole

amichevoli dell'Eccellenza Vostra al desiderio di conchiudere con la

Francia un trattato di commercio favorevole ai nostri interessi.

Altri, avrebbero preferito puramente e semplicemente che ella avesse

palesate le clausole dei nostri trattati di alleanza, e insinuano

nuovamente che ve ne hanno di offensive.»

L'Incaricato d'affari a Berlino, avendo comunicato alla Cancelleria

imperiale il testo del discorso, riferì quanto segue:

«Il conte di Bismarck mi fece esprimere oggi il desiderio di vedermi

e mi disse che, avendo inviato a Friedrichsruh la copia da me

mandatagli del telegramma di Vostra Eccellenza, il Principe

Cancelliere lo aveva incaricato di fare a Lei pervenire, per mezzo

mio, i suoi migliori ringraziamenti per la fattagli comunicazione ed

insieme i suoi rallegramenti sinceri per il «bel» discorso. Sua

Altezza desiderava inoltre che fosse inviata in suo nome

all'Eccellenza Vostra l'espressione di tutta la sua riconoscenza per

la parte che lo riguarda personalmente nel discorso medesimo. In

quanto poi alle varie idee in esso sviluppate a proposito della

politica estera, il principe di Bismarck fa dire a Vostra Eccellenza

che egli le divide interamente, ma che però troverebbe opportuno di

manifestare un suggerimento circa la frase in cui parlasi delle

«quattro distinte nazionalità» insediate nella penisola balcanica.

Egli teme che quella frase possa servire di facile pretesto alle

Potenze interessate nel contrariare l'azione nostra a

Costantinopoli, per risvegliare nell'animo del Sultano, tanto

proclive alla diffidenza, una recrudescenza di sospetti a nostro

riguardo. Come rimedio a questo pericolo, sarebbe suo avviso che

l'Eccellenza Vostra avesse a dare incarico all'Ambasciatore di S. M.

in quella residenza di far comprendere come Ella non intendesse far

allusione ad altro, colle parole pronunciate, se non se allo stato

di cose già esistente nella regione dei Balcani. Il Cancelliere

opina che Vostra Eccellenza potrebbe facilmente conseguire lo scopo,

sia collocandosi al punto di vista etnografico, vale a dire delle

quattro nazionalità, rumena, greca, slava ed ottomana, che si

trovano in quella penisola, sia seguendo la distinzione politica dei

quattro Stati attuali, Rumania, Serbia, Grecia e Bulgaria. Sembra a

lui che in un modo o nell'altro si possa ottenere di spuntare, con

questo mezzo, prima ancora che venga lanciata a pregiudizio degli

interessi comuni, la freccia che certamente si saprebbe fabbricare

con quella materia.»

Dei grandi giornali, il _Times_ così giudicò il discorso di Torino:

«Ho l'onore di trasmettere qui unita all'Eccellenza Vostra la

traduzione di un brano di un articolo del _Times_ d'oggi circa il

discorso pronunziato dall'E. V. in Torino. L'apprezzamento è degno

di nota e pari alla riputazione del giornale. Il _Times_ riepiloga

maestrevolmente ciò che si pubblica da tutti gli altri giornali del

Regno Unito, conservatori e liberali, sull'importanza di quel

discorso per l'Europa. Gli articoli degli altri giornali sono così

numerosi che sarebbe quasi impossibile poterne dare contezza.

Gradisca, sig. Ministro, l'espressione della mia più profonda

osservanza.

Politica estera: memorie e documenti · 第 73 / 215 题