«23 agosto.
_Agli Ambasciatori a Londra e a Berlino_,
La proposta fatta dalla Russia alla Turchia di scacciare il principe
Ferdinando ed insediare un agente russo, non sarebbe attuabile che
con l'uso della violenza.
Non è dunque accettabile da chi vuole che il trattato di Berlino
serva di base pacifica alla soluzione della questione bulgara.»
«24 agosto.
_A tutti gli Ambasciatori_,
In presenza dell'eventualità ravvisata possibile dell'occupazione
russa di Varna e di Erzerum, qualora la Turchia non intervenisse
attivamente in Bulgaria, il gabinetto italiano si dichiara contrario
ad ogni violenza e ad ogni violazione del trattato di Berlino, ed
interroga gli altri gabinetti circa l'atteggiamento che
prenderebbero.»
«30 agosto.
_All'Ambasciatore a Pietroburgo_,
Nel tenere, rispetto alla questione bulgara, l'atteggiamento di cui
non facciamo punto mistero, e del quale abbiamo alla Russia stessa
lealmente dichiarate le ragioni, noi intendiamo esclusivamente
giovare alla causa della pace in Oriente, senza che la condotta
nostra abbia mai obbedito a sentimenti che fossero meno che
amichevoli per la Russia. Con la Russia abbiamo, invece, sempre
desiderato e desideriamo mantenerci nei termini della più cordiale
amicizia, non essendovi tra i due Stati ragione alcuna di dissidio.»
«31 agosto.
_All'Ambasciatore a Costantinopoli_,
Parlando, nel momento attuale, di reggenti, di luogotenente
principesco, di commissario da mandare in Bulgaria, si perde di
vista la realtà delle cose. Prima di discutere il nome e la
nazionalità di quel personaggio, dobbiamo chiederci in qual modo,
ammesso che venisse designato, egli sarebbe accolto in un paese in
cui non è nè chiesto, nè desiderato. I bulgari, sotto un principe di
loro scelta, il quale malgrado gli errori che ha potuto commettere
dispone certamente di un partito non indifferente, sono in procinto
di organizzare un governo. Il meglio è di non intralciare l'opera
loro. Un tentativo d'ingerenza, o peggio d'intervento, esporrebbe
l'Europa o a dover confessare la propria impotenza a dar soluzione
alla crisi, oppure, se si ricorresse alla violenza, a provocare essa
stessa il conflitto che si vuole appunto evitare.»
«2 settembre.
_All'Ambasciatore a Costantinopoli_,
Mi è debitamente pervenuto il suo rapporto del 20 agosto volgente e
ne ringrazio particolarmente V. E.
Il linguaggio tenuto alla Porta dal barone di Calice e da sir W.
White si riassume così: la elezione del principe di Coburgo non
essere illegale; non doversi dalla Porta nè tentare un'occupazione
militare, nè imporre ai bulgari un reggente a loro inviso, nè
prendere una decisione non approvata dalle Potenze firmatarie del
trattato di Berlino.
Da parte sua, Ella, secondo le autorizzazioni ed istruzioni avute,
dichiarò l'elezione del Principe essere per noi, sino a
dimostrazione contraria ed equivalente, una valevole testimonianza
della volontà del popolo bulgaro; il principio del rispetto delle
popolazioni, costituire, secondo noi, uno dei migliori elementi
d'interpretazione del trattato di Berlino; non doversi usare mezzi
di coazione per imporre alla Bulgaria un reggente o dei commissari
stranieri da essa non richiesti; e finalmente ogni azione isolata,
concertata tra Russia e Turchia senza preventiva adesione delle
altre Potenze, essere illegale e pericolosa.
Rilevo con soddisfazione che continua l'accordo d'intenti e
l'analogia di linguaggio di V. E. e dei suddetti suoi colleghi.»
Nel momento in cui sembrava che il governo di Pietroburgo, non
rendendosi esatto conto delle reali disposizioni delle grandi Potenze,
volesse col suo intervento armato riprendere in Bulgaria l'influenza che
gli sfuggiva, Crispi ebbe la visione della guerra e ricordò gli impegni
assunti dall'Italia per il mantenimento dello _statu quo_. Certamente
egli non desiderava la guerra e fece quanto era in lui perchè la Russia
abbassasse il tono delle sue proteste accorgendosi di aver contro sè
quasi tutta l'Europa; ma sentiva il dovere di preparare l'Italia al
possibile cimento. Il ricordo di Crimea era presente al suo spirito;
come allora il Piemonte, in rappresentanza dell'Italia, aveva
conquistato il diritto di farsi ascoltare, la partecipazione ad una
guerra ben condotta avrebbe potuto dare gloria all'Italia e l'animo e il
prestigio necessarii a riguadagnare il tempo e le occasioni perdute.
Dato che il conflitto nascesse, in qual modo l'Italia avrebbe mandato
sul teatro di esso il proprio contingente? Non vi avevano pensato. Onde
Crispi, il 29 agosto, telegrafò all'Ambasciatore italiano a Londra:
«Speriamo che si allontani il caso di una comune azione, ma le
minaccie della Russia contro la Bulgaria, delle quali fu tenuto
discorso nei vostri dispacci del 26 volgente, ci devono preoccupare
ove fossero ripetute e seguite dai fatti. Ciò posto, credo
necessario che fra i due governi si stabiliscano le linee principali
del possibile intervento armato e la parte di cooperazione che
competerebbe all'Inghilterra ed all'Italia.
Ove Sua Signoria fosse del nostro parere, converrebbe stabilire la
relativa convenzione militare, e nell'affermativa noi saremmo
disposti a mandare in Londra uno dei nostri ufficiali, qualora Sua
Signoria non preferisse di mandare un ufficiale inglese a Roma.
In coteste materie non bisogna attendere il momento del pericolo, ma
tenersi pronti e preparati pel momento opportuno.»
L'Incaricato di affari italiano, T. Catalani, rispose il 31 agosto:
«Lord Salisbury mi ha pregato di far gradire a V. E. i sentimenti
della sua viva riconoscenza per la proposta relativa ad una
convenzione militare. Egli mi ha detto che presentandosene
l'occasione sarebbe fiero della cooperazione dell'esercito italiano
e che poteva giungere il momento in cui essa fosse necessaria. Ma S.
S. ha soggiunto che sino a quando il pericolo di guerra non era
imminente, la costituzione politica di questo paese e la tradizione
legatagli dai suoi predecessori lo ponevano nella impossibilità di
stipulare un atto di tal genere.
Nel momento attuale, sembra che ogni pericolo in Bulgaria sia da
scartarsi. Il sig. De Giers ha vivamente smentito i progetti di
occupazione attribuiti alla Russia, attenuato il significato della
comunicazione a Chakir pascià ed espresso il suo desiderio di
mantenere la pace.
Inoltre l'ambasciatore di Germania, che aveva allora allora lasciato
il _Foreign Office_, l'aveva assicurato che il principe di Bismarck
vede schiarirsi l'orizzonte; e una comunicazione ricevuta dal conte
Kálnoky riguardava la situazione nello stesso modo. Non era più
questione dell'invio del generale Ehrenroth, il quale d'altronde non
avrebbe potuto entrare in Bulgaria, poichè i bulgari l'avrebbero
impedito con la forza.
Nulla dunque giustifica la stipulazione di una convenzione, la quale
avrebbe presentato un pericolo per il governo, poichè, malgrado
tutte le precauzioni possibili, il segreto non potrebbe mantenersi e
una interpellanza alla Camera metterebbe il governo nella condizione
di renderla pubblica.
Tuttavia, se la situazione verrà a mutarsi «poichè la politica —
egli ha detto — è mutevole come il clima di queste isole», saremo
sempre in tempo a stipulare una convenzione militare.»
L'on. Crispi fece, come risulta da una lettera del Catalani a lord
Salisbury, che si era recato a Royat, talune osservazioni alle
argomentazioni del ministro inglese, ma non insistette. Il Catalani
scriveva:
«Il sig. Crispi vi è riconoscente per le vostre cortesi spiegazioni.
Egli comprende la vostra posizione e, come voi sapete, egli è assai
dotto ed è un ammiratore della costituzione politica inglese, la
quale, come voi accennate, impedirebbe al governo di stipulare una
convenzione militare finchè non sia in vista il pericolo. Senonchè
il sig. Crispi domanda: È il pericolo così remoto da rendere non
necessarie le precauzioni? Suppongasi che un esercito russo entri in
Bulgaria, le cui linee di difesa non sono più quelle che erano:
avremmo noi il tempo di discutere e di concludere una convenzione
militare con la rapidità richiesta ai nostri giorni dalle
eventualità militari? Dovremmo noi lasciarci sorprendere alla
sprovvista?
Il sig. Crispi non crede tale ipotesi remotissima. Non mi diceste
voi stesso il 25 dello scorso mese che avevate indirettamente
avvertita la Russia che sarebbe, è vero, facile per un esercito
russo di entrare a Varna, ma non così facile di uscirne, poichè
avrebbe trovato la via sbarrata dalle forze alleate dell'Inghilterra
e dell'Italia?
Tuttavia, poichè voi declinate d'intrattenervi di tale proposta, il
sig. Crispi non insiste e la questione è chiusa.»
Nondimeno, l'identità d'interessi constatata durante lo svolgersi del
periodo acuto della questione bulgara, suggerì un accordo speciale per
gli affari d'Oriente tra l'Italia, l'Inghilterra e l'Austria-Ungheria:
«Londra, 21 settembre.
«Salisbury divide intieramente idee di V. E. circa l'avviamento di
trattative fra i tre ambasciatori a Costantinopoli allo scopo di
stabilire un accordo.