L. CORTI.»

Dinanzi alla inconsistenza della politica italiana, lord Derby — il

quale aveva probabilmente fatto assegnamento sull'Italia per la riuscita

del suo piano diplomatico, dove, secondo la promessa fatta all'on.

Crispi, era certamente la garanzia degli interessi italiani dinanzi al

ventilato ingrandimento dell'Austria, — dovette pensare molto male dei

“nipoti di Machiavelli„, e si affrettò a dimostrarsi zelante degli

interessi... austriaci. Tantocchè al Congresso riunitosi il 13 giugno di

quell'anno 1878 in Berlino, nella seduta del 28 giugno fu uno dei

plenipotenziarii inglesi, lord Salisbury, quello che “esaminata la

gravità delle condizioni della Bosnia e dell'Erzegovina, e

l'impossibilità nella Turchia di farvi fronte„, propose che “quelle

due provincie fossero occupate militarmente e amministrate

dall'Austria-Ungheria„.

E il principe di Bismarck — che forse aveva invano atteso chi gli

continuasse i discorsi fattigli in nome del Re d'Italia dall'on. Crispi

a Gastein e a Berlino — si affrettò ad associarsi, in nome della

Germania, alla proposta del marchese di Salisbury.

L'Italia era assente; e il conte Corti che la rappresentava al

Congresso, non seppe neppure tacere. Chiese al plenipotenziario

austriaco, Giulio Andrássy, “se era in grado di fornire sulla

combinazione proposta qualche ulteriore spiegazione dal punto di vista

dell'interesse generale dell'Europa„. E lo Andrássy non rispose alla

vana domanda, ma disse semplicemente “essere convinto che il punto di

vista europeo, che aveva ispirato il governo austro-ungarico, sarebbe

stato apprezzato dal gabinetto italiano, come era stato apprezzato dagli

altri gabinetti„.

Non mancò neppure l'adesione della Francia. Il primo plenipotenziario di

quella potenza, il signor Waddington, espresse l'opinione che “la

combinazione indicata dal gabinetto inglese era la sola che assicurasse

un'esistenza tranquilla alle popolazioni della Bosnia e della

Erzegovina, e che l'intervento dell'Austria-Ungheria dovesse

considerarsi come una misura di polizia europea„.

Quest'adesione non poteva mancare. Come l'Inghilterra ebbe l'isola di

Cipro — con una convenzione stipulata con la Turchia precedentemente al

Congresso (4 giugno) — la Germania cercò il suo vantaggio nel

salvaguardare gl'interessi della Russia e accaparrarsene la riconoscenza

— e l'Austria-Ungheria ebbe la Bosnia e l'Erzegovina, — così la Francia,

negli accordi del retroscena, ebbe concessa la facoltà di occupare la

Tunisia quando avesse voluto.

La concessione di questa facoltà — la quale spiega l'ambigua condotta

tenuta nella questione tunisina dal gabinetto inglese, dinanzi alle

rimostranze dell'Italia — è stata per molti anni affermata e negata. Ma

dubitare di essa non si può più.

Il Gambetta — lo scrisse il gen. Cialdini il 26 giugno 1880 — “rammentò

come all'indomani del trattato di Berlino la Francia fosse consigliata

dal principe di Bismarck, fosse spinta, eccitata da lord Beaconsfield, a

prendersi Tunisi, senza che la Germania e l'Inghilterra si

preoccupassero punto nè poco delle aspirazioni e delle convenienze

italiane„.

Il Waddington stesso ebbe cura di vantarsi di quella concessione, come

di un grande successo della sua carriera. Ciò è ben messo in luce nella

lettera che segue dell'ambasciatore Tornielli all'on. Crispi:

«Londra, 9 gennaio 1894.

Nella campagna elettorale che riuscì sfortunata per il sig.

Waddington, questi, giustificando l'operosità sua a prò della

Francia nel servizio diplomatico, addusse in una lettera pubblicata

nei giornali, fra gli altri titoli di merito, lo aver egli durante

il Congresso di Berlino e mediante una segreta stipulazione con

l'Inghilterra, ottenuto per la Francia «carte blanche» a Tunisi,

sicchè potè essere più tardi stabilito il protettorato francese

senza che occorresse alcun incidente europeo.

Mentre era al governo lord Salisbury, quando io, in obbedienza alle

insistenti istruzioni del R. governo, dovetti ripetutamente urtarmi

contro le evasive sue risposte alle nostre comunicazioni intese a

conseguire che il Gabinetto di Londra s'interessasse al par di noi

nella questione di Biserta, non mancai di riferire che, a parer mio,

questo ministro britannico che era stato plenipotenziario al

Congresso di Berlino, doveva essere trattenuto in questa questione

dai personali impegni colà presi appunto col sig. Waddington. Quelle

che erano supposizioni, suggerite dal singolare contegno di lord

Salisbury, divennero in me quasi una certezza durante un colloquio

avuto con lord Rosebery nel luglio 1893, quando incidentalmente S.

S. affermavami che l'occupazione della Tunisia per parte della

Francia era stata, tra questa e le altre potenze, regolata all'epoca

del Congresso di Berlino.

La lettera recente del sig. Waddington ai suoi elettori toglie di

mezzo ogni incertezza. Non è l'antico ambasciatore francese a Londra

persona tale da equivocare nell'uso di parole delle quali

perfettamente conosce il proprio significato ed il valore. Non ho

veduto il testo francese del suo scritto, ma ne ho sotto gli occhi

la versione inglese data dal _Times_: «Finally, by a secret

stipulation with England, I obtained _carte blanche_ for France in

Tunis, which later on permitted us to establish there our

protectorate without the occurrence of any european incident». Se il

sig. Waddington ha scritto che una stipulazione segreta ha avuto

luogo con l'Inghilterra, ciò vuol dire che un impegno scritto

esiste. E le ultime parole da lui adoperate indicherebbero che altre

Potenze dovrebbero averne avuta notizia senza muovere contro la

medesima alcuna obiezione. Questa interpretazione sarebbe conforme a

ciò che lord Rosebery ebbe a dirmi occasionalmente.»

È da notarsi che i plenipotenziarii italiani a Berlino ebbero un vago

sospetto di accordi altrui relativi alla Tunisia, stipulati o in via di

stipulazione. Infatti il 18 luglio 1878, cinque giorni dopo la firma del

trattato, l'ambasciatore di Launay telegrafava a Roma:

«Il serait prudent d'avoir l'œil ouvert à Paris relativement à

des combinaisons éventuelles se rattachant à Tunis.»

Questo avvertimento, trasmesso all'ambasciatore a Parigi, irritò questi,

ch'era il general Cialdini, il quale rispose il 18:

«En réponse à votre télégramme d'avant-hier soir concernant la

question de Tunis, j'envoie aujourd'hui à V. E. nouveau rapport

aussi rassurant que possible. Je prie de faire savoir à S. E.

l'ambassadeur de S. M. à Berlin qu'il serait prudent d'avoir

l'œil ouvert sur le prince de Bismarck relativement à des

combinaisons éventuelles se rattachant à la Hollande.»

L'ironia del gen. Cialdini era fuor di luogo, perchè la combinazione

relativa alla Tunisia era un fatto reale; ma non a Parigi bisognava

tener gli occhi aperti, siccome consigliava il di Launay: sarebbe stato,

invece, più opportuno averli tenuti aperti a Berlino.

Il conte di Launay, il quale, se non un'aquila, era un diplomatico

zelante, cercò di approfondire il mistero. Le informazioni, però, a lui

fornite dai suoi colleghi, glielo resero impenetrabile.

L'ambasciatore inglese, lord Odo Russell, gli disse che “le idee della

Francia per una presa di possesso della Tunisia, o almeno per un

protettorato, avevano fatto notevoli progressi, e che bisognava badare a

non lasciarsi sorprendere dagli avvenimenti„; il sig. Radowitz espresse

l'opinione che delle “insinuazioni„ fossero state fatte al sig.

Waddington, il quale aveva “_décliné d'entrer en pourparlers, même

académiques_„. Cosicchè, facendo delle ipotesi per non potersi fondare

sul sodo di notizie sicure, il di Launay argomentava che dal suo stesso

punto di vista l'Inghilterra doveva desiderare che l'Italia, a

preferenza della Francia, si rafforzasse nel Mediterraneo, e che

eziandio la Germania avrebbe preferito che la Tunisia cadesse in mani

italiane, anzichè in mani francesi. Quindi, niente paura. “È evidente —

concludeva — che noi non potremmo consentire che la Reggenza divenisse

provincia francese per essere all'occorrenza base d'operazione, sia ad

organizzare insurrezioni nel nostro territorio, sia per paralizzare, in

caso di guerra, i nostri movimenti nel Mediterraneo. La Francia ci

stringe di già abbastanza con la Savoia, Nizza, l'Alto Delfinato, la

Corsica, ecc., perchè possiamo consentire a farle prendere altre

posizioni strategiche a nostro danno„.

La politica seguita dall'on. Benedetto Cairoli — che fu presidente del

Consiglio quasi ininterrottamente dal marzo 1878 al maggio 1881 —

mantenne l'Italia nell'isolamento. Le simpatie del Cairoli volgevano

verso la Francia; ma mentre egli non otteneva ufficialmente che il

governo di quel paese tenesse in equa considerazione gl'interessi

italiani, mantenendo intelligenze e avendo quasi degli occulti

compromessi con le individualità più spiccate del partito repubblicano

_non al potere_, faceva gran conto di costoro, che facilmente, appunto

perchè senza responsabilità pubblica, largheggiavano in proteste di

amicizia. Di fronte all'Austria, egli, appartenente a famiglia lombarda

nobilissima per patriottismo, non seppe, salendo al ministero,

spogliarsi dei ricordi delle lotte passate e considerare l'ufficio con

la serenità fredda e obbiettiva dell'uomo di Stato. Non risulta che egli

facesse dell'irredentismo stando al governo; ma molti, i quali

pubblicamente gli si dicevano amici, erano irredentisti militanti, e il

complesso della sua azione accennava per lo meno a tolleranza verso le

agitazioni anti-austriache, mentre il partito costituzionale e la stampa

sua non reagivano con un vigore apprezzabile.

Quelle agitazioni, invero, fecero all'Italia molto male; e non erano

serie, sia che gli irredentisti pensassero alla possibilità di strappare

all'Austria le Provincie italiane con le armi in pugno, sia che

immaginassero di rivendicarle coi clamori. Ci fecero molto male anche

perchè popolarizzarono in Austria il concetto che la lotta

all'irredentismo italiano si identificava con la difesa dei principii

sui quali poggia la saldezza dell'Impero, e resero, quindi, più

difficile una futura consensuale rettifica delle frontiere, che ogni

patriota italiano deve desiderare.

Crispi pensò sempre che l'Italia avesse sommo interesse ad ottenere le

sue frontiere naturali; ma ritenne che incombesse alla diplomazia il

definire la questione, e che gl'irredentisti non ottenessero altro scopo

che quello di rinviare all'infinito tale definizione.

Fu denunziato più volte a Vienna e a Berlino che l'irredentismo in

Italia, come certe manifestazioni panslaviste in Russia, erano macchine

da guerra montate dal partito d'azione francese, — delle quali le

polizie austriaca e tedesca pretesero di aver sorpreso le fila, tese

specialmente nelle nostre loggie massoniche — allo scopo d'inimicare

l'Italia all'Austria e alla Germania, anche suscitando in Italia un

movimento repubblicano con tendenze irredentiste per paralizzare

l'Austria e renderne l'alleanza inutile alla Germania. Per una strana e

infelice coincidenza, quella denunziata propaganda in Italia del partito

d'azione francese si svolgeva mentre la politica della Consulta sembrava

considerasse l'Austria come una nemica naturale nostra e delle

subnazionalità del Danubio e dei Balcani. E le diffidenze del governo di

Vienna non poterono mancare. Esse dettero giorni molto amari alla

Consulta. In settembre 1879 il colonnello Haymerle, già addetto militare

all'ambasciata austriaca presso il Quirinale retta da suo fratello,

espose in un opuscolo intitolato «Italicae res» gli argomenti secondo i

quali, dal punto di vista austriaco, l'irredentismo era fondato

sull'errore e doveva avere l'Austria irremovibilmente avversa. Questa

pubblicazione suscitò polemiche senza fine. Poco dopo, nei primi del

1880, irritò grandemente l'Austria il fatto che ai funerali del generale

Avezzana, presidente dell'_Irredenta_, due ministri e un segretario

generale avevano retto i cordoni del feretro insieme al sig. Matteo

Imbriani, fanatico irredentista. Non soddisfatto delle spiegazioni date

dall'on. Cairoli, il governo austriaco assunse un'attitudine minacciosa.

Il 31 marzo il Comando del III Corpo d'Armata a Verona informava il

ministero di truppe raccolte alla frontiera sotto il comando

dell'arciduca Alberto; ve ne erano a Bezzecca, a Pieve di Ledro e a

Riva; l'arciduca era ad Arco col suo Stato Maggiore. Il 10 aprile

l'ambasciatore a Vienna, conte di Robilant, avvertiva che

l'avvicinamento delle truppe austriache nel Tirolo doveva considerarsi

come una minaccia.

Gl'incidenti sollevati ad ogni momento continuarono a tenere accesi gli

animi per tutto il 1880 e oltre. Il 14 aprile il deputato Cavallotti fu

espulso da Trieste; in giugno l'Austria disapprovava la conversione dei

beni del Collegio di _Propaganda Fide_, ritenendo questo come

un'associazione internazionale; in agosto si opponeva alla concessione

di decorazioni italiane a cittadini del Tirolo e di Trieste; in ottobre

protestava contro la deliberazione del Comitato dell'Esposizione

Nazionale di Milano pel 1881, di ammettere espositori delle provincie di

lingua italiana appartenenti all'Impero. E altri incidenti che non giova

ricordare si verificarono finchè l'on. Cairoli tenne la direzione del

Governo e della politica estera, cioè sino alla fine di maggio 1881.

L'on. Cairoli cadde dal potere in seguito al protettorato imposto dalla

Francia alla Tunisia; la sua inabilità, che poteva condurci ad una

guerra contro l'Austria, ci condusse, invece, ad un disastro morale e

politico nel campo ch'egli prediligeva.

La spinta data alla Francia a rivolgere la sua attività verso la

Tunisia, fu molto abile; fatalmente, il principe di Bismarck allontanava

dall'Europa lo spirito ambizioso dei francesi. I quali, nonostante

considerassero dapprima l'offerta come un inganno, e come un delitto il

distrarre energie e pensare ad altro che non fosse la rivendicazione

dell'Alsazia e della Lorena, si compiacquero poco alla volta di trovare

in Africa un compenso materiale e un temporaneo conforto morale alle

sconfitte subite; e forse qualcuno, chissà? pensò alle nuove forze che

la Francia avrebbe trovate nell'Africa da gettare un giorno sulla

bilancia dei destini d'Europa. In un rapporto del 18 luglio 1878,

l'ambasciatore Cialdini scriveva:

«Conviene riconoscere essere divenuto un dogma repubblicano (almeno

per ora) che la Francia non debba permettersi conquista od

annessione alcuna, prima di avere rivendicate e ricondotte alla

repubblica le perdute Provincie dell'Alsazia e della Lorena.»

Se la Francia avesse badato soltanto a non offendere le suscettibilità e

gl'interessi italiani, la Tunisia sarebbe ancora aperta alla libera

attività delle due nazioni. Ma alla Francia premevano sopratutto le

ragioni della sua efficenza internazionale e della sua potenza. Che

pretendeva l'Italia, isolata ed inerme? Che la Francia ansiosa di

dominio, vedendo la via libera da ostacoli materiali, si astenesse per

considerazioni di equità e di simpatia verso un giovine Stato sorto

inopportunamente, che si atteggiava a suo rivale? Questo potè pensarlo

chi della politica internazionale aveva un concetto puerile. Spettava al

governo italiano, il quale vide nascere il pericolo e potè seguire,

sulle diligenti informazioni del generale Cialdini, l'evoluzione

dell'opinione francese circa l'utilità di quell'impresa, di prevenirla,

di assicurare lo _statu quo_ del Mediterraneo mediante le alleanze alle

quali ricorse troppo tardi.

L'on. Cairoli non ha scusa poichè dal 1878 al 1881 fu tenuto esattamente

al corrente delle intenzioni del gabinetto francese rispetto a Tunisi.

In un primo periodo fu riconosciuto formalmente dalla Francia il diritto

dell'Italia a non essere chiusa nel suo mare, e il Cialdini riferiva il

19 agosto 1878 le seguenti dichiarazioni del signor Waddington, ministro

degli Affari esteri e di Gambetta:

«Che la questione di Tunisi non era mai stata posta sul tappeto e

che non se n'era nemmeno parlato a guisa di passeggera conversazione

nel Consiglio di ministri. Aggiunse che se in seguito alla posizione

fatta alle Potenze mediterranee dal Congresso di Berlino e

sovratutto dal trattato anglo-turco, sorgesse la necessità o la

convenienza di prendere qualche misura di precauzione nel bacino del

Mediterraneo a tutela degli interessi francesi, non si farebbe

nulla, assolutamente nulla, senza previo e completo accordo con

l'Italia. Aggiunse che a parer suo, si perde sovente in profondità

ed in forza ciò che si guadagna in estensione e superficie; che

Algeri è un inciampo, un peso, una debolezza per la Francia; quindi

essere egli personalmente contrario all'acquisto di Tunisi.

Pur tuttavia — seguitò — l'avviso altrui potrebbe prevalere, ma io

vi dò la parola d'onore che sino a quando io farò parte del governo

francese, nulla di simile sarà tentato, nessuna occupazione avrà

luogo di Tunisi o di altro punto, senza andare di concerto con voi,

senza prima riconoscere il diritto che avrebbe l'Italia di occupare

un altro punto d'importanza relativa e proporzionata.

Ieri al tardi venne da me il sig. Gambetta, al quale io desiderava

parlare nuovamente su questo argomento. Egli mi rinnovò con maggior

calore ed espansione le assicurazioni già datemi tempo addietro, che

il governo francese attualmente al potere ed il partito repubblicano

che lo sostiene, non avevano pensato mai all'occupazione di Tunisi;

cosa che non entrava punto nelle loro viste. E se mai arrivasse

giorno in cui fossero condotti ad occuparsi di un simile progetto,

essi si porrebbero anzitutto d'accordo coll'Italia, non potendo

convenire alla Francia di farsene una nemica irreconciliabile; mi

pregò di dire al governo del Re che, a parer suo, fra i vari

risultati del Congresso di Berlino spicca la necessità di unirsi

sempre più, massime poi sulle questioni orientale e mediterranea.

Le dichiarazioni somigliantissime di questi due uomini politici mi

sembrano rassicuranti, perchè mi sembrano sincere.»

In un secondo periodo ferve a Tunisi la lotta d'influenza; due consoli

bellicosi, Roustan e Macciò, si disputano il terreno. Col gen. Cialdini,

il 26 giugno 1880 il presidente della Repubblica, Grévy, deplorava che

la questione di Tunisi — la quale, secondo lui, non valeva un sigaro da

due soldi — potesse divenire cagione di dissidio; e il ministro

Freycinet si augurava di poter conciliare i desideri italiani con

gl'interessi della Francia. Ma Leone Gambetta “forse più franco,

certamente più chiaro„, diceva l'Italia non dovere contrastare

l'influenza francese in Tunisia. Non voleva essa tener conto della

prudenza e della moderazione di cui la Francia dava prova astenendosi

dal prendersi un paese offertole da tutte le Potenze?

L'on. Cairoli credette che a trattenere la Francia, sulla via nella

quale ora non più involontariamente procedeva, bastassero le

dichiarazioni sentimentali sulla fratellanza dei due popoli, le proteste

delle sue pure intenzioni, la minaccia di mutare indirizzo politico.

Codesti argomenti verbali non fecero alcuna impressione; ma la

sollecitudine, invece, dimostrata dal Cairoli per il tronco di ferrovia

Tunisi-Goletta e per il cavo telegrafico Sicilia-Tunisi, cioè per due

iniziative non private, ma in realtà del governo italiano e tali quindi

da dare a questo una maggiore influenza politica, quella sì che fece

impressione, anzi allarmò la Francia, la quale andava abituandosi a

considerare prevalenti i propri interessi nella Reggenza. E così il

Freycinet, il 9 luglio 1880, modificò le dichiarazioni fatte il 19

agosto 1878 da Waddington: “La Francia non pensa ora ad occupare Tunisi,

ma l'avvenire _sta nelle mani di Dio_„. E rifiutò di consentire alla

concessione da parte del Bey della posa di un cavo diretto indipendente

tra Tunisi e la Sicilia.

La esclusività dell'influenza francese divenne nel terzo periodo lo

scopo del gabinetto di Parigi. Si era ancora lontani dalla decisione di

un'azione militare, ma era entrata in azione una gran forza, l'opinione

pubblica; la quale, aizzata dalla stampa, finì con l'esercitare

un'azione determinante sul Governo. Gli speculatori non mancarono di

ispirare i sentimenti che dividono e furono denunziati anche alla Camera

francese; si disse anche che individualità spiccate, le quali

circondavano il Gambetta, si preoccupassero di far denaro. Pochi

pubblicisti, come Mad. Adam, tentarono a Parigi di opporsi alla

corrente, non riuscendo ad altro che a farsi accusare di poco

patriottismo.

Prevedendo che un giorno o l'altro sarebbe stato spinto ad occupare la

Tunisia, il Freycinet si preoccupava naturalmente delle conseguenze di

tal fatto. Il 25 luglio 1880 il nostro ambasciatore era in visita presso

di lui, quando ad un tratto il Freycinet gli disse:

«Ma perchè vi ostinate a pensare a Tunisi, dove la vostra

concorrenza può turbare un giorno o l'altro i nostri buoni rapporti,

perchè non volgereste piuttosto gli occhi su Tripoli, nel qual luogo

non avreste a lottare con noi, nè con altri?»

Queste parole — osservava il Cialdini — mi ricordarono una frase

analoga sfuggita al duca Decazes, e dovetti convincermi sempre più

che esiste un pensiero politico permanente, tradizionale rispetto

alla costa mediterranea dell'Africa, pensiero a cui tutti i partiti

si mostrano ossequenti e si studiano di custodire, trasmettere e

sviluppare.

Risposi che una simile indicazione mi rammentava il consiglio dato

da Bismarck a Napoleone III di prendersi il Belgio e lasciare la

provincia Renana in pace; che noi non aspiravamo a Tripoli più che a

Tunisi, ma desideravamo soltanto che codeste Reggenze fossero

mantenute in _statu-quo_. Aggiunsi che di Tripoli non occorreva

parlare neanche a titolo di compenso, se mai la Francia occupasse

Tunisi un giorno, a meno che Tripoli non cessasse di far parte

dell'impero turco.

L'avvenire è nelle mani di Dio (frase prediletta del sig. Freycinet)

e potrebbe darsi, seguitò egli a dire, che un giorno, senza dubbio

lontano, la Francia fosse condotta dalla forza delle cose ad

occupare e ad annettersi la Reggenza di Tunisi. Noi non vorremmo che

ciò avvenisse, se pur deve avvenire, a prezzo dell'amicizia che ci

lega all'Italia e che desideriamo sinceramente di conservare. Voi

partite ed io pure partirò in breve. Ci rivedremo ai primi di

ottobre e ripiglieremo allora a parlare di questo argomento nella

certezza che gli animi si saranno calmati in Italia ed in Francia e

che potremo ragionare tranquillamente. Io potrò dichiararvi che la

Francia non pensa punto nè poco all'occupazione di Tunisi; ma

siccome l'avvenire è nelle mani di Dio e potendo accadere, in tempo

più o meno remoto, che la Francia fosse proprio spinta dalla

necessità d'una situazione qualsiasi ad occupare la Tunisia, io vi

dichiarerò in pari tempo che, se un caso simile si presentasse,

_l'Italia ne sarebbe avvertita con ogni possibile anticipazione, ed

ajutata dalla nostra influenza cordiale ad ottenere nel bacino del

Mediterraneo un compenso proporzionato e sufficiente, affine di

conservare l'equilibrio della rispettiva preponderanza.»_

Appariva manifesto che l'occupazione della Reggenza da parte della

Francia era questione di tempo; il Cialdini avvertì che l'unica via per

impedirla era di “promuovere altre combinazioni„.

Alla fine di settembre assunse la direzione del Quai d'Orsay il sig.

Barthélemy di Saint-Hilaire (ministero Ferry), e il Cairoli, sebbene ne

fosse evidente l'inopportunità, ordinò al Cialdini di insistere affinchè

il Gabinetto di Parigi non contrastasse la concessione del filo

telegrafico diretto e indipendente dalla rete telegrafica francese. Il

Cialdini, sebbene riluttante, obbedì e non ottenne nulla:

«Non si tratta — scriveva il 20 novembre — di buone ragioni.... ma

semplicemente di un programma politico che la Francia ha adottato e

non abbandonerà più. L'influenza francese, cacciata dall'Europa dal

principe di Bismarck, s'è abbattuta sull'Africa, dove non teme di

urtarsi con la Germania. Noi non riusciremo ad ottenere alcuna

concessione dalla Francia con dei ragionamenti e delle mosse

diplomatiche. È questa, da molto tempo, la mia convinzione. La

Repubblica sa bene che questa politica ci ferisce e allontana — e

bisogna riconoscere che di ciò essa non si preoccupa.»

Il 1.º febbraio 1881 il console italiano a Tunisi, Macciò, telegrafa a

Roma:

«Oggi il Console francese ha informato il Bey che, considerate le

condizioni attuali della Tunisia, la Sublime Porta ha deciso di

destituirlo e di mandare Keredine ad amministrare il paese. La

Francia essendo a ciò assolutamente contraria, era obbligata a fare

una dimostrazione navale, e poichè questa avrebbe dato luogo

nell'assemblea a interpellanze spiacevoli, era opportuno che Sua

Altezza chiedesse l'invio di una squadra alla Goletta. Il Bey ha

risposto che si rifiutava di credere al prospetto attribuito alla

Sublime Porta, che non stimava di dover esprimere alla Francia il

desiderio della dimostrazione navale, nè aveva da dare consigli su

tale argomento.

È il Bey stesso il quale ha desiderato che io v'informassi di quanto

precede.»

Interrogato sulla verità del fatto denunziato dal Macciò — che sarebbe

stato un tentativo per ottenere dal Bey stesso la domanda di

protettorato — il signor Barthélemy rispose che si trattava di una

favola; ma il Cialdini, pur prestando fede allora alla sincerità del

Ministro, non escludeva che a Tunisi il console Roustan obbedisse a

ordini di persone più potenti del ministro degli affari esteri, appunto

in quei giorni combattuto aspramente sui giornali devoti al Gambetta.

Il Bey, informato che a Parigi smentiscono la pressione tentata su di

lui dal console francese, fa trascrivere il discorso tenutogli da

quest'ultimo, e manda a Roma copia autentica del protocollo relativo.

Messo il documento sotto gli occhi del Barthélemy, questi dichiara di

non credere alla sua veridicità. Però, informazioni raccolte dal gen.

Cialdini anche presso il suo collega d'Inghilterra, assodano che il

Barthélemy aveva lui stesso consigliato la mossa al Roustan e che per

aiutarne la riuscita aveva mandato due navi da guerra nelle acque

tunisine.

Fallito questo piano, si diffonde la voce che la _potente_ tribù dei

Krumiri aveva fatto incursioni sul territorio algerino, e minacciava il

tronco ferroviario francese Bona-Guelma; s'insinua anche la possibilità

di una esplosione del fanatismo religioso in Algeria. La stampa francese

s'impadronisce del tema e commuove l'opinione pubblica: il governo fa

partire da Tolone navi e truppe “per non sguarnire l'Algeria in

circostanze così gravi„!

Grande emozione in Italia; il Ministero Cairoli è in pericolo e domanda

spiegazioni. Il Barthélemy, il 6 aprile, assicura il gen. Cialdini che

l'invio di un considerevole corpo di truppe non ha altro scopo che di

punire le tribù alla frontiera algerina — e che il governo francese “non

pensa punto ad un'occupazione militare permanente e meno ancora

all'annessione della Tunisia„. L'indomani le stesse spiegazioni sono

rinnovate con questa aggiunta, che “ingaggiata la lotta non poteva

prevedersi quello che sarebbe stato necessario di fare„. Intanto la

Camera francese votava quel giorno stesso, 7 aprile, un credito di lire

5,695,000 per la spedizione militare.

Varcata la frontiera tunisina senza incontrare alcuno ostacolo, facendo,

come fu detto a Parigi, al Palazzo Borbone, “une promenade militaire„,

le truppe della Repubblica si avvicinano a Tunisi e le navi da guerra

sbarcano soldati a Biserta. L'11 maggio il ministro Barthélemy informa

l'ambasciatore Cialdini che le truppe non entreranno in Tunisi se il Bey

firmerà il trattato che gli verrà sottoposto; che l'occupazione militare

cesserà appena avuta la prova della buona fede del Bey e del suo

rispetto al trattato, e che anche Biserta sarebbe stata evacuata subito

dopo.

Il trattato, così detto di garenzia, fu firmato l'indomani, 12 maggio,

dal Bey e dal generale comandante le truppe invadenti. Il Bey, che

invano si era rivolto alle Potenze, accettò tutto quello che

gl'imposero, consenti anche l'occupazione militare come gliela chiesero,

cioè ristretta a taluni punti, _sino al ristabilimento dell'ordine_.

La Francia non si arrestò al trattato. L'agitazione naturalmente sorta

nella Tunisia per l'invasione straniera, dette argomento a estendere le

operazioni di guerra. Un nuovo credito di 14 milioni fu approvato dal

Parlamento; il 12 luglio la squadra francese occupava Sfax, il 24 luglio

Gabes; il 9 ottobre le truppe repubblicane entravano a Tunisi.

Così la Francia conquistò la Reggenza.

Tutte le promesse fatte al gen. Cialdini dai tre ministri che trattarono

la questione, Waddington, Freycinet, Barthélemy, furono, una dopo

l'altra, violate, e l'ingenua fiducia del Cairoli fu molto male

ricompensata. Alla Camera italiana il Cairoli, prima che l'azione

francese raggiungesse i fini propostisi, si difese mettendo innanzi la

sua buona fede — innegabile come la sua incapacità — e si fece garante

che i francesi si sarebbero ritirati dalla Reggenza appena vinti i

Krumiri; ma Crispi lo ammonì: “Bisogna aver dimenticato la storia, per

credere che l'esercito francese, dopo punite le tribù ribelli, uscirà

dalla Tunisia„.

Il Cairoli dichiarò, altresì, in Parlamento, di avere con l'Inghilterra

“una identità di idee nell'apprezzare la questione di Tunisi„, e volle

così smentire quelli che affermavano “immaginarii isolamenti„.

Non si comprende perchè un uomo probo come il Cairoli affermasse cosa

talmente lontana dal vero. Bisogna supporre che egli non leggesse i

documenti, o che, letti, li dimenticasse; perchè i documenti della

Consulta contenevano la prova del contrario.

Il 7 gennaio 1879 conversando col marchese Menabrea, ambasciatore

d'Italia a Londra, il ministro Salisbury, interrogato sulle voci dei

giornali, secondo le quali anche il governo della Regina spingeva la

Francia ad annettere la Reggenza di Tunisi all'Algeria, rispose ch'egli

“stava neutro nella questione„, cioè si asteneva, e che aveva dichiarato

alla Francia “che scorgendo l'Italia contraria ad un tale divisamento,

lasciava che quelle due Potenze se la intendessero fra loro„. Il 13

febbraio dello stesso anno il Menabrea, avendo domandato al Salisbury

che l'Inghilterra facesse una dichiarazione di voler mantenere lo _statu

quo_ in Tunisia, il Salisbury “si astenne da nulla promettere circa la

dichiarazione dianzi suggerita„. L'11 luglio 1880 lo stesso Menabrea

riferiva aver il ministro conte Granville dichiarato “che la Tunisia

essendo uno Stato indipendente, salvo i diritti della Sublime Porta,

l'Inghilterra non poteva intervenire in quelle questioni che si

riferiscono al governo interno della Reggenza„. Il 22 di quel mese il

Cairoli ritenendo che l'atteggiamento inglese potesse mutarsi,

insisteva: “A noi non sembra ammissibile.... che le altre Potenze,

l'Inghilterra in specie, vogliano accogliere una teoria [cioè che la

Tunisia dovesse considerarsi come un'appendice dell'Algeria] che già fin

d'ora turberebbe l'equilibrio delle forze nel Mediterraneo„. Ma il

Granville rispondeva il 29 luglio “che l'Inghilterra non avendo che

interessi secondarii nella Tunisia, non voleva intervenire nei dissensi

insorti tra noi e la Francia, a meno di esservi direttamente invitata„ —

e non occorre avvertire che il nobile lord era sicuro di non ricevere un

invito simile dalla Francia!

Naturalmente, le cose non mutarono quando la crisi fu prossima; il 17

febbraio 1881 toccò a lord Lyons, ambasciatore britannico a Parigi, di

avvertire il generale Cialdini che l'Inghilterra “teneva molto a non far

nulla che possa dispiacere alla Francia„.

Alla Consulta si presumeva allora di sapere quale fosse la politica che

nel Mediterraneo convenisse all'Inghilterra; e su tale presunzione si

fondava. Anche dappoi abbiamo vissuto di illusioni su questo argomento,

perchè in realtà, tranne durante un periodo del quale ci occuperemo più

avanti, l'Inghilterra ha trovato sempre il suo interesse nell'intendersi

con la Francia.

Può darsi che al 1878 i ministri inglesi avessero sull'avvenire della

Tunisia le idee che loro attribuiva uno scrittore francese, il Constant

d'Estournelle:[13]

[13] _La politique française en Tunisie — Le Protectorat et ses

origines_ (1854-1891) par P. H. X. — Paris, Librairie Plon, pagg.

79-80.

“Du jour où le gouvernement anglais constate que la Tunisie est

condamnée et qu'une intervention étrangère y est inévitable, entre

quelles mains doit-il souhaiter de la voir tomber? les notres ou celles

de l'Italie? Entre les notres sans aucun doute. De deux maux on choisit

le moindre. Il a tout intérêt à ne pas abandonner à l'Italie la garde du

vaste goulet qui met en communication les deux bassins de la

Méditerranée. Son action en 1871 auprès du cabinet de Florence en était

déjà une preuve. Or l'Italie serait maîtresse de ce passage, dans le cas

où le promontoire tunisien qui s'avance vers la Sicile lui

appartiendrait. Possédant, avec la Sardaigne et l'îlot de Pantellaria,

la pointe du cap Bon, le sommets de Carthage, Bizerte, on peut dire

qu'elle commanderait les communications maritimes de l'Europe avec

l'Orient et qu'elle pourrait, au besoin, sinon les arrêter tout à fait,

du moins les gêner considérablement. Il est clair que ce n'est pas

l'Angleterre qui favorisera jamais la création d'une pareille entrave et

qui s'exposera à faciliter l'interception de la grande route que

sillonnent aujourd'hui librement par milliers ses bâtiments. Elle a tout

avantage, au contraire, à ce que les deux côtes du passage appartiennent

à deux puissances différentes: c'est pour elle le plus sûr moyen d'en

assurer la neutralité„.

La conquista francese di Tunisi non fu discussa alla Camera italiana; il

ministero Cairoli si ritirò il 14 maggio, appena potè apprezzare

l'effetto prodotto in tutta l'Italia dalla notizia del trattato del

Bardo. L'on. Crispi che aveva diretto gli oppositori con moderazione,

era in predicato di succedergli; ma i capi della Sinistra furono

concordi, come sempre, nel volerlo lontano dal governo. Dissero che il

nome di Crispi suonava guerra alla Francia, e non era prudente. In

realtà, Crispi aveva, pochi giorni prima, ripetuto alla Camera che “un

conflitto tra la Francia e l'Italia sarebbe una guerra civile„ e aveva

deplorato che le buone relazioni tra i due paesi fossero state

compromesse da una politica imprevidente e leggera. Non può infatti

negarsi che se i diritti dell'Italia fossero stati validamente difesi,

il governo francese non avrebbe potuto con l'impresa di Tunisi alzare

una barriera tra i due Stati.

Quell'impresa ci offese dippiù pel modo onde fu compiuta e per

l'alterigia con la quale ci si trattò. Eravamo isolati, deboli, con le

finanze in disordine, in conflitto con l'Austria; e la Francia non

soltanto profittò di tali circostanze per cacciarci da un paese

vicinissimo al nostro e dove avevamo interessi maggiori dei suoi; ma

s'irritò delle nostre naturali e legittime proteste, e aggiunse

all'azione prepotente le minacce, e colpì col disprezzo l'ira nostra

impotente.

È vero — come si affermò — che se l'Italia avesse risposto al

protettorato francese sulla Tunisia con l'occupazione della

Tripolitania, avrebbe trovato le grandi Potenze neutrali e l'appoggio

dell'Inghilterra?

Un giornale inglese, lo _Standard_, pubblicò (22 o 23 maggio 1881) un

documento diplomatico sin allora inedito, nel quale si affermava che in

una conversazione tra i signori Waddington, Corti e lord Salisbury era

stato convenuto che l'Italia potesse occupare la Tripolitania, se la

Francia si fosse annessa la Tunisia.

Il conte Corti — che era in quei giorni ambasciatore a Costantinopoli —

si affrettò a mandare una smentita con la fretta che avrebbe posta nel

respingere una insinuazione ingiuriosa:

«Siffatta conversazione — egli scriveva il 24 maggio — non è mai

seguìta, nè a Berlino, nè altrove. I plenipotenziari d'Italia non

avevano missione di trattare della distribuzione di territori

appartenenti ad altre potenze, all'infuori di quelli che

costituivano le conseguenze immediate della guerra.

Il documento diplomatico cui si riferisce il telegramma è dunque

apocrifo, oppure contiene la relazione d'un colloquio non avvenuto.

Per lo che mi presi la libertà di pregare l'E. V. di far smentire

l'asserzione del giornale inglese.»

La mentalità del conte Corti è tutta rispecchiata in questa smentita. È

chiaro che come diplomatico egli era un pesce fuori d'acqua. Forse

sarebbe stato un buon prete.

Il marchese Menabrea, al quale fu telegrafato da Roma il desiderio del

Corti, rispose il 31 maggio:

Nel medesimo giorno io telegrafavo _in chiaro_ a codesto ministero

nei termini seguenti:

«Le _Times_ publie aujourd'hui un télégramme de Rome informant que

M. Corti dément la conversation avec lord Salisbury qu'on lui

attribue, pour faire donner Tripoli à l'Italie, dans le cas où Tunis

serait annexé à la France. Cette question a provoqué une

interrogation de M. Arnold, dans la dernière séance de la Chambre

des communes. Sir Charles Dilke a répondu qu'il n'y avait pas eu, au

sujet de Tripoli, d'échange de correspondance entre les deux

gouvernements anglais et italien. D'autres interrogations ont

également eu lieu sur Tunis; elles n'ont amené aucune résolution. —

MENABREA.»

La sera stessa del giorno 25, in cui erano stati ricevuti e spediti

i telegrammi anzidetti, io incontrai, al ballo di Corte, il

sotto-segretario di Stato per gli Affari esteri, sir Charles Dilke,

che, fermandosi, mi disse spontaneamente di essere stato sorpreso

della smentita data dal conte Corti, imperocchè esistevano al

_Foreign Office_ prove, o documenti che fossero, che si riferivano

alla sovraccennata conversazione. Egli soggiunse che questa doveva

essere, all'indomani, oggetto di una nuova interrogazione nella

Camera dei Comuni, ma che egli eviterebbe di entrare in discussione

in proposito, rifiutando di dare ulteriori spiegazioni.

Infatti, nella seduta del 26 corrente, ebbe luogo nella Camera

l'interrogazione annunziata. Traduco dal _Times_ del 27 maggio il

resoconto che vi si riferisce:

«_Tripoli e Tunisi_ — Il sig. Arturo Arnold chiede se vi sia qualche

documento della conversazione tenuta da lord Salisbury,

relativamente all'occupazione di Tripoli per parte dell'Italia, in

compenso dell'ingresso della Francia a Tunisi. Sir Charles Dilke

risponde: «Tutte le informazioni che il governo di Sua Maestà è in

grado di somministrare sono contenute nei documenti che sono stati

deposti sulla tavola della Camera; ed io non sono disposto (_I am

unwilling_) ad essere trascinato, rispondendo all'interpellanza del

mio onorevole amico, in una discussione sopra quell'argomento.»

Una tale risposta essendomi sembrata alquanto equivoca, mi recai

l'indomani, 27 corrente, dal conte Granville, al quale domandai

qualche spiegazione esplicita in proposito, affine di non lasciare

pesare un dubbio sopra un fatto pubblicamente smentito.

Il nobile lord mi rispose che non v'era stato scambio di

corrispondenza fra i due governi a proposito di Tripoli; che non vi

erano documenti ufficiali relativi a quell'argomento; ma nello

stesso tempo, mi dichiarò, confidenzialmente, che non poteva

rispondermi, nè dirmene di più.

Nel congedarmi dal conte Granville, io gli dissi ridendo:

«Je vois que V. E. fait comme un de nos anciens ministres, le

commandeur Galvagno, qui, pressé de donner à la Chambre des

explications sur des faits qu'il ne croyait pas devoir discuter, se

débarrassa des interpellations en disant ces mots restés célèbres:

Je réponds que je ne réponds pas.»

Il nobile lord si mise a ridere dicendomi in francese: _Anch'io

rispondo che non rispondo_.

Io vidi di nuovo il conte Granville l'indomani, 28 corrente, alla

serata data nel _Foreign Office_, in onore del giorno onomastico

della Regina. Egli mi prese a parte e mi disse con molto garbo:

«Ieri le ho parlato confidenzialmente sulla questione tripolitana,

ma mi accorgo che quella mia riserva è inutile, ed Ella è padrone di

scrivere che _ho risposto ch'io non rispondeva_ alle di Lei

interrogazioni».

Questi fatti mi hanno lasciato l'impressione che, presso il _Foreign

Office_ esiste il convincimento che la quistione della cessione di

Tripoli all'Italia, in compenso dell'abbandono di Tunisi alla

Francia, venne ventilata in qualche conversazione al Congresso di

Berlino.

Ho creduto dover mio di riferire questo fatto all'E. V., sia per

rispondere adeguatamente al telegramma sopra trascritto di codesto

Regio ministero, sia per metterla in grado di apprezzare quale

influenza abbiano potuto avere certi incidenti sullo svolgimento

della quistione tunisina.»

L'impressione del generale Menabrea era esatta; infatti la cessione di

Tripoli all'Italia venne ventilata a Berlino in una conversazione

ch'ebbe luogo tra lord Salisbury e il secondo dei plenipotenziarii

italiani a quel Congresso, conte di Launay. E questi ne aveva riferito

l'11 agosto 1878. Ma alla Consulta non leggevano i documenti?

Il di Launay aveva scritto:

«.... tout récemment, j'ai eu à ce sujet un entretien avec mon

collègue d'Angleterre. Je lui parlais des conversations que j'avais

eues dans les derniers jours du Congrès avec lord Salisbury, auquel

j'exprimais le regret que le Gouvernement anglais ne nous eut au

moins pas épargné la surprise d'apprendre par la simple voie des

journaux la nouvelle de la convention relative à l'occupation de

l'île de Cypre. Le chef du _Foreign Office_ expliquait la chose de

son mieux, et laissait entendre à mots couverts _que l'Italie à son

tour pourrait songer à un agrandissement vers Tripoli ou Tunis_. Je

n'etais pas autorisé à aborder une discussion à ce sujet.»

Dunque è indiscutibile che lord Salisbury ritenne che un compenso

spettasse all'Italia, e se il suo pensiero fu manifestato in maniera che

non parve chiaro al di Launay — e si comprende giacchè il ministro

inglese non voleva rivelare l'accordo con la Francia — il “velame delli

versi strani„ avrebbe dovuto stracciarsi nel 1881, quando la Francia

andò a Tunisi.

La violenza adoperata dalla Francia per escludere dalla Tunisia

l'influenza italiana, ebbe virtù di determinare in Italia un mutamento

radicale nella pubblica opinione. Delusa della Repubblica francese — che

la nostra democrazia aveva esaltato in confronto del caduto Impero —

essa non vide scampo, per garentirsi da ulteriori sgraffi della sorella

latina, che in un ritorno all'alleanza con la Germania.

Per la verità storica è opportuno ricordare che già nel 1880 il conte

Maffei, segretario generale del ministero degli Affari esteri,

autorizzato dall'on. Cairoli, aveva esplorato ufficiosamente il terreno

a Berlino “circa la convenienza di dare ai rapporti fra l'Italia e la

Germania un carattere più intimo, e avviarsi ad una vera e propria

alleanza„. Il principe di Bismarck gli aveva fatto rispondere “che la

via per arrivare a Berlino era quella di Vienna, e che anche colà

dovevamo stabilire ottime relazioni se volevamo rinnovare gli antichi

legami con la Germania„.

Ministro dell'Interno sotto la presidenza del Cairoli era l'onorevole

Depretis, ed è probabile che per consiglio di questi — memore della

missione Crispi — il Maffei fosse abilitato a interrogare l'oracolo di

Berlino. Ma quando fu conosciuta la risposta del Bismarck, anche il

Depretis, il quale divideva gli scrupoli e le esitazioni del Cairoli ad

entrare in una via che ci allontanava decisamente dalla Francia, si

dichiarò avverso ad un'alleanza con l'Austria.

Tuttavia, il Maffei — così egli raccontava a Crispi — insistette

vivamente affinchè non si lasciassero cadere le probabilità offertesi di

giungere ad una intelligenza intima con la Germania, sia pure trattando

con Vienna.

Era allora Cancelliere austro-ungarico il barone Haymerle,

ex-ambasciatore a Roma, che aveva dato prove di concilianti disposizioni

in momenti gravi. Ambasciatore in Italia della Germania era il Keudell,

il quale, tornando dal congedo, esternò il parere, che protestava esser

suo personale, che a Berlino produrrebbe ottimo effetto la stipulazione

d'un accordo segreto tra i due capi del governo italiano e

dell'austriaco, a' termini del quale entrambi s'impegnassero a mantener

la pace fra i loro rispettivi paesi, rinnovando il patto d'anno in anno.

Appena questo fosse conchiuso, la Germania ci avrebbe formulato delle

proposte circa il miglior modo di stabilire con noi un'alleanza per la

reciproca tutela dei nostri interessi.

«Suggerii allora all'on. Cairoli di lasciarmi tastare il terreno in

via riservatissima e direi quasi personale, servendomi dell'agente

che il barone Haymerle designato m'avea come un intermediario di sua

intera fiducia. L'opportunità d'impiegar un tal mezzo fu poco dopo

riconosciuta. Inutile osservare che il sig. Keudell veniva spesso a

interrogarmi sul risultato delle mie istanze, di cui era tenuto

sempre a giorno. Egli approvava il divisamento di condurre le prime

trattative in forma strettamente confidenziale. Ho il convincimento

eziandio che il barone Haymerle era da Berlino posto al corrente di

tutto questo, che vi faceva plauso, e aspettava con impazienza il

noto messo. Autorizzatovi alfine, io lo mandavo a Vienna nel gennaio

1881. Non gli davo nulla in iscritto: le mie istruzioni furono

verbali. Il patto pacifico da stabilirsi era tal quale lo aveva

indicato il principe di Bismarck, per bocca del sig. Keudell, e se

io prendevo necessariamente per base il rispetto dei trattati

esistenti, mi avvantaggiavo anche di questo argomento per esigere

che l'Austria egualmente ammettesse nel modo più solenne l'obbligo

suo di non violare le stipulazioni di Berlino con una eventuale

maggiore espansione nella penisola balcanica, a danno dell'Italia, e

in ispecie per ciò che concerne il littorale adriatico.

«Io dicevo, in sostanza, all'uomo di fiducia del bar. Haymerle:

l'Italia vuole bensì essere amica dell'Austria e osservare i suoi

doveri, ma a condizione che l'Austria faccia altrettanto. Bisogna

che il governo imperiale s'immedesimi dei nostri interessi, della

nostra situazione; che tenga conto del nostro sentimento pubblico,

il quale si rivolterebbe se un allargamento dell'Austria ancora

avvenisse in prossimità del mare Adriatico. Su questo particolare io

non potevo essere nè più preciso, nè più esigente, e ne feci uno dei

cardini del negoziato.»

L'agente del barone Haymerle andò a Vienna, fece le comunicazioni delle

quali il Maffei lo aveva incaricato, e il 17 febbraio 1881, ritornato in

Roma, partecipava che il barone Haymerle e il suo _ad latus_, barone

Teckenberg, ritenevano facile l'accordo per un trattato di reciproca

neutralità:

«Fatta naturalmente astrazione della Bosnia e dell'Erzegovina, da un

eventuale cambiamento del diritto di Stato e di Sovranità, e delle

relative pratiche col Sultano riguardo all'avvenire di quei paesi,

l'Austria-Ungheria dichiara di rispettare scrupolosamente lo

_statu-quo_ in Oriente e di non aver nessunissima idea di

oltrepassare menomamente la linea tracciata da detto trattato.

Oltre i sovraccennati eventuali, e per ora poco probabili

cambiamenti del diritto di Stato e di Sovranità nella Bosnia e

nell'Erzegovina, i quali potrebbero eventualmente compiersi senza

violare menomamente lo _statu quo_ dell'Oriente e le determinazioni

del trattato di Berlino, e restano perciò fuori di discussione,

l'_Austria-Ungheria non intende menomamente seguire una politica

d'espansione in Oriente; non pensa menomamente ad avanzarsi a

Salonicco o in Albania e mantiene scrupolosamente lo_ statu-quo

_territoriale. In questo riguardo si è pronti a dare tutte le

assicurazioni necessarie per dimostrare il fermo proposito

dell'Austria-Ungheria di rispettare scrupolosamente i limiti

assegnatile dal trattato di Berlino, e di astenersi da ogni politica

espansione_.

Le relative dichiarazioni del ministro e del suo _alter ego_ non

lasciano nulla a desiderare, a mio parere, in lucidità e decisione,

e la base di ulteriori negoziati per la conclusione di un trattato

di neutralità sarebbe perciò, secondo me, trovata.

I baroni Haymerle e Teckenberg credono che le circostanze generali

non offrano alcuna seria difficoltà di natura a opporsi alla

conclusione d'una sincera ed intima amicizia fra l'Italia e

l'Austria-Ungheria.

L'Austria-Ungheria fu ed è sempre pronta ad apprezzare i legittimi

interessi dell'Italia come potenza grande e marittima, e segue con

simpatia i suoi passi; perciò non metterà verun ostacolo, anzi vedrà

con simpatia l'accrescimento della sfera dei poteri dell'Italia nel

Mediterraneo, ben inteso che resti intatto lo _statu quo_

nell'Adriatico, e che questo non diventi un lago italiano.

Guidata da questo punto di vista, l'Austria-Ungheria accetterà

volentieri ogni accomodamento favorevole agli interessi italiani per

la quistione tunisina ed eventualmente per l'acquisto di Tripoli.

Ispirandosi allo stesso punto di vista d'un accrescimento dei

legittimi interessi dell'Italia nel Mediterraneo, l'Austria-Ungheria

ha respinto la proposta russa di compensare la Grecia con l'isola di

Candia, l'idea dell'Austria-Ungheria essendo, senza naturalmente

assumere sin d'ora decise garanzie in proposito, che Candia potrebbe

essere data all'Italia, precisamente per rafforzare la sua posizione

nel Mediterraneo.

I baroni Haymerle e Teckenberg conchiusero colle più vive proteste

di simpatia per l'Italia e il suo governo, e sarebbero felici di

addivenire ad un accordo che guarentisse l'imperturbata coltivazione

d'una vera ed intima amicizia fra i due paesi. Essi attendono,

dunque, le ulteriori proposte della S. V. I., e lasciano libera a

Lei la scelta, se per i futuri negoziati debba venire qualcheduno da

Vienna a Roma o s'Ella creda preferibile di legare a Vienna una

persona di sua fiducia.»

L'on. Cairoli esitò o non volle seguire il suo collaboratore.

Sopraggiunsero gli avvenimenti tunisini, i quali naturalmente

indebolirono il prestigio dell'Italia. Quando l'on. Mancini, nuovo

ministro degli Affari esteri (dal 29 maggio), iniziò risolutamente la

politica di ravvicinamento all'Austria e alla Germania, e alla fine di

ottobre mandò il re d'Italia in visita a Vienna, i primi passi si

risentirono della situazione peggiorata a nostro danno. E se ne ebbe una

testimonianza clamorosa nelle Delegazioni del novembre, dove uomini in

vista, come l'ex-Cancelliere Andrássy e il Kallay, interpretarono

sconvenientemente i motivi del recente viaggio a Vienna del re Umberto.

Le trattative per l'alleanza, cominciate a Vienna, furono continuate fra

i tre gabinetti; l'Austria e la Germania erano già legate sin dal 7

ottobre 1879 col trattato perpetuo che fu reso pubblico il 3 febbraio

1888. L'accessione dell'Italia, con speciali condizioni che sono un

segreto di Stato, fu firmata il 20 maggio 1882; è noto soltanto che

anzichè un patto di reciproca neutralità, come voleva dapprima

l'Austria, esso contiene una guarentigia dell'integrità territoriale

delle tre Potenze.[14]

[14] F. Crispi, Discorso di Firenze, 8 ottobre 1890.

“Era un primo passo ad uscire dall'isolamento — disse l'on. Crispi — a

stornare gl'incombenti pericoli di guerra. L'opinione pubblica ne fu

soddisfatta.... Ma nei primi anni il trattato non diede frutto. A Vienna

e a Berlino non erano dissipati i dubbi che i precedenti avevano

destato; nè ancora l'insieme della politica italiana, interna ed

internazionale, era tale da riuscirvi; la sincerità nostra, nella

esecuzione degli impegni assunti, parea discutibile ancora. Sicchè i

patti rimanevano scritti, pel giorno della prova suprema; ma il nostro

paese rimaneva ancor solo, a difesa degli interessi suoi esclusivi.

La fiducia nasceva nel secondo periodo dell'alleanza, e incominciava a

giovarci....„.[15]

[15] F. Crispi, Discorso di Firenze, 8 ottobre 1890.

Ma prima d'intrattenerci sull'opera compiuta da Crispi per rendere la

triplice “accordo sinceramente cordiale„, la cui influenza si esercitò

“su tutte le questioni internazionali dove eravamo impegnati„, conviene

ricordare come, sebbene la direzione della politica estera fosse passata

in mani più abili, l'Italia perdette, temendo di osare, una eccellente

occasione per rifarsi in parte del danno di Tunisi.

Politica estera: memorie e documenti · 第 48 / 215 题