CAPITOLO TERZO.

La questione Egiziana nel 1882.

L'Italia, invitata a intervenire in Egitto con

l'Inghilterra, rifiuta. — Viaggio di Crispi a Berlino e a

Londra. — Colloquii col conte Hatzfeldt e con lord

Granville. — Nove lettere di Crispi sulla convenienza per

l'Italia di accettare la proposta inglese.

Quando la questione d'Egitto uscì, in seguito al “pronunciamento„ di

Arabì (sett. 1881), dal torpore nel quale si trascinava da anni,

l'Italia non esercitava influenza alcuna nelle cose interne di quel

paese, del quale l'Inghilterra e la Francia si disputavano l'egemonia.

Minacciata l'autorità del Kedive, quelle due Potenze stimarono opportuno

di fortificarla dandole pubblicamente l'assicurazione della loro

simpatia. Questa simpatia avrebbe potuto determinare l'intervento

militare anglo-francese? Forse sì, se Gambetta fosse rimasto al Governo.

Ma cadutone questi il 26 gennaio 1882 e succedutogli il Freycinet, gli

avvenimenti si svolsero in maniera che la Francia, astenutasi

dall'azione, rimase tagliata fuori dal dominio. D'onde la lotta tenace

combattuta per lungo tempo di poi affinchè il leone britannico

abbandonasse la preda egiziana, e le molteplici condiscendenze di esso,

intese a disarmare la sua avversaria, sino alla Convenzione 8 aprile

1904 che consacrò lo _statu quo_, ossia l'occupazione inglese

indefinita.

L'on. Mancini prese subito partito per escludere l'azione isolata di

ogni Potenza, e, data la posizione dell'Italia in quel momento, sembra

che non potesse seguire indirizzo migliore. Ma il concerto europeo non

agì: tranne l'Inghilterra e la Francia nessuna Potenza mostrò

d'interessarsi agli affari egiziani.

Adunati il 23 giugno in Conferenza, su proposta del Gabinetto di Parigi,

gli ambasciatori a Costantinopoli delle grandi Potenze non compirono

altra funzione positiva che quella di mettere allo scoperto la doppiezza

della politica turca e di giustificare l'intervento europeo. Dapprima la

Sublime Porta non volle prender parte alla Conferenza; v'intervenne alla

decima seduta (24 luglio), dopo avere ricevuto una Nota collettiva con

la quale le Potenze rappresentate la invitavano a mandare senza indugio

in Egitto forze sufficienti “per ristabilire l'ordine, abbattere la

fazione usurpatrice, porre termine alla grave situazione che affligge

quel paese ed ha cagionato lo spargimento di sangue, la rovina e la fuga

di migliaia di famiglie europee e musulmane, ed ha compromesso

gl'interessi nazionali e stranieri„.

Il governo inglese sapeva che, nonostante dicesse altrimenti, il Sultano

non avrebbe mandato truppe in Egitto; e si preparò quindi a sostituire

l'intervento ottomano. Il Canale di Suez correva pericolo, e lord

Granville si accordò con la Francia per la protezione di esso, e chiese

il concorso dell'Italia. L'on. Mancini rispose che essendo tale

questione sottoposta alla Conferenza, preferiva attendere la decisione

di questa. Però a Costantinopoli la proposta italiana “di organizzare

per la libera navigazione del Canale di Suez un servizio puramente

navale di polizia e sorveglianza al quale tutte le Potenze sarebbero

chiamate a partecipare„ fu accettata da tutti, ma con riserve tali che

la rendevano vana. L'ambasciatore inglese riservò “i casi di necessità„

nei quali ogni Potenza avrebbe potuto sbarcare truppe ed occupare alcuni

punti necessarii alla sicurezza del Canale; e dichiarò altresì che

l'Inghilterra riservava “tutta la sua libertà d'azione per la

cooperazione militare, avendo in vista il ristabilimento dell'Autorità

del Kedive„.

Quando il governo inglese ritenne giunto il momento di agire per la

salvaguardia de' suoi grandi interessi, il Mancini avrebbe dovuto

essersi accorto che la Conferenza di Costantinopoli era stata una

lustra, e che conveniva profittare della inattività della Francia per

prendere in Egitto, a fianco dell'Inghilterra, quella posizione che sino

allora era stata negata all'Italia.

I termini nei quali fu fatta all'Italia, e rifiutata, l'offerta di

cooperare con l'Inghilterra a ristabilire l'autorità del Kedive,

risultano dai seguenti documenti:

_Sir A. Paget al conte Granville._

Roma, 28 luglio 1882.

Mi recai quest'oggi dal sig. Mancini in conformità degli ordini di

V. S. contenuti nel telegramma del 25 volgente. Ho cominciato il

colloquio col dire ch'io riteneva essere S. E. oramai preparata dal

generale Menabrea alla comunicazione che stavo per farle, la quale

si riduceva a questo; che mentre il governo di S. M. vedrebbe

volentieri l'Italia associarsi all'Inghilterra e alla Francia per

garentire la sicurezza del Canale di Suez, sarebbe pur lieto che

essa cooperasse ad un'azione diretta all'interno, che non potrebbe

essere differita ulteriormente e per la quale il governo di S. M.

stava attivamente preparandosi, sebbene il governo francese non si

mostri disposto a parteciparvi.

Il sig. Mancini, dopo avermi pregato di manifestare a V. S. i

ringraziamenti del governo italiano per questa nuova prova di

fiducia e di amicizia, dissemi aver già avuto contezza di tale

comunicazione dal generale Menabrea, che egli aveva tosto incaricato

(ritengo la notte scorsa) di manifestare la sua supposizione che

ella non conoscesse ancora in quella data la risposta della Porta

alla Nota collettiva (del 15 luglio).

Risposi aver io ragione di credere che così fosse, ma trovarmi nello

stesso tempo in grado di riferire a S. E. che a me constava come

tale risposta non abbia in guisa alcuna mutate le intenzioni del

governo di S. M., o fatto ad esso supporre l'impiego delle forze

britanniche meno necessario di prima.

Chiesi come fosse possibile aver fiducia nel tardo consenso della

Porta alle domande dell'Europa. Potrebbe esser vero bensì che

all'undecima ora si facciano preparativi per l'invio di forze turche

in Egitto, ma chi potrebbe garentire che quelle truppe, una volta

colà giunte, sarebbero impiegate allo scopo desiderato? La politica

della Porta in tutto l'affare egiziano ha avuto l'impronta di tanta

tergiversazione da non potersi per l'avvenire fare sopra di essa il

benchè menomo assegnamento. Per citare un esempio dissi che,

allorquando nell'ultima riunione della Conferenza fu da lord

Dufferin presentata la proposta, appoggiata da tutti i colleghi, che

il Sultano dichiarasse ribelle Arabì-pascià, il commissario turco

l'accolse con una delle sue mozioni dilatorie. Aggiunsi che

recentemente un agente segreto di Arabì, arrestato dalle autorità

inglesi in Alessandria, al suo ritorno da Costantinopoli, e trovato

possessore di documenti assai compromettenti, aveva fatto

confessioni comprovanti la complicità fra Costantinopoli e il capo

dei ribelli.

Laonde io faceva appello al signor Mancini per sapere da lui se la

sfiducia del governo della Regina nelle intenzioni del Sultano non

fosse giustificata al pari delle misure atte a sventarne tutti i

malvagi disegni. E dissi che ritenevo il governo della Regina

avrebbe accettato la cooperazione della Turchia, continuando però a

recare ad effetto i provvedimenti già stabiliti.

Il signor Mancini, senza contestare alcuno dei fatti enumeratigli,

nè la logica deduzione che ne avevo tratta, replicò che, quali si

fossero le ragioni di sfiducia esistenti rispetto alla Porta,

sembrerebbe una contraddizione che quando essa ha accettato senza

riserva tutte le condizioni di una Nota a cui Italia e Inghilterra

avevano partecipato, queste due Potenze assumessero impegni per un

altro modo d'intervento. Il tempo avrebbe in ogni caso permesso, a

suo avviso, di accertare la buona fede con la quale i turchi ora

agivano. Se vi fossero prove che non adempissero lealmente il

programma che avevano accettato dalle Potenze, e se alcun indice vi

fosse della loro parzialità a favore del partito ribelle o della

loro poca energia d'azione per sopprimerlo, il complesso delle cose

muterebbe e le nuove condizioni sarebbero allora prese in esame

dalle Potenze.

S. E. tuttavia ammise essere la posizione dell'Inghilterra diversa

da quella dell'Italia e delle altre Potenze. L'Inghilterra aveva già

mandato le sue truppe in Egitto ed egli pienamente comprendeva che

fosse suo intendimento di avere colà forze sufficienti per

controllare la condotta dei turchi. Ma l'adesione dell'Italia

all'accordo suggeritole, sarebbe stato un punto di partenza non

giustificato dalle circostanze. Devesi — egli aggiunse — aspettare

il corso degli avvenimenti, nonchè la risposta che V. S. darà al

gen. Menabrea e le pubbliche dichiarazioni che saranno fatte dai

ministri della Regina in relazione a questa nuova fase della

questione, prima che il governo italiano sia in grado di rispondere

positivamente all'attuale proposta.

A ciò rispondendo espressi la speranza che la proposta fatta al

governo italiano non sarebbe dimenticata, onde il governo della

Regina non possa in alcun tempo essere accusato di aver seguito una

politica esclusiva.

Politica estera: memorie e documenti · 第 49 / 215 题