HOLSTEIN.»

Alla mezza mi recai dal sig. di Holstein, nell'ufficio della Grande

Cancelleria. Egli mi annunziò che il Principe era molto occupato e

che non aveva potuto ricevere alcuni ministri esteri. Soggiunse che

mi riceverà domani all'una pomeridiana.

Il sig. Holstein mi disse che il Principe aveva incaricato il dottor

Leonhardt, ministro di Stato, dello studio della tesi sulla

parificazione degli italiani ai tedeschi nell'esercizio dei diritti

civili in Germania. Mi consigliò di andare da Leonhardt e

d'intendermi con lui su cotesto argomento.

Si parlò del banchetto e del pranzo alla Corte di Potsdam. Il

Principe era lieto di coteste manifestazioni.

Alle due e mezza, accompagnato dal conte di Launay vado al Ministero

di Giustizia per rivedere il dottor Leonhardt. Questi è un uomo sui

60 anni: viso aperto, maniere affabili. Entrammo subito in materia.

Dissi come sia oramai giunto il tempo che all'infuori della vita

politica cessi ogni disparità di trattamento tra i cittadini dei

vari Stati. Nella sfera delle relazioni individuali un giure

universale deve garentire gli stessi diritti in ogni paese a tutti

gli uomini, senza distinzione di nazionalità. Ricordai che l'Italia

col suo nuovo Codice aveva dato l'esempio agli altri popoli,

ammettendo gli stranieri al pieno esercizio dei diritti civili.

Osservai essere deplorevole che nessun governo ci avesse seguito in

quella via. Dimostrai la necessità di un trattato tra la Germania e

l'Italia per togliere ogni difformità nelle legislazioni dei due

paesi.

Il Leonhardt si dichiarò favorevole e promise che si sarebbe

adoperato per esaudire i nostri desideri.

_23 settembre._ — Alle 4 ½ giungono al _Kaiserhof_ gli onorevoli

Loewe e Dernburg; e ci rechiamo insieme alla trattoria dell'Europa

(Poppenberg), la quale è sita nella strada _Unter den Linden_ (Sotto

i tigli).

Il banchetto era preparato nella gran sala, con molta semplicità, ma

con vera eleganza.

Vi trovai il conte di Launay, il quale mi aveva preceduto, membri

del _Reichstag_ e delle due Camere del _Landtag_, plenipotenziarii

al Consiglio Federale, direttori ministeriali, e sottosegretari di

Stato, il Borgomastro di Berlino, artisti, scienziati, giornalisti.

Al banchetto era rappresentato ogni partito politico, il nazionale

in maggioranza, il progressista quasi al completo, e per la Destra

era il sig. Grävenitz.

Appena arrivai, il presidente von Bennigsen fece le presentazioni; e

poco dopo ci siam posti a mensa. Il presidente della Camera

Prussiana aveva me alla sua sinistra, il conte di Launay a destra.

Venuta l'ora dei brindisi, il signor de Bennigsen si levò e propose

un evviva a Guglielmo imperatore ed al re Vittorio Emanuele.

Tutti si alzarono entusiasti, acclamando i due sovrani.

Vi fu un momento di pausa; ed il Bennigsen surse nuovamente, e

propose un brindisi in onore del Presidente della Camera italiana.

Egli parlò in francese, ed i brindisi, che poscia seguirono, furono

quasi tutti in francese.[8]

[8] Per motivi facili a comprendersi, ho riassunto il discorso del

Bennigsen dalla _National-Zeitung_.

L'oratore ricordò gli antichi rapporti intellettuali e scientifici

fra l'Italia e la Germania. Parlò delle bellezze artistiche e

naturali della penisola, le quali in ogni tempo attrassero i

tedeschi a visitarla ed esercitarono sui medesimi un predominio

morale.

Accennò di volo alle lotte medioevali, ma subito soggiunse che, alle

guerre di conquista, succedettero i tempi di pace, nei quali il

mutuo affetto fra le due nazioni fu cementato dal vincolo degli

interessi comuni.

«La Germania — egli disse — sente per l'Italia una franca e leale

amicizia. Le due nazioni hanno le medesime aspirazioni e gli stessi

scopi, il mantenimento dell'unità nazionale, lo svolgimento di una

costituzione liberale e parlamentare. Esse devono difendere in

comune cotesti beni, e devono con la loro unione rendersi prospere

all'interno, forti e rispettate all'estero. Così nel presente, come

nell'avvenire, l'Italia e la Germania sono interessate a procedere

d'accordo.

Saranno pochi in questa sala coloro i quali non abbiano visitato

l'Italia, mentre avvien di rado che un italiano giunga fra noi, ed

affronti il nostro clima, forse troppo temuto. Quindi è che ci

dobbiamo tanto più rallegrare della presenza del nostro ospite.

Nel sig. Crispi, noi onoriamo uno dei più valorosi uomini del suo

paese, un uomo animato da un entusiastico amor di patria, eminente

per grande avvedutezza politica e per conoscenza di tutto ciò che

possa meglio giovare alla terra natia.

Vogliate dunque associarvi a me con un evviva all'unione delle due

nazioni, alla gloria ed alla grandezza d'Italia, al Presidente della

Camera dei deputati italiani, uno dei più nobili figli del suo

paese».

Tutti si alzarono ed acclamarono. Fui quindi anch'io obbligato a

parlare e mi dichiarai innanzi tutto dolente di non poter adoperare

la lingua tedesca. Ringraziai in nome dell'Italia e dissi che al di

là delle Alpi viveva per i tedeschi un popolo di fratelli. Il giorno

in cui l'Italia e la Germania si sono rilevate, esse hanno compreso

la solidarietà dei loro interessi. Ricordai lo stato dei due paesi

dal medio-evo al 1815. L'antico impero non ebbe vera grandezza, fu

reazione e dispotismo; il Congresso del 1815 negò all'Italia come

alla Germania ogni esistenza politica nel vecchio continente.

Fortunatamente il movimento nazionale iniziato nel 1848, dopo

infinite prove e sacrifizi, e grazie alle due dinastie che

compresero lo spirito del popolo e le tendenze dei loro tempi, ci ha

condotto alla costituzione di due nazioni le quali, vivificate

all'interno dalla libertà, sono all'estero un pegno di pace per

l'Europa.

Il nuovo impero germanico nulla ha da fare con l'antico, la bandiera

di Ratisbona fu abbassata; la bandiera attuale è segnacolo di

libertà e di unità, e ispira fiducia all'Italia. Conclusi proponendo

un brindisi all'Imperatore, rappresentante dell'unità germanica, e

alla perpetua amicizia della Italia e della Germania.

Parlarono poi Schulze-Delitzsch; l'ambasciatore d'Italia di Launay,

e il borgomastro di Berlino, Dunker, il quale dopo aver ricordato

che l'Italia fu madre di civiltà agli altri popoli, propose un

saluto a Roma, applauditissimo.

_24 settembre._ — Alle 11 visita alle carceri correzionali.

Divisione dei giovani dagli adulti — gli opifici comuni e le nicchie

da letto — la sinagoga e la cappella — le celle ed il lavoro —

trenta mestieri — le scuole — la cucina, l'infermeria — gl'impiegati

— i soldati di guardia alla porta del carcere.

All'una, visita al principe di Bismarck.

Seguendo il consiglio del barone di Holstein salii all'appartamento

del Gran Cancelliere. Appena introdotto, il Principe si levò, ci

siamo stretti affettuosamente la mano, ed io:

— Non volevo lasciar Berlino senza avervi veduto.

— Ed io son venuto apposta a Berlino per darvi la promessa risposta.

Per la reciprocità, fra i due paesi, nel godimento dei diritti

civili, sulla base dell'art. 3 del vostro Codice, noi siamo pronti a

stipulare il trattato.

Mandate la regolare autorizzazione e faremo tutto.

— Non è questo solo che io desidero, e che il mio Re domanda. Che mi

dite del progetto di alleanza tra il regno d'Italia e l'impero

germanico nel caso che l'uno o l'altro o ambedue fossero attaccati

dalla Francia?

— Non ho visto ancora il Re e non è cosa di cui potrò scrivergli.

Bisogna parlargli e riceverne gli ordini a voce.

— Ma in Germania chi più potente di Bismarck? Se siete deciso, se

ritenete che quello che io propongo è utile ai due paesi, il Re non

ha motivo di esservi contrario.

— Io sono pronto a negoziare. Fatevi spedire il mandato e ci

metteremo d'accordo per la stipulazione del trattato.

— Su quali basi? Quali dovranno essere i principii regolatori? E che

faremo per l'Austria?

— Vi dissi, che per la Francia son pronto a trattare: per l'Austria

no. La posizione nostra coi due paesi non è la stessa. Lo stato

attuale della Francia è incerto. Nella lotta tra Mac-Mahon e il

Parlamento non sappiamo chi riuscirà vincitore. Il General

Presidente, col suo proclama elettorale, si è molto compromesso e

non sappiamo se dalle prossime elezioni generali verrà una Camera

monarchica. Un Re non si potrà sostenere che con l'esercito, il

quale vorrà la rivincita....

— Ed io vi soggiungo che si appoggerà anche sul clero, il quale

vorrà la restaurazione del potere temporale del Papa.

— Nissuno di cotesti pericoli possiamo temere dall'Austria, ed a noi

conviene tenercela amica. Vado anche più in là: io non voglio neanco

presumere che possa divenirci nemica. Del resto, se essa cangerà

politica, il che non credo, avremo sempre tempo per intenderci.

— Limitiamoci dunque alla Francia.... Ma su quali basi dovrà essere

il nostro trattato?

— L'alleanza dovrà essere difensiva ed offensiva. Non perchè io

voglia la guerra, che farò tutto il possibile per evitare, ma per la

natura stessa delle cose.

Immaginate, per esempio, che i francesi raccolgano duecento mila

uomini a Lione. Lo scopo è manifesto. Dovremo noi attendere che ci

attacchino?

— Va bene. Riferirò al Re le vostre idee, e manderemo i regolari

mandati per la stipulazione dei due trattati.

— Pel trattato sulla reciprocità nello esercizio dei diritti civili

nei nostri paesi, i poteri potrete mandarli a di Launay, per

l'alleanza preferirei trattare con voi.

— Va bene. Di questo argomento parlerò a S. M. il Re e prenderò gli

ordini suoi.

— Vidi Andrássy, e gli dissi che eravate stato da me, e che il

Governo italiano vuol vivere in una buona amicizia coll'Austria. Ne

fu lieto e mi incaricò di salutarvi.

Ragionando, gli riferii che l'Italia non vorrebbe che l'Austria si

prendesse la Bosnia e l'Erzegovina.

— Gli affari russi vanno male, e quest'anno la campagna è finita.

L'Austria non ha intenzione alcuna di muoversi.

Fareste bene di vedere Andrássy. Troverete in lui un buonissimo

amico.

— Permettetemi, Altezza, che or v'intrattenga di un argomento il

quale è di vitale interesse per l'Italia.

Pio IX è avanzato negli anni e non tarderà quindi a partire da

questo mondo. Avremo forse presto un conclave per la nomina del

successore. È vero, che voi, Governo protestante, non siete nella

posizione dei governi cattolici per preoccuparvi della futura

elezione del romano pontefice, ma nella Germania avete popolazioni

cattoliche e clero cattolico e non potete disinteressarvi di quello

che avverrà nel Vaticano.

— A me importa poco chi possa essere il successore di Pio IX. Un

Papa liberale sarebbe forse peggiore di un reazionario. Il vizio è

nell'istituzione, e l'uomo, chiunque esso sia, qualunque siano le

sue opinioni e le sue tendenze, poco o nulla potrà influire

nell'azione della Santa Sede. In Vaticano quella che domina è la

Curia.

— Purtroppo è così, e voi avete dovuto farne la prova nella acerba

lotta che avete durato dal 1870 in poi col clero cattolico. Noi

italiani ve ne siamo grati.

— Ma io non posso parimenti esser grato al Governo italiano.

Voi avete messo il Papa nella bambagia, e nissuno lo può colpire.[9]

Sin dal marzo 1875 noi avevamo richiamato l'attenzione del governo

italiano sui pericoli che contiene, per le altre Potenze, la legge

sulle guarentigie della Santa Sede.

[9] La frase del Principe fu precisamente questa: «Vous l'avez

emboité dans le coton, et personne peut l'atteindre».

La questione è rimasta aperta.

— Come saprete, io combattei quella legge quando fu discussa in

Parlamento.

Dopo lo scambio d'idee di minor importanza, ci siamo congedati con

un arrivederci.

_24 settembre._ — Alle 8 pranzo a Potsdam — Il fidanzato della

principessa Carlotta — Le fortificazioni di Roma — Principe di

Sassonia-Meiningen.

_25 settembre._ — Pranzo da di Launay — Prima al Municipio.

«Berlino, 25 settembre 1877.

Politica estera: memorie e documenti · 第 28 / 215 题