lasciano è egualmente vivace.
Non v’inganni quel _Candaule_: siamo addirittura nel mondo
contemporaneo. Il nome del re di Lidia, che mostrò la propria moglie
mentre usciva dal bagno al suo ministro Gige, è messo in testa al più
lungo dai racconti del Sacchetti per una semplice analogia. Il Candaule
moderno è un certo barone di Ruoppolo. Sua moglie, donna Virginia dei
principi di Tizzano, non è meno fiera dell’antica regina di Lidia. Fa
uccidere anch’essa suo marito dallo stesso uomo ch’egli ha condotto per
una porticina segreta a vederla ignuda nell’uscire dal bagno: però si
vendica anche più atrocemente dello infelice che, vistala in tutto lo
splendore delle sue forme, ne rimane abbagliato.
La situazione, senza dubbio, è drammaticissima; ma questa figura,
così tutta di un pezzo, riesce poco simpatica. E quando ce la vediamo
venire innanzi collo sue lagrime di coccodrillo, proviamo verso di
lei le stesse ripugnanze della madre del povero Zaverio, al quale la
sua terribile rigidezza ha fatto perdere la ragione. Manca qualcosa
di femminile in quel carattere di donna: lo stesso autore non le vuol
bene. Sembra ch’egli abbia il sentimento incosciente di un qualche
difetto organico della sua creatura, e perciò tira via il lavoro
tra stizzito e annoiato. Un solo momento egli si ferma a guardarla
con compiacenza di artista: «Balzava fuori della sua vasca, montava
ritta sopra un predellino ricoperto di un pannolino finissimo e,
tutta stillante, scotendo colla soave maestà del cigno le ultime
goccioline petulanti che le correvano sulla persona senza potersene
staccare, si faceva buttare sulle spalle un amplissimo camice ed
asciugare diligentemente. Poi ella lasciava cadere ai piedi il camice
e sprigionava dalla reticella sulla curva schietta e rosea delle
spalle, in anella ed in spire mobilissime, i suoi capelli di un rosso
chiaro lumeggianti di oro e sfavillanti...» Ma è tutto. Questa bella
creatura riesce infatti qualcosa d’artifiziato e di sforzato. In lei
non apparisce il processo interiore, la naturale ragione dei suoi
atti, e l’interesse che c’ispira è una curiosità superficiale, non la
compassione e la simpatia.
È innegabile: nell’arte quel che più ci attrae è sempre la vita. Quando
il personaggio esce perfettamente vivo dalla fantasia dell’artista la
soddisfazione è completa, e non si cerca altro. Non occorrono secondi
fini, intenzioni di moralità, intenzioni scientifiche, intenzioni di
nessuna sorta. Il personaggio viene giustificato dalla sua esistenza
stessa, come nella natura; col pregio che nel mondo dell’arte è assai
meno accidentale e quindi assai più importante, che non sia nella
natura. Per questo riguardo la novella _Riccardo il tiranno_ è un vero
gioiello. Bettina ci si presenta fanciulla in quella casa alla barriera
di Nizza, fuori di Torino, una pensione di studenti, ove Riccardo il
tiranno (che impone ai suoi due amici tutte le sue abitudini, persino
il dialetto lomellinese) suscitava spesso col suo Erard delle vere
orgie di ballo nel cortile, a notte avanzata, con luna e senza luna,
più spesso senza; nè i giovanotti del vicinato se ne lagnavano punto.
Bettina ha appena sedici anni, ma pare una bimba, colla salute che
le scoppia sulle guancie rotondette e delicate come pesche duracine.
Non fa che apparire e sparire in una nottata di ballo, saltando dalla
sua finestra nella stanza di Giovanni e di Riccardo, portata di peso
da Giovanni e perdendo nel salto una delle sue scarpine; basta. La
sua figura non ci uscirà più di mente. Quando la rivediamo moglie
di Giovanni a Salerno, in quel quartierino ove i due amici ingegneri
si sono installati alla meglio per sorvegliare i lavori d’un piccolo
tronco di ferrovia preso in appalto da Giovanni, non abbiamo bisogno
che di poche parole per vederla donna seria, impassibile, coi sensi che
tacciono e che si sveglieranno furiosi più tardi. «Mentre i due amici
fumavano beatamente e chiacchieravano, Bettina si teneva in disparte,
accoccolata nel vano della finestra, la guancia appoggiata alla mano,
il viso contro il vetro verdognolo, guardando la campagna allagata,
il fiume torbido e gonfio che divorava le rive. Non s’intrometteva nei
loro discorsi, teneva il meno posto possibile.»
Il lavoro in piena estate finisce d’ammazzare Giovanni che l’amore ha
disfatto. Il male è indomabile. Bettina passa undici notti a vegliare
il marito, mentre l’amico Riccardo si ritira burbero nella sua stanza
per dormire tranquillamente. È in quelle notti di veglia, e mentre il
rantolo del povero moribondo si fa sentire più forte, ch’ella si butta
quasi inconsapevolmente fra le braccia di Riccardo. Nessuno di loro due
potrebbe dire in che modo siano arrivati fin lì. Ma il lettore non se
ne meraviglia. Quella creatura vive: più che col cuore, ama coi nervi,
ma vive. L’effetto è così immediato che non par di leggere, ma di
muoversi entro la triste realtà.
Potenza della vita! Bettina è una creatura di sensi, niente altro. Ha
la spontaneità degli istinti, come un bruto, e neppur l’ombra di senso
morale. Rimpetto a lei donna Vittoria di Tizzano riflessiva, colla
coscienza dei più elevati sentimenti di moralità dovrebbe naturalmente
interessarci di più: ma non è così. Bettina ha qualcosa che donna
Vittoria non ha, la vita; e ci fa riflettere e pensare come alla
baronessa di Ruoppolo rimasta un vero fantasma non riesce.
Vi ho detto che donna Vittoria di Tizzano era una siciliana? Parmi di
no. Comincio a sospettare che l’averne voluto farne una siciliana abbia
indotto il Sacchetti a fargli caricare le tinte e a ridurla in qualche
modo una figura _di maniera_. Sul conto della Sicilia e dei siciliani
corrono nel continente delle stranissime idee. I siciliani sono su
per giù come gl’italiani di trent’anni fa dei romanzieri francesi, dei
siciliani di fantasia.
I veri siciliani chi li vuol conoscere li troverà nel racconto del
Navarro della Miraglia _La Nana_. Quelli li? — ho inteso dirmi da
qualcuno. — Ma somigliano proprio a noi, non hanno nulla di speciale!
È una disillusione! — Non so che farvi, ma vi assicuro ch’essi sono
autentici, nei più minuti particolari. Anche l’amico Cameroni non sa
persuadersi in che maniera non si trovi nel libro del Navarro nè una
pistolettata, nè la più piccola coltellata; e non vuol mandar giù quel
Rosolino che sposa la Rosaria da lui amata, benchè sappia quel che è
già avvenuto tra essa e il _galantuomo_ Gigelli. Eppure la chiusa del
racconto del Navarro è quanto di più siciliano si possa mai immaginare.
La pistolettata che il Cameroni ci avrebbe voluto sarebbe stato invece
un pretto _convenzionalismo_, e il Navarro ha fatto bene a non caderci.
Se mi diceste ch’egli avrebbe potuto scegliere qualche cosa di men
comune e di più interessante, sarei d’accordo con voi. Ma allora
significherebbe che non avreste capito che i personaggi del racconto
sono un mero pretesto, e che, sto per dire, i veri personaggi d’esso
siano quel cortile del Nano così evidentemente descritto, quella fiera,
quella villeggiatura al castello moresco di Floriana, quella vendemmia,
quella notte di Natale, insomma tutti i soggetti di descrizione che il
pennello del Navarro rende a meraviglia, con esattezza fotografica, il
colorito per di più.
Bisogna però confessare che il pretesto è dissimulato con arte: che
alcuni caratteri, specie quello della vecchia mamma, son riusciti
stupendamente e ch’entro quell’eccesso di descrizioni l’una accavalcata
sull’altra i personaggi si muovono senza artifizio, col loro ingenuo
dramma, dalla prima all’ultima pagina.
La tavolozza del Navarro, si sa, è molto ricca e qui si è sbizzarrita a
suo agio. C’è in tutto il volume una varietà di toni, di gradazioni, di
colori e di effetti di luce quale si richiede pel paesaggio siciliano
così smagliante di tinte calde. Quel cortile descritto nel primo
capitolo è una meraviglia di esattezza e di _reso_, come direbbe un
pittore.
Il Navarro ha il senso della misura; le sue descrizioni non stancano;
forse non lasciano profonde impressioni nella memoria del lettore e
dileguano presto; ma nel momento della lettura hanno l’illusione della
realtà.
Chi vuol conoscere la vita dei paesetti della Sicilia legga _La Nana_:
gli varrà proprio come l’esserci vissuto un intiero anno. E la cosa
può farsi in due ore, tutte di seguito, perchè col Navarro si va
via di corsa e non si trovano inciampi alla lettura. Quel suo stile
vivo, spigliato a periodini staccati che a molti non piace, a me, lo
confesso, piace moltissimo. Dire che ha l’aria d’una traduzione dal
francese è un’esagerazione, una pedanteria. Il più bello stile è quello
che rappresenta con più evidenza il pensiero dello scrittore; e lo
stile del Navarro, se pecca per qualche cosa, è per troppa evidenza: un
bel difetto. Questa trasparenza, questa limpidezza di forma è nel caso
presente in perfetta armonia col soggetto: il cielo della Sicilia e i
suoi paesaggi non possono essere trattati altrimenti, massime quando
vuol farsi, come il Navarro, del colorito locale fino allo scrupolo.
Una sola volta in questo racconto egli si è lasciato prendere la mano
da una fantasia romantica che è proprio una stonatura. Quando i due
amanti sono nel castello di Floriana una sera:
« — Ho freddo, disse Rosaria.
— Beviamo un ponce, rispose Pietro.
Il servo portò un vaso di porcellana sul tavolo, l’empì di rhum e vi
appiccò fuoco. Rosaria si mise a guardare con diletto la fiamma azzurra
ed esclamò, battendo le mani:
— Come è bella!
Pietro disse:
— Dura poco.»
Questo ponce in verità non è niente siciliano. Sembra che l’autore
l’abbia messo in iscena per far allusione alla situazione dei due
amanti con quel _dura poco_ di Pietro.
È il solo particolare che mi sembra falso.
2 Luglio 1879.
XII.
GIUSEPPE PITRÈ.[35]
I canti popolari sono una miniera inesauribile. Quando l’artista ha
finito di ricercarvi il bello, comincia a lavorarvi lo storico per
cavarne documenti più veridici e più sinceri che non siano quelli
scritti; e appena lo storico alla sua volta avrà terminato, ecco
tosto il filologo che prende a studiarli per conto suo. La scienza
del linguaggio, diventata potentissima ausiliare della storia e
della psicologia, trova in essi un vastissimo campo d’osservazioni e
di confronti. E per l’artista, per lo storico, pel filologo i fatti
son tanti e così nuovi e così imprevisti, che ci vorrà ancora molta
pazienza, molta attenzione, moltissima cautela prima si possa affermare
che l’ultima parola sia detta.
Il Pitrè reca a questo grandioso edifizio di critica il suo largo
contributo. Nel presente volume parecchie questioni sono, mi pare,
trattate in modo da non più doverci tornar sopra; quella, per citarne
una, dei canti storici popolari.
Il d’Ancona aveva negato la contemporaneità del canto popolare storico
col fatto da esso narrato, dappoichè, egli diceva, nel popolo può esser
rimasto anche nei tempi posteriori fresca e vivace la memoria degli
avvenimenti e degli uomini ricordati dal verso. Ma il Pitrè con una
serie di esempî, che lo stesso d’Ancona non ha potuto far di meno di
confessare assai bene scelti ed assai validi,[36] ha invece dimostrato
la _contemporaneità_ esser uno dei caratteri fondamentali della poesia
storica popolare.
Bisogna tener a mente che i poeti popolari non son degli arcadi da
far della poesia a freddo, tanto per farla. La loro spontanea facoltà
di racchiudere entro una forma durevole il sentimento comune si desta
unicamente sotto la calda impressione del fatto. E l’impressione da
essi voluta fermare nella memoria non è soltanto quella del fatto,
ma più direttamente quella del suo nascosto significato. Giacchè
pel popolo gli avvenimenti quanto più strepitosi tanto più hanno una
ragione profonda e soprannaturale, una ragione fuori di loro. Il poeta
che non è poeta per nulla, in virtù della sua qualità guarda le cose
un po’ dall’alto, trascende alla sua maniera il fatto e vi cerca la
morale, l’unica ragione ch’esso intenda; una filosofia della storia
proprio allo stato cellulare.
Supporre che un’imaginazione così limitata, così fanciulla possa essere
impressionata da tutt’altro che dall’immediato, significa non tener
conto della psicologia positiva, e intendere superficialmente l’intima
natura del canto popolare stesso.
La situazione poetica nel canto popolare non è cercata, è, sto per
dire, trovata a caso fra’ piedi. Il poeta letterato riesce spesso
a far spumare la sua imaginazione, a mettere il suo sentimento in
un’esaltazione premeditata, regolata, e può scrivere in questa fittizia
condizione dell’animo colla stessa sincerità della commozione reale.
Lo studio, l’abitudine, le raffinatezze della civiltà lo servono bene.
La sua facoltà svolta, educata, resa docile come una macchina (il
sentimento essendo la cosa più rimaneggiabile del mondo se l’organismo
seconda) può fargli sentire delle impressioni nelle quali lo spirito,
duplicato, simula l’oggetto esterno rimanendo sempre il soggetto.
Ma questa emancipazione dalla natura il poeta popolare non la sogna
nemmeno. In lui la facoltà è ancora in uno stato troppo materiale
e primitivo, e non riesce a mettersi in moto senza che qualcosa
di egualmente materiale non le dia l’aire. La sua imaginazione è
vivacissima. L’impressione più immediata l’assorbe intera. Cessata
l’impressione, cessa tosto l’attività di quella e il poeta sparisce.
Credere che la sola _memoria_ degli avvenimenti sia capace di far
nascere quello che si chiama un canto popolare storico, è un voler
supporre nel poeta popolare un’attività di creazione più elevata,
più indipendente che, se fosse vera, annienterebbe _ipso facto_ la
principale caratteristica del suo canto, la popolare. E questo vale
quando il canto storico si occupa di proposito d’un avvenimento
straordinario, una guerra, una fame, una peste, un tremuoto, un
misfatto. Quanto ai ricordi staccati, agli accenni per incidente, la
cosa diventa più chiara. Il poeta di oggi parlerà piuttosto di Vittorio
Emanuele o di Garibaldi, che del re Guglielmo il Buono o del conte
Ruggiero; invece della Turchia, dell’Egitto, della Spagna, ricorderà
più volentieri le provincie italiane che da soldato ha vedute. Tutta la
sua coltura intellettuale riducendosi alla frettolosa esperienza della
vita, un’esperienza limitatissima, i materiali del suo poetico lavoro,
della sua creazione (se creazione mai c’è) saranno tratti unicamente da
essa.
Che poi la forma di tali canti non possa mantenersi intatta a traverso
i secoli, è un’altra questione. Però non mantenersi intatta significa
forse mutarsi da cima a fondo? Riguardo alla sostanza storica del
fatto, io credo possa affermarsene con sicurezza la contemporaneità
col canto. La prova da tenersi più in calcolo è la seguente: l’accenno
storico spesso non è capito da chi ripete il canto, o è grottescamente
svisato. Può farsi, ne convengo, una parte più larga all’inconsapevole
lavorìo della tradizione orale, ma non sino a concedere col d’Ancona
che i canti popolari storici nella lezione odierna siano le ultime
trasformazioni di altri più antichi, dei quali conservarono la sostanza
e rimutarono il dettato.[37]
Se non si trattasse di versi, le forme idiomatiche potrebbero benissimo
rinnovellarsi coll’andare dei secoli nel passaggio di bocca in bocca.
Ma quando la forma idiomatica è solidamente incastrata, al pari d’una
pietra preziosa, nel gioiello dell’ottava, la cosa è più difficile,
quasi impossibile. Credo anzi che ricercando nei documenti scritti le
forme idiomatiche più particolari d’un secolo, si potrebbe riscontrarle
poi nei canti popolari, e farne una regola quasi sicura per assegnar
loro la data.
Nel caso particolare del dialetto siciliano, che queste sostituzioni
idiomatiche debbano esser molto rare, lo prova il Pitrè coi monumenti
di dialetto scritto a cominciare dal 1153 e scendendo giù giù fino al
secolo scorso. Il d’Ancona non ne rimane soddisfatto, e chiama un tal
procedere poco rigorosamente scientifico. Ma, col rispetto dovuto ad un
uomo così competente in simili materie, qual altro rigore scientifico,
domando io, potrebbe portarsi nella questione? L’atto pubblicato dal
Morso nel _Palermo antico_ a pagina 408, la carta feudale esistente
nella Biblioteca comunale di Palermo, le cronache di frate Atanasio di
Aci nel 1287, il _Ribellamento di Sicilia contro re Carlo_, cronaca
della fine del secolo XIII, il _Contratto matrimoniale del La Grua_
nell’archivio di Carini del 1543, ecc., sono, sì o no, documenti
valevoli da potervi poggiar su una dimostrazione? E perchè no? Ora
in essi la maggior differenza riducesi alla grafia; e il d’Ancona sa
meglio di tutti che la grafia deve contar assai poco finchè l’uso non
ne abbia fissato definitivamente le norme.
Questo però non vieta di riconoscere che tra i canti popolari non
se ne sia introdotto di traforo qualcuno che con tutta la sua bella
caratteristica di storico, non abbia nessun diritto alla patente di
popolare e di contemporaneo del fatto. Le acque dei canti popolari non
sono così pure come paiono a prima vista, e ci vuol naso fino ed occhio
desto per non lasciarsi ingannare. Nei secoli XV e XVI, per esempio,
si mescolò in Sicilia al prodotto della letteratura popolare spontanea
una parte del prodotto letterario riflesso per via di quel nugolo di
_canzonieri_ pubblicati dal Sanclemente nelle sue _Muse siciliane_. Il
popolo, è vero, correggeva subito la forma troppo letteraria del testo
adottato; dava un’aria più spigliata ai versi, staccandoli uno per
uno col mezzo di felicissime ellissi o di qualche lieve trasposizione
di parola; ma ciò non toglie che il canto, con tutte le sue varianti,
non debba dirsi letterato. Quello che è accaduto coi canti erotici o
d’argomento diverso, può facilmente esser anch’avvenuto cogli storici,
quando il canto si restringe alle proporzioni dell’ottava e più che
una narrazione è o il giudizio o la viva impressione d’un fatto. Di
questo genere, se non m’inganno, parmi il canto che celebra l’entrata
trionfale di Carlo V in Palermo. Volendo essere molto indulgente dovrei
pure assegnare a questa categoria le due ottave che parlano del Vespro
siciliano, e l’altra che accenna i tempi, dolorosissimi per l’isola,
di Vittorio Amedeo e di papa Clemente XI. Ma intorno a questi dirò
più schiettamente la mia opinione: li credo, specialmente l’ultimo,
tre _pastiches_. Se si volesse in sostegno di essa un argomento di
fatto, non saprei davvero da dove cavarlo. Però tutti coloro che per la
lunga pratica sono entrati molto innanzi nella conoscenza della forma
popolare dovrebbero degnarsi di darle un po’ di attenzione.
La poesia popolare non si distingue dalla letterata unicamente per un
più facile abbandono di forma, per una maggiore vivacità di colorito,
per le frequenti assonanze, pel disordine lirico. Nel suo entrare in
argomento, nello spiegarsi e muoversi del concetto, nelle transizioni,
nelle slegature, nelle proporzioni, è facile scorgere una precisa
arte poetica quasi anticipatamente fissata, dalla quale il vero poeta
popolare non si scosta mai. Chi ha ben studiato i canti popolari
riconoscerà subito la verità della mia osservazione. Ora, è appunto
lo schietto stampo di concezione e di forma popolare quello ch’io non
trovo nei tre canti accennati. Mi guardo bene dal metter in dubbio
la buona fede di chi li ha raccolti; ma finchè non avrò in mano delle
prove più concludenti, nessuno mi leverà di capo non si tratti d’una
soperchieria letteraria.
Come documento di storia, il canto storico popolare non va accettato
a occhi chiusi. Più che documento d’un fatto, esso può dirsi la
testimonianza del sentimento popolare di quel fatto. La qual cosa,
se implica la sincerità, non dà nessuna guarentigia sulla giustizia
di quello. Lo storico futuro che volesse affidarsi al canto popolare
raccolto dal Pitrè a Torre, casale presso Riposto, porterebbe intorno
agli ultimi giorni della rivoluzione siciliana del 1848 un giudizio
fallace di cui Palermo non sarebbe niente allegra. «È provato, dice
a questo proposito il Pitrè, che quando la poesia (popolare) canta
fatti particolari o, come suol dirsi, d’interesse puramente locale,
la passione entra subito a turbar l’imparzialità che tanto bene si
riscontra nella poesia celebratrice di avvenimenti generali a tutta
l’isola.
»Il popolo non guarda al di là del proprio campanile, e se ha a
giudicare dal mondo esterno, dai fatti e dalle cose lontane, egli
ne giudica alle sua maniera, per sentito dire, condannando, come nel
caso nostro, coloro che non condividono o partecipano ai suoi dolori;
egli si rassegna nella sentenza che il mal comune è mezzo gaudio.
E da questo viene che i canti popolari riguardanti i nostri paesi,
anche ricordando i fatti, non possono guardarsi con quella serietà che
richiamano i canti a fondo storico.[38]»
Ma anche questi, aggiungo io, non son tutti vangelo nei particolari.
Il poeta popolare sarebbe davvero poco poeta se non li svisasse per
conto suo, ora di buona fede, ora per ignoranza, ed ora per comodo
del lavoro. In arte, del resto, gli scrupoli son fuori di posto, e la
poesia popolare, chi lo ignora? ne ha pochi o punti.
Uno degli scritti più importanti del presente volume è lo studio
intorno a Pietro Fullone e le sfide dei poeti.
La tradizione popolare ripete in Sicilia tre o quattro nomi di poeti
che lo storico non sa dove trovare, o non riesce a metter d’accordo coi
personaggi reali. Chi fu il _Dotto di Tripi_? Chi il _Vujareddu di li
chiani_? Nessuno finora ha potuto indovinarlo. In che modo il Pietro
Pavone e il Pietro Fullone della tradizione si trovano gli opposti del
Pavone e del Fullone della storia? C’è qui tutto un curioso processo
d’idealizzare che bisognerebbe ricostruire a forza d’analisi per
intenderlo meglio.
Il Fullone del popolo è un cavapietre, buontempone, arguto, malizioso,
sarcastico, sguaiato, osceno, religioso, accattabrighe e, per giunta,
ignorante. Vissuto da capo scarico, fa la fine d’un anacoreta. Il
Fullone che appare dai numerosi volumi messi a stampa è un uomo
evidentemente assai colto, intinto di scolastica e di teologia, amico
di moltissimi dotti contemporanei, dai quali riceve distici latini,
epigrammi, sonetti in lode dei suoi poemi; un uomo che sa a menadito
la storia e la mitologia, che imita bene i classici, che maneggia
con arditezza lo stile, ora tenendolo in un tono mediano tra lo
artifizio e la naturalezza, ora abbandonandolo a tutte le capestrerie
delle metafore, dei concettini, delle iperboli, come conveniva per
meritarsi l’onore d’accademico Racceso. La leggenda cominciò a quel
che pare troppo presto. Il Galeani-Sanclemente, un contemporaneo,
non teme di chiamarlo _mostro_ e di affermare _che in tutta l’età sua
non ebbe studiato giammai cosa alcuna o di umanità o di scienze_. Il
Mongitore ripete la medesima cosa; _poeta senza lettere ma di grande
ingegno_, lo dice l’Auria. Mettendo in riscontro queste asserzioni
così recise coi poemi a stampa del Fullone, si rimane in fra due: o
il Galeani-Sanclemente, il Mongitore, l’Auria, incapaci di giudicare
col proprio cervello, ripeterono pappagallescamente una falsa opinione
volgare, o vollero farsi beffa dei loro contemporanei e dei posteri.
Non c’è via di mezzo.
Il lavoro del Pitrè, condotto con moltissima diligenza, mette fuori di
questione il Fullone storico. Come e donde è nato intanto il Fullone
dei canti popolari? Non abbiamo alcun dato per rispondere con prove
lampanti. Però difficilmente potrà venir confutata l’opinione del Pitrè
che nega ogni relazione di somiglianza fra i due Fulloni. Egli giudica
questo nome appiccicato a casaccio ad una delle tante figure poetiche e
comiche create dal popolo per rappresentarvisi meglio con i suoi umori
ed amori; e ritiene preesistenti da secoli al Fullone tutte o quasi
tutte le _canzuni_ che la tradizione gli attribuisce.
Cosa strana! Queste _canzuni_ così celebri sono di un valore poetico
assai meschino. Giuochi di parole, indovinelli, interpretazioni di
_dubbi_ tirate proprio pei capelli, qua e là qualche motto sudicio
o sguaiato, ecco tutto il tesoro poetico del Fullone conservato dal
popolo! L’affetto, la fantasia, i due grandi elementi d’ogni creazione
poetica, non vi si scorgono punto. Per quale attrattiva hanno esse
meritato dunque il grandissimo onore della popolarità? Pei loro
difetti, io credo.
Qui verrebbe innanzi un problema che gli studî più accurati e i
confronti cominciano a mettere in evidenza. Qual’è nelle poesie
popolari la parte che spetta veramente ai poeti del popolo, agli
analfabeti? Io confesso un mio timore. Temo che il meglio di esse
non debba da qui a poco scoprirsi popolare più per adozione che per
diritto di nascita. Ciò che vi è di gentile, di tenero, d’affettuoso,
di vigoroso, d’imaginoso accusa (sempre a mio parere), una provenienza
più colta. Si presti attenzione a ciò che gli analfabeti viventi sanno
produrre, a ciò che il popolino più predilige ed ammira. Poesia bassa;
morale in versi; sforzo d’acuzie, come nelle poesie attribuite al
Fullone; il sentimento della poesia cercato nella difficoltà materiale
della rima obbligata o nel concetto stillato a guisa d’indovinello; il
gusto del popolo non vuol altro. Che i piccoli capolavori della poesia
popolare non siano davvero suoi?
Ecco un soggetto di nuovi studî. Il Pitrè è più di ogni altro nel
caso di riuscire in questa impresa. Non gli manca nè la padronanza del
soggetto, nè la dirittura dei criterî, nè la pazienza amorosa.
8 Gennaio 1873.
XIII.
IL LIBRO DI GIOBBE.[39]
Quello che fa differire essenzialmente la poesia antica dalla moderna
è il sentimento più vivo e più intimo della natura. E ciò apparirà
sempre più chiaro di mano in mano che la scienza dei linguaggi
comparati e l’interpretazione delle mitologie (le quali si danno oggi
la mano per arrivare a un mirabile sistema di spiegazioni dei misteri
dell’antichità) permetteranno d’assistere in qualche modo al sublime
lavorìo di quelle fantasie primitive, che da piccole relazioni di
cose con cose, da fanciullesche ignoranze, da storpiature di motti,
da intuizioni sorprendenti, da tradizioni sconvolte traevano luce
di meravigliose creazioni. Più questi studi dei linguaggi e delle
mitologie allargheranno il campo delle loro penose ricerche; più si
conosceranno le fila, ora appena percettibili, che formano il tessuto
di varie letterature e lo uniscono insieme con misteriosi legami dei
quali osiamo appena sospettar l’esistenza, e maggiormente noi potremo
penetrare le interne fibre di quelle titaniche opere, monumento
imperituro di generazioni da lunghi secoli scomparse.
Io non nego che questo poterle osservare più da vicino diminuirà
in qualche guisa la loro grandezza estetica e toglierà loro quel
deliziosissimo fascino che le circonda al presente. Ma i disinganni
dell’imaginazione saranno compensati dall’utile della scienza. Giacchè
da questo studio verranno fuori una perfetta conoscenza dello spirito
dell’antichità, un rimaneggiamento della storia del pensiero umano,
la chiave infine di mille misteri psicologici e storici intorno ai
quali si affaticano la filosofia e la scienza positiva nei loro campi
speciali.
La poesia primitiva, pel suo intimo e vivo sentimento della natura, non
rimaneva un fatto individuale, una produzione a parte come si ridusse
tardi anche nella stessa antichità e come la vediamo al presente,
che sembra già arrivata agli estremi momenti. La fantasia dominava
da regina assoluta su quelle generazioni esuberanti di vita dotate
d’un’esistenza che poteva dirsi una prolungata sensazione, o una serie
non interrotta di sensazioni possenti; e la natura, ancora giovane e
forte, messa al contatto con esse, esercitava su loro un’irresistibile
azione. Si combinino insieme tali misteriose impressioni, i frammenti
sempre mutabili delle tradizioni remote, il lavorio attento ed operoso
degl’istinti che cominciavano ad educarsi, delle facoltà che destavansi
e agitavansi alla scomposta ma con moto prepotente, l’infinito
mescolarsi di sogni che diventavano realtà, di realtà trasformantesi
in sogni, e l’alternarsi perpetuo di questa grande farragine fluttuante
irrequieta nelle menti di generazioni nomadi e spensierate; s’aggiunga
a tutto ciò l’oscuro incrociarsi delle razze, il dilatarsi ignorato
delle conquiste, le inevitabili e possenti modificazioni recate dai
luoghi, dai climi, dalle relazioni di vicinanza, dai commerci, dai
viaggi; e potremo formarci appena un’idea da qual caos vasto e profondo
sia uscita l’antica poesia, e oseremo appena emettere alcune ipotesi,
e stabilire dei punti per basi di giudizî, di induzioni, di confronti.
Se noi avessimo qualche opera poetica delle prime età; se per mezzo
d’essa potessimo istituire paragoni colle creazioni delle letterature
posteriori, forse ritroveremmo un anello di quell’interrotta catena di
tradizioni che la scienza dei linguaggi comparati si sforza, per quanto
è possibile, di riannodare. Potremmo così conoscere le successive
trasformazioni d’un’idea, indovinare il perchè delle diverse forme già
assunte, e sviluppare da esse un’identità di concezione difficilissima,
forse impossibile, a rinvenire tra miti che ci paiono affatto disparati
e non sono.
Dopo la lettura del Giobbe infatti noi siamo spinti naturalmente a
domandarci: Questo remotissimo capolavoro della mente dell’uomo è un
monumento solitario? O possiede rapporti che l’uniscono a qualcuna
delle tante leggende dell’antichità? Ma la critica non è nel caso di
darci una risposta precisa; e bisognerà ancora attendere gli ultimi
risultati degli studi sull’Oriente, non essendo improbabile che fra i
canti popolari degli Arabi del deserto se ne possa rinvenire qualche
forma o qualche frammento primitivi.
Pochi già vorranno discutere sul serio intorno alla verità storica
del dramma o poema di Giobbe; e nessuno che non sia un fanatico
arriverà alle aberrazioni dello Schultens, il quale credeva talmente
all’identità di quei discorsi da rispondere, a chi gli obbiettava
la fattura metrica del poema, che non era strano concedere agli
Arabi la facoltà di ragionare lungamente in versi. La compilazione
presente accusa tre principali rimaneggiamenti, senza parlare degli
spostamenti innumerevoli dei versetti, e della confusione nei discorsi
dei personaggi. I primi due capitoli e la conchiusione, scritti
in prosa, non appartengono evidentemente alla redazione del resto
dell’opera che è in versi; ma per la semplicità e rapidità dello
stile sembrano anch’essi cosa antichissima. In quanto al discorso
d’Elihu l’interpolazione è evidente. L’Eichhorn lo aveva sospettato;
Sthulmann nella sua traduzione lo lasciò fuori del testo, e ad una
strana ma ingegnosa ipotesi ricorse il Voigtlaender per sostenerne
l’integrità. Le tradizioni rabbiniche finalmente confermano anch’esse
questi rimpasti successivi, attribuendoli a certe esigenze sacerdotali,
che hanno rapporto colle dottrine segrete della Sinagoga. Riguardo al
concetto, è difficile affermare con piena certezza se questa leggenda
abbia subìto quel popolare elaboramento che suol precedere la nascita
di tutte le grandi creazioni poetiche. Il suo gigantesco disegno,
e l’universalità dell’idea che la informa sono però tali da farci
inclinare verso l’opinione d’un lento e successivo esplicarsi. Le varie
redazioni hanno intanto modificato la primitiva natura di quest’opera?
Giobbe fu in origine un poema epico o un poema drammatico? È un
predecessore dei drammi dell’India e della Grecia o delle immortali
narrazioni sacre ed eroiche di queste due remote civiltà? Anche qui ci
troviamo ridotti alle ipotesi, senza un barlume che rischiari la via,
se pure non vogliamo ritenere come tale una tradizione rabbinica che
lo afferma scritto nella forma drammatica. L’Heider nei suoi dialoghi
sulla _Storia della poesia ebraica_ s’era indirizzato questa domanda
ed aveva risposto negativamente. Nel Giobbe, egli dice, manca affatto
l’azione, e tutto si riduce ad una discussione di sapienti. Il Lowth
prima di lui[40] l’aveva paragonato ai due _Edipi_ di Sofocle, e
trovatolo anch’esso privo affatto d’azione, erasi dichiarato contro
l’opinione che lo ritiene un’opera drammatica. Però le ragioni da lui
addotte sono d’una così meschina pedanteria (Prælect. XXXIII.) che
non hanno alcun valore. Primieramente non è buon processo di critica
il paragonare due opere d’epoche diverse e mettere il perfezionamento
della seconda come punto di partenza. Poi, se nel Giobbe non trovasi
tant’azione quanto nei due _Edipi_ di Sofocle, ce n’è però quanto nel
_Prometeo_ d’Eschilo, il quale non cesserà per questo dall’essere una
tragedia. E non parliamo delle opere di Tespi, di Frinico e di Cherile
alle quali bisognerebbe ricorrere per istituire un confronto che infine
mi sembra perfettamente ozioso.
L’azione del Giobbe è abbastanza interessante e grandiosa da
racchiudere in sè tutte le caratteristiche d’un poema drammatico.
Il prologo d’esso è così bello che Goethe non volle far altro che
copiarlo per metterlo in testa alla sua tragedia del _Fausto_. Vero
è che il resto, come notò l’Herder, si riduce ad una discussione di
sapienti; ma questa discussione ha però tanto che la fa uscire dalla
freddezza dei ragionamenti ordinarî. Giobbe ed i suoi amici non sono
raccolti innanzi alla porta della città o all’ombra amica d’un palmizio
per trattare la questione filosofica o teologica dell’origine del
male. La scena ci presenta un uomo colpito d’una sequela d’immense
sventure. I suoi uomini uccisi; la sua famiglia distrutta; il suo
corpo inverminito per una lebbra puzzolentissima. Gli amici venuti a
consolarlo, alla vista di sì grande sciagura, hanno stracciato le loro
vesti, si sono coperti di cenere, sono stati sette giorni e sette notti
senza profferire una parola, talmente il dolore dell’amico è parso ad
essi eccessivo.
Appena Giobbe prorompe nelle sue maledizioni, ed ecco le atroci
consolazioni degli uomini. Elifaz di Theman, un sacerdote, gli rivelerà
con crudele ironia le dottrine d’uno stoicismo degradante che arriva
a proclamare fin la imperfezione di Dio a causa dell’imperfezione
delle sue creature. Baldad di Sueh lo rinvierà alla tradizione e gli
farà credere ch’egli è un empio giacchè Dio lo ha castigato. Sofar di
Naama rincarerà la dose d’ambidue, in guisa che Giobbe disperando del
conforto umano si rivolgerà a Dio direttamente. Nulla è più sublime di
questa difesa dell’umanità innanzi al suo creatore. Gli amici di Giobbe
però replicano. Elifaz lo chiamerà eretico; Baldad tornerà a dirlo un
empio, un peccatore a cui Dio ha scombuiato la mente; Sofar metterà
avanti la dottrina della giustificazione attuale. Ma Giobbe spezzerà
la maschera delle loro ipocrisie, rispondendo a tutti con una fierezza
senza uguale. Però la battaglia non finirà lì. Quelli torneranno
un’altra volta all’assalto; un’altra volta Giobbe li respingerà
quantunque colmato dalle loro scomuniche: e volgendosi finalmente al
cielo: _Chi mi darà chi mi ascolti?_ esclamerà. _Ecco il patto che
io segno: che l’Onnipotente mi risponda e ch’egli scriva il mio atto
d’accusa, come farebbe un uomo incaricato d’intentarmi una lite. Io
porterò questi fogli sulla mia spalla come si porta una decorazione.
Io mi farò annunziare a Lui, e m’avanzerò verso Lui come verso il mio
principe_. Allora Dio entra in mezzo. Giobbe è giustificato e ai suoi
amici vien ordinata la purgazione d’un sacrificio.
Questa, in brevi parole, è tutta l’azione del Giobbe; e sarebbe più che
sufficiente per far accordare ad un’opera così primitiva l’attributo di
drammatica, se potesse con qualche fondamento venir provata la veracità
di questa forma originaria. Era dunque opportuno che il signor Leroux
avesse accennato le fonti della tradizione rabbinica e l’autorità di
esse per non far rimanere la questione al punto in cui trovavasi prima
di lui, cioè d’un’opinione meramente personale. Accettando anche ad
occhi chiusi tale tradizione, la divisione d’atti e di scene, ch’egli
ha voluto adottare non potrà mai capacitare nessuno. Certamente il
signor Leroux, immerso nella profonda considerazione del concetto
filosofico e religioso del libro, occupato nella critica filologica
d’ogni versetto, non poteva guardare tanto per la sottile queste inezie
di forma letteraria; ma il _rétabli_ del frontispizio doveva fargli
prevedere una osservazione così ovvia. Egli infatti sembra un uomo
che non abbia mai aperto un libro di cose teatrali; giacchè l’occhio
stesso l’avrebbe ammonito del meccanismo che presiede alla divisione
delle scene, e gli avrebbe insegnato che invece di cinque atti e di
novantaquattro scene bisognava mettere atto unico; e, dopo il prologo,
due sole divisioni di scene, la prima al cominciare delle maledizioni
di Giobbe, l’altra all’apparire di Jeova verso la fine. Se il Leroux
avesse voluto fare della sua traduzione una cosa esclusivamente
letteraria, gli si sarebbe potuto rimproverare anche quell’importuna
interpolazione di commenti nel testo che rischiarano, è vero, ma spesso
distraggono e annoiano. Se non ci rinviasse alla sua opera in corso di
stampa (_Les Mystères de la Bible_) sarebbe stato giusto domandargli
con che fondamento attribuisca l’opera del Giobbe al profeta Isaia.
Quello di cui veramente si deve saper grado al traduttore francese è
la parte critica nell’interpretazione e nella collazione del versetti.
Dal capitolo 21 sino alla fine, moltissime sono le trasposizioni da
lui praticate le quali tutte rendono al testo quella chiarezza sin
oggi desiderata invano dai traduttori e commentatori d’ogni sorta,
cominciando dai Settanta e da S. Girolamo fino ad Ernesto Rénan che
credo l’ultimo. «Io non ho trovato il bandolo dei diversi dialoghi
di questo libro; ma sento che le descrizioni della natura, e le
sue nobili e semplici parole sulle qualità di Dio e sul suo impero
universale elevano l’anima.» Così scriveva l’Herder; e soggiungeva:
«I versi d’esso possono essere paragonati a delle perle tirate su dal
fondo del mare, negligentemente infilate, ma preziose.» «Il Giobbe è
il primo dramma del mondo, diceva Byron, o forse il poema più antico.
Io ho avuto l’idea di comporre un Giobbe, ma il soggetto mi è parso
troppo sublime. Non vi è poesia che possa venir paragonata a quella di
questo libro![41]» Voltaire, che pure lo leggeva spesso, lo chiamava
un ammasso di _galimatias_! Oggi però nel modo con cui il signor
Leroux ce lo presenta colla sua chiara ed assennata interpretazione,
il libro di Giobbe ripiglia la primitiva grandezza. Forse non tutte le
interpretazioni anderanno al verso di tutti, e molte parranno stirate
con troppa sottigliezza, massime quelle che (secondo il traduttore)
contengono la chiave di tutto il mistero del libro.[42] Ma di ciò non
saprei nè voglio punto occuparmi.
10 Febbraio 1867.
XIV.
ALEARDO ALEARDI.[43]
Conobbi l’Aleardi a Firenze nel 1865, in casa della Giannina Milli,
ove egli soleva andare quasi ogni sera. Al primo vederlo, non riusciva
simpatico. Pareva troppo pieno di sè e dava ragione alla feroce ironia
del Rapisardi:
Altero e bello
Ne la modestia sua con misurato
Passo s’inoltra; e benchè svelto e lieve
Scivoli sopra i piè, pur non sostenne
L’arguto calzolar, ch’ei non proceda
Senza un qualche rumor: però ch’ei volle
Sotto al tornito stivaletto, a cui
Rodope stessa invidierebbe, un nido
Porre di crepitanti e scricchiolanti
Genî, che possan dire anche ai lontani:
Ecco il nume, adorate![44]
La stessa impressione n’ebbi le poche volte che volli assistere alle
sue lezioni di estetica all’Accademia di belle arti. Egli entrava nella
sala con un’aria severa, quasi solenne, tenendo in mano il quaderno
della lezione da leggere arrotolato e legato con un nastrino di seta
a colore. La sua declamazione non era teatrale, ma faceva scorgere
una grande preoccupazione dell’effetto, massime verso la fine. Il
testo della lezione aveva anch’esso una _stretta finale_ per strappare
l’applauso. Insomma l’incesso, la declamazione, il contenuto dello
scritto mostravano qualche cosa d’affettato, di ricercato, di lezioso
che non lasciava nell’animo una buona impressione del suo carattere.
Per molti che al pari di me lo conobbero soltanto di vista, l’Aleardi
non fu altro che un superbioso: lo chiamavamo l’_olimpico_.
Confesso sinceramente che la lettura del suo _Epistolario_ mi ha
fatto comparire dinanzi una persona assai diversa e, sopratutto, assai
migliore.
Le lettere non mi paiono un gran che, nemmeno dal lato dello
stile. Le poche che riferisconsi alla missione a Parigi nel 1848
per la repubblica di Venezia mostrano l’impaccio d’un diplomatico
improvvisato: le altre su per giù sono quali avrebbe potuto comporle
qualunque buon borghese d’ordinaria coltura. Ma si capisce che furono
scritte senza mai pensare ai futuri raccoglitori di epistolarî,
e la loro bonarietà borghese piace pel contrasto che produce con
quell’Aleardi di _maniera_ che anche le sue poesie han contribuito a
foggiare nella mente di molti.
Per questo è da biasimare l’affrettata compilazione della raccolta.
Evidentemente manca il meglio, manca tutto quello che riferiscasi
alla vita intima del poeta. Non c’è nessuna indiscrezione, e ne avrei
volute parecchie. Le indiscrezioni intorno a un uomo come l’Aleardi
che ha occupato un bel posto nella nostra letteratura contemporanea
non sarebbero state dei pettegolezzi, ma dei documenti. E dei documenti
quanti più assai ce n’è, tanto meglio. L’uomo e l’artista non dobbiamo
ritenerli due esseri così perfettamente separati che l’uno non abbia
rapporti di sorta coll’altro. Anche quando accade questa specie di
dualismo (se ne conoscono degli esempî) il documento è sempre prezioso
per la scienza psicologica che studia i fenomeni dello spirito umano
nelle sue manifestazioni reali, e non dietro inconcludenti idealità.
Quella che altri, un po’ leggermente, ha chiamato _letteratura
indiscreta_ può avere, ne convengo, i suoi inconvenienti sociali, ma
non è da dispregiarsi, se si vorrà uscire una buona volta dalle vacue
generalità che sono la peggiore piaga della nostra letteratura. Abbiamo
su questo conto una puerile verecondia. Temiamo d’impicciolire la
statua colossale d’un grande uomo fino alle proporzioni naturali; siamo
preoccupati di conservargli la posa ch’egli prendeva al cospetto del
pubblico. Ci parrebbe una profanazione il far sapere alla gente che,
per modo di dire, un grande romanziere e poeta abbia avuto nella sua
vecchiaia delle debolezze per la sua serva.
Perciò tutte le nostro fisonomie letterarie prendono una forzata
rassomiglianza, un carattere accademico. E l’abitudine a queste
sbiadite figure è in noi così inveterata, che quando i documenti non
mancano e soltanto occorrerebbe metterli insieme e farli valere, non
ne sentiamo più il bisogno e ci contentiamo di tirare innanzi per la
solita via. È tanto comoda!
Il ritratto dell’Aleardi bisognerà forse rifarlo se i più intimi ed
importanti documenti potranno venir pubblicati. Intanto m’ingegnerò di
trar profitto del poco che si sa per presentarne ai lettori un abbozzo
il meno imperfetto che sia possibile.
I.
Delle famiglia Aleardi si trovano antichi ricordi nelle memorie
veronesi.
Un ramo di essa ebbe il titolo di conte e dominò su Sanguinetto ed
altri luoghi. Un Aleardo degli Aleardi fu nel 1387 eletto Capitan
generale per trattare coi Milanesi la cessione della città; poi nel
1404, da Francesco di Carrara, Capitan generale di tutte le sue truppe
a piedi ed a cavallo. Nel 1405, quando Verona si diè alla repubblica di
Venezia, egli fu uno dei patrizî che consegnarono le chiavi ai delegati
veneti e domandò ed ottenne per la sua patria la conferma dei privilegi
cittadini.
Io non so se la famiglia del poeta discenda dal ramo di Sanguinetto.
Nei documenti ufficiali che ho sotto gli occhi, il padre di lui non
prende mai il titolo di conte.
Aleardo Aleardi fu battezzato col nome di _Gaetano-Maria, figlio
naturale_ del signor Giorgio Aleardi e della signora Maria Canal, come
risulta dall’atto di battesimo dell’Archivio parrocchiale del Duomo.
Era nato il 4 novembre 1812 alle ore 11 del mattino.
Non si mostrò un fanciullo precoce. Nel collegio di Sant’Anastasia i
suoi compagni lo soprannominarono _talpa_ per la tardezza d’ingegno, la
svogliatezza di studiare e per l’indole taciturna.
Ma un giorno, quasi ad un tratto, l’intelligenza gli si aperse; si
sentì trasformato. Quello che impediva nel suo organismo lo spedito
funzionare del cervello era stato vinto, non si sa come. I versi di
Virgilio esercitavano sopra di lui un benefico fascino, e ben presto i
suoi progressi furono così rapidi da sbalordire maestri e colleghi. Il
fenomeno non è insolito. Ho conosciuto un dottore al quale era accaduto
nella sua fanciullezza un identico caso.
Andato a studiar diritto nell’Università di Padova, l’Aleardi si
appassionò per la storia naturale e per la botanica, come si era
appassionato per la chimica sotto la direzione del Zamboni. Fu uno
studente serio, raccolto; la scolaresca già lo rispettava come un
personaggio. Alcuni versi di lui andavano di bocca in bocca. Dopo molti
anni, egli ricordava ancora con compiacenza certe strofe che i suoi
amici _avevano il coraggio di chiamar ode_.[45]
Cantiam la patria. È un gelido
Silente cimitero;
Ondeggia innanzi il portico
Un drappo giallo e nero...
. . . . . . . . . . . . .
Un commissario di polizia lo avvertì di smettere e di far senno. Non
era la prima volta che l’Aleardi compariva innanzi a lui. L’altra
volta, avendo smarrito una mazza elegante sul pomo della quale erano
incisi una corona regale e il motto _Regno d’Italia_, egli era stato
invitato a presentarsi ad un ufficio di polizia.
— È vostra? gli domandò brusco il commissario, mostrandogli la mazza.
— Sì, rispose l’Aleardi senza scomporsi.
— Che significano questa corona e questa leggenda?
— Sono un ricordo della prima moneta che mi capitò tra le mani.
Il commissario parve appagarsi della risposta, ma lo notò nella lista
di quelli da tenersi d’occhio. Il Prati, il Gazzoletti, il Fusinato
suoi compagni d’Università trovavansi già scritti su quel _libro nero_.
Ottenuta la laurea, l’Aleardi cominciò la pratica dell’avvocatura
nello studio del Grassotti, una celebrità del foro veronese di
allora. Cavilloso e con pochi scrupoli nella scelta dei mezzi, il
Grassotti non era niente adatto ad incoraggiare la poca voglia di far
l’avvocato che quegli aveva. All’Aleardi ripugnavano gl’intrighi, i
mezzucci, lo gherminelle curiali; e il Grassotti invece ci godeva e
c’ingrassava. Allora, quasi per meglio persuadersi che l’avvocatura
non fosse professione per lui, l’Aleardi entrò nello studio d’un altro
avvocato. Aveva già perduto la mamma e il babbo, doveva provvedere al
suo avvenire e a quello della sorella Beatrice; perciò prese gli esami
di libera pratica. Il governo, col pretesto della legge che regolava
il numero degli avvocati, gli negò il permesso di esercitare in Verona
l’avvocatura, e così lo spinse a ritornare agli studi letterarî e alla
poesia.
La sua riputazione comincia dal 1845 colla pubblicazione delle _Prime
storie_. Le _Lettere a Maria_ precessero di poco i rivolgimenti del
1848.
La polizia aveva già arrestato il Manin e il Tommaseo che avevano
avuto il coraggio di domandare delle riforme al governo. L’Aleardi,
amicissimo del Tommaseo, fu consigliato di allontanarsi da Verona
per non incorrer la stessa sorte. In quei giorni nessuno era sicuro
la sera di svegliarsi ancora in casa propria la mattina appresso.
L’Aleardi andò in Roma da dove pareva venisse il movimento della nuova
vita italiana. Era appena arrivato, che sopraggiunsero le notizie dei
fatti di Milano e di Venezia. Aveva chiesto un’udienza al Papa, ma non
badò ad attenderla. Corse a presentarsi al Manin, che lo mise nella
Consulta di Stato, e poi lo mandò a Parigi col Gar per ottenere dal
governo provvisorio francese il riconoscimento della Repubblica veneta.
L’Aleardi non si lasciò ingannar dalle belle parole dei ministri
francesi, e quando la Venezia si diè a Carlo Alberto, sollecitò di
esser richiamato dall’_inutile ufficio_. In quei tempi era un po’
repubblicano; le cose d’Italia non andavano secondo i suoi desiderî:
quelle di tutta Europa, dall’altra parte, non potevano fargli coraggio
e dargli buone speranze per l’avvenire. Ci fu un momento, dopo il
due dicembre, ch’ebbe persino l’idea di andarsene in America. Comperò
alcuni lotti di terreno nel Texas vicino alla città di Sant’Antonio, ma
l’amor della sorella e la carità del luogo nativo, com’egli scrisse più
tardi all’Alvergna[46] lo fecero smettere dal progetto di andar a fare
laggiù il coltivatore di cotone.
Ritornò in Italia traversando la Germania. Nel viaggio smarrì, con
altre carte, il primo canto di un poema drammatico il _Mosè_, che
forse doveva esser dedicato a Pio IX. L’Aleardi fu dei pochi che non
s’ingannarono sul conto di questo pontefice allora portato ai sette
cieli dai giobertiani di buona fede e da tanti altri illusi. Ma questo
lo consolava poco dei disastri italiani. Da Firenze, ove il Giusti,
il Capponi, il Viesseux tentarono di confortarlo, corse a Bologna la
vigilia del bombardamento di quella città. Poi, quando le sventure
della patria giunsero al colmo e l’Austria spadroneggiava nuovamente
nello provincie lombardo-venete, l’Aleardi tornò a Verona con un atto
di coraggio che onora il suo cuore. Trovavasi a Genova. Un vecchio
amico, che era stato anche suo tutore, voleva rivederlo prima di
chiudere gli occhi per sempre, e già si sentiva morire. L’Aleardi non
esitò un momento e corse fra le braccia dell’agonizzante.
La polizia finse di non accorgersene: lo lasciò tranquillo, ma quando
cominciarono i processi di Mantova si ricordò di lui. L’Aleardi non era
stato un cospiratore nel vero senso della parola. Il suo nome non si
trova inscritto nei registri di nessuna setta. Pare non intervenisse
alle riunioni politiche che avevano luogo in casa del dottor Maggi
e del Donatelli, ma cooperò a trovar soscrittori al famoso prestito
di Mazzini che costò tante vittime. L’Aleardi fu arrestato col
Montanari, col Cesconi, col Gaiter, col Murari e parecchi altri; poi
fu trasportato dalla caserma di S. Tommaso di Verona alla Guardiola di
Mantova. Quando la sorella e il cognato avvocato Gaspari ottennero il
permesso di visitarlo, era livido, col viso rigonfio; faceva pietà. Il
generale Culoz che aveva in pregio l’ingegno dell’Aleardi non voleva
crederci, e lo visitò lo stesso giorno.
— Son meravigliato di vederla qui, gli disse il generale.
— Ed io più di lei, rispose l’Aleardi.
Trascorsero sei mesi di vera agonia. Tazzoli, Speri, Montanari erano
stati impiccati: la stessa sorte potevano incorrere lui, Gaiter e gli
altri. Ma il 18 marzo del 1853 i prigionieri furono improvvisamente
condotti in piazza S. Pietro, ove l’Auditore imperiale lesse loro
il decreto di _grazia_ fra le grida dei soldati che urlarono _fifa
imperatore!_ I liberati risero molto di quel _fifa_: in dialetto
veronese significa _paura_.
L’Aleardi tornò agli studî, dimorando quasi sempre in campagna
per evitarsi noie dalla polizia. _Le città italiane marinare e
commercianti_ (1856), _Raffaello e la Fornarina_ (1857), _Un’ora della
mia giovinezza_ (1858) e altre poesie minori servirono a diffondere il
suo nome e ad aumentare la sua fama di poeta.
Arrestato nuovamente nel 1859 e, dopo la battaglia di Solferino,
_internato_ nella fortezza di Josephstadt, fu rimesso in libertà
appena firmata la pace di Villafranca. Prese stanza in Brescia, in un
palazzino moderno, ricco di luce e circondato di verde, e vi stette
triste, annoiato, «facendo il selvaggio e non andando in nessuna casa
che con rarissima inciviltà.[47]» «Passo, scriveva ad un’amica, dei
giorni faticosi, oppressi, in cui l’animo pena a respirare; pare che
il mio spirito sia côlto di tisi, nuota nella incapacità come in un
mare morto, aspira a cose incerte, indistinte. Un anno fa ero prigione,
molte miglia lungi da voi, iroso in terra straniera, eppure, lo
credereste? Ero manco triste, manco tetro che ora non sia.[48]»
_I sette soldati_ (1861), il _Canto politico in morte della contessa
Giusti_ (1862), il _Canto o Epistola in morte di donna Bianca Robizzo_
(1871) sono le ultime cose da lui scritte, con lungo intervallo. Dopo
il 1860, si sentiva stanco e pativa della sua inerzia, ma non sapeva
uscirne. Forse la sua vita intima potrebbe spiegarci parecchie cose.
«Ho studiato a sbalzi: in monte, poco: ho amato troppo e troppe volte,
e me ne pento: sono stato amareggiato molto, _per modo che stetti
fino sette anni_ (dal 1849 al 1856) senza scrivere un verso...[49]
Crudeli leggerezze mi hanno ferito, sconvolto, m’hanno fatto dubitare
dell’amore e quasi della virtù. Il divorzio della mia con un’anima di
donna m’ha dilaniato le viscere. Quanto a quelli che tanto si affannano
dei fatti miei, non ho che a ringraziarli della non chiesta premura;
non ho che a dir loro che i Canti non sono nè conti, nè scritture di
avvocati da poterli buttar fuori quando ad uno piaccia; che se avessi
un’anima meno impressionabile, meno irritabile, meno appassionabile,
come molti di essi avranno (e beati loro!) farei di più di certo; ma in
certe condizioni non ho nè abilità, nè pace a fare.[50]»
Professore di estetica all’Accademia di Belle arti in Firenze, e
senatore del Regno, gli onori non lo mutarono. Era profondamente
affettuoso e sinceramente buono.
Ecco come si dipinge egli stesso in molti punti di questo
epistolario: «Dio, che mi ha fatto il triste dono d’uno spirito
facile all’esaltamento, lo dotò, come di consueto, di grande facilità
all’avvilimento... Le mie amarezze sono di quelle che non paiono di
fuori, ma bensì intime e segrete, e talvolta di fantasia, e tutte quasi
per una cotal mancanza di virile volontà della quale ho difetto...
Quando quelli che per avventura, poichè sarò ito in camposanto, si
crederanno di scrivere una pagina sulla mia vita, avranno detto:
egli era _debole_, avranno la formola, in una sola parola, dei miei
errori, delle pochissime mie virtù, delle mie lagrime, di tutto me...
Sapete che se io dovessi ascoltare il mio impeto primo, io darei
la mia camicia all’infelice che incontro, e che tutti quelli che
patiscono hanno ragione in faccia mia e che io mi sento un tristo a
vederli patire! Oh! la mia vita esteriore ha l’apparenza di quella di
tutti: ma la mia anima è un romanzo...» — Amava la tranquillità della
famiglia; si contentava di poco. Non ebbe mai abitudini dispendiose:
andava raramente in teatro: non giuocava mai. «Un abito pulito e un
modesto cibo e basta» scriveva al suo amico Alvergna. E qualche volta
rimpiangeva di non aver saputo rassegnarsi ad una professione e di
essersi lasciato adescare dal fantasma dell’indipendenza personale.
«Avrei fatto l’avvocato, sarei stato onesto e non imbecille, avrei
accumulato un po’ di oro, avrei veduto di poter compormi le domestiche
gioie di una famigliuola e alla mia ora sarei morto benedetto e non
solitario.[51]» Da giovane ebbe l’intenzione di prender moglie, ma non
si stimò abbastanza ricco _da educare i suoi figli indipendenti_. «Mi
sento nato agli affetti sereni e domestici e tutti i ragazzi mi voglion
bene perchè li amo con tutto il cuore.[52]» Gran parte della sua
tristezza ordinaria, che veniva interpretata per alterigia, proveniva
forse da questa scontentezza di animo che la solitudine della sua vita
gl’inspirava. «Questa mia vita da zingaro, diceva, mi ha staccato da
tutta la terra... A furia di trovarmi con gente nuova, mi son trovato
solo; e a questo mondo soli si pena... se fossi donna _mi sentirei la
tristezza di una sterile_.[53] Questa vita senz’ombra di consolazione
mi stanca, mi è dura, e talvolta insopportabile. E tanta gente mi
invidia! E’ dicono: quello è un uomo felice, è cercato, è desiderato,
il paese lo onora, è amato, applaudito... Povera gente! e non sanno
che io darei i pochi plausi delle mie lezioni, e la considerazione di
cotesti signori per un’ora di affetto... E però sono mesto e scorato,
e sfiduciato, e se anche mi tuffo nel lavoro non mi basta, e la
solitudine mi affanna.[54]»
È noto l’affetto, la venerazione dell’Aleardi per la sua vecchia serva
di casa Maria Zanetti, che lo vide nascere e morire. La Zanetti aveva
una figliuola. Quando prese marito, l’Aleardi scriveva alla signora
Luisa Balzanti «Queste nozze hanno il loro triste per noi, perchè ella
era, per così dire, nata in casa, e così immedesimata nella piccola
nostra famiglia, da esserne piuttosto una compagna che altrimenti.
Nel 1858 l’Annunciata (si chiamava così) ammalò gravemente. L’Aleardi
stette tre mesi nella piccola campagna il _Grotto_ in S. Ambrogio di
Valpolicella colla vecchia Maria a prestare le cure più assidue e più
affettuose alla povera sofferente, facendo tutte le spese. L’Aleardi
chiamava Nonna la vecchia serva. Questa idolatrava _el so putin, el so
conte_, e spendeva quasi tutto il suo in pie oblazioni per scongiurare
dal capo di lui ogni disgrazia. Ogni volta che l’Aleardi era in viaggio
per tornare a Verona, ella vegliava pregando fino all’ora più tarda.
Negli ultimi anni egli si contentava di viaggiare di giorno, anche
nelle ore più calde, per risparmiarle questo incomodo.
Pochi anni prima di morire, comperato in Firenze un letto di ferro,
nello spedirlo a Verona, l’Aleardi aveva scritto questi versi:
Un’amabile e fida vecchierella
Di virtù ricca e di ricordi mesti
Ti deporrà nell’umile mia cella
Da carte ingombra e da volumi onesti.
E infin verrà quel dì, che tra le bianche
Tue coltri, o letto, ove morir desio
Placidamente le pupille stanche
Io chiuderò, per riaprirle in Dio.
Infatti fu lei che la mattina del 17 luglio 1878 andò per svegliarlo
e ve lo trovò morto placidamente, senza nessuna sofferenza. «La mia
povera vecchia, la mia povera nonna non può durare a lungo» aveva egli
detto poco tempo prima ad un suo amico; e gli occhi gli si erano pieni
di lagrime. — Invece toccò ad essa di vedersi portar via _el so conte_.
Stette piangendo alla finestra finchè il carro funebre non sparve:
_voleva vedere se ne avevano cura_, poi cadde svenuta. Quando rinvenne,
corse alla stanza dell’estinto, non permise che ne fosse tolto un
solo oggetto e la riordinò come se il suo padrone dovesse tornare. E
ogni mattina, ancora oggi, ella spazza la stanza, cambia l’acqua del
lavamani, rifà il letto, spolvera i mobili... Ma _el so putin_ non
tornerà più!
II.
La vita e il carattere dell’Aleardi non ebbero proprio nulla che
uscisse fuor del comune. La sua attività politica si ridusse, in
qualche modo, alla sua attività letteraria. I suoi sentimenti furono
improntati di quella modesta tranquillità borghese che si appaga di
un po’ di benessere materiale, degli affetti della famiglia e di un
ristretto numero di amici. La sua _debolezza_ di carattere lo rendeva
impotente a resistere allo impressioni esteriori, e perciò nella vita
piena, rumorosa e apparentemente frivola delle grandi città, egli si
sentiva fuori posto. «In mezzo a tanta moltitudine io mi sento solo
soletto, in mezzo a tanto tumulto mi sento freddo» scriveva da Torino
nel 1860. E incolpava di questo l’educazione ricevuta, lontano da ogni
vita pubblica. «Costretti perpetuamente al silenzio, imprevidenti di
quello a cui una volta o l’altra si poteva esser chiamati; vissuti, in
faccia al pubblico, come i fraticelli della Trappa, ora gli è troppo
tardi per metter l’anima già vecchia e fiaccata per altra via...
Queste considerazioni, che io faccio ripiegandomi sopra di me, mi
avviliscono, mi atterrano.[55]» E cercava qualcosa da aggraparvisi
per uscire «un istante da quella palude di prosa in cui sfangava.[56]»
Si isolava di più. «Io non faccio una visita, io non vedo una faccia
di bella donnetta, non vado ne anche, da un pezzo, a sentir buona
musica... E questa hanno cuore di chiamarla vita e, se Dio vuole, anche
d’invidiarla! Benedetti i miei giorni nei quali giravo pei campi con
una forma poetica nella mente, con un amore nel cuore e mi sentivo
leggiero leggiero, e spensierato, e fecondo, e veramente vivo: e quando
quella forma era unita a modo(?), e quando quell’amore era benedetto
da una parola o da un bacio, mi pareva di sentirmi dentro nell’anima
qualche cosa di potente, di divino. Ora non c’è più sugo di vivere
a questa maniera; ora l’Italia, _che era una stupenda fantasia_, è
diventata una realtà tutta insudiciata di prosa.[57]»
Come moltissimi dogli uomini del 1848, l’Aleardi mancava infatti del
sentimento della _realtà_; e perciò quando il suo mondo interiore fu
sopraffatto e crollò, egli trovossi molto a disagio nel nuovo, venuto
su dalle rovine di quello; lo chiamava «troppo materialista, tutto
inteso all’egoismo dell’interesse e dell’ambizione[58]» e ci viveva
come un sonnambulo. «Ci sono dei momenti che, o seduto sur una scranna,
o buttato sur un cuscino, chiudo gli occhi e chiedo a Dio di non
aprirli più. Ignoro come in patologia si chiamino coteste malattie; ma
sento che la mia, se anche non ha nome, ha terribilità. Un po’ realtà,
un po’ immaginazione, un po’ di vero, un po’ di chimera, che monta
quando l’anima si angoscia? I pacati, i freddi, gli egoisti, i superbi
dicono: vergogna, combatti e vinci; io combattei e non vinsi, appunto
perchè nè superbo sono, nè egoista, nè freddo. Son come Dio mi ha
fatto, e peno.[59]»
La sua sentimentalità era davvero patologica, malessere di crescenza,
passaggio da una generazione ad un’altra, come dalla giovinezza alla
virilità. Gli mancavano la foga e il vigore della vera passione.
La stessa sua fede non poteva dirsi schietta fede, e nemmeno libero
pensiero. Scriveva: «È un pezzo che questa malattia del dubbio mi rode,
e non trovo la via di uscirne; perchè la fede si muore e la scienza è
ancora impotente non ostante i suoi legittimi orgogli. Ed è per me uno
spettacolo strano questo vedere la gente in generale incurantissima di
quel che cercano, _che è di là della tomba_. Io leggo, penso e ripenso,
appunto gli occhi, ma non vedo niente di netto; nel regno delle
ombre non vedo che ombre e mi raccolgo afflitto nel santo asilo della
morale...[60]» E un’altra volta: «La vecchiaia batte alla mia porta e
parmi mi domandi coll’aria di un inquisitore, conto della mia vita,
e mi dica che forse non è lontano il giorno che questo conto dovrò
renderlo a Dio; poichè, vedete, malgrado i dubbî della scienza e il
diniego della moderna filosofia, io ho sempre creduto, credo e crederò
sempre in Dio.[61]»
Un giorno, trovandosi al letto di una fanciulla moribonda, si affannava
a spiegarsi che fosse venuta a fare quaggiù quella poveretta, la quale
andava via appena appressate le labbra _alla tazza della vita_. E si
domandava: «Che esperienze del mondo ha fatto l’anima sua? Quali gioie
gustò essa? Quali azioni commise per meritare o demeritare? _Come
sarà, però, e con quale misura giudicata? Dove andrà quello spirito_
che ancor le scintilla nell’occhio nero?» Rimaneva sgomento, ma
conchiudeva: «Se mi fa uggia quest’impenetrabile velo, pur la mia fede
in Dio è sempre grande.[62]»
L’_Epistolario_ non dà nessuna delle tante lettere di amore che
l’Aleardi dovette scrivere alle molte donne da lui amate; sicchè ci
mancano i veri documenti per valutare se nelle private manifestazioni
dell’amore dominasse in lui il carattere indefinito e patologicamente
sentimentale che, in parte, fu del suo tempo. Nei suoi canti però
l’amore è anch’esso una _stupenda fantasia_.
Ove sull’erte rupi
Traditore ne incolga il tempo nero,
Di freschi allori ti farò ghirlanda,
Così reina e poetessa andrai
Rispettata dai fulmini la chioma.
Sovra un desco di rose e di viole
Ti frangerò il mio pane; e quando, lassa,
Sotto l’arsura mi dirai: Fratello,
Ho tanta sete! — io cercherò le lande
In traccia d’acque vive, e se la terra
Non le consente, ti corrò pei solchi
L’onda del ciel nel calice dei fiori
Che Dio prepara all’augellin che migra.[63]
Sono i versi più affettuosi che l’Aleardi abbia rivolti ad una donna,
e sono terribilmente aridi, malgrado lo sforzo di farli apparire
appassionatissimi.
Tutte queste confessioni spigolate qua e là nelle duecentotrentaquattro
lettere dell’_Epistolario_, sono documenti preziosi per studiare il
poeta. L’Aleardi è un artista di secondo, forse anche di terz’ordine,
e, tolto dall’ambiente che lo formò, non può venir mai giudicato con
imparzialità; giacchè se la sua opera è spenta, un’orma di essa resterà
nella forma poetica italiana. Non è molto, certamente; ma non è nemmeno
poco. Gl’ingegni che lasciano dietro a sè un piccolo germe di forma e
di sentimento poetico sono altrettanto scarsi quanto quelli che hanno
l’invidiabile fortuna d’incarnare nei loro canti un sentimento poetico
nuovo.
Quando Vittorio Imbriani pubblicò, nel 1864, il suo _Studio
sull’Aleardi_, alcuni amici di questo gli scrissero da Napoli di non
leggerlo «dicendo che quel povero figliuolo odia tutti quelli che
il paese ama e stima, che tiene arsenico invece d’inchiostro, che
vive dell’ingegno, come le vipere del loro dentino forato.[64]» E
l’Aleardi (se dobbiamo credergli) non lo lesse nè allora, nè poi. Non
ne avrebbe avuto un gran gusto. Per quanto l’Imbriani s’ingegnasse di
dividere l’uomo dal poeta, non era riuscito a mantenere nel suo scritto
quell’assurda distinzione e l’acerbità della forma contribuiva a far
apparire più grave un difetto che, senza dubbio, era contrario alle sue
intenzioni.
Riletto, dopo quindici anni, lo scritto dell’Imbriani non fa più
la cattiva impressione della prima volta. Il preteso _veleno_ del
critico si riduce ad una elevatezza di criterî che allora parevano un
po’ assurdi. Egli non si era lasciato commuovere da nulla, nemmeno
dall’innegabile influenza patriottica esercitata dall’Aleardi
sull’intiera penisola. Aveva guardato soltanto all’arte, alla forma,
in modo assoluto; e senza accordargli attenuanti di sorta, aveva
inesorabilmente condannato il poeta quando il pubblico italiano sentiva
ancora freschissime le forti impressioni dei _Sette soldati_ e del
_Canto politico_.
Lo studio _letteraturografico_ dell’Imbriani, com’egli bizzarramente
si compiacque chiamarlo, aveva un peccato d’origine: era un lavoro di
reazione. Giudicava un uomo del 1848 colle idee di un uomo del 1864,
e pareva mettesse perfino in dubbio il patriottismo dell’Aleardi,
perchè questo non riusciva a manifestarsi nell’opera di arte altrimenti
che come un sentimento rettorico. Nel 1865 il periodo romantico era
chiuso da un pezzo. Molte cose, dal 1830 al 1848 stimate nobili e
belle, già apparivano sciocche o ridicole, perchè non se ne scorgeva
più l’immediata ragione: molte aspirazioni, uscite dal loro stato di
nebulosa, si erano concretate in un fatto certamente assai lontano dal
loro ideale, ma che valeva più di esse precisamente perchè era già un
fatto.
L’Aleardi, che rappresentava la parte più patologica di quel periodo,
non si trasformò con esso. La sua piccola individualità, esaurita
completamente la propria forza, si agitava nel nuovo periodo come
uno di quegli asteroidi, frammenti di mondi scomparsi, trascinati
nell’orbita di altri mondi viventi. E l’essersene poi accorto, e l’aver
portato nel sepolcro il profondo rammarico di quella sua incapacità
di rivelare artisticamente i tempi nuovi, non è forse il minore dei
meriti, nè sarà la minore delle scuse agli occhi severi della storia
letteraria.
Questo l’Imbriani non lo vide o non volle badarci. E faceva carico
all’Aleardi del suo nome di battesimo mutato in Aleardo, senza badare
che verso il 1836 la moda di mutar i nomi troppo comuni in quelli
altisonanti e ritenuti poetici era una delle tante maniere colle quali
si intendeva protestare contro la tristizia delle condizioni sociali
e politiche; maniera primitiva, fanciullesca, esteriore, tutto quello
che vuolsi, ma che non deve giudicarsi coi sentimenti e colle idee di
quarant’anni dopo.
Per noi, generazione del 1860, la bandiera tricolore ha un valore
molto relativo. È il simbolo della nostra libertà, del nostro statuto,
della nostra esistenza come nazione indipendente; tutte cose concrete,
assodate, rispettate, per le quali le minute vicende politiche,
le lotte dei partiti, le strettezze finanziarie, gl’interessi e le
passioni giornaliere c’ispirano piuttosto una specie di diffidente
scetticismo che un entusiasmo eccessivo. In un uomo del 1848, che patì
le oppressioni della dominazione austriaca e sentì gli orrori del
dominio borbonico, la bandiera tricolore doveva destare sentimenti
ben diversi. Le angosce del passato, le aspirazioni lungamente
insoddisfatte e ferocemente compresse, tutti i ricordi delle lotte, dei
martirî, degli entusiasmi dei quali _pars magna fuit_, si incarnavano
in quel simbolo dei tre colori veduti così liberamente spiegati alla
luce del sole.
All’Imbriani parvero ridicoli i versi dell’Aleardi che dicevano:
Certo mia madre,
Santa com’era, divinando il figlio,
Me al nascere di panni
Tricolori fasciò...
Ma se avesse saputo che l’Aleardi portava dovunque con sè una bandiera
per spiegarla, legata all’asta, ai piedi del letto ove dormiva,
acciocchè i suoi occhi, al primo svegliarsi, potessero salutare il
_signum_ del risorgimento nazionale, se lo avesse saputo, per puerile
che potesse sembrargli questo bisogno d’un oggetto materiale a conforto
d’un sentimento patriottico, egli non avrebbe più detto che quei versi
erano una posa sguaiata.
Questo provi quanto sia pericoloso il giudicare certi artisti e certe
opere d’arte fuori del lor tempo e delle circostanze che li produssero.
Bisogna ricordarsi che vi fu un momento in cui le poesie dell’Aleardi
ebbero una perfetta identità col sentimento nazionale d’un quarto d’ora
storico; e questa _perfetta identità_ forma appunto la principale
cagione della loro fiacchezza come opera d’arte. L’Imbriani aveva
ragione quando non trovava in esse il carattere d’una grande creazione
poetica; quando non riusciva a scorgervi il nuovo sentimento che avesse
potuto metterle a paro alle opere dei nostri grandi passati o dei non
meno grandi delle letterature straniere contemporanee; aveva ragione
quando non riconosceva nell’Aleardi quel profondo sentimento della
Natura, ultimo soffio che animi la moribonda poesia moderna... Però
aveva il torto di non badare che in quel mondo poetico aleardesco c’era
il germe di un sentimento e d’una forma poetica altrove già grande ma
che faceva con esso la sua prima apparizione nella poesia italiana.
Il modo era informe, se così vuolsi, insufficiente, più esteriore che
intimo, più rappresentazione che sentimento. Non vuol dir nulla: se
non un’originalità, era un’acclimazione, un innesto, un tentativo che
per sè stesso non lascerà segno, come tutte le forme iniziali del mondo
della Natura. Ma la prima scintilla, la prima nota è venuta di lì, e lì
andranno a cercarne le origini coloro che vorranno fare la vera storia
della nostra forma poetica. Il _paesaggio moderno_ nella nostra poesia
comincia assolutamente coll’Aleardi.
Guardato coi criterî d’oggi il suo mondo poetico è un mondo
artifiziale, un aggregamento di parti diverse spesso cozzanti fra
loro, piuttosto che un tutto organico il quale abbia in sè stesso la
sua ragione di esistere. E questo non si scorge dall’insieme dei suoi
lavori o solamente da ciascuno di essi, ma anche nelle loro parti
secondarie, nelle immagini spicciole, nel colorito, nel movimento del
periodo e della frase. Il suo mondo poetico, insomma, è qualcosa che
resta estraneo a lui; non è una compenetrazione della sua immaginazione
coll’oggetto, del suo cuore col sentimento, bensì un riscontro, un
riflesso che brilla alla superficie e non va più in là. L’Aleardi
è un poeta _flaneur_, un osservatore, ora curioso, ora distratto,
che si ferma capricciosamente innanzi a tutto quello che scontra per
via; talchè spesso gli accade di prestare grande attenzione a cose
insignificanti, d’analizzarle minutamente quasi non avesse altro da
fare, e poi passare coll’occhio affrettato o incurante innanzi a quelle
che avrebbero dovuto fissare maggiormente la sua attenzione.
È naturale. La facoltà pittorica che predomina in lui gli fa scambiare
l’accessorio col principale. Il canto _Monte Circello_ dal primo
all’ultimo verso è una prova di quello che dico. Ma è con _Monte
Circello_, bisogna convenirne, che il vero _paesaggio moderno_ entra
nella nostra forma poetica e ne rompe il vecchio convenzionalismo.
Se si pone mente alla storia generale delle forme poetiche, questo
fatto non ha un gran valore; ma per la poesia italiana ha il vero
valore di un’iniziativa, e non bisogna defraudarne l’Aleardi; sarebbe
ingiustizia.
È superfluo rammentare che nell’arte ci sono le grandi e le piccole
forme, i grandi e i piccoli artifizî e che tanto le une che gli altri
si sviluppano e crescono con un processo del quale abbiamo già in mano
la formola scientifica. È un continuo rinnovarsi, un continuo crearsi
di organismi uno migliore dell’altro, nei quali avvengono precisamente
gli adattamenti, le selezioni, le evoluzioni constatati nell’ordine
inferiore dei fatti naturali e biologici. Tali adattamenti, selezioni
ed evoluzioni non hanno tutti lo stesso valore e la stessa importanza.
Si trasmettono per eredità, spariscono nell’insieme dell’organismo
poetico; ma la scienza della forme letterarie deve ravvisarli ad
uno ad uno, e studiarne l’efficacia, e valutarne il lavoro. Studio
importantissimo e difficilissimo, che costituirà la parte più nuova e
più elevata della critica avvenire.
Allora l’Aleardi non sarà dimenticato. Il paesaggio è una delle
tante piccole forme poetiche che hanno fatta la loro evoluzione
più specialmente nei tempi moderni. A poco a poco si è staccato dal
grande organismo poetico, come da un organismo gemmiparo, ed ha preso
un’esistenza a parte, precisamente come nella pittura ha lasciato lo
sfondo del gran quadro storico ed è diventato un quadro da sè.
Il paesaggio aleardesco ha ancora un po’ dell’antico convenzionalismo,
o meglio, ha il suo convenzionalismo. Vede la natura com’è, ma non la
intende; la scorre ma non la compenetra del suo sentimento. Infine è
quel che poteva essere. Cominciato dal di fuori, lascia l’addentellato
perchè altri passi più in là e dica il _motto italiano_ anche di questa
forma poetica.
Fuori del mondo dell’arte, la storia del nostro risorgimento nazionale
non potrà sconoscere che i canti dell’Aleardi ebbero una bella parte
tra i così detti _fattori_ della grand’opera, anzi dirà che in lui il
cittadino valse meglio del poeta.
Si prova una profonda tristezza riflettendo sulla sua gloria poetica
tramontata così presto. Una maggiore tristezza invade l’animo pensando
a una vita che passò fra tante aspirazioni sublimi e la desolante
impotenza di giungere dove la mente, il cuore e l’immaginazione
miravano. A leggere tra le righe di questo meschino epistolario si
capisce che la vera poesia dell’Aleardi si nasconde tutta in quella
lotta inane, in quegli scoraggiamenti, in quei sconforti, in quella
piena coscienza della propria fiacchezza che annuvolava la fronte del
poeta e lo faceva apparire e giudicare diverso da quel ch’era di fatto.
Il suo destino fu crudele. Negli ultimi anni tutti i fantasmi che gli
abbellirono la vita crollarono e la piaga del suo cuore di patriotta fu
certamente superiore a quella del suo cuore di poeta.
Aveva avuto un figlio da una delle sue amanti, e si compiaceva
di riconoscerlo per suo. Era un giovane pieno d’intelligenza, ma
ambiziosissimo; e in Brescia, a Venezia, all’Università di Pavia
fu cagione al padre di così gravi dispiaceri che infine avvenne una
completa rottura delle loro relazioni. Quando l’esercito tedesco lasciò
il lombardo-veneto, questo giovane seguì un commissario viennese che
era stato l’ultimo amante della madre, e colla protezione di lui fu
ricevuto in un collegio militare di Vienna... Oggi ha il grado di
maggiore di stato maggiore nell’esercito austriaco.
L’Aleardi non avrebbe mai creduto che il cinismo del caso potesse
arrivare fino a questo!
XV.
LUIGI SETTEMBRINI.[65]
Sentendo pronunziare o leggendo il nome del Settembrini subito mi
si presenta innanzi gli occhi la camera mortuaria ove lo vidi per la
prima ed ultima volta il giorno 4 novembre 1877. Era morto il giorno
precedente verso le cinque pomeridiane, di un improvviso sbocco di
sangue. Il cadavere, imbalsamato la notte, stava esposto nel centro di
un salottino sopra un piccolo catafalco coperto da un gran drappo rosso
con frangia d’oro. Vestito di nero colle mani stese lungo i fianchi,
pareva dormisse. Quattro grandi candelabri illuminavano di una luce
rossastra quel volto sereno e un po’ sorridente. Suo figlio Raffaele
si alzava di tanto in tanto dall’angolo ove stava seduto immerso
nel dolore, passava sul viso dell’estinto un fazzoletto bianco, come
per asciugargli il sudore, e lo baciava sulla fronte con rispettosa
cautela, quasi temesse di svegliarlo. Una folla straordinaria invadeva
le scale e le due camere aperte al pubblico. Tutti stentavano a credere
di trovarsi innanzi il cadavere di un uomo che il giorno prima aveva
ragionato a lungo con alcuni suoi discepoli dei lavori fatti, di quelli
che si proponeva di fare, della buona stagione e della speranza di
veder presto alleviati, se non vinti, quei dolori e quelle piaghe che
lo tormentavano da quattr’anni.
Leggendo le _Ricordanze_ mi è sembrato di veder rianimarsi quel
cadavere e di sentirlo parlare. Pochi libri producono, al pari
di questo, l’illusione del suono della voce e dell’inflessione
dell’accento. La impressione è affatto immediata, come se tra il
lettore e la cosa raccontata non ci fosse di mezzo lo scrittore. Un
mondo che credevamo scomparso per sempre, si ricostruisce potentemente
nella nostra immaginazione per non sparire mai più; diventa un ricordo,
un’impressione personale, o meglio, produce una sensazione stranissima,
come se inattesamente ci si fossero svegliati nella memoria tutti
i particolari di una vita anteriore della quale finora non avevamo
nessun’idea.
Il De Sanctis ha spiegato da pari suo questo miracolo: «Sincera è
la sua parola, il suo sentire e il suo pensiero; e dietro non c’è
fine e non c’è interesse che si vergogni di comparire. Quest’assenza
compiuta di fini e interessi personali, questa purità lo innalza fra’
contemporanei... Settembrini non si accorge neppure di essere grande
e di essere buono. Questo gli par cosa naturale. Ed era davvero in lui
natura. La sua modestia non è virtù, è innocenza, una inconsapevolezza
spensierata del suo valore... Di qui nasce l’infinita semplicità
e spontaneità del suo dire, quasi fanciullesca ingenuità. Rara è
l’analisi. Piglia le cose come gli si porgono a prima guardatura e
a prima impressione e le rende intere, con quel calore e quella luce
che gli viene dall’anima. Ed è soddisfatto, non ci torna più, non ci
si ferma, non analizza, non accarezza, non ricama. Di questa maniera
semplice e rapida era perduta la memoria.»
Come render conto di un tal libro? L’analizzarlo si ridurrebbe
una profanazione. Non dovrei far altro che citare, ma finirei
per trascrivere più di metà del volume. Dirò le mie impressioni,
senz’ordine, come mi vengono in mente.
Quello che più colpisce è la completa assenza di un protagonista. In
tutte le Memorie la figura dello scrittore sta sul davanti del quadro
e lo domina. C’è una sproporzione fra la sua e le altre figure, una
sproporzione che piace perchè concentra l’interesse sul personaggio
principale. La luce viene da tutte le parti, lo illumina nel miglior
modo, e lascia nell’ombra soltanto quello che è bene si vegga velato.
Anche quando l’autore si propone di non cedere a nessuna delle tante
seduzioni dell’amor proprio, si scorge la posa di non cercare la posa,
e s’indovina ch’egli ha mosso tutta la sua arte per far spiccare un
risalto in un certo punto della figura; malizie, accorgimenti, artifizî
di forma che si tradiscono fin sotto la più indifferente bonomia dello
stile. Nelle _Ricordanze_ del Settembrini non vi è nulla di questo. La
sua figura ha le proporzioni di tutte le altre, non viene più avanti,
non ha un fascio di luce che la metta in maggiore evidenza. Chiuso il
volume, ricordando gli avvenimenti che lo scrittore ci ha messo sotto
gli occhi, bisogna fare un po’ di sforzo per trovare il protagonista,
come bisognava farlo nella vita reale, quando il gran patriota
nascondeva il suo eroismo, la sua bontà, il suo ingegno in quella
modesta casa di via dell’Orticello, fra i giovani suoi discepoli che
egli amava come figli e che l’adoravano più che un padre.
La sorpresa si accresce allorchè si riflette che pochi caratteri furono
più appassionati del suo. Per una particolare conformazione della
sua mente le idee astratte gli si trasformavano subito in sentimenti,
anzi non entravano in lui, e non avevano vaglia che unicamente sotto
questa forma primitiva ma potente. Il suo patriottismo, che non ebbe
mai intermittenza, si reggeva su due pernî: la libertà civile e la
religiosa. La storia italiana non racchiudeva altro significato per
lui; la letteratura, la vita pratica erano state e dovevano essere,
secondo lui, una guerra all’assolutismo nazionale e straniero, e al
grande assolutismo papale. E questo era sentito, ma non riflesso; non
un partito preso, ma una spontanea e quasi rude naturalezza, una specie
di fissazione ingenua, che per la sua semplicità diventava elevata,
qualche volta sublime. Chi ha letto le sue _Lezioni sulla Storia
della letteratura italiana_ ricorderà benissimo come l’insieme di quel
vasto quadro appaia un po’ declamatorio appunto per la appassionata
ristrettezza di vedute che le rende più un’opera d’arte che un lavoro
di storia e di critica.
Ora, perfino questa ristrettezza di passione è sparita dalle
_Ricordanze_, almeno dalla miglior parte di esse dove il Settembrini
si abbandona intieramente alla sua sincera genialità di artista. Si
direbbe che egli non ricordi, ma riviva nel passato, coll’assoluta
preoccupazione di quel breve momento. Le circostanze, i personaggi si
rizzano allora attorno a lui colla solida energia della realtà, ed egli
non ha agio di rifletterci su, e di penetrarli; ma li subisce colla
loro influenza esteriore, colla loro buona o cattiva accidentalità.
Appena ne ha afferrato le linee e il colorito, appena li ha fissati
nella schietta limpidezza del suo stile, passa oltre, non si rivolge
addietro per dar loro un’occhiata, proprio come accade nel via vai
della vita, dove la preoccupazione presente è più insistente ed
efficace d’ogni altra.
Così l’intiera società napoletana ch’egli vide e conobbe, rivive in
queste pagine colla precisa verità del suo essere, da sè, libera,
piena di movimento, quasi fuori dell’opera d’arte. È un mondo che
sembra un’assurdità, tanto è lontano da quello ove ora noi ci agitiamo
coi nostri sentimenti e colle nostre idee. Mondo triste, brutale,
in mezzo al quale sorprende il trovare tanto vigore di ribellione,
tanta costanza di fede politica, tanta abnegazione di sacrifizî, tanta
naturalezza di eroismo.
Il marcio veniva dall’alto. Re Francesco I morì «dopo cinque anni
regnati coi preti, con le spie, col carnefice.» Ferdinando II, che
disse nel suo _Manifesto_ voler _rimarginare le piaghe che da più anni
affliggevano il Regno_, non era cattivo, ma ignorante e scettico per
aver visto troppa corruzione attorno a sè nella reggia. Il ritratto che
il Settembrini ne fa è severamente imparziale, lo raccolgo di qua e di
là, da molte pagine, ma colle sue stesse parole.
Cominciò bene. Scacciò parecchi ministri e servitori che durante il
regno di Francesco avevano fatto mercato d’ogni cosa; restrinse le
spese della casa sua, tolse via la caccia, e volle vivere con certa
semplicità e parsimonia che il popolo chiamò avarizia. Pareva a tutti
cortese, perchè dava udienza a tutti, domandava, rispondeva, provvedeva
subito e ricordava i nomi di quanti aveva una volta veduti. Attese
principalmente a formare un esercito; richiamò gli antichi ufficiali
già dimessi per politiche opinioni, creò nuovi reggimenti, riordinò
ed accrebbe gli antichi; ai soldati favori e carezze e le sue maggiori
cure; stava sempre in mezzo ad essi, se li menava dietro, li esercitava
continuamente, li rivestiva di nuove divise, e quando li comandava
pigliava aria di gran capitano. Maria Cristina di Savoia, sposata
nel 1832, gli fu consigliera di mitezza. Finchè ella visse tutti i
condannati a morte furono aggraziati. Quando nel 1848 egli scelse a suo
nuovo confessore monsignor Antonio de Simone, questi gli disse: Sire,
ricordatevi le parole della santa regina che prega per voi in paradiso:
punite sì, sangue no. E il re con le mani giunte sul petto chinando il
capo, rispose: Sangue no, lo prometto. E mantenne la parola.
Per ingegno e per costume era il migliore tra i suoi fratelli. Eppure
egli era ignorante, non leggeva mai libro, scriveva con molti errori
di ortografia. Egli, come il padre e come l’avo, non credeva virtù
in altri, ne beffava il sapere, rideva dell’ingegno, non pregiava
che la furbizia; chiunque sapesse leggere e scrivere era suo nemico
e lo chiamava _pennaiuolo_; si circondò degli uomini più ignoranti e
bestiali. Educato da bassi servitori di Corte, che i Borboni sogliono
tenere come i fedeli amici e consiglieri, egli ne apprese due vizî
proprî del più feccioso popolazzo: la bugia e la beffa.
Le parole cortesi, le promesse, le strette di mano erano per lui arti
di bugia, perchè voltava le spalle e ghignando ammiccava ai suoi, e
diceva che il mondo vuol essere canzonato, e un re deve sapere meglio
d’ogni altro l’arte di canzonarlo. Non gli veniva innanzi un uomo
a cui non mettesse un soprannome di beffa; a tutti gettava il motto
pungente; deliziavasi di frustare le gambe al cav. Caracciolo della
Castelluccia, e di vederlo saltare, gridare, piangere, ed ei rideva
degli scontorcimenti del vecchio. Giunse a beffare sinanche il proprio
figliuolo ed erede del trono, e lo chiamò sempre _Lasagnone_. Uomo
volgarissimo, avaro, superstizioso; si sentiva dappoco e credeva tutti
gli altri dappochi; per lunga pratica di governo pareva accorto, ma
era bassamente furbo; fedele solo alla moglie, tenero dei figliuoli,
costumato e modesto in casa, pessimo sul trono. Dopo cinque mesi dalla
morte di Cristina egli andò a Vienna, e tolse a seconda moglie Maria
Teresa figliuola dell’arciduca Carlo. Costei scaricò una dozzina
di figliuoli; odiò cordialmente i Napoletani, che parlavano sempre
di Cristina, e ripeteva sempre al marito: _Casticate, Fertinante,
casticate_. Egli seguì subito e bene il consiglio della nuova moglie,
la quale gli stava sempre attaccata al fianco, come chiodo alla scarpa,
ed egli la chiamava _Centrella_.
Dopo il re, l’aristocrazia; una vita chiassosa, spensierata, corrotta,
«gran casa, gran conversazione, pranzi, balli, buon cuore.» Una bella
processione era un grand’avvenimento; la gola della Malibran faceva
andare in visibilio; pel Natale, il presepo in casa e la messa nella
cappella di famiglia. «Uomini non tristi, ma inetti, donne non brutte,
ma insipide, giovani frollati e ignoranti che non parlavano d’altro
che di femmine, di vestiti, d’impieghi, nobili goffi come servitori,
qualche magistrato che sapeva più di gastronomia che di legge; non
parlar mai di cose pubbliche, nè d’arti o di scienze o di lettere;
pettegolezzi, maldicenze, devozioni.»
E sotto e dentro questo corpo il pensatore negletto e il congiurato,
eroe, lazzaro, brigante; e in fondo la canaglia che grida: _viva il
re!_ e ammazza, stupra, incendia, saccheggia!
Tutto questo mondo rivive nelle _Ricordanze_, si muove, s’agita, si
contorce tra i patimenti e le carceri, muore con sublime sprezzo della
vita, animato, sorretto da un soffio superiore e incosciente, che poi
si accheterà nel completo organismo dell’unità italiana.
Le _Mie prigioni_ sbiadiscono innanzi ai quattro capitoli della prima
prigionia del Settembrini, settantadue pagine che non morranno. Qui
il sentimento artistico domina e sopraffà ogni altro sentimento,
perfino il politico, per rendere schiettamente, di prima mano, la
realtà. Appena il prigioniero... cioè appena lo scrittore varca colla
narrazione la porta del carcere di Santa Maria Apparente, anche il suo
stile prende un’animazione più vibrata, una plasticità più potente.
Quei terribili _criminali_, quei _trapassi_, che hanno una storia
o una leggenda nelle tradizioni dei custodi e dei prigionieri, covi
e tane immonde dove il reo politico, il ladro volgare e l’assassino
sono confusi insieme, ci appaiono sotto gli occhi colla loro schifosa
nudità. «Una finestra alta dal suolo umido e freddo, mura ingrommate
di muffa, due poggiuoli di pietra e non altri arnesi che un vaso
immondissimo, una lucerna di creta, un piattello ed una brocca
d’acqua... luce fioca, aria grave, puzzo stomachevole e continuo, una
vôlta bassa che pare ti caschi sul capo; nell’inverno vi si agghiaccia,
nella state pare di essere in un forno.»
I custodi non sono brutali, ma corrotti, e spesso si fingono buoni per
fare la spia. Siamo assai lontani dall’_idealità_ del bravo Schiller
dello Spielbergo. — «Non vi fidate neppure di me, diceva uno di essi
al Settembrini, e ricordatevi che _chi confessa è impiso_. — Come vi
chiamate? — Io? eh! Raffaele Serio. — Serio! — Sono nipote a Luigi
Serio, poeta, che morì nel 1799 combattendo sul ponte della Maddalena.
— Ma Luigi Serio morì coi due nipoti. — Io ero terzo nipote ed ora
fo il carceriere!» Sopraggiunse il _Porco_, un prigioniero addetto ai
servigi del carcere (il Settembrini l’ha dipinto poche pagine innanzi:
un omiciattolo tarchiato, col naso schiacciato, le canne sporgenti e un
vocione fragoroso, scalzo e sudicio) il quale avendo udite le ultime
parole del custode fece un visaccio con cui mi volle dire che costui
era un bugiardo. — Un altro custode vuole dal Settembrini i numeri del
lotto. «Prese in mano il Nuovo Testamento, e apertolo mi domandò: Che
lingua è questa? — È greca — E voi sapete anche il greco? — Un poco. —
Signore, io vi debbo cercare una carità. Levatemi da questo mestiere,
che non è per me, che sono nato un galantuomo. Ho quattro figlie
zitelle, e sono carico di debiti. Aiutate una famiglia sventurata. —
Ma io non sono ricco, e non posso darvi nulla. — Non voglio danari.
— E che volete da me che son carcerato? — Voi potete tutto. — Io non
v’intendo, dite. — Io vi serberò il segreto, non dirò niente a nessuno.
— Ma che cosa volete? — Tre numeri. — Poh! e credete che io sappia i
numeri del lotto? — Quando leggete questa sorte di libri, voi li sapete
tutti cinque i numeri.»
E i compagni di prigionia! Par di averli conosciuti tutti. Quel vecchio
prete che si chiamava lo _Zio_ Natale era stato in galera vent’anni per
omicidio. Pareva un uomo piacevole, ma che belva! L’ho innanzi agli
occhi, con quel fiasco di vino stretto al petto, coi suoi movimenti
da gatto. Seduto sulla sponda del letto bacia e ribacia il suo fiasco
finchè non l’ha vuotato, poi si butta sul _fardo_ e si addormenta e
russa. Quel fiasco è il suo breviario. — _Via, diciamoci l’ufficio!_ —
È la sua frase per significare: vuotiamolo.
Il Settembrini non ha l’intenzione di far dei _ritratti_. Le figure dei
suoi personaggi vengono fuori vive da poche righe, da pochi tratti di
dialogo. «Mentre mi scaldavo al sole, ecco battere alla parete della
stanza contigua, e una voce: Ehi, chi sei tu? — Io batto anch’io, poi
mi fo alla finestra, e ascolto — Santo Diavolo, vuoi dirmi chi sei? —
E che t’importa chi sono io? — E va a malora!»» Era Pasquale Musolino,
fratello di Benedetto il deputato. Egli canta, bestemmia, scherza,
annoda corrispondenze coi ladri, ai quali manda del tabacco (ed essi lo
chiamano il _Mastro di casa_), dà mancie ai custodi ed è lasciato fare;
conosce tutti, è conosciuto da tutti, non perde nel carcere l’allegra
spensieratezza dei suoi vent’anni.
E tutto, luoghi, personaggi, avvenimenti, tutto mostra il suo carattere
particolare, senz’ombra di artifizio, senza stento. Si capisce bene
che quelle cose e quegli uomini non potevano esser dipinti con altro
stile; ed è per questo che, come notavo sul principio, le _Ricordanze_
danno l’illusione del suono della voce e dell’inflessione dell’accento.
I puristi o gli stilisti, forse diranno che è troppo; diranno che di
questo passo si finirà per scrivere in dialetto; mentre il supremo
dell’arte è il rendere le cose coi mezzi suoi, colla lingua e collo
stile veramente letterario come, per esempio, la scultura rende
colla candidezza del marmo e le carni e le stoffe senza aiutarsi col
colorito. E non mi sembra che abbiano torto. Solamente tali questioni è
quasi impossibile farle quando ci troviamo rimpetto a un libro dove la
vita scoppia da tutte le parti con foga meravigliosa, dove il concetto
e la forma sono talmente tutt’uno che bisogna lasciar raffreddare le
prime impressioni per riflettere e fare gli schizzinosi.