Il _Ruggiero_, composto quando queste idee formavano la fede inconcussa
dei patrioti siciliani, n’è certamente l’espressione più sincera e più
calda. Convien ripeterlo: la storia ed il verso servivano al poeta per
celar meglio la ribelle intenzione del suo concetto. Fortificato dalla
certezza, che dentro l’anima sua non risplendeva la luce d’un’idea
individuale, ma quella d’un popolo intero; che i suoi versi non eran
temprati unicamente dai propri sdegni e dai propri dolori, ma da quelli
di migliaia di cittadini che avevano combattuto, che soffrivano, che si
preparavano a combattere per la medesima aspirazione e per la medesima
conquista; il poeta ha amato quest’opera doppiamente, da cittadino e
da artista. Concepita nel silenzio con giovanile trepidazione; maturata
fra gli slanci entusiastici ed i penosi scoraggiamenti, che s’alternano
in un lavoro difficile e di lunga lena, essa ha quasi assorbito tutta
la forza vitale di lui. La sua mente, il suo cuore ardentissimo, potrei
anche dire la sua carne ed il suo sangue vi si son trasfusi dentro con
ricca larghezza, ed egli non mentisce allorchè nella dedica del poema
all’_Augusta Madre_, la Sicilia, dice:
Sacro è il carme che t’offro: in te sol vivo,
Per te sol vivo, per te presto a morte,
Nulla più dar ti posso, e tu lo sai;
Che tutta quanta l’anima mi leggi.
Nel 1865, anno della pubblicazione, non solamente erano già mutate
le condizioni politiche della Sicilia, ma in molta parte anche le
convinzioni dell’autore. Il _Ruggiero_ era ormai diventato un corpo
senza anima; e la voce del poeta, che non aveva potuto risuonare
all’aperto quando forse sarebbe riuscita utile ed opportuna, trovavasi
affiochita, anzi spenta prima di emettere un sol grido. Queste
considerazioni non hanno dissuaso però il Vigo dal dare alla luce il
poema. _Rinunziare al Ruggiero, sarebbe stato un’abiura_, egli scrive
nell’Avvertenza; _chi non mi comprende suo danno. Si può rinnegare il
passato se gli si deve il presente che prepara l’avvenire? Il Giove
omerico tocca il culmine dell’Olimpo in tre passi; ma senza la prima
non si stampa la terza orma; ciascheduna d’esse è fatale._ Vera o no
questa sua filosofia della storia che vede una logica relazione tra il
suono delle campane del Vespro e quello della campana della Gancia,
non sarò certamente io quello che biasimerà il Vigo di averci fatto
risuonare all’orecchio l’eco d’idee e di tempi spariti per sempre,
che io non amai e che non posso rimpiangere. Se di qualcosa dovessi
appuntarlo, mi lamenterei invece con lui perchè non ha saputo resistere
alla tentazione d’aggiungere al suo quadro una o due pennellate
moderne, che stonano affatto sull’antiche. Quando nel canto settimo
trovo in bocca di un vecchio siciliano queste focose parole:
Noi siam sangue pelasgo: e se Iddio vuole,
Unificati al _popolo latino_
Potrà vederci nuovamente il sole
Risuscitar la stirpe di Quirino:
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ben ci uniremo all’itala fortuna
Se, pari in dritto, sue provincie in una;
quando nel quindicesimo canto sento dire da Uriele:
Finchè trionferà sull’Aventino
Custodita dagli angioli la croce,
E _Italia_, tutto il popolo latino
Invocherà d’un cuore e d’una voce,
Non morta è la progenie di Quirino,
E un dì sorgerà grande e _feroce_;
Odo il mugghio dell’armi e la minaccia
Gigante d’un sol capo e cento braccia
Risorgerà: sì Dio l’ha scritta in cielo;...
quando insomma incontro questo e qualche altro passo consimile, provo
subito l’effetto che fa un restauro moderno in un antico monumento.
Il poeta non aveva bisogno di farsi perdonare il suo concetto con tali
concessioni. Il _Ruggiero_ non si mostra più come una luce diretta, ma
come un riflesso, non come un’apparizione del presente, ma quale una
testimonianza del passato.
III.
Al par di tutti i poemi moderni, il _Ruggiero_ è un poema meramente
archeologico.
Il Vigo infatti ha trovato pochissimi ricordi viventi della conquista
normanna sia nelle tradizioni, sia ne’ canti popolari siciliani: e la
sola fonte leggendaria, a cui abbia potuto attingere, è la cronaca del
monaco cassinese Malaterra. Il quale, evidentemente, raffazzonò per
ispirito di parte ogni cosa a suo modo, e poco o nulla rilevò dalle
_storie_ o rapsodie popolari, se mai ve ne furono. Questo mio dubbio
non proviene soltanto dal non trovarle esistenti anch’oggi, come
trovansi presso i popoli del Nord i grandiosi frammenti dei Nibelunghi,
ma da considerazioni storiche di maggiore importanza. Il silenzio
dei canti popolari siciliani non vorrebbe dir nulla. Essi nominano
appena una o due volte re Guglielmo il Buono; una o due volto Carlo II
(ricordo recentissimo in paragone dell’altro). Non si è certi se mai
parlino di Procida; e il solo cenno del famosissimo Vespro ch’essi ci
danno sente troppo il letterato e il moderno e non può venir preso sul
serio.[22]
Ma nè Guglielmo il Buono, nè il Procida, nè il Vespro avevano però le
qualità necessarie per diventar caratteri ed avvenimenti da epopea.
La natura delle loro azioni e delle loro influenze sulla vita civile
e morale del popolo (brevi e soffocate subito da altre azioni e da
altre influenze) vietava quella vasta trasformazione che i caratteri
ed i fatti devon subire gradatamente per passare dal ciclo storico nel
leggendario.
Perchè la conquista dei Normanni, cioè la liberazione della Sicilia
dall’infame giogo saraceno, la restaurazione del culto cattolico che
aveva spinto papa Nicolò II a dar l’investitura dell’isola al valoroso
avventuriero, la creazione d’un ordinamento politico basato su d’un
patto largo e dignitoso tra il governo ed il popolo; perchè insomma
tutta questa prodigiosa unione di fatti grandissimi con grandissime
idee che ai nostri giorni si è formulata in epopea riflessa (come s’era
già quasi epicamente formolata nei racconti dei cronisti adulatori)
non ha lasciato nessuna traccia nelle imaginazioni popolari? Perchè
nell’Isola questo silenzio della coscienza artistica cioè dello
schietto riflesso dell’individualità d’un popolo? Perchè finalmente
questo affaccendarsi dell’erudizione d’oggi a creare un gran tipo ed
un gran fatto, a metterlo in testa al risorgimento politico siciliano
del medio evo, mentre la poesia e la tradizione popolare l’ignorano
completamente?
La ragione, secondo me, sta nel modo falso e convenzionale con cui vien
giudicato quel periodo di storia. Noi diamo alla conquista normanna
un significato assai più importante di quel ch’essa non ebbe; ed
esageriamo tanto la parte dei saraceni quanto quella dei conquistatori;
e sotto l’influsso di criteri religiosi poco retti e d’un retorico
convenzionalismo seguitiamo ancora a credere uguale alla nostra
l’impressione prodotta dagli avvenimenti sui contemporanei. La verità
è che la conquista normanna ebbe allora pei siciliani tutta l’odiosità
della conquista, e poco, quasi nulla il prestigio della liberazione. I
Normanni andarono in Sicilia da predoni, da spogliatori, a distruggervi
interessi che già si componevano e s’assodavano, a ridestarvi sdegni e
fanatismi che cominciavano ad attutirsi un po’ per la natura del popolo
stesso, un po’ per la mancanza di contrapposti che ne tenessero desta
la vigoria. La loro invasione minacciava il commercio già rinascente,
le arti che si svegliavano, le lettere e le scienze che principiavano
ad attecchire, la prosperità universale che rialzava il capo
dall’abbattimento in cui l’aveva gettata la dominazione bizantina. Essi
non recavano con loro nè i semi d’una civiltà migliore della saracena,
nè le raccomandazioni d’un’autorità religiosa venerata ed amata.
Durava ancora la memoria delle nefande estorsioni dei legati pontificî,
dei quali un testimone degno di fede scrisse _provinciarum diripiunt
spolia_;[23] durava ancora la memoria delle ostilità tra i diritti del
popolo e le pretese papali; e quei liberatori che osavano presentarsi
coll’investitura del vicario romano come fonte del loro diritto alla
poco invocata liberazione dell’isola, non potevano essere subito nè
accettati, nè tollerati; e non lo furono difatti.
Le difficoltà incontrate dai Normanni nell’impadronirsi dell’Isola
non provennero solamente dalla forza saracena, che non poteva esser
grandissima, ma più dall’opposizione delle popolazioni siciliane le
quali, combattendo nelle file dei nemici della fede, diedero valido
aiuto a coloro che i frati ed i vescovi dipingevano come ferocissimi
oppressori politici e persecutori religiosi.[24] La lotta durò ventotto
anni, e con varia fortuna. Ed allorchè la forza diede ragione agli
uomini del Nord, accadde quel che ai Romani in Grecia: i vincitori
dovettero subire la superiorità dei vinti. I Normanni furono costretti
a mantenere con pochissime modificazioni l’ordinamento politico e
civile dei Saraceni. La religione cristiana fu da loro trovata in tale
discredito nell’Isola, che la tolleranza religiosa messa in atto dagli
arabi divenne una necessità alla quale i campioni della fede dovettero
chinare il capo per consolidare il loro dominio. Questi fieri e rozzi
baroni, usi alle asprezze delle battaglie e d’una esistenza nomade
ed avventurosa, appena gustarono le dolcezze della vita e del fasto
musulmano, vi s’abbandonarono con ebbrezza ben altro che edificante.
Ancora un secolo e mezzo dopo noi incontriamo alla corte di Guglielmo
il Buono tutti gli usi, tutte le superstizioni dei vinti, non escluse
le corruzioni degli _harem_ e le vigili custodie degli eunuchi.
Quest’eroe così ammirato, questa figura colossale che il poeta ha
circondato d’un’aureola di semidio appariva ben diversa ai suoi
contemporanei, cioè meno eroica e senza punta santità. I siciliani
d’allora dovevano scrollare il capo e sorridere amaramente sentendogli
con alterezza chiamare la sua conquista _opus Dei_ (Diploma dei 1091).
Quel Gran Conte infatti, quel campione della fede era un brigante, un
ladro di passo il quale spogliava i mercanti che gli capitavano tra
le mani e li costringeva a riscattarsi.[25] Era un meschino cavaliere
il quale faceva magri desinari colla moglie quando non aveva predato;
tremava di freddo nelle notti d’inverno perchè doveva dividere colla
sua compagna l’unico mantello da lui posseduto; un cavaliere infine
che, costretto a scappar dalla mischia, portava via sul dorso la sella
del cavallo uccisogli dai nemici, non possedendo un altro cavallo, nè
un’altra sella da sostituire.
Da siffatti elementi era difficile potesse scaturire un’epica leggenda.
Quella che la storia ha messo insieme dopo, accettata per ragioni
che qui non occorre accennare, è una continua falsità, una solenne
menzogna. Le vere leggende son più vere della stessa storia. Questa dà
lo scheletro, quelle lo spirito dei fatti.
IV.
Non esaminerò il poema del Vigo da nessuno dei molti lati ch’esso
presenta scoperti alla critica. Quando lo stesso autore ha avuto
l’onesta franchezza di dire prima che altri glielo suggerisse: «Oggi
non avrei dettato il _Ruggiero_, o l’avrei architettato in modo
assai diverso da quello che è», la critica è costretta ad inchinarsi
pulitamente ed a mettersi da lato. La sua parte si riduce soltanto a
manifestare sensazioni ricevute, a confrontarle, ad illustrarle senza
toccare le ragioni dell’arte le quali non entrano più in discussione,
ed è quello che io farò, non così completamente come il soggetto
meriterebbe.
Nessuno può idearsi, prima di vederlo alla lettura, qual immenso tesoro
di fantasia abbia profuso il poeta fin nei più piccoli particolari
dell’opera. L’azione è semplice, senza grandi contrapposti, senza
dramma (prendendo questa parola nel più profondo significato), anche
quando egli mostra l’intenzione d’innestarvi cogli episodi e la
passione ed il dramma. Ma invece che ricchezza, che lusso, che varietà
negli accessori e nel colore! Per avvalorare queste affermazioni
bisognerebbe citare, e largamente, come non mi è permesso dal breve
spazio di cui posso disporre. Noterò, per chi volesse riscontrarli, i
seguenti brani: l’abitazione del Tradimento e della Peste, i Demoni
dentro l’Etna nel canto nono; la stupenda descrizione degl’ipogei
ed acquidotti feaci di Girgenti nel canto quarto, e quella della
pestilenza nel decimo. Intanto, per far conoscere il leone, ne mostrerò
la punta dell’ugna in due ottave bellissime, l’una per grandiosità e
per colorito, l’altra per evidenza e per movimento. La prima dipinge un
tramonto osservato dalle vicinanze di Catania:
Simile a scudo divampante, il sole
Sui basaltici culmini discese
Dell’ardua Motta, ove l’occidua mole
Quasi più vasta e immobile sospese,
D’Etna i ciglioni e le ghiacciate gole,
I fiumi, i laghi di sua luce accese,
Che fosforica e tremula ti pare
Vestir di strisce di piropo il mare.
Canto XIII, st. 72.
La seconda descrive l’esercito normanno che si prepara all’ultima
battaglia intorno a Palermo:
A lunghe file celeri procedono,
Giungono a piè del ponte, e lo sormontano;
Nuove file alle prime ognor succedono
Son queste in capo agli archi e quelle smontano;
Ed altre ed altre a suon di corni ascendono
Le prime si dileguano, tramontano
Lunghesso i piani, ed oltre la Guadagna
S’attelano in battaglia alla campagna.
Canto XX, st. 52.
E qui, senza più perdermi in minute osservazioni, ne farò due sole
importanti.
Il sovrannaturale ha larghissima parte nel poema. Oltre i demoni che
vi fanno una delle solite congiure contro i cristiani (canto IX) e
si azzuffano cogli angioli che li difendono (canto XVII); oltre a S.
Giorgio che arringa innanzi a Dio la causa dei Normanni (canto XI)
e combatte in persona, come le divinità d’Omero, contro l’esercito
musulmano (canto XVII); oltre alle visioni ed alle profezie d’ogni
sorta che si connettono all’orditura generale del lavoro, vi è anche
un meraviglioso molto spicciolato che gli dà un’impronta individuale e
bizzarra.
Infatti, malgrado le inevitabili stonature d’un vasto accozzamento di
personaggi e di fatti disparati, tolti in prestito ora da un ordine
di venerate credenze religiose, ora da reminiscenze classiche ed
archeologiche, ora da mere personificazioni di concetti astrattissimi;
malgrado la trascuratezza mostrata dall’autore nel trasfondere in chi
legge la certezza poetica di quel ch’egli canta (spesso anzi infirma da
sè medesimo l’azione del meraviglioso),[26] il poema si mostra sempre
con un certo carattere d’originalità che colpisce. Come mai quello che
in altri sarebbe stato imitazione triviale e freddo convenzionalismo
apparisce nel Vigo una maniera propria e naturale?
Bisogna cercarne la ragione nel carattere eccessivamente immaginoso
del popolo siciliano che prova una continua necessità d’esprimersi
con immagini vive, grandiose, abbaglianti. Il mondo reale gli riesce
insufficiente. Non sa contentarsi nemmeno del mondo degli spiriti, che
par gli sembri poco esteso, e ricorre allo creazioni fantastiche con le
quali dà moto e corpo allo cose inanimate ed ai concetti morali. Quello
che altri usa come artifizio retorico diventa per esso forma spontanea,
vero stile: ed ecco perchè il Vigo possiede un accento affatto insolito
negli altri poeti, il quale cela e tempera in lui quanto potrebbe dirsi
schietto e non nuovo artifizio.
Metterò a riscontro del poeta letterato un poeta popolare che non
sapeva nè leggere nè scrivere, un povero barcaiuolo del Simeto, Gaetano
Virgillito, conosciuto ai suoi tempi col soprannome di _Trimola_. Vive
ancora nel popolo un canto da lui composto sul terremoto del 1783,
pieno di meravigliosa energia nelle immagini e nello stile. Il suo
_processo_ poetico non differisce in nulla da quello del Vigo.
Dio è sdegnato delle molestie che la monarchia (forse Carlo III) dà
alla sua Chiesa, ed ispira al papa l’idea di presentarsi al re per
indurlo a frenare gli abusi della potestà secolare. Il papa però va
via dalla corte piangendo di sconforto, ed invocando in aiuto della
religione i nomi di Gesù, di Giuseppe e di Maria. Un angelo gli
risponde dall’alto:
Nun chianciri cchiù, no, miu Papa caru
Si lu populu tó ’un ascuta a tia
La sintenza avirannu ppi frivaru.
In febbraio infatti il minacciato castigo, il terremoto, vien giù
dal cielo e, sconvolta tutta l’Europa (le strofe che ne descrivono
il cammino sono bellissime), eccolo pronto a varcare lo stretto per
subissar la Sicilia. La Madonna protettrice di Messina presentasi
a Cristo colla famosa sua _lettera_, ma non può ottenere il perdono
del figlio alla diletta città. Messina fra le macerie e le rovine si
lamenta col cielo al pari di Giobbe: Perchè son io immersa nel lutto
mentre le altre città mie consorelle vivono in festa ed allegria?
Perchè io sconquassata e Catania no? Cristo le risponde ch’essa è
stolta paragonandosi ad una città già castigata collo stesso flagello
90 anni addietro ed ora un perfetto modello di pietà religiosa. Però
Sant’Agata non si sente rassicurata da queste parole e prega il Signore
che le risparmi la sua patria.
Gesù Cristu cci dissi: o Matri amata!
Aita (_Agata_) di stu pettu calamita,
Ti sia la tò citati pirdunata;
Si’ vera catanisa ppi la vita!
Il canto possiede tutte le proporzioni e tutti gli elementi d’un
piccolo poema. Leggendolo per intero nella raccolta dei _Canti popolari
siciliani_ si vedrebbero meglio le relazioni di forma che ho voluto
accennare.
Lo stile del Vigo ha la pletora. È muscoloso, esagerato, come le figure
michelangiolesche, ma non isfugge nel tempo stesso allo sforzato ed al
contorto della scuola. Vario e disuguale, qua dolce, là tormentato,
ha però un sigillo proprio che in parte deve attribuirsi alla
straordinaria abbondanza di latinismi e di modi poco comuni. Quando
vuole, sa esser semplice, blando, quasi carezzevole; ma lo vuole di
rado. Come nel poema, così nelle liriche che l’accompagnano. Delle
quali dirò di passaggio che la canzone al _Mare di Sicilia_, l’altra
_ad Agrigento_ ed il carme su _Procida_ sono notevolissimi e degni
d’esser letti.
La nota sentenza che _lo stile è l’uomo_ non mi parve mai tanto vera
quanto nel caso del Vigo. Chi lo conosce personalmente lo ritrova tutto
intero nel suo poema, colla sua statura, colla sua fisonomia, colla
sua voce, col suo gesto. Vi è in lui qualcosa di grandioso, di rozzo
e di forte che ha una seduzione straordinaria per chi l’avvicina la
prima volta. Il suo aspetto è largo, bruno, scabroso; l’occhio vivo ed
aperto; le narici alquanto dilatate; le labbra grosse, che nel parlare
si muovono con un fare quasi convulso, come se non volessero lasciar
passare la parola senza averla improntata del proprio marchio. La sua
declamazione è sonora, fortemente accentata con passaggi stridenti, con
orientali monotonie, ed il gesto le corrisponde brusco, a scatti, di
quando in quando. Alcune volte la sua voce s’intenerisce, a modo suo.
Allora prende un accento acuto che fende l’aria e penetra nell’intimo
del cuore pari al singhiozzo di chi vorrebbe piangere e non gli riesce.
Dal suo petto larghissimo possono uscire senza fatica i periodi più
lunghi; per ciò nelle sue liriche il periodo spessissimo corrisponde al
polmone. Il Vigo è nato in Acireale il 24 settembre del 1797.
V.
Col Rapisardi si passa subito a respirare un’atmosfera diversa. Fra il
concetto autonomico del _Ruggiero_ e quello umanitario ed universale
della _Palingenesi_ la differenza è grandissima, e può dar la misura
del cammino percorso dal pensiero isolano dal 1848 in poi.
Questo giovane poeta sembra amare l’arte sua come le anime religiose
amano Dio. Io ho seguito con vivo interesse lo svolgimento del suo
ingegno che si manifestò forte e severo sin ne’ primi saggi pubblicati
in Catania parecchi anni fa. Erano cosa giovanile, ma vi si vedeva
chiaro lo sforzo di chi cercava comunicare al suo stile la scultoria
semplicità che ha reso immortali gli antichi. Le stesse vaporose
incertezze che in abbondanza vi apparivano, sembravano piuttosto
effetti di reminiscenze da lui subìte a malincuore, che sincere
convinzioni di mente inesperta. Il Rapisardi ha poscia tenuto dietro
al suo ideale con l’ostinata fermezza d’un perfetto innamorato. Ha
fatto passare il proprio verso per una serie d’evoluzioni corroboranti,
mettendolo alle prese sin colle inaccessibili bellezze del gran carme
di Catullo, e temperandolo con altri esercizî non meno profittevoli
sulla forma moderna delle letterature straniere. Così ha perfezionato
il nobile istinto della grazia, dell’eleganza, dell’armonia. La
natura (interrogata lungo le spiaggie del Jonio liete d’uno splendore
orientale e tra quel lusso di vegetazione che veste di vigneti, di
frutteti, di boschi di querce e di castagni i mitologici fianchi
dell’Etna) ha contribuito ad educargli nell’animo il bisogno della
bellezza serena, ed ha comunicato al suo accento alcune inflessioni di
quella cara ingenuità rimasta intatto privilegio de’ poeti primitivi.
I dieci canti ch’egli dà ora alla luce presentano il resultato di tali
forze spontanee e di tali studî pazienti.
Essi non sono temi staccati, ma parti diverse d’un inno grandioso,
che cantando il logico svolgimento del pensiero cristiano a traverso
i secoli, trae dal passato e dal presente gli augurî per l’avvenire.
Il poeta segue il cammino della tradizione ebraica, che penetra col
cristianesimo nel mondo romano, e in tutto il mondo conosciuto quando
la croce trionfa. Resa più umana per mezzo della redenzione, la vede
trasformarsi, corrompersi nel medio evo con le lotte del papato e
dell’impero; farsi inconsapevole strumento di civiltà colle crociate,
e nuova redentrice per mezzo di Lutero, emancipando la umana ragione
dalla tirannide papale. Egli le tien dietro fra gl’infami furori
dei massacri protestanti e cattolici, fra il penoso esplicarsi dei
diritti dell’uomo affermati una volta per sempre dalla rivoluzione
francese; poi, si ferma con essa in Italia, ove il problema religioso
aspetta uno scioglimento che tiene in grave imbarazzo le coscienze
timorate e la politica. E cantate le tradite speranze di Pio IX e le
recenti vicende nazionali, tentando di leggere nell’avvenire, proclama
entusiasticamente la pace e la prosperità universali che col suo
poetico sguardo vede già prodotte dall’inevitabile riforma religiosa, e
conchiude la sua visione con queste parole:
Quivi candide tutte e tutte luce
Ne le vesti e negli occhi eran le Muse,
Care, pietose Dee, che con la dolce
Flessanime armonia ch’ebber dal cielo
Di speranza e di amor veston la vita.
Cinta di nubi e pensierosa in atto
Ad esse in mezzo procedea l’austera
Divina Sapïenza, a cui gli occulti
Di Natura son cari, ed in occulti
Rigidi pepli il divin corpo asconde.
Spargon su l’orme sue pioggia di fiori
Le divine sorelle, e scoton l’arpe
Domatrici de l’alme; essa il tentato
Labbro dischiuso, ove l’eloquio ha sede,
Dolce a lor consentìa detti e sorrisi,
E le mute fugando ombre d’intorno
Di più docil beltà splendea nel viso.
Se volessi discutere il concetto del poema entrerei in un campo troppo
vasto e spinoso; ed io son qui per ragionare d’arte, non di religione
e filosofia. Però non posso trattenermi dall’accennare un’osservazione
sul tema ch’egli ha scelto. La _Palingenesi_ è di quei soggetti che
la poesia dovrebbe oggi evitare, non avendo più braccia per cingerli
da ogni parte. Vi fu un tempo in cui la scienza e la poesia vissero
insieme, e poterono dirsi una lo spirito e l’altra il corpo della
stessa persona. Ma quando coll’accrescersi degli studî e delle
speculazioni la scienza assunse proporzioni più grandi, la poesia
rimase un vaso che non poteva più contenerla. Chi si provò a farvela
entrare o lo pose in pericolo, o sparse il liquore per terra. Il
moderno problema religioso non ha soltanto rapporto con gli avvenimenti
politici del mondo intero, ma, e in modo più intimo, colla filosofia
e con tutte le scienze d’osservazione. Queste già invadono il campo su
cui il domma e la teologia dominavano fino a ieri da regine assolute;
dissodano il terreno in senso opposto per farvi crescere rigogliosa
la nobile pianta della _verità razionale_ e sono al principio del
loro immenso lavoro. Il modo con cui oggi si manifesta il bisogno
d’una riforma religiosa è perfettamente scientifico; scientifici sono
i mezzi che adopera l’umanità per raggiungere il suo scopo; ed il
sentimento vi entra in proporzioni assai minori di quando mescolossi
in altre rivoluzioni religiose, quali il buddismo nelle Indie e il
cristianesimo nel mondo romano. Lo stato della presente civiltà infatti
non può paragonarsi in nulla all’angosciosa aspettazione che precesse
l’apparire del Cakya-Mouni indiano e quello del Cristo quattro secoli
dopo. Noi non proviamo la febbrile ansietà d’una parola di compassione
e di speranza come le popolazioni oppresse dall’insopportabile peso
del bramismo, o dalla profonda tristezza dell’impero che si sfasciava.
Il Verbo di consolazione e di speranza l’abbiamo tra noi, fecondo,
inesauribile, fatto umano, abbandonato alle nostre dispute, al suo
logico svolgimento; e per questo non attendiamo nulla da nessuno,
all’infuori che da noi stessi e dalla nostra ragione.
Dal lato del concetto il poema del Rapisardi mi sembra quindi
imperfetto e come scienza e come arte; come arte sopratutto, perchè
tenta un genere di poesia, il didascalico misto, che per le ragioni
accennate più su dovrebbe calcolarsi come morto per sempre. La parola
_didascalico_ non tragga in inganno. _La Palingenesi_ è un gran
carme a modo di quelli che con altri mezzi ricostituì il Foscolo
nelle sue _Grazie_ mescolando il didattico, l’epico e il lirico in
un sol genere.[27] Io non biasimo nel lavoro del Rapisardi l’altezza
del concetto per amore di quella frivola poesia che si riduce ad
un passeggiero titillamento delle orecchie e a nulla più. Guardo
all’avvenire del poeta; sperando ch’egli compenetri più intimamente
l’espressione appassionata, drammatica, un po’ individuale ed
indefinita della poesia moderna, e che l’amore della forma non
gl’impedisca di vincere un certo impaccio evidentemente prodotto
dall’esagerata riverenza delle forme antiche e dalla poca fiducia nella
forza creativa della sua immaginazione.
Accettata la _Palingenesi_ come una prova di stile, insolita e
pressochè meravigliosa pei tempi che corrono, dirò che l’ingegno
del Rapisardi vi ha trovato larghissimo campo di palesare la sua
abilità descrittiva e pittorica. Tutto il poema si riduce infatti ad
una gran galleria dove, passando di stanza in stanza, si passa con
piacevole varietà di scuola in scuola. I grandi quadri sacri e storici
vi s’ammirano con il medesimo gusto dei quadretti fiamminghi; e il
fare largo e magistralmente ardito degli uni non nuoce al paziente e
minuzioso degli altri. Il Rapisardi è schiettamente greco-latino di
forma; per parlare più esatto, è plastico alla guisa greco-latina. La
maniera dei grandi maestri dell’antichità non è in lui un processo
da mosaicista, ma gli si è compenetrata nello spirito e nel sangue:
è diventata proprio _sua_. Tutto prende forme scultorie in questa
giovane fantasia. Il paesaggio vi si foggia, come in Omero, sempre
allo stato di un bassorilievo. Perfino il fantastico ed il grottesco
vi assumono contorni netti e precisi, ma con un’aria spontanea che
innamora chi legge. Frate Angelico, secondo la leggenda, dipingeva
compreso d’un’estasi divina che lo commoveva fino al pianto; io credo
che il Rapisardi debba meditare e comporre con ugual commozione e
adorazione per l’arte. E nel modo che il frate pittore ricavava da
quei suoi mistici trasporti un’espressione inimitabile d’ingenuità
e di celestiale bellezza, ugualmente il giovane poeta ne ritrae una
cert’aria di dolcezza e di candidezza rimasta, come dissi più innanzi,
intatto privilegio dei poeti primitivi. Il poco spazio mi vieta di
citarne qualche brano; e potendo non l’avrei fatto. Son sicuro che il
lettore, quando avrà preso in mano il libro, leggerà da cima in fondo,
tornerà a rileggere, nè sarà offeso di qualche neo dello stile prodotto
in alcuni punti da eccessiva abbondanza d’epiteti, in altri da certe
andature un po’ studiate e ripetute del verso.
E qui terminerò, augurandomi di poter salutare ben presto il poeta
in un lavoro che invece di parlare all’intelletto, tentasse di
scuotere le fibre più riposte del nostro cuore; che all’ispirazione
lirica accoppiasse larghissimamente la passione, l’azione drammatica
e mostrasse più spiccato l’individuo in lotta con sè stesso e colla
fortuna, e l’Umanità meno astrattamente compresa.
26 Marzo 1868.
VIII.
MARIO RAPISARDI.[28]
Il Satana della _Palingenesi_ è diventato _Lucifero_. Non è una mera e
capricciosa sostituzione di nome. Nella _Palingenesi_ il poeta catanese
riproduceva il tipo leggendario del Satana biblico mescolato a qualcosa
del Mefistofele moderno: nel _Lucifero_ la figura della leggenda è
perfettamente trasformata. Satana non aveva allora nessuna velleità
di libero pensatore, quantunque si permettesse con Domine Dio le
franche discussioni incominciate sin dai tempi di Giobbe. Sogghignava
malignamente, talvolta anche rideva sgangheratamente in viso al Padre
Eterno; ma tra lui e il Creatore c’era sempre il rapporto d’un suddito
verso il suo onnipossente sovrano.
Diè Satana, a quel dire, in improvviso
Inverecondo scroscio di cachinni...
Impauriron gli angeli a l’orrendo
Riso, e velar con l’ali la pupilla:
Iddio guardollo e dal ciel cadde e sparve.
(_Palingenesi_, canto VII.)
E non solo Satana non aveva, come dissi, nessuna velleità di libero
pensatore, ma era anzi un avversario accanito del libero pensiero.
Il libero pensiero, incarnato nella Riforma, rappresentava per lui
il trionfo della Chiesa di Dio, della vera Chiesa immortale, ultimo
scopo della storia del mondo o, meglio, dell’intiera creazione. Da
fiero avversario di Dio, egli si credeva dunque in dovere di accendere
i roghi di Filippo II, di «suscitare le stragi» della notte di S.
Bartolomeo per impedire, o ritardare almeno, un trionfo conosciuto
immancabile. Il Satana della _Palingenesi_ è una creatura di buona
fede. Guerreggia contro Jeova, ma senza speranza. Un malefico istinto
lo spinge a contrariare i fini di Dio e a danneggiare le creature a lui
dilette. Però la sua superbia si limita alla fiera compiacenza del male
che può produrre e che produce. L’antitesi del bene e del male non gli
si è ancora capovolta ed invertita nella mente; la sua coscienza non si
è elevata fino a persuadergli che Dio sia il male e che egli, Satana,
sia il bene, il sommo Vero. Infatti era difficile persuaderglielo
se bastava tuttavia un semplice sguardo di Dio per precipitarlo
dall’altezza dei cieli nei cupi regni dell’abisso.
_Lucifero_ non avrebbe potuto continuare a chiamarsi _Satana_ senza
un’evidente contraddizione. Egli ha ripreso dunque a ragione il suo
nome primitivo. Una volta era Lucifero per la luce celestiale che
scaturiva dal suo volto di principe degli angioli: oggi sarà Lucifero
per quella luce spirituale, la luce dell’umano pensiero ch’egli crede
d’incarnare in sè, pel completo trionfo del quale lascia nuovamente
l’inferno e muove all’ultima impresa contro il suo antico avversario.
È inutile fare una questione di filosofia o di teologia quando si ha
sotto gli occhi una semplice opera d’arte.
Le anime timorate, i pensatori annacquati possono scandalizzarsi
delle arditezze del poeta e invocare su lui i fulmini della censura
ecclesiastica o della legge civile. Se l’opera ha quella vera vitalità
artistica contro cui si spuntano tutte le frecce d’una critica di
secondi fini, la guerra mossa al poeta muterassi, tosto o tardi, in
apoteosi. Un’opera d’arte ha questo di speciale: la sua natura la mette
fuori d’ogni attinenza con ciò che può garbare o non garbare ad una
certa filosofia, con ciò che può essere o non essere d’accordo colle
credenze e coi dommi d’una religione in vigore.
La sola questione possibile riguarda la sua natura stessa. Se non si
può e non si deve chieder conto al poeta della scelta del soggetto, si
può e si deve esaminare se il suo concetto, svincolandosi dall’astratta
indeterminatezza del puro pensiero, sia riuscito ad assumere una forma
vitale, una personalità libera e indipendente.
Rimpetto ad un lavoro del genere e del valore del _Lucifero_ la stessa
questione d’arte non è però facile a risolvere senza quella ricchezza
di svolgimenti che il tema richiede. Mi limiterò ad accennarla.
_Lucifero_, come dissi, è precisamente l’opposto del Satana della
tradizione. Il poeta talvolta vuol trarci in inganno con delle
rassomiglianze esteriori:
Sedeangli intorno
Il silenzio e la morte; oscure e fredde
Strisciavan su la sua fronte immortale
Strane larve di sfingi e di chimere.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
I circostanti
Baratri tenebrosi si agitavano
Come per improvviso urto di vento
Il sen cupo del mar. L’ali di gufo,
Il piè forcuto e la bovina fronte
Mutò di un tratto il _favoloso_ Iddio
E dai lombi gagliardi e da le spalle
Le fuligini tèrse e la stillante
Cispa dagli occhi affumicati ed orbi...
Ma il carattere è mutato di pianta. Il Satana antico non avrebbe potuto
dire:
Ignoto
Corsi la terra, e al caro sole in vista
L’uom, la natura e l’esser mio compresi;
L’uom compresi, e l’amai. Ma allor che prono
A piè dei suoi _creati idoli_ il vidi
Vaneggiar paventoso, e legar tutta
L’anima ardita a un inconcusso altare,
M’arse il cor d’ira e di pietà.
. . . . . . . . . . . . . . .
Su l’immortale
Cardine del Pensiero, inclito padre
Di stupendi artifici, erto il mio trono
S’alza com’alpe, e nulla a me di fronte
Nel creato universo altra si estolle
Nemica forza emulatrice, tranne
_La gran larva di Dio_...
. . . . . . . . . . . . . . .
M’agito vivo
Fra le cose create e son dell’alma
La libertà...
Io vivo
Solo del Ver.
Non voglio qui contrastare al poeta la libertà di alterare, sino
a renderlo irreconoscibile, un tipo ormai consacrato dalla doppia
tradizione religiosa e poetica. Ma mi è impossibile dissimulargli
che il suo nuovo tipo, com’arte, mi sembra non raggiunga la perfetta
personalità del Satana antico.
Satana aveva la coscienza della sua perversità, della sua immensa
superbia, dell’invidia che lo rodeva, della menzogna che adoperava
com’arma favorita. Per lui Dio era un avversario onnipotente, col quale
egli poteva giocar d’astuzia in virtù del libero arbitrio accordato
all’uomo; ma contro il quale non osava levar il pensiero per tentare la
pazza impresa d’una rivincita qualunque. Satana non sconosceva la sua
inferiorità rimpetto all’Onnipotente, ed era orgoglioso della continua
e grandiosa lotta contro di lui, ove anche il perdere diventava un
onore. Il Satana del Milton si è avvicinato all’uomo, conservando
sempre le proporzioni colossali dell’angelo caduto. Non ama, non può
amare, ma la bellezza giunge a turbarlo. Eva per un istante può tenerlo
incerto fra l’abbandonare o il non abbandonare l’impresa che doveva
mutar la faccia al mondo e iniziare la storia.
Nel _Mefistofele_, finalmente, egli è già un tipo di infimo ordine.
Parla ancora con riverenza del _Gran Vecchio di lassù_, e la vista
della croce lo fa andare in convulsioni.
La personalità poetica di Satana è un perfetto riscontro della
personalità poetica di Dio. Impicciolendo l’una, impiccioliscesi
l’altra.
Dal momento che Iddio diventa per Lucifero un _idolo creato dal
paventoso vaneggiare_ dell’uomo, dal momento che egli parla della
_gran larva di Dio_, non vi sembra che la sua personalità poetica si
trasformi anch’essa in una _larva_ e che tutta la serietà della sua
epica impresa svanisca ad un tratto?
Nel primo canto, al venir fuori di Lucifero, il poeta ci fa credere per
un istante che noi avremo da fare con una vera e insolita creazione.
Lucifero arriva, all’alba, sul Caucaso:
Era per l’aria un fluttuar d’ardenti
Atomi mobilissimi di luce,
Una confusa, fluvïal fragranza
Di sconosciuti balsami e soave
Musica di parole e di concenti
Misteriosi. Un’irrequieta e nuova
Delizïosa voluttà di sensi
Vaganti per immenso etere, come
Rondini in cerca di lontani lidi,
Una dolcezza non provata mai
Di lagrime e di sogni...
Si crede, ripeto, che avremo da fare con una creatura viva; ma poco
dopo, ecco il poeta che ci dice:
L’_incredul_ occhio ai firmamenti spinse,
E, dove sei, sclamò, tu che presumi
Regnar l’anime eterne? Alzati e pugna:
L’_uman genio_ ti sfida!
Ma che significa questa sfida, se Lucifero, cioè l’umano pensiero, già
penetrata l’essenza del gran fantasma di Dio, sa che dietro il fantasma
non c’è _nulla_? A che venirci a parlare di un Dio che lo fulminò dagli
astri quando osava domandargli s’egli era il Vero? Perchè narrare:
Dio, fatto più forte
Dall’umano terror, me per la mano
Del suo fido Michel di ceppi avvinse,
E percosso e ferito indi nei cupi
Baratri m’inchiodò...?
Più il poeta rende ridicola e spregevole l’imagine del grande
avversario di Lucifero, e più la personalità di questo perde
d’importanza e diventa ridicola anch’essa. Il concetto astratto si
versa da tutte le parti, si fa strada per i mille pori dell’effimera
imagine galvanizzata un istante dal poeta, e le impedisce
quell’organizzarsi della vita che deve accadere in qualunque creazione
poetica.
Il Lucifero, il Dio del Rapisardi distruggono da loro stessi la propria
personalità colle parole e coi fatti. Dio confessa:
Nulla son io, non sono
Che un forte e secolare incubo, imposto
Da la paura al sonnacchioso Adamo!
Lucifero, partito dall’inferno per compire la gloriosa impresa di
spegnere Dio di sua mano, si trova da solo a solo con lui venuto a
posta dal cielo a cavallo all’asino di Bettelemme; e ciancia e discute
e lo sfida a fulminarlo e non profitta della bella occasione per
liberare l’umanità dal suo vecchio tiranno. Perchè? Perchè Lucifero non
crede neppur lui alla realtà del fantasma che vuol combattere; perchè
quando si decide a compiere la facilissima impresa, il poeta non può
fargli trovare il _mal temuto Iddio_ altrimenti che avvolto in una
_nebbia di nero obblio_, abbandonato da tutti gli angioli e i beati,
difeso soltanto da quei quadrupedi coi quali la tradizione artistica
e l’imaginazione popolare sogliono accompagnare alcuni santi. Lucifero
combatte appena: gli basta arrivare e vincere.
— L’ultimo Iddio
Tu sei; con te, non pur la forma e il nome,
Ma il pensiero di Dio ne l’uom si estingue.
E detto questo lo trapassa col suo raggio del Vero che gli serve da
spada.
Stridea, come rovente
Ferro immerso nell’onda, il _simulacro_
_Fuggitivo del Nume_; e a quella forma
Che crepitando si scompone e scioglie
Fumigante la calce a l’improvviso
Tasto de l’acqua e del mordente aceto,
Tale al raggio del Ver struggeasi il _vano_
_Fantasima_; e in vapore indi converso,
Tremolando si sciolse, e all’aria sparve.
Così morìa l’Eterno.
Cito volentieri questi versi, non solamente perchè sono quasi la
sintesi di tutto il poema, ma perchè servono a dimostrare stupendamente
la mia idea, cioè che l’astrattezza della concezione non si arrende
a tutti gli sforzi del poeta per indurla ad assumere una personalità
consistente. Questo _simulacro fuggitivo del Nume_, questo _vano
fantasima_, che pur si scioglie _crepitando in vapore_ vorrebbe essere
qualcosa di vivo, di reale e interessarci, se non alla sua, alla sorte
del vincitore... Ma il poeta, suo malgrado e senza accorgersene, ci
tien in sull’avviso che trattasi d’una chimera appunto quando più
dovrebbe persuaderci che quella chimera è una terribile realtà e
la vittoria di Lucifero, cioè, dell’umano pensiero, un fatto degno
d’essere celebrato dall’epica Musa.
Questa negazione, per così esprimermi, della sua stessa affermazione,
che forma uno dei tratti più strani e più curiosi del poema, non
s’arresta alle parti secondarie; intacca anche la persona dell’eroe, lo
stesso Lucifero.
Il poeta si è sforzato ad animarlo d’un soffio di vita reale; lo ha
fatto amare, viaggiare, combattere, assistere a grandiosi e terribili
avvenimenti; lo ha cacciato nelle foreste vergini dell’America, ove lo
ha messo in lotta colla natura e colle bestie feroci; lo ha introdotto
nei convegni di un’Egeria fiorentina; lo ha fatto tentare dalla
bella eroina di Siena, che, invece di convertirlo alla fede, converte
sè stessa all’amore e si abbandona ai voluttuosi abbracciamenti di
lui;... una serie di casi lieti, tristi, un po’ goffamente comici e
terribilmente satirici, che porgono occasione al poeta di sfoggiare
i più svariati colori della sua tavolozza.... Ma i fatti non hanno
in loro la profonda ragione della loro esistenza; non hanno quella
_fatalità_ che li coordina a un fine e li organizza in guisa che
_debbano_ essere a quel modo e non diversamente. Giacchè il mondo della
fantasia ha, è vero, press’a poco le stesse leggi del mondo della
Natura, ma colla differenza che, in questo il cieco, irragionevole
caso occupa una grandissima parte nell’immenso corso degli avvenimenti,
mentre invece nell’altro non c’entra affatto. Il poeta, l’artista, che
n’è la divina provvidenza, vi regola ogni cosa in vista d’uno scopo
determinato, e non consente ch’elementi estranei ad esso si mescolino
a turbare quella _necessità_ da cui deve scaturire la logica catastrofe
delle sue rigide premesse.
La colpa non è tutta del poeta. Il poeta aveva dentro di lui quel
terribile nemico, il pensiero umano, la scienza, ch’egli vuol
contrapporre al _vano fantasima_ di Iddio: e questa riflessione
filosofica che distrugge tutte le forme sensibili della mente e le
riduce alla loro purissima essenza d’idee, distrugge anche, e tra i
primi, l’altro non men funesto e _vano fantasima_ di Lucifero. Non
è dunque la facoltà poetica che qui vien meno alla materia poetica:
è questa che fa difetto alle facoltà dell’artista. Lucifero, come
creazione artistica, non andrà, non potrà dunque andare più in là
dello stato d’ombra, e sotto alla sua lieve parvenza si scoprirà
sempre il concetto astratto. Il mondo epico dove egli opera non riesce
ad assumere il carattere organico della necessità. Quel mondo è il
capriccio, è la libera imaginazione del poeta, è uno splendido lirismo
che vorrebbe assumere la grandiosità epica e non ci riesce. Ripeto, la
colpa non è tutta del poeta, ma un po’ del suo tempo.
La lotta sostenuta dal Rapisardi col suo soggetto è quasi più epica
di quella del suo terribile eroe. Nessuno in Italia tra i poeti
viventi ha quest’istinto della _classicità_ al grado che lo possiede
il poeta catanese. V’è nella sua anima un soffio della Grecia, un
alito di Lucrezio, un _che_ inesprimibile che ci rivela quella forma
così ondeggiante, così corretta, così elegante non esser uno sforzo,
un accomodamento paziente di frammenti poetici, una riproduzione,
capricciosamente voluta, dello stile dei greci e dei latini, ma
qualcosa d’intimo, di spontaneo che seduce ed ammalia. Il Rapisardi è
un antico che si è sbagliato di secolo; e mentre vede limpidissime a
traverso il puro cristallo della sua fantasia le armoniche forme delle
cose, non può più prenderle per quelle ch’appaiono, ma le giudica per
quelle che valgono, cioè per mere illusioni, ed ha la schiettezza di
dirlo.
Nella sua qualità di greco, il Rapisardi manca del sentimento
dell’_infinito_, l’unico resto di poesia che domini gli spiriti
moderni. E pel bisogno ch’egli prova della raffinatezza di quella forma
che la riflessione scientifica ha già distrutto, conviene tenergli
conto degli sforzi da lui fatti per rinserrare l’astrattezza moderna
entro la concretezza poetica.
Forse la vera poesia della sua poesia è, inconsciamente, in questa
bella impotenza del pensiero moderno a racchiudersi e circoscriversi
nell’imagine. Per ciò il _Lucifero_ segnerà una data nella storia
dell’arte. È la lapide di bronzo a caratteri d’oro che nel camposanto
monumentale del pensiero umano mostrerà scritto: _Qui giace la poesia._
— Chi non vorrebbe averla scolpita?
14 Febbraio 1877.
IX.
F. FONTANA[29] e L. STECCHETTI.[30]
Due poeti, due sorti diverse.
Il Fontana, giovanissimo, pubblica una sua poesia in un giornale
di Milano: i lettori la trovano bella, ardita, piena di promesse, e
il poeta acquista a un tratto una fama che, forse, non aveva osato
sperare. Di tanto in tanto, in occasioni benissimo scelte, egli manda
fuori ora questo ora quell’altro dei suoi canti, e il pubblico applaude
sempre, e i giornali ne levano a cielo l’ingegno e ne fanno conoscere
il nome oltre le provincie lombarde.
Un bel giorno al fortunato poeta vien l’idea di riunire in un mazzo
quei fiori del giardino delle Muse da lui còlti uno alla volta. Non
avevano ancora avuto il tempo di perdere i colori e il profumo; eran
freschi tuttavia, bagnati ancora dalla rugiada... Ma, all’apparire
del volume, i giornali si mostrano inesplicabilmente ammutoliti. Quel
pubblico, che in politica e in letteratura compra le sue opinioni belle
e fatte, s’adombra del silenzio e tien broncio al poeta. Qualcuno dà
un’occhiata e tira via. Qualch’altro dice poche parole, e tentenna
la testa. Due o tre coraggiosi salutano il poeta con lodi parche, con
consigli amichevoli. Il resto ne mormora sottovoce, ne parla con aria
impacciata...; insomma, tutti gli fanno scontare, a lui che non n’ha
colpa, una fama precoce prodigatagli con ostentazione, quasi fossero
stati i giornalisti ed il pubblico che gli avessero per grazia dato ad
imprestito l’ingegno.
Prima lodato certamente un po’ troppo, si è visto all’improvviso
trascurato un po’ troppo. Se fosse uno di quegli spiriti miti,
dubbiosi, ai quali una buona parola dà lena e coraggio, e una critica
amara o, peggio, il silenzio sprezzante fan rompere la penna, a
quest’ora il Fontana avrebbe dato un addio alla poesia e sarebbe pronto
a far tutto fuorchè una quartina foss’anche di versi bisillabi. Per
fortuna non è tale.
Siamo al solito caso: nessuna misura nella lode o nel biasimo; l’opera
d’arte giudicata non come semplice opera d’arte, ma a seconda di canoni
che spesso non hanno nulla da vedere coll’arte; l’individuo accarezzato
a traverso l’artista, l’artista biasimato col pretesto dell’individuo!
Ed ecco ora una sorte opposta.
Poche settimane fa comparve nelle vetrine dei librai un volumetto
in-16º piccolo, colla copertina color paglia, col frontispizio rosso e
nero, un amore di edizione elzeviriana in carta _chamois_ dal titolo:
_Postuma, canzoniere di Lorenzo Stecchetti_ (_Mercutio_).
Chi era questo Stecchetti?
Nessuno sin’allora n’aveva inteso pronunziare il nome. I primi che
apersero il volumetto, lettane qualche strofa ebbero una vera sorpresa.
La diffidenza ispirata dalle _cose postume edite a cura degli amici_
venne subito vinta dalla curiosità e dal piacere che la lettura
produceva. Per una settimana fu un continuo impietosirsi sulla sorte
del misero giovane morto stoicamente di tisi, a trent’anni, come
narrava nella prefazione il dottor Olinto Guerrini, suo parente ed
uno degli intimi amici. Peccato! C’era in quel giovane la stoffa d’un
vero poeta moderno! Che semplicità elegante e che vigore di forma! Che
sincerità d’ispirazione e che malinconia!
Muoio. Cantan le allodole
Ferme sull’ali nel profondo ciel,
E il sol di ottobre tiepido
Albeggia e rompe della nebbia il vel.
Caldo di vita un alito
Sale fumando dall’arato pian;
Muoio: cantan le allodole
E le giovenche muggon da lontan.
La vostra lieta porpora
Roselline d’inverno io non vedrò;
Le carni mie si sfasciano...
Domani al mio balcon non tornerò.
E con questi versi dell’ultima pagina il commosso lettore chiudeva il
volumetto: le lettrici avevano gli occhi pregni di lagrime.
Ma, che è che non è, si diffonde una voce: lo Stecchetti non ha mai
esistito e quindi non è morto nè di tisi nè d’altro male: l’autore
di questa bella mistificazione è il dottor Olinto Guerrini, quello
stesso della prefazione, giovane, sano e pieno di vita, con moglie e
figliuoli. Ed ecco il dottor Guerrini, ieri conosciuto poco più in là
di Bologna come poeta di facile e mordacissima vena nel suo dialetto,
eccolo celebre a un tratto da un capo all’altro d’Italia per uno di
quei troppo caldi entusiasmi che fanno dubitare della lunga durata.
Arrivando quasi l’ultimo a parlare di questi due poeti, tenterò di
fare ciò che mi sembra non abbiano fatto gli altri. Dimenticherò i
facili trionfi del Fontana e la freddezza con che è stato accolto il
suo volume; dimenticherò la leggenda che ha riverberato la poetica
tristezza della sua finzione nell’animo dei lettori ed ha un pochino
aiutato l’effetto dei canti del supposto Stecchetti; e tenterò di
mettermi rimpetto a queste opere d’arte nella condizione di sentirne
l’immediata impressione, fuor di qualunque circostanza che potrebbe
mescolarvi elementi d’altro genere.
Non farò paragoni: i paragoni sono inutili quando non sono nocivi. Nei
due poeti c’è l’alito, il carattere della poesia moderna, ma in modo
diverso. Spesso manca all’uno quello che all’altro sovrabbonda, senza
che per questo l’uno valga meno o più dell’altro; ed hanno tutti e due
una personalità propria, spiccatissima, da non confondersi facilmente
con quella dei soliti strimpellatori di lira. È il loro passaporto di
poeti.
Il Fontana, un carattere più fantastico, più indefinito del Guerrini,
spazia incessantemente in un orizzonte vastissimo. Ha la curiosità,
l’impressionabilità della donna e del fanciullo, e com’essi un
sentimento di contento e di tristezza, di mobilità e d’insistenza, di
chiarezza e di nebbia, di semplicità e d’artifizio che la facilità
del verso e della strofa, la trascuratezza, l’indecisione dello
stile, la stranezza o la bellezza dell’imagine rendono perfettamente,
con giustezza che colpisce. Il suo concetto poetico ordinariamente
apparisce, fluttua, brilla, s’ecclissa, torna a comparire come una
figura proiettata da una lente ora sì ora no messa _a fuoco_; e i
contorni degli oggetti che la sua imaginazione vorrebbe fissare qua
si disegnano netti, più in là si perdono molto indecisi nel fondo. Si
capisce che lì tra il concetto e la forma vi è una lotta continua;
che la forma non arriva sempre a imprigionare nel suo organismo le
mille gradazioni di un’idea, e si contenta del press’a poco per paura
di vedersela sfuggire tutt’intiera di mano. Ma nello stesso tempo
si capisce che è appunto in questo _press’a poco_ dove talvolta il
concetto, perseguitato con insistenza, acquista un colorito poetico
più spinto, da far quasi rallegrare che la vittoria della forma non sia
stata completa.
Sovente l’effetto di una poesia del Fontana è quello d’un abbozzo in
cui il pittore ha tentato di fissare con quattro colpi di pennello
l’impressione d’un momento. La mano dell’artista ha segnato qua e
là dei tratti, ha messo degli appunti di colorito; ombre crude, luci
crudissime, qualcosa che si vede e si intravvede, che si capisce e non
si capisce; ma un che di caldo, di vivo che si agita, che ci spinge a
lavorar d’immaginazione, a vincere, a correggere gli audaci trapassi, a
rammorbidire i contrasti, ad armonizzare le stonature; qualcosa insomma
che ci mette in un inatteso travaglio di creazione simile a quello del
poeta e, compenetrando lettore e poeta, dà l’illusione di fare insieme
l’opera di arte che si sta leggendo.
Non è una cosa indifferente, non è una cosa comune. In quei versi,
in quelle strofe che talvolta, a ragione, giudichiamo mediocri, si
cela il mistico _quid_ che rivela un artista. Nella loro mediocrità
di stile non ci lasciano in pace; nella loro falsità di concetto ci
fanno pensosi; nella loro nudità ci spingono a ruminare un sentimento
che non viene soltanto dalla carne, e saremmo imbarazzati ad esprimere
precisamente che mai sia.
In esse c’è sempre, o quasi sempre, qualcosa che fa difetto
o trascende; ma questa sproporzione, questa mancanza rivelano
un’elevatezza, uno slancio da compensarci ad usura, un’ingenuità,
una sincerità spensierata che legano e si fanno amare. Notate la
_Prefazione ai miei versi_.
Esser poeti è legger nei futuri
Giorni: è spaziar nel cielo delle indagini
Condannate dai timidi cervelli.
. . . . . . . . . . . . . . .
Esser poeti è librarsi giganti
Sull’universo..........
È accogliere del par sorrisi e pianti,
Inni e bestemmie, rantoli e vagiti,
. . . . . . . . . . . . . . .
Esser poeti è salir sopra un monte
Di notte quando il ciel di stelle è fulgido,
E in estasi esclamar: Credo! vi è un Dio!
E inginocchiarsi, e chinare la fronte,
Ripieno il cor di mistica paura...
Poscia negarlo e metterlo in oblio
Discesi alla pianura.
Esser poeti è viver d’illusioni
Che nell’Eterno Nulla il piede appoggiano...
. . . . . . . . . . . . . . .
Esser poeti è abbandonarsi ai sensi;
. . . . . . . . . . . . . . .
È mutar l’alimento del mattino,
A vespro giunti, in voli eccelsi, immensi...
E, invero, questi versi sono usciti
Dalle vivande e dal _preteso_ vino
Che l’oste m’ha imbanditi.
Possibile che l’esser poeta sia tutto questo? Sì e no, come vorrete.
Nella mente del Fontana è accaduta una specie d’allucinazione; i
secoli si sono accorciati, la storia si è compendiata, mille figure
di poeti si son fuse in una sola. Valmichi, Mosè, Omero, Anacreonte,
Shakespeare, Molière, Lamartine, Goethe, Vittor Hugo, Heine, Prati,
Praga, egli stesso, tutti gli son passati dinanzi rapidamente, quasi
senza farsi riconoscere, in una mescolanza bizzarra. Ogni verso,
ogn’emistichio, ogn’epiteto, ogn’imagine delle otto strofe è uno
sprazzo di luce di quelle figure, di cento altre figure e di fantasmi
personali che gli han danzato nel cervello durante l’esaltazione
d’un momento. Che ha voluto dunque fare? Nulla, o piuttosto dirvi
il suo motto d’un minuto. È la sua arte poetica? Sì e no, come
vorrete; ma sopra tutto è una _poesia_ ch’egli ha fatta insieme a
voi, una creazione, meglio, un _parto_ del suo spirito di cui voi,
per fortuna, non avete sentito i dolori. — È un assurdo! Un ammasso
di contraddizioni! — Ma non mi negate (nol potrete) che dopo quella
lettura vi si è mossa nell’imaginazione, nel cuore e nel cervello
qualcosa che prima di leggere se ne stava a dormire. Vi siete fermati
ad una strofa, ad un verso scadente, avete esitato; ma poi, vostro
malgrado, siete stato stimolato a procedere, ad andar sino in fondo.
E se vi è accaduto d’indispettirvi col poeta di ciò che vi ha fatto
provare, chi sa che sapendolo egli non vi dica: questo dispetto è la
mia vera poesia!
Ecco, poco più in là, leggete _La Forma e l’Idea_. Rileggete; è bene.
Vi persuaderete che il poeta, se non vince sempre, se si stanca presto
della lotta del suo concetto colla forma, però sa benissimo di dover
lottare e che, a modo suo, lotta e lotta, quantunque talvolta dubiti
della utilità di quest’arduo travagliarsi.
Forse esistono
Idee sì vaghe e arcane
Che invan le menti umane
Si attentano a scolpir!
Forse passò fra gli uomini
Il sommo dei poeti,
Fra la schiera dei mutoli
E degli analfabeti...
E, forse, il suo silenzio
Fu incompresa epopea
In cui sfuggì l’Idea,
Della Forma il martir!
Non vi arrestate per analizzare il sentimento grandiosamente poetico
di questa strofa: è proprio un assurdo. Quell’idea che sfugge il
martirio della forma non può essere un’idea e molto meno un’epopea!...
Ma l’imagine di quel mutolo, di quell’analfabeta nelle menti dei quali
si schiudono i più grandi e ineffabili sentimenti poetici; ma quei
sentimenti che si agitano maestosamente, divinamente in un’impotenza
gigantesca... quest’assurdo insomma vi ha detto di più d’ogni concetto
preciso. Nuotate in un mare senza limite: sentite che la vibrazione di
quell’onda sonora si perde nell’infinito.
Una delle qualità più spiccate della poesia contemporanea è lo
accostarsi, alla sua maniera e nei limiti che la determinatezza
della parola concede, all’indeterminatezza della musica, la vera
arte moderna. Le poesie del Fontana possiedono questa indefinibile
espressione musicale dei sentimenti e delle cose; ma si scorge più
nell’insieme che non nel particolare d’ognuna d’esse.
Questo volume, più che altro, è una solenne promessa. Il Fontana può
appropriarsi ciò che diceva il Musset delle sue prime poesie:
Ce livre est toute ma jeunesse;
Je l’ai fait sans presque y songer.
Il y paraît, je le confesse,
Et j’aurais pu le corriger.
Io dico intanto sia bene ce l’abbia dato così com’è. Questi saggi,
questi tentativi di una poesia esclusivamente individuale che coglie a
volo l’impressione, la sensazione, il sentimento e s’ingegna a renderli
tali e quali gli ha provati, cercando la forma più semplice, più
immediata per farli risentire agli altri allo stesso grado d’intensità,
non sono punto dei saggi, dei tentativi superflui o inutili, per quanto
possano avere un valore effimero e passeggiero. Nella storia generale
dell’arte non segnano certamente una novità. La reazione contro la
forma accademica, convenzionale, sempre intenta a riprodurre con una
formola antica lo spirito moderno (e che, pur di farcelo entrare, o lo
strozza, o lo mutila, o lo sfigura), ci ha già preceduto in Germania,
in Francia ed anche in Inghilterra. Rimane a riprendere per nostro
conto e nelle proporzioni del nostro genio nazionale questa lotta
contro l’antico. Non foss’altro per pochi istanti, noi dobbiamo passare
per gli stessi punti di sviluppo, ripeterne intiero il processo.
E troveremo più facile il cammino; più sicura, anzi infallibile la
vittoria.
Pari agli altri fatti dello spirito umano, anche il sentimento poetico
ha la sua storia. E dicendo storia intendo un ordine progressivo
d’evoluzione, una legge intima che lo governi e lo faccia andare
verso un fine in onta alle mille accidentalità che gli sbarrano e gli
contendono il passo. Il sentimento poetico non è altro che la ragione
umana ancora avviluppata in quella forma bassa e secondaria dello
spirito: è l’idea non veduta ma intravveduta sotto il roseo velo della
fantasia: e corrisponde a speciali facoltà, e si riduce ad un maggiore
sviluppo o almeno ad una maggiore attività d’esse nel gran momento
della funzione poetica.
Ora è accaduto nella storia del sentimento poetico quel che è avvenuto
nel corso di tutti gli altri avvenimenti umani; il suo procedere
è stato nel nostro secolo assai più celere del consueto, quasi
vertiginoso: ha fatto in pochi anni tal sviluppo che prima non avrebbe
compito nel periodo d’intieri secoli.
La forma poetica (giacchè il sentimento e la forma nell’arte son
tutt’uno) ormai può dirsi arrivata alla sua estrema sottigliezza,
alla sua possibile trasparenza. Si è naturalmente rimpiccinita,
circoscritta; non s’attenta più alle grandi creazioni, ma si rassegna
alla minuta rappresentazione del mondo interiore. Non sdegna la
semplice rappresentazione del mondo esterno, e fa del paesaggio un puro
sfoggio di sè stessa, un mero affermarsi come forma assoluta: la quale
cosa indica raffinatezza e corruzione nello stesso punto.
Queste evoluzioni, questi passaggi graduati, più o meno rapidi,
più o meno importanti, contano nelle letterature francese e tedesca
contemporanee una gran lista di nomi che ne rappresentano le diverse
fasi con straordinaria ricchezza. Victor Hugo, Musset, Heine sono
oramai sorpassati per ciò che riguarda il sentimento poetico. Le
_nuances_ d’ognuno d’essi hanno ricevuto dei larghi svolgimenti che
non debbono giudicarsi come semplici amplificazioni, ma fusioni,
amalgame, combinazioni chimiche ben riuscite, alle quali l’impronta
dell’individualità di ogni poeta ha aggiunto una nuova nota, un punto
di colore. Però, fra tanta produzione che ha affaticati e affatica
ingegni vigorosissimi, rotti a tutte le difficoltà della versificazione
e dello stile, sorprende assai il non veder spiccare un poeta il quale
valga ad imporsi ai suoi contemporanei come il rappresentante d’un
sentimento generale.
In Italia è avvenuto un che di simile sebbene in proporzioni più
ristrette. Il Praga, il Boito, il Carducci, il Rapisardi, il Fontana e
parecchi altri che è inutile rammentare hanno un’originalità relativa,
se si riguarda alla storia parziale della poesia italiana; ma la loro
originalità consiste più specialmente nell’essere il riflesso di questa
gran rivoluzione artistica che sembra l’ultima espressione della forma
poetica agonizzante. Infatti vi è in loro qualche cosa d’estraneo alla
coscienza, al sentimento artistico italiano come volgarmente s’intende;
ben pochi essendo penetrati della convinzione che il sentimento poetico
abbia perduto anch’esso il suo carattere nazionale e sia diventato
europeo, come europee son già diventate tutte le altre forme dell’arte.
La ragione che rende immensamente difficile la produzione poetica è la
legge che presiede alle incarnazioni del sentimento. Come qualunque
altra produzione della natura, un sentimento poetico trovata la sua
splendida forma non ha più la possibilità di farsene un’altra. Le mille
circostanze che concorsero a quella creazione, che la prepararono,
la aiutarono, la svilupparono, mutansi anch’esse e non si rinnovano.
Per questo riesce vano il voler rifare Byron, Victor Hugo, Musset,
Leopardi, Heine e tutti i fortunati che poterono pervenire alla più
alta rivelazione d’un dato sentimento poetico. L’ambiente è cambiato.
Quella data forma è già entrata, appena venuta fuori, nel gran dominio
della storia dell’arte, rappresenta un vero progresso, un vero momento
dello spirito umano fissato in modo indistruttibile nelle sue immortali
creazioni; e qualunque tentativo di risuscitarla riducesi un tentativo
retorico senza nessuna giustificazione, un capriccio, una foggia
momentanea, vera prova della sterilità dell’ingegno poetico che vi si
abbandona.
Il Fontana, al pari di molti altri, non ha un concetto preciso nè
dell’Arte nè della sua storia. Questo non significa gliene manchi un
sentimento, una intuizione, una divinazione che diffonde inconsciamente
una tinta d’originalità sulle poesie di questo volume. La quale
originalità spiccherebbe di più se il poeta desse meno retta ai
consigli del Nodier che paiono il suo credo poetico riguardo allo
stile.
Le vers qui vient sans qu’on l’appelle
Voilà le vers qu’on se rappelle:
Rimer autrement c’est ennui.
La parole est la voix de l’âme
Si quelque gêne l’emprisonne,
Défiez-vous de tout lien,
_Tout effort est contraire au bien._
Egli farebbe meglio a ricordarsi del consiglio di un grande artefice di
stile:
Oui, l’oeuvre sort plus belle
D’une forme au travail
Rebelle,
Vers, marbre, onyx, émail.
Point de contraintes fausses!
Mais que pour marcher droit
Tu chausses,
Muse, un cothurne étroit.
Fi, du rythme commode
Comme un soulier trop grand
De mode
Que tout pied quitte et prend!
Ma già il Fontana per persuadersi della giustezza di questi
suggerimenti ha soltanto bisogno di guardare ai suoi stessi lavori. I
migliori del volume sono appunto quelli dove la forma è più accurata,
_La notte di S. Silvestro, Circolo, Quando? Ars alma Mater, Melodia,
Sera_ e qualche altro presentano le promesse d’una più bella e più
artistica evoluzione del suo ingegno; e quanti gli voglion bene si
augurano di vederla maturata al calore di studî più serî e di un lavoro
di lima più paziente. A me piace finire rammentandogli ch’oramai
il dubbio, il dolore disperato del Leopardi, il ghigno dello Heine
han fatto il lor tempo: la profonda, la nuova poesia della vita non
consiste nel disquilibrio delle facoltà umane, nè tutta nella carne,
nè tutta nello spirito, ma in un contemperarsi serenissimo d’ambidue.
L’uomo moderno non maledice, non irride la natura; è già conciliato
con essa: e quest’inno di conciliazione può forse essere l’ultima
espressione della forma poetica, che muore come forma per vivere
immortale come sentimento.
La forma poetica e il sentimento poetico son tutt’uno soltanto nei
giorni in cui l’Arte è una realtà vivente non una storia; ma ormai
siamo a questo punto. Il Fontana lo ha cantato quasi piangendo.
Queste considerazioni avrebbero risparmiato a parecchi critici molte
ciancie sulle poesie dello Stecchetti (il dottor Guerrini mi sembra
condannato a perdere letterariamente il suo vero cognome) e avrebbero
fatto dare un più giusto giudizio del loro valore.
Il contenuto poetico dello Stecchetti non è una novità. Può crederlo
tale chi ignora la storia del sentimento poetico di questi ultimi
cinquant’anni. Il vero pregio sta nella forma.
La forma, in mano di lui, è di una docilità, di una compiacenza
ammirabili. Il concetto si presenta nettissimo, colla limpida
trasparenza del più puro cristallo. Il poeta dice tutto quello che vuol
dire, e proprio nient’altro di ciò che vuol dire. Non vi domanda la
vostra collaborazione, ha lavorato per voi: non vuol che voi facciate
coll’opera sua ciò che egli ha fatto colla realtà, che sentiate quasi
personalmente e che egli vi serva come pretesto di una interpretazione
subbiettiva, no. A lui piace piuttosto d’imporvi il suo preciso e
determinato sentimento. Egli non tollera che, leggendo, vi sentiate un
solo istante voi; vuole, al contrario, che vi assorbiate tutto in lui,
e che la sua personalità vi apparisca scultoriamente trionfante.
La forma dello Stecchetti somiglia un getto in bronzo o in oro.
L’autore avrà certamente mutato e rimutato il suo modellino in creta;
quella facilità, quella sobrietà, quell’_unito_, quella precisione di
particolari gli saranno costati un lavoro diabolico. Egli potrebbe
farci la storia delle sue esitazioni, dei suoi pentimenti, dei suoi
dubbî, delle sue disperazioni prima che la linea, il movimento
intraveduti e ricercati trovassero l’espressione perfettamente
adeguata. Ma noi non vediamo qui nulla che ci rammenti il modellino in
creta. Vediamo il gioiello fuso, un getto stupendamente riuscito: non
ci resta altro che guardare e ammirare.
Se c’è qualcosa che si scorga, forse, è appunto l’eccessiva cura
d’imprimere a queste piccole opere d’arte che formano il volumetto
delle _Postuma_ una personalità troppo esclusiva. A furia di voler
apparir lui, proprio lui, il poeta ha ristretto il campo dei suoi
sentimenti. Sembra si sia imposto un severo lavoro di scarto per
tutto ciò che avrebbe potuto in qualche modo riguardar gli altri e
accomunarli ad esso. Si nota infatti, come impronta generale di queste
brevi poesie, una tal quale aridità, anche quando l’artista vorrebbe
dar a vedere che l’affetto sgorga abbondante e che la passione trabocca
sfrenata. Ma, si badi bene, è un’aridità voluta, cercata per amore di
uscire dal comune e dal trito; un’aridità che fa spesso sospettare come
sotto la perfetta sincerità della forma non si celi un’uguale sincerità
di sentimento.
Questo può darsi avvenga perchè molti componimenti debbono essere stati
fatti dal Guerrini a fine di meglio colorir la finzione d’un poeta
morto a trent’anni, il suo Lorenzo Stecchetti. Il morto allora serve di
ragionevole scusa pel vivo. Però talvolta ci tocca di ringraziare di
vero cuore il finto morto se gli riescì d’ispirare delle cose belle e
gentili come questo componimentino di otto versi:
Quando cadran le foglie e tu verrai
A cercar la mia croce in camposanto,
In un cantuccio la ritroverai
E molti fior le saran nati accanto.
Cògli allor tu pe’ tuoi biondi capelli
I fiori nati dal mio cor: son quelli
I canti che pensai ma che non scrissi,
Le parole d’amor che non ti dissi.
Il lettore troverà altri gioielli di simil genere e se li sentirà
subito fissati nella memoria per non dimenticarli più.
Alla domanda: quale di questi due ingegni poetici io preferisca,
mi troverei imbarazzato. Se il Fontana raggiungesse la precisione e
l’eleganza della forma dello Stecchetti, la mia scelta non sarebbe
dubbia; egli mi fa sentire e _rêver_ di più. Ma, oh la potenza e le
seduzioni della forma! Decisamente, l’Arte non è altro che la Forma.
25 Luglio 1877.
X.
LUIGI GUALDO.
I.
_La Gran Rivale._[31]
Il Gualdo è un romanziere che meriterebbe uno studio a parte; e un
giorno o l’altro lo scriverò. L’eccessiva modestia dello scrittore
e non saprei quali altre circostanze hanno lasciato finora un po’
nell’ombra questo nome degno d’esser conosciuto ed amato per le sue
belle qualità d’artista. È perciò con vero piacere ch’io veggo la
ristampa di un suo volume di Novelle pubblicate a Torino parecchi anni
fa.
Sono dei piccoli quadri studiati, disegnati e dipinti con un amore
dell’arte e con un gusto di cui pur troppo non è facile trovar molti
esempi fra noi. Benchè opere giovanili, mostrano molta maturità di
concezione e di forma, che qualche incertezza d’esecuzione non arriva
ad offuscare.
Il Gualdo ha un’efficacissima potenza descrittiva. Il suo giardino
della _Villa di Ostello_ rammenta il _Paradou_ della _Faute de l’Abbé
Moret_ dello Zola, colle proporzioni, s’intende, e colla differenza che
passano fra un romanzo e una novella di poche pagine. E faccio questo
confronto non per ravvicinare due nomi con una sconvenienza di cui il
Gualdo sarebbe il primo ad offendersi, ma per dar meglio la misura del
colorito ch’egli sa, non di rado, adoperare.
«Nell’inverno, la villa era triste e oscura, il giardino desolato;
e nel vasto parco non si scorgevano che gli scheletri degli alberi
sul suolo indurito. Passeggiando per quei viali affatto spogli
con a lato i cespugli regolarmente tagliati in forme ornamentali,
scorgendo qua e là tra i rami secchi le statue condannate alla nudità,
quali bizzarramente mutilate, quali mal sostenute dai piedistalli
_infraciditi_, vi sentivate un freddo penetrare nell’anima, derivante
sopratutto dall’effetto del malinconico spettacolo. Il palazzo, superbo
edifizio dello stile del Rinascimento, con due grandi ali sporgenti,
tutto a ornati e ricche lesene _pittoricamente_ guaste, con davanti un
terrazzo che dava adito alle sale, a cui si saliva per cinque gradini
larghissimi, vi rattristava esso pure; e più ancora se penetravate
nelle vaste sale deserte in _cui_ nulla si udiva tranne l’eco dei
vostri passi e non si vedeva alcuno se non i personaggi silenziosi
degli affreschi impalliditi e dei logori arazzi. Ma di primavera, allo
spuntare del primo fiorellino, tutto cambiava.
«Più che altrove, era incantevole in quella villa abbandonata il
risvegliarsi delle cose. Uno dopo l’altro, tutti gli uccelli del bosco
cominciavano il loro canto, e tutto un concento di trilli riempiva i
lunghi viali. Vi era qualcosa di tumultuoso nella rapidità con cui
le piante verdeggiavano e i prati si smaltavano di fiori. Nessun
giardiniere era pronto a correggere la intemperanza della natura. I
folti cespugli erano pieni di rose, e le nuove frondi uscivano in
disordine attraverso alle forme architettoniche a dispetto d’ogni
simmetria. I ramoscelli sboccianti si attortigliavano pazzamente
intorno alle statue, e le dee di marmo sembravano sorridere nel vedersi
abbracciate da quelle piante parassite; delle frondi novelle uscivano
quasi d’improvviso dai tempii di verdura e in uno slancio inconsapevole
prendevan d’assalto le Veneri di granito. Dovunque spiccavano le
viole. Dalla prima giornata di primavera, quel parco si sarebbe potuto
paragonare ad una sinfonia che cominciando lieta e leggiera andasse
a poco a poco allargandosi in un magnifico crescendo, per giungere
finalmente alla pace profonda, fresca, indescrivibile dell’estate!»
Ho voluto trascrivere questa bella pagina anche per dare un’idea
dello stile del Gualdo accusato, un po’ troppo alla lesta, d’inculto
e d’infranciosato. Certamente non vi s’incontrano nè fioriture
arcaiche, nè riboboli; nè tant’altre belle cose che certi signori
vorrebbero imporre come indispensabili ingredienti del bello stile;
ma c’è efficacia, c’è nettezza, c’è colore, c’è movimento; e se le
trascuratezze non mancano, se alcuni periodi vorrebbero andare più
legati e meno contorti, questo vuol dire che l’arte dello scrivere è
difficilissima, e che non si apprende di primo acchito. Però le buone
qualità di scrittore possedute dal Gualdo sono di quelle che vengono
dalla madre natura e che non si apprendono; le mende, al contrario, di
quelle che la pratica e lo studio riescono facilmente a far evitare.
Dalla lunga citazione che ho fatto, e dall’insistenza con cui parlo
volontieri del colorito, non si creda che le novelle del Gualdo si
circoscrivano nel mondo esteriore e vivano d’incidenti romanzeschi, di
allettamenti di curiosità, i quali hanno efficacia al primo momento
e, dopo, non valgono più. Egli preferisce a ragione il mondo intimo
del sentimento e della passione, e si compiace dell’analisi delicata,
minuta, che ricostruisce, criticandolo, il vivo processo di una
passione e di un sentimento. Sgorga perciò da tutte queste pagine un
calore concentrato d’affetto, un fascino soave di poesia, e un senso
indefinito d’ideali gentili intraveduti, che fanno molto pensare.
E questo avviene anche allorchè il racconto è una bizzarria, un
capriccio d’artista rapidamente tratteggiato e colto, sto per dire,
in _flagranti_. In quella _Villa di Ostello_ accade un dramma che
fa l’effetto d’una realtà che diventa sogno o d’un sogno che non si
risolve pienamente in una realtà. Una potente abilità d’esecuzione, di
chiari e scuri, di sfumature, di piccole furberie di forma irretisce
il lettore e lo trascina dolcemente nel circolo magico tracciato
dalla bacchetta dell’incantatore. Chi sono quelle due figure piene di
gioventù e di bellezza che vengono improvvisamente a fare d’una villa
mezzo abbandonata il lor nido d’amore? Dove le abbiamo viste prima
d’allora? Dove spariscono perdute in una rosea nebbia che nasconde ai
nostri occhi un mondo di pure dolcezze? E il lettore rilegge e prova
daccapo le medesime sensazioni.
Accennerò come stupendo capriccio d’artista la _Narcisa_, un vero inno
alla bellezza della forma, ad una bellezza che, per quanto materiale,
ha già qualcosa che trascende, e non è soltanto la Venere di Milo, ma
anche la Venere moderna: la forma che vive, che sente di vivere, che si
ama come tale, e muore prima che gli anni giungano a recarle la menoma
offesa.
«Chi si estasiava sulla sua bellezza, che rimarrà come un tipo
inimitabile, chi tentava spiegare il problema della sua vita. Poi si
venne a discutere sulla sua morte quasi più inesplicabile ancora. — Io
ne so la causa, disse un poeta: È morta di bellezza.»
Il Gualdo, quasi per vendicarsi della inesplicabile indifferenza del
pubblico e della critica, si è messo da qualche tempo in qua a scrivere
i suoi romanzi in francese. _Une ressemblance_ è già pubblicato da un
anno, un altro ne sarà pubblicato fra non molto. Voglio crederla una
bizza passeggiera. Non siamo in Italia tanto ricchi di romanzieri da
non doverci accorare che uno d’essi preferisca alla propria una lingua
straniera.
6 Luglio 1877.
II.
_Un mariage excentrique._[32]
Accade qualche volta di far dei sogni che restano impressi nella
memoria come una realtà deliziosa. Figure di donne nelle quali la
bellezza è un sorriso d’amore, che parlano con un accento pieno di
musica e di malia, che vengono e vanno leggiere, quasi portate dal
vento e come circonfuse da un’aureola; paesaggi a perdita d’occhio,
smaglianti di luce e di verde; colline che si specchiano in laghi più
limpidi del cristallo; ville che biancheggiano tra il folto degli
alberi con un’aria di dolce mistero, viali che s’internano in un
laberinto incantevole e pauroso, grotte dove le goccie irridate che
gemono dalla vôlta sono perle e diamanti; e un’aria sottile, pregna
di mille profumi; e un silenzio raccolto pieno di tante cose, un senso
della vita più completo, più perfetto dell’ordinario, ma non tale che
ce ne faccia avvertir troppo lo stacco; e poi una fretta vertiginosa di
vivere! Avventure che nel mondo reale richiederebbero anni ed anni, lì
si intrecciano, si svolgono, hanno la loro catastrofe in pochi minuti.
Lo spazio è soppresso, il tempo ridotto a un’assurdità. E intanto
s’ama o s’odia, si gode o si soffre con intensità così forte che al
destarci si rimane un po’ perplessi prima di dire: ho sognato. Negli
occhi ben aperti vibra ancora un lieve riflesso di quell’altra luce;
nell’orecchie oscilla l’ultimo suono di parole che vorremmo sentirci
ripetere; sulle labbra si prova tuttavia come lo svanire d’un bacio,
nella mano la sensazione d’una stretta tiepida, lunga, eloquentissima.
L’impressione insomma è così viva e profonda, che ci lascia per tutta
la giornata un sentimento di tristezza, una strana compiacenza d’aver
sognato e un acuto desiderio di tornar a sognare. Quel sogno infine
non era mica l’impossibile: vorremmo essere nel caso di riprodurlo tal
quale nella realtà.
Il libro del Gualdo lascia un’impressione di questa natura. Per
un’opera d’arte non è poco.
Quel marchese Massimo di Astorre ci rende invidiosi della sua sorte.
Bello come una statua greca, ha fatto a proprie spese una larga
esperienza della vita. Precoce nel vizio e nella coltura, ha morso «aux
pommes des toutes les sciences, n’acceptant aucune idée sans examen
et raisonnant trop, ne considérant sa supériorité que relativement,
de sorte que sa fierté devant les hommes ne trouvait pas sa juste
compensation dans l’humilité devant l’absolu.» Ma questo non gli ha
quasi servito ad altro che a disgustarlo dalle così dette _cose serie_
o a farlo tornare ai piaceri. A vent’anni aveva già completamente
esaurite le generose passioni della giovinezza: gli era appena rimasto
un po’ d’ambizione: era troppo maturo. Però in mezzo ai piaceri, al
lusso, alle stupide vanità della società elegante, egli non ha mai
potuto reprimere la smaniosa aspirazione a qualcosa d’elevato che viene
a tormentargli il cuore nei giorni di stanchezza e di noia. Invidiabile
uomo! Quando le sue pazze dissipazioni lo spingeranno fra le tristezze
e gl’impacci di quella miseria relativa che ci avvilisce al cospetto
degli altri e di noi stessi, ecco due grosse eredità pronte a mettere
all’ordine dei suoi capricci la verga fatata dei loro milioni. Quando
il suo cuore sentirà più violento il bisogno d’un nobile e serio scopo
della vita, ecco la dolce figura dell’Elisa Valenti, vittima sul punto
di essere immolata alle convenienze di famiglia, che lo lancia in
pieno romanzo, nel grande oceano dell’ignoto. Egli la sposerà (non c’è
altro mezzo per poterla salvare da quell’antipatico signor Gorletti)
ma rispetterà scrupolosamente i diritti del cuore della sua eroina.
Sarà un marito pegli occhi del mondo: ma per la povera Elisa, più che
un amico, un fratello. Ho detto apposta eroina; l’Elisa Valenti da
principio non è altro per lui. Quest’uomo sazio di piaceri, che ama
le cortigiane da pagano, da sensuale adorator della forma, che ha poco
rispetto per le donne, quantunque egli stimi profondamente la _donna_,
prende l’Elisa come il soggetto d’un romanzo non da scrivere (sarebbe
troppo comune) ma da fare giorno per giorno, alla mercè del caso e
delle circostanze della vita che spesso bisognerà subire con le loro
logiche tirannie.
Che viaggio di nozze! «Quand ils furent seuls dans un wagon-salon de
l’exprès entre Milan et Florence, Elisa sentit plus intensement encore
que dans les jours préecédents, toute l’étrangeté de sa position...
Il lui semblait avoir perdu le sens de la réalité des choses et la
certitude de sa propre individualité. En même temps, que des doutes lui
passaient rapidement par l’esprit, elle éprouvait une crainte indéfinie
de mal faire et de se réveiller de ce rêve réel que lui procurait déja
le soulagement immense de se sentir sauvée, délivrée de l’obsession
dont elle avait tant souffert... La nuit était froide. Par les vitres
bien fermées de la voiture on ne voyait que l’obscurité, sillonnée
parfois d’une brusque lueur à l’approche d’une station. Dans ce petit
espace, sa vie entière lui paraissait renfermée; que pouvait-il encore
y avoir au dehors? — Et dans cette boîte chaude et commode, environnée
de froides ténèbres et courant à travers l’espace sur une trace de fer
où rien ne pouvait surgir, elle devinait un symbole de sa déstinée
nouvelle... Il faisait jour. Une pluie battante frappait contre les
vitres. Elle vit Massimo encore endormi... et ce rêve de se trouver
seule avec le marquis d’Astorre, à six heures du matin, dans un wagon,
et d’être mariée à lui, ce rêve qui, même éveillée lui paraissait
si bizarre, était la simple et vrais réalité. On était au delà des
Apennins et le paysage, etc.»
Come in questi frammenti che ho citato a bella posta, nell’intiero
romanzo c’è il _rêve_ che si mescola, che s’innesta alla realtà con
un’arte squisita. Quando si è lì lì per domandarsi se quel Massimo
sia un uomo di questo mondo, ecco un palpito vero, ecco uno scoppio
di passione che non ci lascia alcun dubbio. E allora si comprende
benissimo come soltanto un uomo di quella tempra, stanco d’aver tutto
provato, ma non ancora sazio d’emozioni, possa lasciarsi vincere da
una tentazione così pazza, e che potrebb’anche avere dei risultati
terribili.
Il lettore farà bene a cercare nel libro del Gualdo in che modo
lo scettico marchese vien soggiogato a poco a poco dall’incanto
dell’Elisa, e come alfine riesca non solo ad essere un marito per
davvero, ma, quel che più importava, un uomo amato. Rare volte uno
scrittore italiano ha raggiunto una così alta potenza d’analisi e
una maestria così raffinata di colorito e di sfumature; di sfumature
sopratutto. Quando l’autore ci ha fatto accettare la premessa un po’
_raide_ di quel matrimonio eccentrico, il resto vien da sè. Infatti
la parola impossibile non spunta mai sulle labbra. Si sorride tra
increduli e sorpresi e si finisce con dire: è un’eccezione! — Ma
sicuro, risponderebbe l’autore, un’eccezione! Se non fosse così,
varrebbe la pena di scrivere trecento e più pagine?
Oltre che dalla potenza dell’analisi, lo stupendo effetto del libro
viene dalla bellezza della forma. Mi sembra che il francese del Gualdo
abbia il difetto di essere un francese troppo perfetto, cioè limpido,
di una fluidità meravigliosa, d’un tono elegante e sostenuto anche in
Francia passato un po’ di moda, d’essere insomma il francese classico
che un tempo raccontava la storia della _Princesse de Cleves_. Non già
che qua e là non ci siano echi e riflessi di una forma più moderna,
più tormentata, sovraccarica di colorito che ricorda i De Goncourt e
lo Zola; ma sono così bene armonizzati coll’intonazione generale che
non istonano affatto. Certamente la forma straniera aggiunge alla
narrazione un incanto di più, un piacere dell’orecchio carezzato
voluttuosamente da impressioni fuor del comune. Giacchè la vita, i
sentimenti, il paesaggio, tutto in questo romanzo è perfettamente
italiano: e la lingua francese vi tiene le veci dello specchio che gli
artisti sogliono mettere rimpetto a un quadro per farne meglio scorgere
le proporzioni e gli effetti di prospettiva e di rilievo.
Simile al suo Massimo, l’autore si è poco occupato degli altri
personaggi, li ha lasciati in lontananza, schizzati appena,
macchiettine un po’ scolorite ma che non gridano punto col resto del
quadro. Eppure una stonatura, una bella stonatura in mezzo a questo
gamma armonioso come avrebbe fatto bene agli occhi! Quell’amante che
torna dalle Indie e trova la Elisa già sposa d’un altro, quel Giulio
Bardi pareva proprio venuto a posta per mettere un’ombra in tanto
eccesso d’azzurro! Ma si vede bene ch’egli è stato inutilmente parecchi
anni nel paese delle tigri e dei serpenti a sonagli; ha meno fiele
d’una colomba.
Decisamente, quando scriveva questo libro, il Gualdo o si dibatteva
sotto l’oppressione di un gran dolore o era un uomo felice! O tentava
dimenticare o voleva fissare coll’arte uno di quei momenti della vita
nei quali si darebbe un abbraccio a tutte le persone che s’incontrano
per le vie.
Amo sperare intanto ch’egli non continuerà più a tener il broncio
col pubblico italiano, e che da ora in poi vorrà mantenere le belle
promesse della sua _Costanza Gerardi_ e delle sue novelle raccolte
sotto il titolo la _Gran Rivale_, dove trovansi molte bellissime pagine
che non hanno perduto proprio nulla coll’essere scritte nella nostra
lingua. Il romanziere è ormai maturo: questo _Mariage excentrique_
lo dimostra splendidamente. Lasci dunque il francese (la prova gli è
riuscita così bene!) e ci racconti in italiano qualche pagina meno
ideale della nostra vita contemporanea. Per un arguto osservatore
come lui la realtà presenta mille soggetti pieni di passioni, di vizî,
d’alte virtù, di vigliaccherie, di situazioni drammatiche e ridicole.
Moderno nella forma e nell’adoperare l’analisi psicologica che ha
rinnovato l’arte contemporanea, sia dunque un po’ più moderno anche
nella sostanza del suo lavoro. La realtà non è altro che l’ideale che
si attua. Mi pare proprio assurdo cercarlo fuori di essa.
2 Luglio 1879.
XI.
R. SACCHETTI[33] e E. NAVARRO.[34]
Qui siamo in piena realtà.
Nel Sacchetti la vita è presa più specialmente dal lato interno:
momenti di passione o di debolezze del cuore, contraddizioni del
carattere e direi quasi dell’istinto, misteri del sistema nervoso che
spingono il pensiero in un mondo pieno di meraviglie, dove la scienza
ha il torto di non inoltrarsi colla sua solita serenità, insomma
l’uomo, organismo, cuore e un tantino anche spirito, colto in un punto
veramente drammatico.
Nel Navarro le circostanze esteriori si impongono e sopraffanno
l’individuo che si muove dentro di esse. Il _cortile_, la vendemmia, la
fiera, il temporale, la notte di Natale, il carnevale, tutti i minuti
particolari della monotona vita del villaggio regolata come un ordegno
o, se più vi piace, come una funzione animale che non ha coscienza di
sè stessa: ecco il principale. Piero, Rosalia, Nunzia, Rosolino e tutti
gli altri personaggi: ecco l’accessorio.