lettore. Quando sarà pubblicato il secondo volume tornerò su queste
_Ricordanze_ e tenterò di fare il ritratto di quell’eroe da Plutarco
che si chiamò Luigi Settembrini. I caratteri della sua tempra
esercitano un’influenza benefica; gridano: _sursum corda_ nel putridume
che ci circonda e si solleva, si solleva da tutte le parti e minaccia
di soffocarci. Un eroe per davvero ci farà sorridere di pietà di quegli
eroi a buon mercato che urlano: Viva la repubblica! e scrivono versi
petrolieri senza timore di birri e di commissari di polizia.
Il male è che i veri eroi cominciamo a scordarli. «Sei stato tre anni
e mezzo in prigione, hai perduto una cattedra acquistata con onore,
la tua famiglia ha sofferto tutti i dolori e tutte le privazioni, hai
ingoiato tante amarezze, e tutto questo perchè? Per una poesia, anzi
per una pazzia. Hai fatto un gran male a te ed ai tuoi, e qual bene
hai fatto agli altri? Chi ti ringrazia? Chi ti compatisce? Chi ti
conosce pure di nome? Nessuno. — Così mi diceva taluno ed aveva ragione
allora.» Queste parole mi ricordano che mentre il corteo funebre
sfilava dalla casa del Settembrini, in un angolo della via Orticelli
era venuto a piantarsi un venditore di castagne lessate. Urlava colla
sua vociona sguaiata, e picchiava col ramaiolo sull’orlo della caldaia
per attirare gli avventori. A lui poco importava il dolore di tanta
gente che aveva le lagrime agli occhi. La sua faccia grassa e bestiale
si chiazzava di macchie rossastre per lo sforzo degli urli; un sorriso
tra lo stolido e l’abbietto gli illuminava gli occhi larghi e la bocca
rigurgitante di saliva. Indignato di quel bruto, gli imposi di tacere.
Mi guardò fieramente: — _Faciteve gli affari vuosti!_ mi rispose, e
continuò ad urlare.
Ecco il popolo! pensai. E dire che il povero Settembrini ha sofferto
anche per questa gente!
E mi allontanai sorpreso e dolente che di centinaia di persone di
ogni classe affollate lì, nessuna aveva fatto eco alla mia giusta
indignazione.
14 Ottobre 1879.
XVI.
UNA TRADUZIONE.[66]
Questa traduzione è una battaglia valorosamente combattuta e
gloriosamente vinta, e rimarrà forse il più originale dei lavori
poetici del Rapisardi. Per un’assai rara combinazione c’è tra il poeta
e il suo traduttore una così meravigliosa rassomiglianza psicologica,
che, trasportando nel verso italiano le robuste immagini di Lucrezio,
il Rapisardi non ha fatto altro che gettare nel classico cavo della
forma latina i suoi sentimenti e le sue idee.
La sincerità, l’entusiasmo, la sdegnosa fierezza di libertà di
pensiero, la _quædam divina voluptas_ dell’uno agitano colla stessa
violenza anche il cuore dell’altro e v’irritano l’_acre virtù
dell’animo_ (_acrem inritat animi virtutem_) che distingue i neofiti.
Tutti e due hanno dolorosamente lottato prima di sottrarsi al giogo
del sentimento religioso, tutti e due portano ancor vivo nel cuore le
profonde ferite della lotta. Un ardore febbrile li sopraffà e li rende
sbalorditi della propria vittoria; una gioia baldanzosa e intollerante
li spinge a partecipare agli altri i benefizî del trionfo; e l’inno
sgorga impetuoso dai loro petti, ricco d’incantevole freschezza
d’imagini, d’inarrivabile intensità di sentimento, un vero e sublime
carme religioso cantato dallo spirito umano alla Diva Natura.
Infatti questa traduzione non è semplicemente un esercizio di stile.
Poichè agli altari rovesciati indarno
Supplichevole in atto anco s’abbraccia
L’ignaro vulgo, ed imprecando al Vero
La mercatrice Ipocrisia volpeggia,
Dritto è ben che tu sorga, o fulminato
Encelado dell’Arte, e in mezzo a tanta
Mandria di vili più terribil suoni
La voce tua nel novo italo verso.[67]
La coscienza del Rapisardi si è svolta con lenta evoluzione.
Nella _Palingenesi_, la vigilia d’armi del suo pensiero, com’egli
la chiama, la sua mente si muoveva entro gli stretti limiti d’un
protestantesimo sentimentale, e idoleggiava un avvenire di fraternità
evangelica pel genero umano.
Roma era tuttavia l’_eterno santuario del mondo_. Nelle sue mistiche
visioni la Religione e la Libertà
qual cheta
Onda di lago su l’aduste aiuole
Si diffondean sulle rinate genti;[68]
e in mezzo al nuovo affaccendarsi dei commerci e delle industrie
cantavano ancora le Muse, fide seguaci delle Sapienza,
a cui gli occulti
Di natura son cari.
La storia del mondo vi era concepita secondo lo visto teocratiche del
Bossuet, incardinata nel popolo ebreo e nella venuta del Cristo. La
Riforma di Lutero iniziava i tempi nuovi del cristianesimo; e le stragi
di San Bartolomeo e i roghi di Filippo II vi apparivano come frutto
delle mali arti di Satana che tentava impedire o ritardare il trionfo
del vero.
Della Scienza e della Fede vi si cantava:
. . . . . Rubelle a Dio levò la fronte
Da pria l’irta Scienza e de la Fede
Le candide strappando infole sacre
Con sacrilega mano, in lunga guerra
La combattè, poi dall’error compunta
Al cor la strinse e la chiamò sorella.[69]
della Fede:
. . . . . Di caste imagini e di dolci
Speranze l’irrequiete alme consola
E del vergine sen fatto guanciale
Le profane baldanze affrena in Dio.[70]
Poi vennero le lotte:
Signor, che a questo brume
Doni del sole il provvido sorriso,
Toglimi al dubbio gelido
Che all’ingenua mia fede ammorza il lume!
Deh! ch’io non più ne l’orrida
Nebbia, che il cor m’intenebra,
Gema da te diviso.[71]
Finalmente
Dentro ai gelosi
Penetrali del cor caddero assai
Colpite ostie di affetti, assai ridente
Popol d’inganni![72]
Ma la vittoria non è allegra. Il suo cuore e il suo spirito non
s’acquetano nella loro nuova situazione. Una rabbia contro il
passato gli turba la serena contemplazione della verità e lo spinge
ad insorgere, e gli fa _avventare al cielo le serrate falangi dei
suoi canti_. Si preoccupa troppo degli altri: non guarda con occhio
indulgente le calme e modeste evoluzioni che già avvengono attorno
a lui. La sua è piuttosto una metamorfosi del cuore, che una larga e
compiuta trasformazione della mente. Infatti la religione, per lui, è
tuttavia un’astuta invenzione sacerdotale e non un epurativo e vivente
processo dello spirito umano. Perciò il suo sentimento prende le forme
ironiche e antifilosofiche del Voltaire, e ignora la pia tolleranza
della scienza moderna.
Il Lucifero è la più schietta manifestazione di questo stadio della
coscienza del Rapisardi. È un caos. Gli elementi del mondo religioso
così violentemente buttato giù e distrutto vi s’affollano, vi si
urtano, senza mai riuscire ad organizzarvisi in un mondo migliore.
Vi si scorge come una sensazione indefinita della verità, ma non
il sentimento e molto meno l’idea chiara e schietta di essa. D’onde
l’inane fatica della facoltà poetica per indurre il soffio vitale nelle
forme plasmate, d’onde il retorico artificio di tutto il poema che
alfine riducesi una terribile e deleteria ironia di sè stesso.
Tutto questo però è nobile e degno di rispetto, come ogni cosa che
scaturisce dalla sincerità del cuore e della coscienza. E quando
il poeta, scambiando perfino le critiche d’arte per risentimenti
dell’offesa _superstizione_, si chiude in una sdegnosa solitudine e
canta:
Solo starò, come solingo sasso,
A cui rigido bora e il ciel maligno
Nullo consente onor d’erbe o di rami;
Si dilungan da lui greggi e pastori
Passan lungi gli augelli; egli coi nembi
Pugna indefesso, infin che una nemica
Forza lo schianti, e il suol natio l’inghiotta,
è impossibile difendersi da un profondo sentimento d’ammirazione,
benchè si vegga che manca al poeta il vero senso della vita moderna,
intendo della vita moderna dell’intelligenza, nella quale tutti i
dissidî del pensiero s’armonizzano e si conciliano in una comprensione
piena di religione e di poesia.
La traduzione del poema _De Rerum Natura_ può calcolarsi come
un’amplificazione del secondo canto del _Lucifero_. In questo era già
evidentissima la tentata imitazione di Lucrezio. Lucifero dottoreggiava
coll’indomita vittima di Giove, Prometeo, alla stessa maniera del poeta
latino colla _diletta prole_ di Memmo, e se n’assimilava le immagini,
le frasi, perfino le transizioni:
Or deggio dir, che, di regnar mal paga, ecc.
precisamente come Lucrezio: _Nunc age... espediam_ (lib. II, v.
60). _Nunc locus est... confirmare tibi_ (lib. II. v. 184). _Dico
igitur_ (lib. III, v. 42). L’intiera sostanza del libro V del poema
lucreziano era lì condensata e un po’ adattata al livello della coltura
contemporanea, e basta rileggerlo per comprendere subito quello che c’è
di identico nella situazione psicologica dei due poeti, e quello che li
fa differire e forma la forza dell’antico e la debolezza del moderno.
Mi fermo su questo punto che mi par capitale.
La scienza positiva e la filosofia del _Lucifero_ sono, per non dir
altro, molto incomplete. Cantare:
Due sono
Le virtù che le cose hanno in governo
La Natura e il Pensier...
. . . . . . . Chi la temuta
Prepossanza di Dio tenne equilibre
Con perenne agitar? Fu la feconda
Lite, che il mar dall’essere commove
Con assiduo flagello e dai cozzanti
Corpi la luce e l’armonia deriva;
cantare così è assai insufficiente come scienza, ed arida astrattezza
come poesia. E quando, pel suo istinto artistico, il concetto del
poeta tenta rivestirsi d’un’imagine, anzi assumere vita e persona,
risulta insufficientissimo il metter in bocca a Lucifero il mito della
lotta dei Titani contro Giove e, poco dopo, le proprie lotte contro
l’_implacato Jeova_ che lo stesso Lucifero non sa ben dire se sia un
_fantasma incompreso_, o
. . . . . un’ombra
Del suo stesso pensiero, o una diversa
Imagine con lui nata e divisa
Fatalmente da lui.
Giacchè fra quei due miti non può avvenire fusione o idealizzazione
di sorta; l’artificio mostra le sue cuciture, e le due impressioni
discordanti distruggono il fantasma poetico, mettendo a nudo la vacuità
e l’ingenuità veramente primitiva dell’idea.
La scienza moderna è troppo vasta e troppo rigida da permettere
all’imaginazione di chiuderla e circoscriverla entro la forma poetica.
E se essa contiene un suo speciale sentimento poetico (epico, lirico,
talvolta anche tragico), è un sentimento indefinito che non può
condensarsi in una schietta creazione. La scienza è già per sè stessa
l’assoluta negazione della forma.
Tra la scienza di Lucrezio e la scienza moderna corre un’immensa
distanza. «Gli antichi, ha detto il Martha[73] non osservavano gran
fatto la natura ed ancor meno facevano esperienze. In cambio di
studiare gli effetti per rintracciarne poi le cause, cominciavano
coll’ammettere certi principî i quali dovevano bastare alla spiegazione
di tutta la natura. Innanzi tratto imaginavano le cause, e quando
credevano di averle scoperte se ne servivano per ispiegare i fenomeni.»
In altri termini la scienza antica era una specie di poesia. Le ipotesi
ardite, le sorprendenti divinazioni che precorrono di lungo tratto
le idee del tempo vi si mescolavano a ragioni e ad errori puerili,
e spesso le diverse spiegazioni, benchè contrarie fra loro, venivano
proposte con una facile indifferenza che ci lascia sorpresi.
Lucrezio ebbe la fortuna d’incontrarsi con questa scienza bambina
e potè agevolmente scaldarla del suo genio poetico e animarla d’un
soffio immortale. Pel suo poema accade precisamente il contrario di
quello che accade coi poemi moderni di consimil genere. Gli anni,
invece di diminuirne il valore poetico, glielo accrescono sempre più.
Giacchè tutto è ingenuo, tutto è schiettamente sentito in quei sei
libri, e non ci è ombra d’artificio anche lì dove parrebbe naturale e
quasi necessario che artificio ci sia stato. Le forme, per dir così,
scientifiche si compenetrano con le poetiche, e queste comunicano a
quelle il loro carattere, come nel mito di Venere, la creazione più
bella e più meravigliosa di tutto il poema. Anzi a dispetto delle
cautele messe in opera, il sentimento artistico spesso prende la mano
al poeta e lo trascina seco e gli fa accarezzare come una realtà quello
che poco dopo s’affretta a ripudiare come falso:
Longe sunt tamen a vera ratione repulsa.
E, malgrado le proteste, tutto vi prende corpo visibile, anche le
cose invisibili; tutto si agita e vive. I suoi atomi piccoli, rotondi,
lisci, uncinati non ci fanno sorridere, ma si muovono, si aggruppano,
si mescolano sotto i nostri occhi epicamente. La puerilità della
ipotesi scientifica è sempre trascesa e sorpassata dalla grandiosità
del sentimento; e questo _di là_ diventa poesia vergine e sublime anche
nelle parti più aride dell’esposizione didattica.
«La natura, dice il Trezza, come la riproduce Lucrezio, è tutta a così
dire impregnata di sensazioni vivaci e fresche che accusano gli organi
sani e gagliardi che la ricevono; le imagini di cui si riflette hanno
un che di largo e di schietto e direi quasi un’aura di origini che
qualche volta fa ricordare il Rig-Veda. Vi è in lui sovente un vigor di
riflessione plastica per cui le imagini ti si pongono con rilievo così
forte e spiccato che sembrano avere polsi e nerbo di vita.[74]»
In Lucrezio, il Rapisardi ha come ritrovato sè stesso. Il lavoro di
traduzione ha dovuto dargli tutte le voluttà d’una creazione originale.
Certamente nessuno meglio di lui, e dall’intima natura dell’ingegno
e dalle circostanze della vita, nessuno era così ben disposto ad
assimilarsi il sentimento e la forma del gran poeta latino. La lotta è
stata gigantesca, ma la vittoria è completa.
Io ho seguito passo a passo per tutti i sei libri il poeta della
_Natura_ e il suo traduttore, confrontando questi con gli altri che
lo precessero nella difficile impresa; e vorrei poter comunicare al
lettore per via di ampî raffronti il risultato delle mie osservazioni
o meglio delle mie ammirazioni. Non ho mai sentito come in questa
occasione la tirannia del poco spazio concesso dai giornali politici
agli studî letterarî.
Il Marchetti diluisce troppo i maschi concetti del testo, e talvolta
li fraintende. Il Tolomei, nei saggi pubblicati, si accosta assai più
di esso all’originale, ma non rende quella che il Montaigne chiamava
_la gaillardise de l’imagination_ e il _gros_ e i _plein_ dello stile
lucreziano. L’anonimo che pubblicò la sua traduzione a Lugano nel 1827,
per amore di concisione, dà allo stile una certa secchezza ed aridità
che è ben lontana dalla muscolosa potenza del grande poeta.
Il Rapisardi invece si afferra al testo e vi aderisce e direi si
confonde con esso, semplicemente, senza sforzo, quasi sempre parola
per parola, spesso colla stessa giacitura della frase, colla stessa
andatura del periodo; ed è raro che aggiunga un epiteto di suo, raro
che inverta l’ordine dei concetti, o che affievolisca o che gonfi
un’imagine. Si trova a suo agio. Il sentimento poetico che non giunge
a diventar forma viva nelle sue opere originali, qui è forma vivissima
e delle più elevate; ed egli si tuffa in quest’onda mirifica di poesia
come in un proprio elemento e n’esce ritemprato. Tutto quello che una
traduzione può rendere del suo modello originale questa ce lo dà e
senza ricorrere a mezzucci. Certamente la rubesta selvaggezza dello
stile lucreziano qui è un po’ rammorbidita, giacchè il traduttore non
ha provato le difficoltà del suo autore:
Multa novis verbis praesertim cum sit agendum
Propter egestatem linguae et rerum novitatem.
Lo strumento adoperato dal Rapisardi è ripulito, perfezionato; si può
dire che scherzi colle difficoltà; e perciò manca nel suo lavoro un
che che si assapora nel testo per quel divincolarsi del concetto nel
foggiare e quasi sforzare lo stile e il verso, per quell’impronta
che questi ricevono dalle forme arcaiche, e oserei dire ieratiche,
della lingua, le quali ricordano i sentimenti dei mondi primitivi
dello spirito umano. Ma pretendere tanto da una traduzione sarebbe
proprio un pretendere l’impossibile. E molto che ci sia in gran parte
quell’alito di freschezza e di giovinezza, quella pavida solennità
del profondo sentimento che si maritano nella poesia lucreziana con
mirabile accordo; e citerò in prova il piccolo tratto che parla delle
trasformazioni lente e continue dopo che la terra cessò dalle grandi
creazioni animali,
destitit ut mulier spatio defessa vetusto,
che il Rapisardi traduce benissimo:
Cessò, qual donna per vecchiezza stanca.
Però che il tempo muta la natura
Di tutto il mondo, e d’uno ad altro stato
Devono trapassar tutte le cose,
Nè alcuna resta mai pari a sè stessa;
Migrano tutte, tutte da Natura
Sono a mutare, a trasformarsi astrette;
E mentre l’una imputridisce e affranta
Da l’età langue, dal suo stato abbietto
Vien fuori un’altra e chiaro lume acquista.
Tutta dunque così mutano gli anni
La natura del mondo, e d’una ad altra
Condizïon passa la terra, in guisa
Che quanto pria poteva or più non possa,
Quel che già non soffriva ora sopporti.
Il Marchetti ha:
Quasi per troppa età donna impotente,
che non rende il _defessa_;
tutto altrove fuggesi,
che sforma l’_omnia migrant_;
tutto volge,
che sfigura il _verter cogit_; e mette:
Per vecchiezza egro e languente,
dove Lucrezio dice semplicemente _aevo debile languet_. Nel Rapisardi,
oltre alla scrupolosa fedeltà del concetto, c’è invece quello che
io chiamerei il _quid_, il _non so che_ lucreziano; e quasi sempre,
da cima in fondo del poema, senza che mai apparisca la più lieve
stanchezza, la più piccola esitanza.
Per mostrare che le mie lodi e le mie ammirazioni sono giustificato
non voglio tacere i piccoli nèi che io vi ho scoperti. E dirò che il
_Venere bella_ non rende l’_alma Venus_ dell’invocazione; nè
Abbandonando _stupefatta_ indietro
La _bella_ testa;
il _tereti cervice reposta_ più semplice assai; che
Ansante irresoluto ei le palpeggia
non dà l’_errante incerti corpore toto_ (lib. IV, v. 1104); che il
discorrer con _adunco_ labbro
I calami sonori
mi sembra, in italiano, un po’ sforzato rimpetto al
Et supera calamos unco percurrere labro;
(lib. V, v. 1406.)
che
I templi _vagheggiar_ del cielo
è assai meno del _caeli templa tueri_ (lib. VI, v. 1227); che
Con sospesi
Denti già già par che li abbocchi e inghiotta
esagera l’imagine del
Suspensis teneros minitantur dentibus haustus.
(lib. V, v. 1063 72.)
Dirò infine che, più di queste inezie, mi ha sorpreso il veder tradurre
due volte per _fede_ la parola _religio_:
_Tantum religio potuit suadere malorum!_ (lib. I.)
Cotanto
Potea di mal persuader la Fede!
_Religionum nodis_ (lib. IV.)
Dai ceppi tenaci della _Fede_;
giacchè Fede è parola e cosa tutta cristiana e moderna e mal risponde
a quella che gli antichi chiamavano _Religione_. Il metterla in bocca a
Lucrezio è una vera stonatura. Così mi pare ecceduto il concetto del
_Rursus in antiquas referuntur religionis_
(lib. V, v. 62.)
traducendolo:
Tornan di nuovo ai pregiudizi antichi,
versione che potrebbe invocare l’appoggio dell’autorità del Trezza in
un passo consimile (_Religionum_ animum nodis exolvere pergo),[75] ma
che mi sembra manchi d’una poetica sfumatura che Lucrezio ricerca e non
è giusto tralasciare.
Inezie, ripeto, le quali con qualche altra non tolgono nulla
all’eccellenza della traduzione, che forse resterà, come dissi in
principio, l’opera più originale del Rapisardi.
Un ben venuto dunque a questo vero poeta della Natura. E il mio è un
ben venuto puramente artistico. Giacchè io non credo che
a pugnar ne l’ultime battaglie
Sorge in itala veste il suo cantore,
Nec tali auxilio nec defensoribus istis
Tempus eget.
Lucrezio è la pura intuizione dell’_idea_ scientifica moderna. Per
la scienza moderna il poema della Natura non può esser altro che
un documento. E soltanto per ristorarci col suo intimo e primitivo
sentimento della Natura, soltanto per questo ricercheremo avidamente le
sue pagine immortali.
20 Ottobre 1879.
XVII.
ANTONIO GALATEO. (_Scrittori dì Terra d’Otranto._)
Per imprendere, con pochi mezzi e senza speranza di gran successo,
una pubblicazione come questa,[76] il signor Grande deve possedere un
coraggio ed una fermezza di propositi da non poter essere lodati ed
ammirati abbastanza. L’impresa però è nata sotto buoni auspicî. I due
volumi pubblicati fanno attendere con impazienza gli altri venti o
ventiquattro che comporranno la collana. L’ottima scelta delle opere,
la diligente collazione dei testi, le traduzioni accurate e fedeli,
le note parche ma dotte, la correzione infine e la nitidezza della
stampa (cose tutte che provengono dalla sua esclusiva ed infaticabile
attività) devono naturalmente richiamare su questa, che non è una
delle solite ristampe, il favore e gli aiuti degli studiosi italiani.
I Municipî di Terra d’Otranto vi sono più direttamente interessati.
Le materie dei libri ed i nomi degli autori significano per essi
una gloria di famiglia. La Collana infatti conterrà la _Storia di
Taranto_ di Giovanni Grande; quella di _Brindisi_ compilata sopra
scritti e documenti inediti; quella della città d’_Oria_, ricavata dai
manoscritti dell’Albanese e dai lavori del Papatodero; poi _Cronache
e Memorie_ di molte città, _Biografie_ d’uomini illustri, le opere di
Lucio Vanini, di Abramo Balmo e d’altri filosofi tradotte dal latino,
ecc., che saranno quasi per tutti una vera sorpresa, perchè riveleranno
nomi e lavori o mal conosciuti o perfettamente ignorati, gemme insomma
preziosissime che vedransi brillare nuovamente alla luce con gran
piacere, come è accaduto cogli Opuscoli di Antonio De Ferraris detto il
Galateo.
Ho sotto gli occhi i primi due volumi della Collana.
Nulla dirò del poema storico di Guglielmo Pugliese scritto nel secolo
XI, scoperto dal Tiremeo in un monastero della Germania e da lui
pubblicato nel 1582, indi ristampato dal Leibnizio e dal Muratori.
Non già perchè esso non abbia quell’importanza che il signor Grande ha
dimostrato nella prefazione con lucidità di criterî e con patriottismo
nobilmente sentito; ma perchè non presenta nè l’allettamento della
novità, nè il carattere che rende più gradita e più fruttuosa la
lettura degli scritti del De Ferraris. Il poema del Pugliese non
si distingue in nulla dai moltissimi poemi storici composti in
quell’epoca. Gli opuscoli del De Ferraris invece, mostrano una figura
così particolare e così piena di attrattive che convien riguardarla
come un fenomeno raro tra i latinisti del quattrocento. Non voglio però
cominciare a parlarne senza aver prima citato alcune calde parole, che
manifestano lo scopo elevato propostosi dal signor Grande con questa
raccolta. «Se giungessimo a persuaderci, egli dice, che questo cielo
limpidissimo è quello della Magna Grecia; che l’onda la quale ora batte
sui nostri lidi deserti, un tempo portava ai nostri padri la ricchezza
del mondo; che la terra calpestata dai nostri piedi è la polvere di
cento città illustri; che non siamo dirazzati da quelli che abitarono
Napoli, Amalfi, Cuma, Pesto, Reggio, Siracusa, Crotone, Metaponto,
Eraclea, Taranto, Turio, le quali ebbero tanta parte alla civiltà
ellenica; forse allora scuoteremmo quella ignavia orientale che ci rode
le ossa, e che mostriamo sul volto come un marchio d’impotenza.»
Gli opuscoli del Galateo posseggono anch’essi un valore storico, e
non solamente allorchè versano intorno a memorie storiche propriamente
dette, ma più quando senza volerlo apprestano documenti del suo tempo
che vincono in pregio cento storie messe insieme.
Quel che rende maggiormente caro questo scrittore dimenticato (confesso
senza vergogna che m’era appena noto il suo nome) è una specie
d’interpretazione negativa ch’egli fa del suo secolo. Onorato Urfé
scrisse l’_Astrea_ in mezzo alle crudeltà, al fanatismo e alle licenze
del secolo XVI. Giorgio Sand pubblicando la _Petite Fadette_ dopo le
funeste giornate del giugno 1848, diceva: «Dans les temps où le mal
vient de ce que les hommes se méconnaissent et se détestent, la mission
de l’artiste est de célébrer la douceur, la confiance, l’amitié, et de
rappeler ainsi aux hommes endurcis ou découragés que les moeurs pures,
les sentiments tendres, l’équité primitive, sont ou peuvent être encore
dans le monde.» Il Galateo, fra gli errori d’ogni sorta che sconvolsero
l’Italia dal 1450 al 1517, sembra l’espressione dell’ideale, verso
cui gl’italiani d’allora dovevano sospirar coll’animo in segreto e
in palese. E questo sospiro all’ideale non trasparisce unicamente dai
suoi pensieri, ma pur dalla forma con cui li esprime. Aprendo il libro,
istintivamente non vien fatto di buttar gli occhi sul testo latino,
che giace a piè di pagina. Ma procedendo nella lettura, si subisce
una dolce opera d’incanto, e si abbandona la traduzione per vedere
le idee sotto l’antica lor veste. Già s’indovina subito che non si ha
da fare con uno di quei pedanti latinisti, pazienti cucitori di frasi
e di periodi ciceroniani, che inocularono il malanno dell’imitazione
alla nostra vergine letteratura. Si comprende che le cose lette nella
traduzione devono infondere allo stile dell’autore quella certa fervida
vita, che manca pel solito a coloro che scrivono in una lingua morta; e
non ci s’inganna. Egli non bada all’eleganza della frase o al giro del
periodo in discapito delle idee; è purgato, è accurato; ma soprattutto,
più che latino, vuol esser lui, il Galateo, un uomo del secolo XV,
che pensa, che sente e che ragiona a suo modo, senza affettazione,
senz’arte, o almeno colla sola di dir le cose alla buona. Ed è forse
per conservar sempre questa sua diletta libertà di maniera, ch’egli
si serve quasi costantemente pei suoi opuscoli della forma epistolare,
trattino di storia, di morale, di filosofia, di fisica, di cosmografia
o di medicina.
Nato da un sacerdote greco in Galatone, piccola borgata di Terra
d’Otranto; addottorato in medicina nell’Università di Ferrara;
versatissimo nelle scienze tutte del suo tempo; profondo nel greco e
nel latino, conoscitore del francese e dello spagnuolo; medico primario
di Ferdinando I di Napoli; amico del Summonte, del Sannazzaro, del
Barbaro, del Giovio, del Pontano e del maggior numero dei più celebri
letterati d’allora; colmato di beneficî da re Alfonso II; onorato
della stima di altissimi personaggi; dopo aver fatta la prima guerra
contro i Turchi, e la prima e la seconda contro i Veneziani, ritiratosi
in Gallipoli, vi menò quasi sino al termine dei suoi giorni una vita
operosa, tranquilla.
Gallipoli, verso la fine del 1400, sembrava la città sognata dal divino
Platone, o pure l’antica Sparta. Gli uomini e la natura la rendevano
una mirabile oasi in mezzo allo sconvolgimento di guerre, d’invasioni,
di tradimenti e di assassinî che contristava l’Italia. Situata in
grembo al mare come una vaga isoletta; riunita alla terraferma da
un ponte che afferra l’estremità dell’istmo strettissimo; con clima
temperato, sottile, battuto dai venti; ricca d’acque limpide e
salutari, lieta d’una quasi perpetua primavera, Gallipoli era abitata
da una popolazione di un viso aperto, di carnagione vivace, bella
per snellezza di persona e per bizzarre foggie di vesti, amabile
per cortesia di parola e per isveltezza d’ingegno. Mondi, costumati,
fedeli, parchi, frugali, paghi del loro, concordi, religiosissimi,
integri di vita anche fuori di patria, schivi delle costumanze
straniere, coraggiosi ed umani vi erano gli uomini. Caste ed astemie
tutte le donne; pulite, laboriose, intente alle sole cure casalinghe,
piene di rispetto verso i mariti; non vaghe di girare per le vie o
pei campi nemmeno le feste; avvenenti, brunette, vigorose, piccole
di statura; con occhi neri come i capelli, acuti e sfavillanti; con
parola sobria e scherzevole e con un non so che di biscaglino misto di
tripolitano che rammentava al nostro Galateo la _bellissima rondine_ di
Teocrito. Le giovinette filavano il lino e la lana al fianco dello loro
madri, incominciando da piccine ad adusarsi al lavoro. Sposavano prima
d’aver amato, a dodici, o tredici anni; e nessuna passava quell’età
senza trovare un marito. Educavano i proprî figliuoli con educazione
liberale e modesta. All’uopo sapevano esser valoroso e morire in difesa
del luogo nativo. La pace della famiglia si versava, per così dire,
al di fuori e copriva la città. Per le sue vie un movimento leggiero.
Non carri, non cocchi; non affaccendarsi in visite di complimenti; non
fastoso urtarsi di gallonato servitorame; non delizie eviratrici, non
chiassi corruttori. Invece una soave armonia prodotta dalla non grave
discrepanza di fortuna nei cittadini, e dall’assoluta eguaglianza
d’essi nella libertà e nei diritti. Poche le liti nei tribunali. Le
carceri vuote. Rari i delitti, rari gli odî; i rancori celati ignoti
affatto. Libera d’ogni tributo, con un allegro panorama di collinette,
colla vista magnifica del cielo e del mare, la Gallipoli che il
nostro autore descrive al Summonte non parrebbe cosa vera, se quel suo
schietto accento di verità non forzasse l’animo a prestargli fede.
In quei giorni ogni mattina prima dell’alba i gallipolitani vedevano
andar premurosamente attorno un uomo di giusta statura, un po’
grassoccio (_pinguisculus_), con testa grossa, fronte alta e spaziosa,
con occhi azzurri e vivaci, con fisonomia colorita, gaia e di veneranda
bellezza. Era un medico che visitava i suoi ammalati, conosciuto ed
amato da tutti per la sua grande dottrina e la più grande bontà del
cuore. Pochi ignoravano il suo tenore di vita. Egli andava a letto
alle dieci di sera. Si alzava allo quattro dopo mezzanotte. Leggeva,
scriveva e rivedeva i suoi antichi appunti un po’ per diletto, un po’
per trarne consiglio. Prima che si fosse levato il sole pregava Dio
(le feste entrava in chiesa), indi andava subito in giro. Pranzava
a mezzogiorno, sobriamente. Dopo sceglieva una lettura facile e
divertente, aspettando chi soleva a venire consultarlo. Alle tre o
alle quattro pomeridiane ritornava a visitare gli ammalati, salendo
e scendendo per quelle viuzze assai scomode, affannandosi e sudando
molto, benchè sul tardi. Rientrava in casa la sera, dove l’attendeva
una piccola conversazione d’uomini colti che amavano discorrere con
lui di filosofia, di morale, di matematica senza sottigliezze e senza
sussiego. Questo medico era Antonio De Ferraris, il quale aveva preso
anche il nome di Galateo (come allora usava) dalla città dove era nato.
La bellezza della natura, la serenità delle abitudini, la sincera
cortesia dei caratteri, che lo circondarono sin dalla giovinezza
(nel seno delle quali tornò più volte a ritemprarsi e voleva morire)
traspariscono nettamente dai sette opuscoli che compongono il presente
volume. Egli ha eseguito parecchi secoli innanzi il precetto inculcato
da Sainte-Beuve agli scrittori moderni, quello cioè di mettere nelle
loro opere quanto più possono del loro naturale, della loro esperienza
personale, delle loro passioni o della loro ragione, delle loro
tristezze e delle loro gioie, dei nervi, della sostanza della vita e
dell’anima loro, onde arricchirle d’un interesse e d’un valore reali.
Ha sdegnato di mostrarsi un imitatore servile; e per ciò in molti punti
è riuscito un vero artista. Se l’erudizione non lo tradisse, nessuno lo
direbbe del quattrocento. Non già ch’egli ne abusi, come tutti i suoi
contemporanei; ma per la qualità di essa, affatto greca o romana. La
sua descrizione della _Giapigia_ è un’opera d’arte squisita. In ogni
punto l’amore della natura vi sgorga abbondantissimo. Vi si respira un
senso d’umanità che vivifica il cuore. Ei ti mena da Taranto a Nardò
come un precettore amoroso. Nè ti fa arrestare solamente alla vista
della città e delle rovine; ma ti consiglia a riguardare quei golfi
meravigliosi, quelle fertili campagne irrigate da acque purissime,
e ricche di cedri maestosi e di pingui armenti. Nè ti parla soltanto
d’imprese guerresche, di signori e di principi; ma ti mena in mezzo
alle popolazioni, ti mette nella loro intimità, ti svela le loro
superstizioni, le loro sciocche credenze, ti spiega i fenomeni fisici
che le hanno prodotte. Non trascura gli aneddoti, le impressioni
personali; non evita di divagarsi, come suole accaderci nelle intime
conversazioni, per svolgere con larghezza un’idea secondaria, o
semplicemente per isfogo dell’animo intristito ed oppresso. Giunto alla
fine dei due capitoli che compongono la descrizione della _Giapigia_ io
ho posato il libro con un ardente desiderio di scorrere quei luoghi da
lui descritti per vedere ciò che i secoli hanno operato in bene ed in
male sulla natura e sugli uomini: e questo intenso desiderio è la prova
più bella che l’opera non lascia nè indifferenti, nè annoiati.
Come i gallipolitani, dei quali ha detto: _in appulsu exterorum...
integritatem et constantiam servant suam_, il Galateo non solo non
si lasciò vincere dalla corruzione che i francesi e gli spagnuoli
versarono fra noi, ma nutrì nobile sdegno contro tutti gli
stranieri. E contro i nuovi usi e le nuove fogge introdotti nella
vita e negli abiti, gridò calorosamente colla lettera al Crisostomo
sull’_Educazione_, che mostra quale tempra d’anima italiana sia stata
la sua. Sventuratamente l’opportunità de’ suoi consigli non è scemata
di nulla. Nel leggerli talora m’è sembrato veder rizzare dal sepolcro
l’austera persona del vecchio per rimproverare i nipoti.
Non potendo riportare molti brani di questo volume, porrò termine alle
mie parole con due brevi citazioni. Nato da genitore greco, egli ama
la Grecia come sua vera patria, e trasportato dall’affetto in un punto
della descrizione della _Giapigia_ esclama: «O Spinello (teco io parlo
senza giudici) mi vergogno d’esser nato in Italia qualunque la terra
Giapigia sia posta fuori d’Italia da taluni scrittori. La Grecia perì
per vecchiaia e per sua avversa fortuna, l’Italia per i suoi consigli
e per le sue discordie; ambedue ora servono agli stranieri; questa
spontaneamente, quella per forza. La Grecia spesso liberò l’Italia
dalla servitù dei barbari, ma l’Italia lasciò che la Grecia servisse ai
barbari. Ma noi scontiamo il fio dei nostri delitti, e lo sconteremo;
imperocchè i nostri mali, come vedremo, non ancora giunsero al colmo.
Deh, non si tragga augurio dalle mie parole, perchè dico quel che
sento, non già quello che io voglio!»
Nato in terra italiana, non sa frenare i palpiti del suo cuore, quando
in mezzo ai mali d’essa vede spuntare un raggio di virtù e di gloria.
Pochi giorni dopo la famosa _Sfida di Barletta_ egli scriveva al suo
amico Crisostomo la storia di quel combattimento così onorevole per
gl’italiani, e chiudeva la lettera con queste parole, vero specchio
dove si riflette la simpatica figura dello scrittore: «Noi vincemmo li
Francesi in quel giorno, non solamente nelle armi ma nei voti e nelle
preghiere. Più valsero presso Dio le preci del tuo Galateo medico,
che quelle d’un certo santo monaco francese. In quel giorno che si
combattè, io, assistendo ai sacri riti, facevo voti ai quattro santi
cavalieri Giorgio, Demetrio, Martino e Niceta non sordi alle preghiere,
i quali hanno sempre in abominio i superbi. Quei divi ascoltarono le
mie voci. Il monaco, o quel druido, cinto di bende giaceva prostrato
in terra prima della pugna, e con quanta voce poteva invocava i suoi
Dei e, come credo, a preferenza il padre Dite, dal quale dicono esser
discesi i Galli, e a cui i loro padri con pessimo rito sacrificavano,
prima che passassero in Gallia le mitissime e pie armi dei Romani.
Questi, come vide che i Galli cessero il luogo per virtù dei nostri,
prima ammutolì come chi fosse stato visto, come si dice, dal lupo;
poscia gettò ai Galli l’infula e il libro, rivolse le mani contro la
faccia e i capelli, e finalmente, non senza molto riso dei nostri,
piangendo come femmina, andò via.»
Sono certo che non verranno mono al signor Grande nè l’ingegno nè la
volontà. Così possa ricevere quegl’incoraggiamenti o quegli aiuti che
gli son necessarî alla impresa! _Et sit verbo omen_ conchiuderò col
Galateo.
5 Dicembre 1867.
XVIII.
MADAMA ROLAND.[77]
Era forse Madama Roland quella che si presentò giovedì sera sul palco
scenico del Manzoni? No. Le mancava tutto: la grazia, l’eloquenza,
la passione, il misticismo dell’amore, il tratto più strano e più
particolare di questa eroica figura che par vissuta proprio ieri, così
di recente ci è nota in tutta la profondità del suo nobil carattere.
Il Salmini ha voluto farne, innanzi tutto, una donna politica, e si
è ingannato. Certamente Madama Roland ebbe anch’essa il suo ideale
politico sognato a traverso le lunghe letture del Plutarco, del Locke,
della Bibbia, del Bossuet, del _Dizionario filosofico_, e del _Sistema
della Natura_; ma non andò più in là di quel sentimentalismo vaporoso
ch’esalta colla sua indeterminatezza e fa passare da un estremo
all’altro quando la realtà non corrisponde all’ideale sognato. «Voi
conoscete, ella scriveva a Bancal, il mio entusiasmo perla Rivoluzione:
ebbene! io ne ho vergogna! Essa è insozzata da mille scellerati: è
diventata odiosa!» Allorchè suo marito salì al ministero, Madama Roland
gli fece da segretaria, redasse le circolari, le istruzioni, e scrisse
quella famosa lettera al Re che fece destituire Roland due giorni dopo;
ma fu una parte nascosta, quasi familiare, non una vera partecipazione
alla vita politica.
Ella ebbe in supremo grado quel delicato senso pratico che la faceva
rifuggire da quanto sconveniva al suo sesso. Durante le riunioni
politiche tenute in casa sua, stavasene sempre seduta in un canto,
occupata in lavori femminili o a scriver lettere. Non perdeva una sola
parola delle cose discusse; e quantunque, a sentire quegli uomini veri
modelli di onestà, eccellenti, ragionatori, arguti filosofi, dotti
politici, ma che facevano _en pure perte de la science et de l’esprit_,
s’impazientisse talvolta sino a volerli schiaffeggiare, pure mordevasi
piuttosto le labbra che cedere all’impulso di prender parte alla
discussione.
Madama Roland entra nella vita pubblica e nella storia colla sua difesa
alla sbarra dell’Assemblea, quando le ingiurie del _Père Duchesne_
e le denuncie di Marat e di Chabot indussero anche suo marito a
domandare che venisse chiamata a dar degli schiarimenti. La bellezza
della sua persona, la nettezza della sua frase, la lucidità dei suoi
ragionamenti le procurarono un trionfo che poco dopo le costò molto
caro. Questo trionfo il suo arresto, il suo interrogatorio, la sua
eroica morte: ecco quello che ha contribuito ad illudere il Salmini sul
vero carattere di Madama Roland. Questi avvenimenti che mescolano il
nome di lei a quanto di più grande o di più terribile ha la Rivoluzione
ingrandiscono inavvertitamente le proporzioni della martire politica,
a discapito della nobile ed appassionata figura di donna dipinta nelle
sue _Memorie_ e nelle sue lettere familiari. Ma se rendono in qualche
modo spiegabile l’illusione, non possono far scusare il poeta d’essersi
lasciato vincere da essa fino a non scorgere che in Madama Roland
mancavan le essenziali condizioni d’un soggetto drammatico.
Madama Roland potrà far scrivere, come osserva lo Scherer, un capitolo
della storia dell’amor platonico, ove si troverebbe in compagnia di
Dante, del Petrarca, di Goethe e di madama de Stein, e di madama
Récamier col suo gran corteggio di spasimanti: potrà proporre uno
dei tanti enimmi del cuore umano, innanzi ai quali la scienza e la
morale si arrestano come due edipi imbarazzati, quello, per esempio,
racchiuso nelle strane parole: _je suis restée sage par volupté_; potrà
finalmente porger materia ad uno studio psicologico anche assai più
attraente di quello che non ne ha fatto il Dauban nel suo _Étude sur
madame Roland et son temps_; ma non saprà uscire dal posto che occupa
nel gran quadro della storia o nel quadretto di genere, per assumerò
l’emozione, il vigore, dirò anche la posa del personaggio drammatico.
A guardarla con occhio d’artista, Madama Roland, in privato ed in
pubblico, apparisce sempre una figura incompleta. Nata ed educata ai
soavi affetti di famiglia, sul punto di sposare a 25 anni un uomo il
quale ne aveva venti di più di lei e le sembrava un essere senza sesso,
un filosofo che vivesse di sola ragione, Manon (come la chiamavano)
scriveva alla sua amica Sofia: «Commossa intimamente senza essere
inebriata o stordita, io guardo il mio destino con occhio tranquillo e
compiacente. Doveri teneri e variati riempiranno il mio cuore e le mie
giornate: non sarò più una creatura isolata, inconsolabile della sua
inutilità, intenta ad occupare con qualunque mezzo la sua attività per
prevenire i danni della sensibilità inasprita...» e via di questo tono
pretenzioso, sentenzioso, assai comune nel secolo XVIII, sotto cui si
vede benissimo una tal quale aridità di cuore, o meglio il predominio
della ragione che le fa accettare quel matrimonio per trovar finalmente
una soluzione all’irto problema della sua giovinezza.
E vive infatti serena, ritirata, felice: «La verità, la tendenza del
mio cuore, la mia facilità a secondare ciò che giova agli altri senza
nuocere nè recare offesa a ciò che è onesto, mi fanno quella che io
sono, naturalmente, senza il menomo sforzo.»
Ma gli anni passano e arriva anche per lei quel terribile momento della
vita in cui la donna prova un forte bisogno di moltiplicare le sue
grazie, le sue attrattive per ritenere ancora un poco il regno di amore
e di piacere che la gioventù reca con sè al suo arrivo e porta via col
suo sparire.
Madama Roland non aveva nulla perduto della sua aria di freschezza,
di adolescenza e di semplicità, quando suo marito aveva già preso
l’aspetto di un quacquero, come dice il Lemontey, e sembrava suo padre.
Il romanzo del suo cuore comincia allora ad annodare le prime fila
d’una mistica tela che la mannaia del carnefice doveva tagliare
appena cominciata ad intessere. Lauthenay e Bancal sembrano come dei
tentativi, dei saggi, degli abbozzi di quell’amore ideale, dietro
cui anelava il suo fervido cuore; Buzot lo incarna con tutta la più
splendida realtà. Di nobile aspetto, elegante, tra il selvaggio e il
sentimentale, tra l’indomito e il fantastico, indolente, malinconico,
facile ad andare in ogni cosa agli estremi, coraggioso, generoso,
perseverante, Buzot aveva molte analogie col carattere di lei, specie
la purezza dei suoi principi repubblicani, e l’assoluta devozione alle
sue convinzioni.
Queste convinzioni aiutano a sviluppare, a moderare, a infrenare
una passione delicata e violenta nello stesso tempo; tanto violenta
e delicata da far ingannare Madama Roland intorno alla legittimità
del suo sentimento, e spingerla a palesare al marito il secreto del
suo cuore. Ingenuità senza pari! Ella non aveva saputo misurare le
conseguenze di questo inconcepibile passo; e quando le gelosie, le
collere, i sospetti del marito vennero ad accrescere i turbamenti
della sua anima, a complicarne le emozioni con le sorde ribellioni
del cuore non intieramente domate, ella se ne meravigliava e se ne
stizzava. «Io onoro, io amo mio marito come una figlia affettuosa ama
un padre virtuoso al quale sacrificherebbe persino il suo amante; ma
io ho trovato l’uomo che potrebbe essere cotesto amante, e rimanendo
fedele ai miei doveri ho avuto la dabbenaggine di non nascondere i
sentimenti che sacrificavo ad essi. Mio marito, estremamente sensibile,
per affezione e per amor proprio, non ha potuto sopportare l’idea
della menoma alterazione nel suo dominio; la sua imaginazione si è
offuscata, la sua gelosia mi ha irritato; la felicità è fuggita da noi;
egli mi adorava, io mi immolavo a lui, ed eravamo entrambi infelici!
Se io fossi libera, seguirei dappertutto i suoi passi per addolcirgli i
dolori e consolargli la vecchiezza; un’anima pari alla mia non saprebbe
fare dei sacrifici a mezzo. Ma Roland s’indispettisce all’idea d’un
sacrificio: e il sapere che io ne faccio uno per lui sconvolge la sua
felicità; soffre del riceverlo, e non può intanto farne di meno.»
I tormenti di quest’anima sincera e pura si possono meglio intendere
leggendo le lettere scritte al Buzot dalla prigione dell’Abbaye. Il
dovere e l’amore vi si equilibrano, vi si fondono in un’intonazione
sublime: ma qua e là trapela qual grave fardello di dolore le pesasse
sull’anima al ricordo della vita di famiglia che la sua imprudente
confessione le aveva reso insopportabile. Ed ora ella gode della sua
prigionia ove dee render conto solamente a sè stessa dell’impiego delle
sue ore. Qui nulla che la distragga, nulla che le richiami alla mente
le contraddizioni delle leggi e dei pregiudizî della società colle
più dolci ispirazioni della natura. Come le son cari quei ferri ove è
libera d’amare senza dover dividere in due, e occuparsi di _lui_ che
l’ama e merita d’esser riamato!
E in quella solitudine, in quel continuo fantasticare, chi sa quai
lampi di speranza, chi sa quanti sogni ove ogni mondano impedimento si
spezzava e le due anime, i due cuori, i due corpi si univano per non
dividersi che colla morte! «_Et si le sort ne nous permettais pas de
nous réunir bientôt, faudrai-il donc abbandoner toute espérance_ d’être
jamais rapprochés, et ne voir que la tombe où nos éléments puissent
être confondus?»
Quest’episodio della vita di madama Roland non ha una soluzione nella
realtà; è più un frammento d’opera d’arte, che un soggetto capace di
diventare un’opera d’arte. La soluzione della mannaia è una cosa tutta
accidentale, esteriore; l’arte non sa che farne. Essa potrà posarsi
innanzi tutti gli elementi di questo problema psicologico, incarnarli
in un’altra persona e trovarvi, nella libertà del suo mondo, la vera
soluzione, la intima, la razionale: ma per la stessa madama Roland c’è
la storia che glielo vieta. Così l’episodio più drammatico di questa
nobile vita rimane per l’artista proprio come non avvenuto.
Lo stesso accade riguardo all’episodio politico, Madama Roland sconta,
più che altro, la colpa di esser moglie d’un ministro girondino. La
sua catastrofe ha la propria ragion d’essere quasi tutta fuori di
lei. Anche qui c’è il capriccio della sorte, l’accidente, la cosa
meno artistica di questo mondo: e l’episodio rimane assolutamente un
episodio, senza che possa trasformarsi in un germe d’opera d’arte,
cioè d’un tutto vivente ch’abbia in sè stesso gli elementi e la ragione
della propria vita.
Mi son diffuso su questo per mostrare che il Salmini vide le
difficoltà, le manchevolezze del suo soggetto che impedivano ai
grezzi materiali storici la trasformazione drammatica: e tentò anche
coraggiosamente d’evitarle e di correggerle. Ma già lo stesso tentarlo
era un grave errore. Si può dire che egli abbia quasi fatto il meglio
che poteva per dare al suo quadro delle proporzioni grandiose, e un
movimento esterno con cui sostituire il vero movimento drammatico; ma
bisogna però confessare che questo rimedio è stato peggiore del male.
Giacchè non ci sia peggio dell’accorgersi che manchino ad un soggetto
le condizioni più essenziali per ridurlo un’opera d’arte, e del
supporre intanto che con ripieghi, con sotterfugi, con lustre d’ogni
genere si possa agevolmente dissimulare il difetto.
Il lavoro del Salmini riuscì quindi privo d’efficacia e d’affetto,
in onta al severo studio impiegato nella scrupolosa rappresentazione
dei fatti storici e delle figure dei personaggi che vi agirono o li
produssero. Non c’era in quel prologo, in quei 5 atti nè l’atmosfera
dei grandi avvenimenti del 93, nè uno _spiraculum_ da trasformare le
immagini dei giganteschi personaggi della Rivoluzione in veri fantasmi
poetici!... Ed ecco perchè il pubblico si impazientiva, si annoiava,
motteggiava, rideva.
La sua attenzione non era afferrata da alcun che di potente che
la tenesse ferma; la sua curiosità non era aizzata, il suo cuore
non era commosso. Se non applaudì la _Marsigliese_, non fu per non
compromettersi politicamente, come dice il Filippi forse scherzando
e come un altro giornale ha detto sul serio, ma unicamente perchè
quella declamazione era fuori posto, perchè quel prologo non preparava
nulla, e poteva esserci nel dramma o non esserci, senza che l’azione
ne soffrisse. — Il pubblico rimase di diaccio! — Ma diede anzi prova
di buon gusto. — Rise alla descrizione della morte di Marat! — Ma come
non ridere ad un racconto fatto nella circostanza e colla forma del
racconto di Carlotta Corday?
Questo benedetto pubblico può avere, se così si vuole, tutti i
difetti del mondo; però non avrà mai certi pregiudizî retorici
che gli facciano dire: _La Madama Roland del Salmini è un lavoro
letterario, non è un lavoro teatrale!_ Per lui un lavoro teatrale è
un lavoro letterario, precisamente ed unicamente perchè è un lavoro
teatrale. Potrà esser benissimo un lavoro _letterario_ cattivo, un
lavoro _letterario_ eccellente, un lavoro _letterario_ mediocre;
ma questo corrisponderà all’essere un lavoro _teatrale_ cattivo,
un lavoro _teatrale_ eccellente, un lavoro _teatrale_ mediocre. Il
pubblico va in teatro colla fisima, credo, niente stramba d’andarvi
a sentire un’opera d’arte, un’opera cioè che risponda più o meno
a tutte le caratteristiche d’un lavoro teatrale, e non sia nè la
storia dialogizzata o sceneggiata, nè un concetto astratto predicato
alla nausea in tutti i toni, appartenesse pure alla più sublime
morale e al patriottismo più nobile. E allorchè si trova ingannato
dalle promesse, allorchè quel che doveva essere esclusivamente ed
assolutamente un’opera d’arte gli si trasforma in un trattato di storia
a uso giardini Froebel, o in un’azione morale a uso Berquin, il buon
pubblico, che ignora le ipocrisie della critica e non sa fare in arte
tanta distinzione del mio e del tuo, preferisce senza complimenti ciò
che sprezzantemente noi usiamo chiamare l’_effetto scenico_ dei lavori
francesi (preciso come la volpe chiamava agresto l’uva matura a cui non
poteva arrivare); e non si preoccupa affatto della morale, della storia
e di cento altre simili belle cose, ma fa coda alla porta del teatro
per rivedere _Margherita Gautier_ che ha vista e rivista da quasi
trent’anni; e a petto delle nostre mummie la trova scandalosamente
ringiovanita, e torna a piangere sulla sorte di lei, come so non si
trattasse d’una mantenuta e di peggio!
Oh! su questo punto io sono col pubblico.
25 Gennaio 1877.
XIX.
UN TIPO COMICO.[78]
_Renè._ Qu’est-ce que c’est done que les
affaires, monsieur Giraud?
_Jean._ Les affaires, c’est bien simple,
c’est l’argent des autres.
(DUMAS fils. _La question d’argent_, acte
deuxième, scène VII).
Il titolo richiama subito alla memoria _Mercadet, La question d’argent,
Maître Guérin, La Contagion_. (Non cito nè l’_Honneur et l’Argent_,
nè le _Bourse_ del Ponsard perchè, più che commedie, son delle
satire dialogate.) Si pensa anche a _Turcaret_, al _Ludro_ e al suo
predecessore _Scapino_, gli affaristi di bassa lega.
Già _Ludro_ è un gran progresso su _Scapino_; è un personaggio
serio. Ha fiutato la nuova società, ha intravveduto che il suo
ingegno d’intrigante potrà poscar nel torbido di quest’alta marea
di súbiti guadagni che invado tutto le classi; si è ripulito, si è
rimpannucciato, ha lasciato la campagna per la città od è diventato
_Mercadet_. Vive ancora di espedienti, di piccole ma abili risorse, sa
piangere, sa svenire, sa fare il milionario quando non ha nemmeno un
soldo nel taschino del panciotto; sa tornare a tempo Ludro e Scapino e
raccorre con premura da terra il cappello del suo creditore e ripulirlo
colla manica del suo abito, per torgli di mano mille scudi. Fatto
attore, ride per far ridere, e passa improvvisamente dalla farsa alla
tragedia: — _je suis au desespoir, je vais me brûler la cervelle_
— sempre fra lo scettico e il sincero, tra il cinico e l’ingenuo,
capace d’esser intrigato anche lui, il grande intrigante, ma pronto a
rivolgere in suo favore gli stessi elementi che lo han combattuto.
Nel momento della più grande disdetta, quando tutti i piani con
tant’arte combinati gli si sbaragliano dinanzi, _Mercadet_ come il
gigante della favola si sente rinvigorire dalla sua caduta a terra.
_Oui, toutes mes dettes seront payées!... Et la maison Mercadet remuera
des millions! Je serai le Napoléon des affaires! Et sans Waterloo!_
Però siamo a mille secoli di distanza, siamo nel 1839! Mercadet era un
semplice _faiseur_; aveva per moglie una donna virtuosa, borghese al
pari di lui, che lo aiutava negli intrighi, ma che glieli scombussolava
quando ci sospettava sotto un che di disonesto. Dal 1839 al 1857
Scapino-Ludro-Mercadet ha avuto tempo di diventare il _Jean Giraud_
della _Question d’Argent_. Il _faiseur_ è già _speculatore, affarista_,
comico ancora un poco, ma intrigante a viso aperto. Mercadet potrà
esser sorpreso a mormorare fra sè: _il a de l’aplomb!_ dopo un tratto
di franchezza del suo avversario. Jean Giraud è la franchezza in
persona; non si meraviglia di nulla: sa quel che vale, cioè quel che
valgono i suoi milioni, e quando si ride di lui, gli basta osservare:
«cettc fois, j’ai dit une bêtise, une vraie!»
Il mondo di Mercadet è borghese, esclusivamente borghese; Jean Giraud
tenta sollevarsi più alto: vuol penetrare nel mondo aristocratico; si
contenterebbe di sposare una fanciulla povera, ma che avesse un bel
casato, la signorina di Roncourt, per esempio: «Que voulez-vous! le
monde, le monde c’est ma tocade. Les gens comme il faut me tournent la
tête!» Ma non bisogna crederlo sulla parola. Il suo matrimonio sarebbe
una speculazione anch’esso. Nel contratto egli vorrebbe riconoscere un
milione di dote alla moglie che non ha nulla. Gli affari sono come una
grande scala. La scala può rompersi, ed allora è bene saper di trovare
in qualche posto un milioncino sul quale i creditori non avrebbero
presa.
Benchè frequenti il _gran mondo_, il Giraud è ancora rozzo, mal destro
e, sopratutto, un po’ vigliacco. Non si batte, ma minaccia di fare uno
scandalo. La sua forza consiste nel sapere che nel _gran mondo_, come
nel piccolo, l’_intérêt passe avant tout_. Egli, Girami, è il denaro, e
il denaro non si mette mai alla porta. Infatti non sa rinvenire dalla
sorpresa quando, riapparendo dopo una finta scappata all’Hâvre che ha
fatto guadagnare delle centinaia di migliaia di lire ai suoi _clienti_,
egli si vede rifiutati i guadagni e si sento giudicare a questo modo:
«Voi non siete un uomo cattivo; voi siete un uomo intelligente che ha
perduto nella baraonda di certi affari la nozione esatta del giusto e
dell’ingiusto, il senso morale alfine. Avete voluto acquistare la stima
per mezzo del denaro; dovevate fare all’inverso: guadagnare il denaro
per mezzo della stima!» Giraud, è vero, fa un’alzata di spalle sdegnosa
e va via; ma la sua sorpresa, il suo sbalordimento sono così grandi che
sbaglia perfino nel prendere il cappello.
«_Mathilde._ Vous, vous trompez, monsieur, vous prenez le chapeau de
mon père.
»_Jean_ (avec fierté). Je l’aurais rapporté, mademoiselle.»
Scapino-Jean Giraud non si perdo d’animo. Riapparirà sul teatro in un
campo più modesto, con ambizioni più limitate, più possibili; ma sempre
col suo sogno di penetrare nel paradiso terrestre dell’aristocrazia.
Gli sembra impossibile che l’angelo custode d’esso non debba lasciarsi
corrompere dalle pile d’oro dei suoi pezzi di 100 franchi e da una
manata di biglietti da mille, che son più comodi e valgon lo stesso. Si
farà dunque notaio, si chiamerà _Maître Guerin_, e non penserà per sè,
ma per suo figlio. Questi è un semplice ufficiale di linea; vorrà farne
un barone di Valteneuse. Quanta finezza, quanta tattica, quanto spirito
in questo suo lento intrigo! _Maître Guérin_ ha proprio perduto il
senso morale: è perverso. E prima di esserlo con gli estranei comincia
dalla famiglia. La povera sua moglie, un angelo di bontà, vien da lui
trattata come vera schiava. Ella trema al suo cospetto, non sa dire
una parola; ubbidisce, sopporta piangendo i disprezzi, gli insulti, i
sarcasmi, ma piange in segreto.
Solo, dominatore, con elementi che paion docili ai suoi disegni,
_Maître Guérin_ si crede finalmente sicuro della sua vittoria. Ed ecco
che, sul meglio, tutto il suo edificio va giù. Nè sono gli estranei
che rifiutano i suoi beneficî, i suoi guadagni, ma (quel che è più
tristo) lo stesso suo figlio! Il senso morale prende ancora una
rivincita, non l’ultima forse, contro l’avidità, contro la mala fede,
contro tutto quel viluppo di bassezza, di tradimento, di menzogna e
d’infamia che formano il carattere d’un _affarista_. La povera schiava,
l’umile moglie rizza anch’essa dignitosamente la fronte, umiliata per
tant’anni, e lascia insieme al figlio la casa del suo tiranno...
Il colpo è forte, ma dà la sua lezione. Scapino-Maître Guérin non è
uomo da non approfittarne. — La famiglia? Ecco un impaccio! — Nella
sua nuova incarnazione non avrà famiglia... avrà _une maîtresse_,
che giocherà con lui alla borsa e vincerà sempre, anche quand’egli
perderà. Il _D’Estrigaud_ della _Contagion_ è l’ultima incarnazione
di Scapino. Il personaggio ha fatto una continua epurazione di sè
stesso; si è ingentilito, quasi nobilitato; non lo si riconoscerebbe
più, a guardarlo di fuori. È un bell’uomo, culto, elegante, di una
galanteria squisita; dà l’intonazione alla moda; i suoi motti vengono
ripetuti dagli imbecilli che lo copiano in tutto, nel modo d’annodar
la cravatta, e nel modo di rovinarsi colle cene alle attrici.
Solamente _D’Estrigaud_ la sa lunga, e cava profitto anche dai suoi
scialacqui, anche dal lasciarsi tradire dalla sua mantenuta. Però
non _riesce_ nemmen lui. Sembra che gli autori drammatici, sdegnosi
di veder trionfare i veri Scapini, i veri Mercadet, i veri Giraud, i
veri D’Estrigaud sulla scena del mondo, si vogliano dare il gusto di
umiliarli, di avvilirli per lo meno sul palco scenico. L’Augier infatti
farà rifiutare la mano del _D’Estrigaud_ dalla sua stessa mantenuta,
e lo invierà in California con un semplice: _bonne chance!_ della
Navarrette.
Il signor De Renzis si contenta di mettere alla porta il suo _Armando
Armandi_, uno di questi tipi di speculatori che fanno gli affari
col denaro degli altri. Ma via, non meritava altro questo imbecille!
Rimpetto ai suoi colossali predecessori, dei quali ho tracciato un
rapido schizzo, che cosa può rappresentare nell’arte una figura così
sbiadita?
Il _Dio milione_! ecco un gran titolo. Ma rimane come un portico greco
innanzi a un’osteria di campagna. E possibile che nella nuova Italia
non vi siano delle nuove incarnazioni di Scapino da ritrarre, anche
dopo l’ultima stupenda incarnazione del _D’Estrigaud_?
_Scapino ministro_ sarebbe un gran soggetto! Solamente non è facile che
lo tratti il De Renzis.
4 Febbraio 1877.
XX.
A. CANELLO.[79]
Sono degli studii di soggetto diverso (letteratura generale,
letterature neo-latine, letteratura tedesca) tutti seriamente
pensati ed accuratamente scritti. Li precede una dedica che è un vero
programma: _Ad A. E. Lessing e a G. Gervinus morti, questo volume che
mira a tener vive le loro idee_. Mi rallegro coll’autore perché ha
avuto il coraggio d’affrontare a viso aperto l’accusa, ora di moda, di
_germanizzare_.
Servirsi del gran patrimonio di studî, di osservazioni, di confronti,
di resultati che ha ricevuto, è vero, più specialmente in Germania un
incremento straordinario, ma che, diventato ormai la _scienza moderna_
senza particolare nazionalità, è tedesco quanto è italiano, francese ed
inglese; ecco quello che oggi suol venir chiamato con aria di scherno:
_germanismo_. È un’accusa che fa onore. Certamente tale immenso
patrimonio non può affatto trovarsi alla mano di tutti. Senza una
preparazione che costa fatica, molti dei suoi scopi, dei suoi metodi
e delle sue illazioni non solo non possono venir intesi, ma (quel che
è peggio) debbono facilmente venir fraintesi. Infatti i positivisti
volgari li veggono avvolti da una fitta nuvola di trascendentalismo
che loro non garba. Invece la nuvola non esiste, e il difetto sta
tutto nella miopia di chi pretende vederci bene senza provvedersi di
occhiali. È giusto avvertire che questi scritti del signor Canello non
sono pei miopi: l’autore pensa e fa pensare.
Il volume comincia con un largo studio sul _Classicismo_ e sul
_Romanticismo_. Il concetto dell’autore in brevi parole è il seguente:
L’arte è la rappresentazione dell’_ideale_, del _meglio_, del _bello_,
tre vocaboli che pel signor Canello hanno lo stesso significato. L’arte
classica e la romantica hanno cercato tutte e due di presentare il
_meglio_; l’arte classica però ha dipinto l’_ideale_ delle età civili,
l’armonia tra il fatto e il pensiero; l’arte romantica ha dipinto
quello delle giovanili e senili che si somigliano, lo squilibrio tra
il fatto e il pensiero. L’arte classica dunque rimane superiore alla
romantica. A dimostrare questo suo concetto l’autore percorre a volo
la storia universale delle lettere e ne tratteggia i periodi che gli
sembrano più appropriati al suo scopo.
L’autore dice: «Mi terrò lontano da ogni spirito di parte; e per
giudicare con maggior sicurezza dei moderni, risalirò la montagna dei
secoli, e cercherò d’invasarmi del buon gusto antico; e per giudicare
l’arte antica mi porrò nella gran luce della critica moderna.»
Questo studio si legge con piacere e con frutto.
L’autore ha una cultura seria, non ripete cose altrui, ma presenta
quasi sempre delle osservazioni, dei raffronti nuovi, arditi,
giudiziosissimi; però, in quanto alla sua tesi, mi pare lasci il tempo
che aveva trovato. La chiarezza, la precisione dei particolari non
giovano a renderci chiaro e preciso il suo concetto principale. Anche
rileggendo non si arriva ad afferrare un’idea netta di quelle due
benedettissime parole _classicismo_ e _romanticismo_, e si finisce col
dubitare che non siano, invece di due idee, due vocaboli vuoti.
A questa indeterminatezza contribuisce, secondo il mio modo di vedere,
il concetto troppo vasto, e quindi un po’ astratto, che il signor
Canello ha dell’arte. Per lui, la ragione ultima d’ogni progresso e
d’ogni civiltà è la tendenza al meglio; disconoscere questa tendenza
o errare nel soddisfarla, è barbarie; bisogna ch’essa venga coltivata
e ben corretta: ecco l’ufficio civile dell’arte: «l’arte sola riesce
a rappresentare con evidenza questo meglio e a proporlo alla laboriosa
umanità come meta sicura.» Alla pittura e alla scultura il meglio della
forma, alla musica il meglio dei sentimenti, alla poesia il meglio dei
fatti: o per dirla alla darwiniana, alla pittura lo scopo di aiutare la
specie umana nella _scelta sessuale_; alla poesia quella di aiutarla
nella _scelta naturale_, i due massimi fattori, nell’opinione del
Darwin, dell’evoluzione animale verso il meglio. Sono press’a poco le
precise parole dell’autore.
Il signor Canello ha dimenticato soltanto una cosa, che _arte_ innanzi
tutto vuol dire _forma_, e che farne la storia dovrebbe significare
principalmente fare la storia della forma. L’arte così riguardata
riman sempre, in un certo modo, la storia dello spirito umano, ma dello
spirito umano _in quanto forma artistica_ che è una cosa molto diversa.
La _forma_ non è un accidente, è una necessità creativa. La sua
evoluzione somiglia su per giù a quella che si riscontra nella
creazione delle forme naturali, e deve perciò studiarsi cogli stessi
metodi delle scienze naturali. Non si avrà per questo studio il
microscopio perfezionato dal Ross, ma si avrà quello dello stesso
pensiero umano, della riflessione, che saputo adoperare può valere di
più.
Le forme si sieguono ma non si rassomigliano, e sopratutto poi non
si ripetono. Le diverse letterature costituiscono infatti un gran
museo. Anche in esse vi sono dei _lepidodendron_, dei _megalosauri_,
_mastodonti_, dei _mesopitechi_ che non rivivranno: e vi sono delle
specie che si riproducono per una mera accidentalità generativa,
oltrepassate nel loro sviluppo da specie superiori che costituiscono
la _viva realtà_ della forma e paiono, agli occhi dell’osservatore
superficiale, una negazione di quelle. Anche nella letteratura
ogni specie, cioè ogni forma, oltre alla ragione generale, ha le
sue particolari che si rivelano nelle ramificazioni di forme e di
sottoforme, precisamente come accade nella flora e nella fauna: al
pari nella creazione naturale, una forma minore si perde in un’altra
superiore e cessa confondendosi in questa o, per dir meglio, diventando
questa.
C’è di già una _scienza delle religioni_; c’è anche, o dovrebbe
esserci una _scienza delle letterature_. Come non è un accidente che
dal feticismo siamo arrivati al cattolicismo (la forma religiosa più
perfetta e quindi la più vicina alla corruzione di tutte le forme
religiose), così non è un accidente che dall’epopee primitive si sia
arrivati al _Fausto_ del Goethe (un capolavoro il più vicino alla
corruzione della vera forma poetica). Chi vorrà dire che il poema, la
tragedia, la commedia, la lirica, il romanzo siano forme accidentali?
Si poteva forse cominciare dall’_Assommoir_ e finire al _Mahabarata_ e
all’_Iliade_? Si poteva forse cominciare dall’_Amleto_ e dall’_Otello_
e finire all’_Edipo re_ ed all’_Antigone_? Si poteva cominciare dal
_Tartufo_ e dal _Demi-monde_ e finire alle _Nuvole_, alla _Lisistrata_,
ai _Cavalieri_? Si poteva, infine cominciare dall’_Intermezzo_, dalla
_Ginestra_ e finire agli _inni Orfici_ o alle _Olimpiche_ e agli
_Epicinicii_? No certamente.
In che modo il poema epico è diventato prima tragedia e poi commedia?
In che modo le vediamo oggi assolutamente lirica e romanzo? Ecco alcuni
dei problemi che la _scienza della letteratura_ si è proposti ed ha
sciolti con una precisione di metodo da non invidiar nulla a quello
delle scienze naturali. Manca forse un lavoro che, riassumendo questi
criteri di metodo e i risultati ottenuti, li faccia apprezzare nel loro
valore complessivo anche dai profani della scienza. Si sentirà presto
il bisogno di farlo. Si vorrà per lo meno scevrare ciò che oramai
è un fatto acquisito, un puro assioma scientifico, da quello che è
un’ipotesi in via di diventare una _tesi_.
Il Trezza meglio d’ogni altro in Italia, potrebbe scrivere oggi un tal
libro: anzi in parte l’ha fatto. Il suo lavoro sulla _Critica moderna_
ha solamente il torto di aver circoscritto a poche pagine ciò che
riguarda quella che io chiamo la scienza della letteratura. È vero però
che quelle poche pagine valgono, per chi sa leggervi, parecchi volumi.
Portare nella storia della letteratura il metodo di osservazione
positiva già adoperato per le scienze naturali ed ora anche per lo
studio delle religioni, non è un tentativo pericoloso e di semplice
analogia. I tre mondi umani della sensazione, del sentimento e della
ragione corrispondono ai tre mondi minerale, vegetale ed animale della
natura. L’arte, uno di quei tre mondi, non è certo il migliore e il più
perfetto.
Il signor Canello si serve spesso felicemente di questi mezzi della
critica moderna, ma talvolta ha delle strane esitanze che mettono nelle
sue idee quell’incertezza di cui ho parlato sul principio. La forma
e l’idea sono per lui la stessa cosa; l’arte, per lui non è l’idea in
quanto forma ma quasi l’opposto, la forma in quanto idea. E per questo
egli non trova la soluzione del suo problema del _classicismo_ e del
_romanticismo_, il quale poi non ha nessuna ragione di essere un vero
problema. Vi è una forma letteraria che raggiunse nell’antichità la sua
perfezione assoluta (il poema); un’altra che raggiunse una perfeziono
relativa (la tragedia). Vi sono nei tempi moderni, _romantici_, come il
signor Canello e il Trezza direbbero, delle forme che in essi soltanto
toccarono la perfezione assoluta (la tragedia, la commedia, la lirica).
Naturalmente queste forme corrispondono precisamente a degli stati
particolari dello spirito umano; ma sembrami molto ingiusto, se non
affatto erroneo, il dire che oggi lo spirito umano sia decaduto, sia
ammalato, sia senilmente imbecillito perchè ha rotto l’equilibrio che
produsse il miracolo dell’arte greca.
La supremazia dello spirito umano moderno sta appunto nel suo
predominio, nella rottura del limite di quell’equilibrio; e se l’arte
ne ha sofferto, peggio per l’arte: era questo il suo destino.
Applicando tali idee all’altro lavoro del signor Canello intorno allo
favole, _Fablieaux_ e fiabe su Renardo ed Isengrino, molte osservazioni
di lui sulla forma della favola e dei _fablieaux_ si modificherebbero.
Per esempio, si vedrebbe che l’esser la favola brevissima fra i greci,
di larghe proporzioni nel medio-evo e corta di bel nuovo nell’età
moderna non proviene soltanto dalla maggiore o minor civiltà. C’è anche
lì una questione di _forma_ puramente letteraria e il Canello l’ha
sorvolata.
Un giudice competentissimo, il Trezza, parlando dello studio su Goethe
che chiude il presente volume, ha detto: è uno dei più completi e si
legge fruttuosamente anche dopo la stupenda monografia del Levy. Questo
elogio è meritato.
Certamente parecchie idee sul teatro del Goethe e sul Fausto non
possono accettarsi senza benefizio d’inventario. Predomina nel giudizio
dell’autore, specie quando parla del _Goethe di Berlichingen_, del
_Tasso_ e dell’_Ifigenia_, quello stesso criterio che gli fa riguardare
l’opera d’arte più come concetto che come forma.
Il teatro del Goethe potrà avere, anzi ha un gran valore per lo studio
del carattere dell’artista e delle sue evoluzioni; ma nella storia
della _forma_ drammatica ne ha uno ben piccolo. Soltanto la luce
riverberata su di esso dalle altre opere poetiche dell’autore farà
accorti gli avvenire che il Goethe ebbe un teatro.
Gli studi di critica letteraria come questi del signor Canello son così
rari tra noi che non si può ringraziare abbastanza l’egregio autore di
averceli dati raccolti in un bel volume. Il cielo gli accordi intanto i
lettori che merita!
19 Luglio 1877.
FINE.
ERRATA CORRIGE
Pag. 7 linea 30 e ne fece se ne fece
» 43 » 15 a piedi ai piedi
» 45 » 29 marchiati marcati
» 47 » 23 a morte a morto
» 52 » 8 una paraventa un paravento
» 91 » 27 sdruscio sdrucio
» 96 » ivi non potevano non poteva
» 104 » 7 impalbilità impalpabilità.
» 42 » 20 trascico strascico
» 51 » 3 piume dei polli piume di pollo
» ivi » 15 del burro della del burro di
Bretagna e della Bretagna e di
Normandia. Normandia.
INDICE.
PREFAZIONE pag. V
I. GIULIO MICHELET.
Le Banquet » 1
II. TEOFILO GAUTIER » 16
III. LIONARDO VIGO » 35
IV. EMILIO ZOLA.
L’Assommoir » 50
Une Page d’Amour » 65
V. EDMONDO DE GONCOURT.
Les frères Zemganno » 77
VI. GIOVANNI PRATI.
Armando » 93
Psiche » 113
VII. LIONARDO VIGO e MARIO RAPISARDI.
Il Ruggiero, poema. — La Palingenesi » 119
VIII. MARIO RAPISARDI.
Lucifero » 146
IX. FERDINANDO FONTANA e LORENZO STECCHETTI.
Poesie — Postuma » 158
X. LUIGI GUALDO.
La Gran Rivale » 175
Un mariage excentrique » 180
XI. ROBERTO SACCHETTI e EMANUELE NAVARRO.
Candaule ed altri racconti. — La Nana » 187
XII. GIUSEPPE PITRÈ.
Studi di poesia popolare » 195
XIII. IL LIBRO DI GIOBBE » 206
XIV. ALEARDO ALEARDI.
Epistolario » 216
XV. LUIGI SETTEMBRINI.
Ricordanze della mia vita » 243
XVI. UNA TRADUZIONE.
La Natura, libri sei di T. LUCREZIO CARO
tradotti da M. RAPISARDI » 257
XVII. ANTONIO GALATEO.
Opuscoli » 271
XVIII. MADAMA ROLAND » 283
XIX. UN TIPO COMICO » 293
XX. A. CANELLO.
Saggi di critica letteraria » 300
DELLO STESSO AUTORE.
_Il teatro contemporaneo._ Saggi critici. Palermo,
Pedone Lauriel, 1873. Un vol.
_Profili di Donne._ Milano. Brigola, 1878. Un vol.
_Giacinta._ Milano. Brigola e Comp.º, 1879. Un vol.
_Di prossima pubblicazione:_
GIACINTA
2.ª edizione riveduta e corretta, con prefazione.
NOTE:
[1] _Le Banquet_, papiers intimes, première édition. Paris, Calmann
Lévy, 1879.
[2] E. BERGERAT, _Théophile Gautier_, souvenirs, entretiens,
correspondence, etc. Paris, Charpentier, 1879.
FEYDEAU, _Théophile Gautier_, souvenirs intimes. Paris, Plon, 1876.
T. GAUTIER, _Histoire du Romantisme_. Paris, Charpentier, 1874.
T. GAUTIER, _Portraits contemporains_. Paris, Charpentier, 1876.
[3] Vedi più innanzi uno studio su questo poema.
[4] Paris, Charpentier, 1877, 1 volume.
[5] Paris, Charpentier, 1878, 1 volume.
[6] MARIUS TOPIN. _Romanciers contemporains._ Paris, Charpentier, 1878,
pag. 254.
[7] _Les frères Zemganno._ Paris, Charpentier, 1879.
[8] _Jacques Vingtras._ Paris, Charpentier, 1879.
[9] Firenze, Barbèra editore, 1868.
[10] Vedi: TAINE, _L’Ideal dans l’art_, passim.
[11] _Armando_, ai Lettori, pag. 5.
[12] _Armando_, luogo citato, pag. 6.
[13] _Armando_, luogo citato, pag. 7.
[14] Parte prima, XIII.
[15] Parte prima, XXXI.
[16] Parte seconda, XVIII.
[17] Parte seconda, IV.
[18] MONTAIGNE.
[19] Sonetti. Padova, Sacchetto, 1875, 1 vol. di pag. 588.
[20] _Il Ruggiero_, poema. Catania, Galatola, 1865.
[21] _La Palingenesi_, canti dieci. Firenze, Successori le Monnier,
1868.
[22]
Oggi a cui dici _sisiri_ in Sicilia
Si cci tagghia lu coddu ppi so gloria:
E quannu si dirà: _qui fu Sicilia_,
Finirà di la Francia la memoria.
[23] GIOVANNI DI SALISBURY, allora vescovo di Chartres.
[24] GUGLIELMO PUGLIESE nel suo poema _Delle gesta dei Normanni_ chiama
Palermo
_Urbs inimica Deo, divini nescia cultus_
_Subdita Daemonibus_ (lib. 3).
[25] Saputo che dovevano passare d’Amalfi a Melfi alcuni mercatanti,
Ruggiero «non minimum gavisus, equm insiliens, cum octo tantum
militibus mercatoribus occurrit, captosque Scaleam duxit, omniaque
quae secum habebant diripiens, ipsos etiam redimere fecit. Hac pecunia
roboratus, largus distributor centum sibi milites alligavit.» È il suo
panegirista Malaterra che così scrive nel lib. I, cap. XXVI.
[26] Come nei canti VII, 96; X, 33; XII, 49; XIX, 35 e 37.
[27] FOSCOLO, Ragione poetica del carme _Le Grazie_.
[28] _Lucifero_, poema. Milano, Brigola, 1877.
[29] _Poesie e Novelle in versi._ Milano, Galli e Omodei, 1877, un
volume.
[30] _Postuma, Canzoniere_, edito a cura degli amici. Bologna,
Zanichelli, 1877, un volume.
[31] _Novelle._ Milano, Treves, 1877.
[32] Paris, Lemerre, 1879.
[33] _Candaule, Vigilia di nozze, Riccardo il tiranno, Da uno
spiraglio_, racconti. Milano, Treves, 1879.
[34] _La Nana_, racconto di Blasco. Milano, Brigola, 1879.
[35] _Biblioteca delle tradizioni siciliane._ Volume terzo, che
contiene gli studî di poesia popolare. 340 pagine in-16 gr. Palermo,
Luigi Pedone-Lauriel, editore, 1872.
[36] _Nuova Antologia_, ottobre 1872.
[37] _Nuova Antologia_, agosto 1870.
[38] _Studî di poesia popolare_, pag. 8.
[39] _Job_, drame en cinq actes, avec prologue et épilogue par le
prophète Isaïe, retrouvé, rétabli dans son intégrité, et traduit
littéralement sur le texte hébreu, par PIERRE LEROUX. Paris. Dentu,
1866. Un vol. di pag. 454.
[40] _De sacra Poesi Hebræorum, prælectiones._
[41] _Conversations de lord Byron_, tom. 1, p. 156.
[42] Vedi, per esempio, a proposito della parola _Ideale_ il cap. XLV
dell’Appendice e i seguenti, pag. 360.
[43] _Epistolario_, con un’Introduzione di G. Trezza. Verona, Drucker e
Tedeschi, 1879.
[44] _Lucifero_, canto XII.
[45] In una nota al _Canto politico_ in morte della contessa Giusti.
[46] _Epistolario_, pag. 343.
[47] _Epistolario_, pag. 124.
[48] _Epistolario_, pag. 145.
[49] _Epistolario_, pag. 102.
[50] _Epistolario_, pag. 153.
[51] _Epistolario_, pag. 115.
[52] _Epistolario_, pag. 112.
[53] _Epistolario_, pag. 145.
[54] _Epistolario_, pag. 207.
[55] _Epistolario_, pag. 138.
[56] _Epistolario_, pag. 235.
[57] _Epistolario_, pag. 250.
[58] _Epistolario_, pag. 203.
[59] _Epistolario_, pag. 145.
[60] _Epistolario_, pag. 281.
[61] _Epistolario_, pag. 383.
[62] _Epistolario_, pag. 402.
[63] _Lettere a Maria._
[64] _Epistolario_, pag. 231.
[65] _Ricordanze della mia vita_, con prefazione di FRANCESCO DE
SANCTIS. Napoli, cav. A. Morano editore, 1879.
[66] _La Natura._ Libri sei di T. Lucrezio Caro, tradotti da Mario
Rapisardi. — Milano, Gaetano Brigola e Comp. 1879.
[67] Epistola a Lucrezio, messa in fronte alla traduzione.
[68] _Palingenesi_, Canto I.
[69] _Palingenesi_, Canto X.
[70] _Palingenesi_, Canto X.
[71] _Rimembranze_, Sole d’inverno, pag. 51.
[72] Epistola ad Andrea Maffei premessa al _Lucifero_.
[73] _Le poëme de Lucrèce._ Paris, Hachette, 1869.
[74] _Lucrezio_, pag. 259.
[75] _Lucrezio_, pag. 134, in nota.
[76] _Collana di opere scelte edite ed inedite di scrittori di Terra
d’Otranto_, diretta da SALVATORE GRANDE. Lecce, tipografia Garibaldi
di Flascassovitti e Simone. — (Opere pubblicate: _I Normanni_, poema
storico di GUGLIELMO PUGLIESE, cronache e diplomi dei secoli XI e XII.
_La Giapigia e varî opuscoli_ di ANTONIO DE FERRARIS detto il Galateo,
traduzione dal latino, vol. I.)
[77] Dramma in un prologo e cinque atti di VITTORIO SALMINI.
[78] _Il Dio Milione_, commedia in quattro atti di F. DE RENZIS.
[79] _Saggi di critica letteraria_, Bologna, Zanichelli, 1877. — Un
volume di 500 pagine in-16.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a
pag. 308 sono state riportate nel testo.