valevoli a cancellare le insorte diffidenze e riportare la calma
nelle popolazioni. Il marchese Cosimo Ridolfi, il quale come Aio del
Principe ereditario, aveva consuetudine col Palazzo Pitti, non lasciava
occasione per parlare al Granduca di ciò che il Paese desiderava, tanto
che gli amici gli avevano dato il nome di _Predicatore_, comunque e'
dicesse che predicava al deserto, e paragonasse l'animo del Principe a
una lavagna, sulla quale si poteva scrivere ciò che si voleva, ma sulla
quale chiunque venisse dopo, cancellava e riscriveva con la medesima
facilità. Bellissima nella sostanza e nella forma è la petizione che
il barone Ricasoli presentava al Cempini nel 3 marzo, esponendogli
quale fosse il vero stato della Toscana, quali le necessità, quali
i pericoli, e per quali mezzi fosse possibile scongiurare questi e a
quelle provvedere. Saggi consigli, che il Ricasoli aveva maturati col
Lambruschini e col Salvagnoli, e che avrebbero infrenato il movimento
col farsene il Governo stesso guida e moderatore, e ridestato verso il
Sovrano i sopiti affetti del popolo!
Il Cempini lodò la petizione e promise di presentarla al Granduca;
ma poi dicendo che si trattava di cose assai gravi e che occorreva
tempo a ben ponderarle, pose tutto a dormire: se non che contro quel
sonno cospiravano gli eventi. Pio IX in quel mentre emana un editto
sulla stampa che tempera quello del 1825, e sorgono immediatamente
due giornali, il _Contemporaneo_ a Roma, il _Felsineo_ a Bologna. E il
Ricasoli, che nella sua petizione aveva esposta la necessità di render
libera ogni onesta manifestazione di pensiero, torna dal Cempini,
gli presenta una seconda petizione, dimostra il grave pericolo che la
stampa clandestina ecciti ancora le passioni popolari, e l'urgenza che
una legge sulla stampa sia emanata dal Principe con tutta l'apparenza
della più assoluta spontaneità, e unisce alla petizione anche un
disegno di Legge redatto dal Salvagnoli.
Per mala ventura i liberali moderati trovarono in ciò un punto di
disaccordo. Tutti deploravano le intemperanze della stampa clandestina;
ma, per frenarla, gli uni volevano ottener dal Governo il permesso
di istituire un giornale, che sostenendo i principii della libertà
commerciale rassicurasse il paese dai timori di perturbazioni popolari
e di attacchi alla proprietà, e dasse allo Stato la forza morale
occorrente con lo spingere i cittadini a valersi delle neglette
istituzioni municipali; gli altri sostenevano che prima di fondare
un giornale si doveva ottenere che una legge sulla stampa fissasse
nettamente i diritti e i doveri dei cittadini. Antesignano dei primi
il Capponi, dei secondi il Ricasoli: la discussione si faceva sul
_Felsineo_ di Bologna, scrivendo per questi il Salvagnoli ed il Buschi,
per quelli il Digny. Ragione del discutere era il dubbio se la stampa
clandestina potesse combattersi, quando il mezzo legale per esprimere
liberamente il proprio pensiero non si fosse prima ottenuto. Validi
gli argomenti degli uni e degli altri, ma deplorevole che le forze si
scindessero quando più occorreva che si spiegassero unite.
Il Governo studia a lungo, e di malavoglia il 5 di maggio emana una
legge non peggiore di quella romana, ma ispirata dalla paura, dalla
diffidenza, e dalla caparbietà poliziesca. Niuno se ne accontenta,
e per quanto si voglia festeggiare la legge sulla stampa libera, la
dimostrazione a Firenze riesce meschina, ostile a Siena, tumultuosa a
Livorno.
Si comprese, è vero, che certe restrizioni filate d'ottobre non
sarebbero giunte a novembre; ed uno dei primi atti dell'ufizio di
revisione in Firenze fu quello di permettere al Salvagnoli la ristampa
del suo Discorso sullo stato politico della Toscana, in cui esponeva
francamente ciò che principe, governo e privati avrebber dovuto fare
per conseguire il bene e preparare il meglio di questo paese. Di
giornali, primo sorse l'_Alba_ diretta dal La Farina, scrittori il
Vannucci, il Mayer, il Mazzoni, la quale non ostante gli entusiasmi
per Pio IX, si chiarì presto avversa al poter temporale. Uscì quindi
la _Patria_, diretta dal Salvagnoli, in cui scrivevano il Lambruschini
e il Ricasoli; e questa per il suo stesso programma — _alleanza tra
libertà e principato_ — quando, invece di attutirsi, crebbero le
diffidenze contro il governo toscano, si orientò verso il Piemonte.
In Pisa era sorta l'_Italia_, la quale, diretta dal Biscardi con
la collaborazione del Centofanti, del Giorgini e del Montanelli,
s'ispirava al misticismo dell'idee giobertiane. Il _Corriere
Mercantile_ in Livorno si era trasformato in giornale politico.
Ma quasi che il movimento non fosse abbastanza rapido, un altro fatto
venne ad imprimergli un impulso nuovo. Riccardo Cobden, il propugnatore
nel Parlamento inglese delle istituzioni toscane sulla libertà del
commercio, era nel maggio giunto in Firenze. La pleiade dei liberali,
che aveva come suo centro l'Accademia dei Georgofili, brillava di nuovo
splendore. Nelle allocuzioni, nei banchetti, nei parlari amichevoli, al
tema delle libertà commerciali si associava quello delle libertà civili
e politiche, e il Lambruschini chiudeva i festeggiamenti inneggiando
alla libertà universale, che sarebbe stata la santa alleanza dei popoli
e la preparatrice dei tempi, ai quali è promesso un sol gregge e un
solo pastore.
Il popolo, che dalle parole stesse del Cobden autorevolmente apprendeva
come la piccola Toscana fosse stata presa ad esempio di libertà dalla
potente Inghilterra, se ne sentiva altero, e la brama delle riforme
liberali rinfocolatasi, gli faceva provare più odiose le incertezze e
le resistenze governative; ciò che addimostrava così rumorosamente, che
alla fin di maggio il Governo si trovò costretto ad annunziare essere
stato dal Granduca deciso che fossero rivedute le leggi municipali,
compilato il codice civile e quello penale, e a Commissioni speciali,
oltre questi studi, fosse affidato anche quello sul modo di ampliare
la Consulta estendendone le ingerenze consultive sui pubblici affari.
Grave errore il non fare e promettere, più grave ancora il promettere
timido e indeterminato!
Mentre il Governo oscillava così tra il fare e il non fare, Pio IX nel
luglio concede la guardia civica; di lì a poco le truppe austriache in
onta ai trattati occupano la città di Ferrara; e una congiura contro
la persona del Pontefice è scoperta, supposta esistere in Roma. Dai
quali fatti gli animi dei toscani sono un po' naturalmente, ma più
ancora ad arte talmente eccitati, che tumulti e violenze avvengono in
Siena, in Arezzo, in Livorno, e sciaguratamente il conflitto avvenuto
in Siena tra carabinieri e studenti, finisce colla morte dello studente
Petronici, di cui l'accompagnamento funebre se poco ha di pietà, molto
ha di solenne e di minacciosa protesta.
Don Neri Corsini, Governatore di Livorno, mosso da un nobile sentimento
di dovere verso il paese e verso il Sovrano, prima che quei tristi
fatti accadessero si era rivolto al Granduca esponendo la gravità
delle cose, deplorando che le promesse del maggio antecedente non
fossero in nulla adempite, e proponendo i modi per render la Consulta
proficua, e al bisogno dei tempi più consentanea la legge sulla
stampa. Nè il clamore dei giornali, nè le dimostrazioni popolari, nè le
raccomandazioni di nuovo dirette dal Corsini al Principe e al Ministero
valsero a troncare gl'indugi. Anche adempite, le promesse fatte nel
maggio più non sarebbero bastate; i fatti di Ferrara e di Roma un'altra
istituzione reclamavano. Il popolo voleva le armi e chiedeva la guardia
civica.
Era fatale che alcuni dei Ministri per servilità verso l'Austria, altri
per cieca debolezza, dovessero accordarsi nel temporeggiare, finchè
costretti a fare qualche cosa in fretta e furia, la facessero male. Nel
24 agosto fu emanato il Motuproprio che riformava la vecchia Consulta
in modo affatto manchevole, e la componeva quasi interamente di
dipendenti dalla Corte e dal Governo. L'istituzione apparve illusoria,
si tacque peraltro perchè nella Legge si diceva che la Consulta, per
suo primo affare, doveva riferire sulla convenienza di istituire la
guardia civica. Ma quando era decorso l'agosto e la Consulta non si
adunava ancora, il fermento si spinse a tale, che in Livorno in una
radunata di popolo si trattava di andare in massa e armati a Firenze,
ingrossando per via, e là chiedere tumultuando la immediata istituzione
della guardia cittadina.
Il pericoloso disegno si sarebbe portato ad effetto se la sagacia di
Don Neri Corsini non riesciva a fare adottare invece l'invio di una
Commissione presieduta dal Gonfaloniere; la quale immediatamente partì,
portando al Cempini una lettera del Governatore. La Consulta, convocata
per urgenza la mattina di poi, 4 settembre, espresse, ne a quell'ora
poteva caderne dubbio, il voto favorevole, e un Motuproprio sovrano
dichiarò la guardia civica istituzione dello Stato.
Gli affetti delle moltitudini son facili a fortemente manifestarsi
come a passare da estremo a estremo, dalla fede alla disperazione,
dall'amore all'odio, dalla pietà all'ira, dal dolore alla gioia; e
appena nel pomeriggio del 4 si conobbe il voto della Consulta, la
popolazione, che ieri rumoreggiava e fremeva, proruppe in giubilo:
un solo e medesimo pensiero cadde come per incanto nella mente di
tutti: domani, giorno di festa, dimostrazione al Granduca. L'accordo
era prima fatto che proposto; e fu un subito correre di qua e di
là, un affaccendarsi per improvvisare pennoni, stendardi, bandiere,
avvisare gli amici, raccoglier bande musicali, dare a tutti il convegno
intorno al tempio d'Arnolfo. E la mattina della domenica, un ventimila
persone erano assiepate sulla Piazza del Duomo, disposte in ordine
militare, divise come per compagnie e per plotoni, con un vessillo
innanzi a ogni gruppo. Quando la testa di quella colonna fu pronta
per muoversi, una brigata di giovani contadini le si fa innanzi e un
di loro dice modestamente: «Non abbiamo bandiera, lasciateci unire,
slam fratelli anche noi.» Quella parola fu come una corrente elettrica
che percorresse tutte le fibre di quella massa di popolo: fu un grido
entusiastico di _Viva i fratelli_, che accolse quei giovani e che si
ripetè da tutti, senza che i più ne sapessero la ragione. Traversata
la città giunsero i dimostranti tra il suono delle bande e i gridi di
_Viva Leopoldo_, _Pio IX_, _l'Italia_, e senza un grido che suonasse
per nessuno odio o disprezzo, sulla Piazza dei Pitti, dove l'entusiasmo
salì a tale che il vicino abbracciava e baciava il vicino con le
lacrime agli occhi, e si separavano senza che l'uno sapesse dell'altro
nulla di più che erano italiani ambedue. Una Commissione, di cui
erano a capo Ferdinando Bartolommei e Ferdinando Zannetti, due cuori
ardenti di libertà, di nobile lignaggio, di pronto ingegno, d'animo
generoso, il Bartolommei, pieno di sapere e di modestia, amato dai
discepoli e dal popolo il professore Zannetti, salì a ringraziare il
Granduca, il quale commosso affermò la sua determinazione di compier
l'opera riformatrice. Circondato a quell'ora dall'amore di una
intiera popolazione, era il cuore che parlava per lui, nè lo spettro
dell'Austria poteva farlo scientemente mentire!
Dimostrazioni si fecero nei dì seguenti a Pisa e a Livorno. In
quest'ultima città l'esaltazione salì al colmo; si arringò il popolo
dalle finestre delle case, si parlò di tirannide e di tiranno. Un _vero
baccanale rivoluzionario_ definì quella dimostrazione Don Neri Corsini
in una nobilissima lettera al conte Ferretti, nella quale spiegava il
perchè delle sue dimissioni da Governatore di Livorno e da Ministro
degli esteri.
Nel 12 settembre, nuova dimostrazione in Firenze, cui prendono parte
i rappresentanti di tutti i municipi, con le rispettive bandiere
nazionali gli inglesi, i francesi, i tedeschi, gli americani, i greci
e gli ungheresi residenti in Toscana. Più di 50,000 persone sfilarono
davanti il Palazzo Pitti, e se questa seconda dimostrazione non si
elevò all'entusiasmo cui giunse la prima, fu però più grandiosa e
fu la più bella espressione dell'alleanza tra popolo e principe, di
fraternità tra popolo e popolo. In questa dimostrazione il concetto
unitario era rappresentato da poche bandiere tricolori e il concetto
federativo da molte, nelle quali al bianco, al rosso, al verde il
giallo era aggiunto.
Le minaccie dell'Austria raffreddano gli animi del Granduca e de' suoi
ministri. Don Neri Corsini, che aveva incitato Principe e Governo
a frenare il movimento col metterglisi alla testa proclamando la
costituzione, è invitato a dimettersi, ma la marea monta sempre più, e
per farle argine Cosimo Ridolfi è chiamato al Ministero dell'interno.
Intanto Carlo Lodovico di Lucca, smentendo le promesse che per paura
aveva fatte ai Lucchesi, mercanteggia il Ducato con l'Austria, e
il Governo toscano per impedirlo, cede a tutte le pretese del Ward,
quell'uomo che dalla stalla era salito al grado il più eminente del
Ducato ed era del suo Sovrano ben degno rappresentante. I trattati
del 15 per la reversione del Ducato di Lucca al Granduca di Toscana
imponevano la cessione di Fivizzano, di Pietrasanta, di Barga e di
alcuni distretti lucchesi al Ducato di Modena, e Carlo Lodovico per
anticipare quella reversione aveva preteso, e il Governo toscano
concesso, la immediata cessione a lui del territorio e della città di
Pontremoli.
L'unione del Ducato Lucchese fu generalmente accolta in Toscana
con gioia, ma porse ai funesti mestatori argomento per accusare il
Governo d'aver tradito i popoli di Lunigiana, e per animar questi
a disperata resistenza, specie dopo che dalle truppe estensi erasi
proditoriamente occupato Fivizzano e non senza spargimento di sangue.
Si tornò alle radunate di popolo, alle suppliche, alle minacele in
favore dei fratelli lunesi. Pio IX, invocato da loro, aveva promesso
spontaneamente di intercedere presso Francesco V e Carlo Lodovico; e il
Governo, che non amava di meglio che serbare quei popoli alla Toscana
se non glielo avessero impedito i trattati, aveva inviato il barone
Ricasoli a Carlo Alberto, che non rifiutò i suoi buoni uffici, comunque
dubitasse che la ressa dei Duchi fosse aizzata dall'Austria. Tutto
riesci vano, e nel novembre del 1847 non si ebbe di buono che la firma
dei preliminari per la lega doganale tra Piemonte, Roma e Toscana, e la
promessa che Carlo Lodovico non avrebbe preso possesso di Pontremoli se
non succedendo, secondo i trattati, a Maria Luisa nel Ducato di Parma;
ciò che accadde ben presto. Morta la duchessa nel 17 dicembre, il duca
di Modena e il nuovo duca di Parma si affrettarono nel 24 dicembre a
fare un trattato di alleanza con l'Austria, la quale spinse subito le
sue truppe sopra i Ducati.
Gravi eventi si potevan prevedere per l'anno che incominciava, ma quali
si avverarono, a mente umana non era dato vaticinare.
L'Austria fin dai primi di gennaio si mostrò intenta a domare con
la forza brutale, con ogni artifizio di mala guerra il risorgimento
italiano. Infuriava con le sue soldatesche barbaramente sopra i
cittadini inermi di Milano, spingeva il duca di Parma ad occupare
Pontremoli, aizzava i demagoghi a vangelizzare le più strane utopie, e
i retrogradi a spingere a rovina il presente inneggiando al passato:
con l'aiuto dei sanfedisti e dei gesuitanti, ricercava ogni meato
nell'animo debole del Mastai per arrivare a ferire la coscienza del
Pontefice; e fomentava, ne questa era ardua impresa, la malafede
di Ferdinando di Napoli, sul quale udiste poco fa invocare benevola
l'ultima parola della storia imparziale, ma che io frattanto, ormai
troppo vecchio per ascoltare quella parola che sarà tarda, proseguirò
a chiamare il _Re Bomba_.
I sovvertitori delle moltitudini trovano, in tutta la Toscana, nella
città di Livorno il terreno ai loro fini adattato; e là si spargono
scritti sediziosi, si invita il popolo a chiedere le armi, si accusano
i Ministri di codardia e di tradimento. I tumulti che ne susseguono
costringono il Governo a reagire mandando a Livorno come commissario
straordinario il Ridolfi; il quale, fatto arrestare il Guerrazzi e
mandatolo all'Elba, restituisce la calma all'intera città.
Ma gli eventi precipitano. Il 12 di gennaio la città di Palermo,
poichè il re Ferdinando non aveva concessa la domandata Costituzione,
si mette in piena rivolta, e caccia le truppe regie. E' seguìta dalle
altre città dell'isola e si proclama il distacco dal reame di Napoli
della Sicilia, che si costituisce in Repubblica. Il fatto pone in
fermento anche Napoli; e il Re, cui duole perdere la Sicilia, promette
riforme, espelle il Del Carretto e persino il suo confessore: pochi
giorni dopo, alla prima promessa aggiunge quella della Costituzione,
e il 10 febbraio promulga lo Statuto fondamentale. Anche il re Carlo
Alberto nel dì 8 febbraio pubblica le basi di quello Statuto, che
promulgato poi nel 4 di marzo, doveva per fortuna d'Italia restare solo
in vigore come l'arca santa dell'unità nazionale. Nel medesimo giorno,
vo' dire nell'8 febbraio, si fanno a Roma tumultuose radunate di
popolo per chiedere la costituzione e la secolarizzazione del Governo
papale; domande, che spingono il partito reazionario chiesastico a
iniziare una guerra sorda e feroce al risorgimento italiano. Nel 15
febbraio lo Statuto è pubblicato anche in Toscana, e se ne fanno grandi
festeggiamenti, e se ne rendono pubbliche grazie a Dio e al Sovrano.
_Signore e Signori,_
Sul quadro di cui andrò ora delineandovi appena i contorni, e al quale
la vostra immaginazione darà quel colorito che io non saprò dare, due
belle figure campeggiano: quella di Cosimo Ridolfi e quella di Bettino
Ricasoli. Questi, costretto dall'amico, piuttosto che chiamato dal
Ministro ad assumere l'ufficio di Gonfaloniere di Firenze, con grande
riluttanza, più che accettarlo, lo subisce; ma subitolo, lo adempie
con tale e tanto senno, con tale elevatezza d'animo e di consiglio
che Firenze, comunque gli agitatori del popolo con ogni lena si
adoperassero, resiste ai loro malevoli eccitamenti finchè rimane sotto
il governo e la guida di lui. L'altro, il Ridolfi, da prima Ministro
dell'interno poi Presidente dei ministri in luogo del Cempini, che
fatto ormai vecchio si ritira, riesce a inspirare nell'animo del
Principe e in quello de' suoi colleghi gli ideali della patria libera
e indipendente, e con le sue concioni al popolo, con i manifesti, con
i proclami del Granduca ai suoi toscani, torna a stringere affettuosi
legami tra popolo e principato; e se la sua sagace iniziativa per
concludere una lega italiana tra i quattro Stati costituzionali non
fosse stata avversata dal Borbone e dal Vaticano, e non compresa o
temuta dal Governo Sabaudo, le sorti d'Italia non sarebbero andate in
rovina.
Abbenchè non comparsa ancora sull'orizzonte, forse rendeva vani i saggi
consigli di lui, quella stella d'Italia che doveva guidarci all'unità
nazionale!
Riprendendo il filo della narrazione sui moti toscani, non può
omettersi che il Serristori, Ministro della guerra, preveduto
saggiamente il futuro, aveva proposto che si portasse la leva a 4000
uomini, ma negandoglielo la Consulta si era dimesso e gli era succeduto
Don Neri Corsini, il quale riesci ad ottenere che si facesse una leva
di 2000 uomini almeno.
E qui comincia la serie delle grandi sorprese. Sul cadere di febbraio
la rivoluzione di Parigi, la caduta della Dinastia Orleanese, la
proclamazione della repubblica in Francia, fanno passare quasi
inosservata la costituzione concessa dal Papa, e danno modo al Mazzini
di fondare in Parigi l'Associazione nazionale italiana, che in quel
momento non poteva non esser che di danno all'Italia. Alludere col
manifesto firmato dal Mazzini, dal Giannone e dal Canuti alle forme
di reggimento repubblicano, e proclamare il principio dell'unità
quando con le forze dei quattro principati si doveva conquistare
l'indipendenza, condizione essenziale dell'unità, era errore e più che
errore era colpa.
Alla rivoluzione di Parigi succede di lì a poco quella di Vienna. Il
terribile nemico delle nazionalità, l'autore di tante stragi, di tanti
martirii, di tanti esigli, il principe di Metternich si salva a mala
pena, fuggendo, dall'ira popolare, e il giorno di poi l'Imperatore
concede la Costituzione ai sudditi austriaci.
I Lombardi e i Veneti, che da tanto tempo mal soffrono il freno delle
forze imperiali, pubblicano una forte e nobile protesta ai fratelli
d'Italia e d'Europa, e pochi giorni dopo, nel 18 marzo, senza accordi
ma per impulso d'animi ugualmente esacerbati, insorgono Milano e
Venezia. Dopo una lotta eroica di cinque giorni, Radetzky è costretto a
ritirarsi da Milano, e dopo un contrasto meno fiero che quel di Milano,
il generale Zichy capitola e abbandona Venezia. I Modenesi si sollevano
e il Duca fugge difilato a Mantova; Massa e Carrara insorgono, i popoli
di Lunigiana si rivoltano e Carlo Lodovico fugge prudentemente da
Parma. Il 24 di marzo il re Carlo Alberto passa il Ticino, e il giorno
di poi 6000 piemontesi, freneticamente plaudente l'intiera popolazione,
entrano in Milano. In 14 giorni si eran compiti eventi, che appena un
secolo avrebbe potuto maturare e produrre!
Il 19 di marzo giungono in Toscana le notizie di Vienna, il 21
quelle di Milano e di Venezia, e sorge un grido generale di guerra
e la domanda di armi per correre sui campi lombardi. La Toscana era
sprovvista di milizia e di ogni arredamento militare: i pochi soldati
servivano per le parate di gala, e il popolo, scherzando, era solito
dire che _per truppa era trippa e per trippa era troppa_. I nuovi
chiamati eran da poco sotto le armi, il governo aveva chiesto al re
Carlo Alberto ufficiali capaci di ordinare il piccolo esercito, e il Re
aveva mandato allora il Beraudi, il Caminati, il Campia. Ma nonostante
che in fatto di armamenti tutto fosse da fare, il governo aveva avviato
alla frontiera le truppe regolari di cui poteva disporre.
Alle notizie di Lombardia lo spirito patriottico si era levato sublime,
ma lo spirito settario si agitava più vivamente di prima per le notizie
di Francia. Bande di fuorusciti entrano dalla Francia in Savoia per
abbattere il governo regio, ma ne son cacciati dai savoiardi. A Firenze
si tenta sollevare la diffidenza contro il Ridolfi, e si eccita la
plebe a strappare l'arme austriaca dal Palazzo dell'Ambasciata e a
bruciarla sulla Piazza del Granduca; e si minacciava per di più di
assaltare la stessa Ambasciata, se il ministro Corsini non fosse
riuscito a persuadere la eccitata popolazione che non vi erano armi
proditoriamente nascoste.
In ogni parte d'Italia echeggia il grido di guerra. Ferdinando di
Napoli spedisce in Lombardia un corpo di truppe sotto il comando di
Guglielmo Pepe. Pio IX benedice i soldati e i volontari che partono
da Roma guidati dal generale Durando. Il Granduca passa in rivista
i volontari, li saluta con un discorso caldo di amor di patria, e
l'Arcivescovo ne benedice la bandiera tricolore, che era dichiarata
bandiera dello Stato. Anche il Battaglione della Guardia Universitaria
parte acclamato da Pisa.
Il 5 di aprile il Durando coi Romani è giunto in riva al Po, e dopo
aver ordinato con un caloroso proclama, ai suoi militi di fregiarsi il
petto della croce, e di muovere al grido «_Iddio lo vuole_,» entra sul
territorio della Venezia.
Prima di andare oltre, giova tener nota di due fatti importanti.
Il primo, che dodici giorni dopo questo proclama, il principe
Aldobrandini, Ministro della guerra, con un suo dispaccio al Durando
ne approva in nome del Papa la condotta e lo autorizza a trattare un
imprestito col Governo veneto; il secondo, che, nonostante lo stato di
guerra, gli Ambasciatori d'Austria rimangono tuttora a Roma e a Vienna.
La rettorica, che è stata sempre una malattia per noi italiani, ci
aveva portata sul labbro la frase «_Fuori i barbari_,» e l'Austria
ne aveva saputo fare suo pro per eccitare contro l'Italia lo spirito
nazionale tedesco. La Repubblica francese con la minaccia d'invadere
la Savoia sotto il pretesto delle inquietudini sorte in Europa per
gli avvenimenti d'Italia; le proposte dell'Inghilterra di separare la
causa della Venezia da quella della Lombardia, generosamente respinte
dal Re: la Sicilia e la Venezia con l'essersi costituite a repubblica;
il Mazzini col suo manifesto; i cardinali, i gregoriani, il ministro
d'Austria col dare a credere al Papa, che, movendo guerra ai popoli
cattolici, si sarebbe dato argomento a un nuovo e più terribile scisma,
tutto congiurava contro le sorti d'Italia.