a partire per la Lombardia; Pio IX con l'Allocuzione concistoriale
del 19 di aprile, dichiara di aver voluto inviare le truppe al confine
per difendere l'integrità dello Stato, ma non volere, egli ministro di
pace, far guerra all'Austria.
Aveva un bello scrivere il Ridolfi lettere di fuoco al Bargagli,
ministro toscano a Roma, e questi aveva un bel ripetere al Papa che
se egli stesso non avesse predicata la Lega italiana, e non si fosse
posto tra la Croce e la Spada e dettata legge a tutti, non solo sarebbe
perduta l'Italia, ma perduto anche il Papato e il potere temporale. Il
vaticinio del Ridolfi, comunque giusto e vero, non fu ascoltato, e il
Papa non ad altro si indusse che a fare, il 3 maggio, una esortazione
a Carlo Alberto di posare le armi, e all'Imperator d'Austria di
rinunziare alla dominazione italiana.
In questo mentre i Toscani scendevano sui piani lombardi. Brandite
le armi, i giovani universitari eran partiti da Pisa e da Siena pieni
di un santo entusiasmo, che si era cercato di smorzare trattenendoli
a lungo per la via; ma che era cresciuto perchè lo aveva acuito
l'impazienza del trovarsi di fronte al nemico. In una bella mattina
d'aprile, valicando quei giovani, al canto d'inni patriottici,
l'ultimo giogo dell'Appennino, si schiude innanzi al loro sguardo
l'immensa pianura lombarda, coronata dai pallidi contorni delle vette
alpine. Coperta da una nebbia leggiera e trasparente pei raggi del
sole sorto allora sull'orizzonte, aveva l'apparenza di un mare quieto
e tranquillo, e l'idea dell'infinito cresceva la magnificenza del
grandioso spettacolo. Un grido solo di _Viva l'Italia_ eruppe da quei
giovani petti. Era Italia quella immensa pianura, ed era calcata dallo
straniero! In quel grido l'ideale della patria, l'aspirazione di tanti
secoli che ora si compiva, la fede nell'avvenire, la certezza della
vittoria, tutto si rivelava in un sublime tumulto di affetti!
Il 3 maggio i Toscani, che per ordine di Re Carlo Alberto dovevan
prendere la destra dell'esercito piemontese, sostengono con buon
successo sotto Mantova una prima avvisaglia a San Silvestro: nel
successivo dì 13, buon nerbo di austriaci attacca tutta la linea da
Curtatone a Montanara ed è vittoriosamente respinto sotto gli occhi
del ministro Corsini, che stette impavido in mezzo al fuoco, mentre il
generale Ferrari se ne stava tranquillo e sicuro alle Grazie. Le truppe
regie avevan combattuto eroicamente a Pastrengo, a Crocebianca, a Santa
Lucia ed ora assediavano strettamente Peschiera, mentre il generale
Nugent scendeva con grandi sforzi nel Veneto e costringeva il generale
Durando a ripiegare su Vicenza.
Il generale Ferrari era stato richiamato in Toscana, e da due giorni
lo aveva sostituito il De Laugier, quando il generale Bava, sotto gli
ordini del quale era il corpo dei Toscani, con ripetuti dispacci lo
avvisa che forti distaccamenti di austriaci sono entrati in Mantova
e si preparano ad attaccare all'indomani le posizioni occupate dai
nostri; che occorrendo ripieghi su Goito, dove l'aiuto suo non gli
sarebbe mancato.
La linea guardata dai Toscani si stendeva undici chilometri da Goito
per Sacca e Rivalta fino a Montanara; aveva una fronte rivolta a
Mantova di oltre 3 chilometri di lunghezza, con la sinistra a Curtatone
appoggiata al lago formato dal Mincio, e la destra a Montanara. La
posizione era debole t mal difesa, A Curtatone, invece di coprirci con
l'Osone, canale non guadabile, e con i suoi argini, si eran formate
le nostre trincee al di là del canale e del solo ponte, che sulla via
maestra lo traversava, più alto del piano di campagna, non coperto ne
difeso. Montanara aveva la destra affatto scoperta e poteva facilmente
essere attaccata e girata di fianco. Sulla linea di battaglia tra
Curtatone e Montanara, il generale De Laugier non aveva che sei cannoni
e 4600 combattenti, mentre Radetzky era uscito da Mantova con 40,000
uomini e 60 pezzi d'artiglieria.
Alle 9 e mezzo della mattina comincia a tonare il cannone nemico, e
in breve il fuoco dei fucili si fa su tutta la linea vivissimo. Il
generale De Laugier per invitare, come egli disse, i suoi giovani
soldati a sprezzare il pericolo, esce con i suoi aiutanti al di fuori
delle trincee e percorre a cavallo, sotto il fuoco nemico, la parte
della linea che dalla strada va a sinistra fino al lago, e al suo
passaggio i soldati e i volontari, alzando i fucili, lo salutano col
grido di _Viva l'Italia_. Di là il Generale corre a Montanara, tutti
animando colla speranza della vittoria.
Anche il Battaglione Universitario, che era accampato alle Grazie,
e che il Generale aveva ordine di tenere in riserva, è portato
sulla strada di Mantova per attendere in colonna serrata l'ordine
di avanzare. Una densa nube di fumo si alza al di là del ponte e si
ode un terribile rombo; era un cassone di munizioni, che i fuochi
dell'artiglieria nemica ci aveano incendiato. Passano sulla strada
i feriti in gran numero; fra questi il tenente colonnello Chigi e il
tenente Niccolini, che si erano eroicamente battuti. «_Viva l'Italia!
Vendicateci!_» grida, passando, il Niccolini ai giovani universitari,
dei quali, a quel grido, non è più possibile contenere l'ardore. Il
Battaglione, formato com'era in colonna serrata, si muove senza che
nessuno glielo abbia comandato, e fu fortuna che nel breve tratto
da percorrere prima di salire il ponte, lo incontrassero l'aiutante
maggiore Milani e il capitano Caminati e lo facessero sfilare per due
e passare alla corsa sul ponte, dove fulminavano i fuochi incrociati
dell'artiglieria nemica, che ad alcuni di quei giovani furono pur
nonostante fatali. Il fuoco dei nostri fucili durò a lungo e sempre
vivace, mentre un solo cannone poteva di tanto in tanto, per mancanza
d'artiglieri e di munizioni, far sentire i suoi colpi.
Alle 4 pomeridiane, dopo sei ore e mezzo di combattimento, gli
austriaci in forti masse si avanzano sulla strada dalla parte del
lago, e il De Laugier assicuratosi della impossibilità di resistere
ancora, ordina la ritirata e la fa batter più volte, perchè molti
parevan decisi a morire sulle trincee piuttosto che voltar le spalle
al nemico. Gli austriaci, convinti di avere avuto a fronte un grosso
corpo di esercito, che avesse ripresa posizione alle Grazie, avanzano
cautamente, e intanto i nostri, discretamente ordinati, si ritirano per
Rivalta e Goito.
Nè con minor valore si eran battuti i Toscani comandati dal colonnello
Giovannetti a Montanara. Attaccati sul fianco destro da grandi forze
nemiche, più volte si erano slanciati al di là delle trincee, ed eran
riusciti a respingerle: l'artiglieria aveva fatto prodigii con i tiri
bene aggiustati dei suoi due cannoni, ma artiglieri e ufficiali erano
morti feriti sui loro pezzi. Nuove schiere nemiche ripetevano i loro
attacchi, e quando sul tardi il Giovannetti, cui non era pervenuto
l'ordine di ritirarsi inviatogli dal De Laugier, si accorse di avere
a fronte un esercito poderoso e ordinò la ritirata, il generale
Lichtenstein lo aveva girato di fianco e, sbarrandogli la via, lo
attaccava alle spalle. Molti di quei valorosi perirono, molti non
pratici del terreno furon circondati e rimasero prigioni.
Dal maresciallo Radetzky, nella sua relazione sulla campagna del 1848,
quella battaglia è chiamata memorabile e quella giornata gloriosa per
l'esercito austriaco. E noi possiamo dire sulla indiscutibile autorità
di lui, che dieci volte più memorabile fu quella battaglia e dieci
volte più gloriosa fu quella giornata per i toscani, che dell'esercito
austriaco non eran che la decima parte.
L'eroica resistenza dei nostri aveva dato tempo alle truppe regie di
raccogliersi a Goito, dove giunto Radetzky la mattina di poi e data
battaglia, fu vinto e costretto a tornare indietro e chiudersi in
Mantova. In quel medesimo giorno capitolava Peschiera. Ma fin d'allora
il valore dell'esercito, l'eroismo del re Carlo Alberto e dei Principi
suoi figli, non bastarono a rialzare le sorti delle armi italiane.
L'esercito piemontese, non ostante che prodigii di valore avesse
compiuti, pure due mesi dopo dovea fatalmente ripassare il Ticino.
Nel 26 di giugno si era adunato per la prima volta il Parlamento
toscano, che al discorso del trono, caldo di sentimenti patriottici
e avvivato dalla fede nell'avvenire d'Italia, rispose con fragorosi,
unanimi applausi. Ma nel mese successivo, quando la fortuna aveva
voltato le spalle alle armi italiane, il governo, colpito dalla grave
sciagura, era ricaduto nelle solite lentezze e incertezze. Si attendeva
la presentazione di una legge sui volontari, perchè il timore degli
austriaci vittoriosi faceva sentire il bisogno d'uomini e subito; ma il
30 luglio un movimento repubblicano, presa a pretesto la necessità di
difendere il paese, messe tutta Firenze sottosopra, la Guardia civica
non rispose all'appello, e la truppa piegò di fronte al popolo che
invase l'aula dei Deputati. Niuna deliberazione fu presa dall'Assemblea
sopraffatta, e ne seguì la dimissione del ministero Ridolfi. Gli
succede un ministero Capponi, che ebbe una vita agitata di soli
settanta giorni; durante i quali Livorno, conturbata dai sobillamenti
del Guerrazzi e irritata per la espulsione del padre Gavazzi, si levò
a tumulto, e rotto il telegrafo e arrestato il Governatore, pretendeva
dettare la legge. Inviato dal Governo a sedare quei tumulti Leonetto
Cipriani, ne avvenne fra il popolo e la truppa una lotta sanguinosa.
Per il che dipartitosi il Cipriani da Livorno, a calmare gli animi
esacerbati vi fu dal Governo inviato il professor Montanelli, e questi
blandendo il popolo per farsene strumento a salire, gli promise la
istituzione di una Costituente italiana, la quale avrebbe dovuto
deliberare sopra la forma del reggimento politico e anche sulla
conservazione della dinastia di Lorena.
Intanto i partiti estremi rossi e neri, d'accordo sempre nel
distruggere, avevano messo sottosopra anche Roma; e ucciso il Rossi,
e minacciato il Vaticano, avean costretto il Papa a fuggire. Caduto in
Toscana anche il ministero Capponi, il Montanelli e il Guerrazzi eran
riusciti ad afferrare il potere. Le due Costituenti, la Costituente
federativa dei trattati, piemontese, toscano e romano, che doveva
risedere in Roma ed esser la personificazione vivente dell'Italia, e la
Costituente legislativa sopra l'ordinamento interno di ciascuno Stato,
costituivano il programma del nuovo Ministero democratico: concetto
questo, cui prima aderì, poi respinse il Gioberti, allora presidente
del Ministero Piemontese; concetto che più tardi doveva sollevare gli
scrupoli di Leopoldo e indurlo ad abbandonare la Toscana. Sciolta la
Camera dei Deputati, o Consiglio Generale, come allora chiamavasi, e
riconvocati i Collegi elettorali, il Governo democratico nel dubbio di
non aver favorevole il giudizio popolare, avea lasciato che in Firenze,
in Pisa e in altre parti del Granducato il giorno delle elezioni
si tumultuasse, si spezzassero le urne e fossero messi in fuga gli
elettori dalla plebaglia eccitata. In sì triste modo si chiudeva il
1848, quell'anno di tante speranze, di tante prove, di tante sciagure.
Il risorgimento italiano, cui l'elezione di Giovanni Mastai a Pontefice
aveva dato come il suggello della giustizia divina, si era arrestato,
ma non per sempre. Se al principio del 1848 era esso una fede nella
coscienza del popolo, al cader di quell'anno fortunoso non era per
altro che un debole ricordo di un sogno svanito. La speranza, non che
spenta, era resa anzi più viva per l'ammaestramento che ci veniva dagli
errori commessi.
Se il 1848 aveva strappato dalle nostre mani inesperte le sorti della
patria, le vegliava un destino benevolo. Gli errori del popolo le
avevano compromesse, gli errori del principato dovevano prepararne
la grande riscossa. Se Pio IX, se Leopoldo di Lorena si involavano,
e con ragione, alla tirannia della piazza, era il fato benevolo
dell'Italia, che doveva spingerli a rifugiarsi presso il Borbone
sotto le ali tristamente tutelari dell'Aquila austriaca. Era il fato
benevolo dell'Italia, che doveva nella tenebrosa fucina di Gaeta far
preparare la violazione dei patti giurati, e la chiamata delle armi
straniere sopra i popoli ancor fedeli della Toscana. Era il fato
benevolo dell'Italia, che doveva offrire a noi medesimi, che avevamo
errato, l'occasione della riscossa. Era il fato benevolo dell'Italia,
che invece di un Papa, liberale senza saperlo, doveva darci in Vittorio
Emanuele un Re Galantuomo, e far dello Statuto Sabaudo il gran faro cui
potessero rivolgersi tutti i cuori e tutte le menti degli italiani. Era
il fato benevolo dell'Italia, che doveva con gli errori del Granduca
ravvivare il sentimento dell'unità nazionale, sopito ma non spento, nel
popolo toscano, e dare a questo la fermezza di volontà e la temperanza
di modi, che più tardi lo avrebbe fatto appellare un popolo di
diplomatici, che sotto la guida salda e robusta del Ricasoli, avrebbe
potuto render vani i patti di Villafranca, i suggerimenti amichevoli,
gli autorevoli consigli delle potenze straniere, e, spezzando la
propria corona, dare il primo e il più forte cemento all'unità della
patria!
Il vaticinio del poeta toscano si avverò: furono lacerate all'Italia
Le molteplici bende
Onde gelida a lei _correa_ la vita.
Il generoso disegno fu opera grande e fortunatamente compiuta.
Dopo lungo servaggio alzata a regno
l'Italia fu libera, fu indipendente, fu una. Possa la mente del popolo
non ricadere sotto il fàscino di coloro, i quali, negando persino il
sublime affetto di patria, non aborrono dal gridar _viva_ ai nemici
di lei, di coloro che saranno sempre, come nel 1848, causa non dubbia
di grandi sciagure; possano gli errori d'allora essere a tutti di un
ammaestramento costante; e l'Italia, ricostituita in nazione, per virtù
di Re e di Popolo, possa per virtù di Popolo e di Re serbarsi grande e
potente!
INDICE
Pio IX e Pellegrino Rossi Pag. 5
I moti di Napoli del 1848 57
La Sicilia e la rivoluzione 113
I moti toscani del 1847 e 1848: loro cause ed
effetti 137
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.