In altri tempi avea limitata la potenza dei preti: volle mettersi

nelle loro mani più che potè. Mandò e fece mandare predicatori dovunque

sospettava vi fossero liberali.

Sospettoso di tutti si mostrò avverso a ogni novità, ad ogni riforma,

ad ogni mutamento: gli parevano roba da _paglietti_, cioè da avvocati,

e alle chiacchiere degli avvocati attribuiva i fatti dolorosi di cui

egli e il regno soffrivano.

In seguito alla repressione del 15 maggio, furono processati

moltissimi cittadini e vi erano fra essi gli uomini più illustri della

città, deputati che avevano fatta opera di moderazione e perfino i

ministri, che fino quasi alla vigilia sedevano nei consigli del Re

costituzionale.

Ferdinando è stato ritenuto finora un tiranno: le sue crudeltà (se la

paura è crudeltà) sono state esagerate e quella grossolana malizia

di cui egli stesso si compiaceva e che era la sua forza e la sua

debolezza, è parsa un'arte di dispotismo e di intrigo.

Ma, a giudicare con serenità, dopo quarant'anni dalla sua morte, egli

non fu se non un uomo buono e mediocre, intelligente e grossolano,

animato dalle migliori intenzioni e rovinato dalla paura. I suoi

ministri, i suoi cortigiani, perfino i suoi avversari furono spesso

inferiori a lui.

Come può essere chiamato crudele chi non fece, dopo i fatti del 15

maggio, eseguire condanne di morte? La causa contro i rei di Stato

durò otto mesi ed ebbe 74 udienze pubbliche. Gli avvocati parlarono

ampiamente, gli accusati furono giudicati non dai tribunali militari,

ma dalle corti criminali. I giornali dell'alta Italia riproducevano i

resoconti del processo, e il tribunale diventava in tal modo un mezzo

di propaganda.

Molte condanne vi furono, e molto inique. Ma la più gran parte furon

poi commutate. Il Re era migliore della classe di governo e le colpe

maggiori vanno imputate non a lui, ma ad altri.

Quando noi ci ripieghiamo sulla nostra coscienza, vediamo che

Ferdinando II fece meno di quello che governi liberi e in tempi di

maggiore civiltà fecero per ragioni di ordine interno in periodi di

rivolte.

Le accuse su di lui sono state tante! Si è detto perfino che la prova

più grande della corruzione e del disordine del suo reame si trova nel

romanzo di Ranieri: _L'orfana dell'Annunziata_, pietosissima storia

dei fanciulli esposti e ricoverati nella casa dell'Annunziata. Eran

queste cose colpa del Re? Dopo mezzo secolo, e in regime liberale,

un'inchiesta eseguita pochi anni or sono ha mostrato che queste torture

non sono più possibili, poichè i bambini preferiscono, senza dubbio per

loro volontà, morire tutti nel primo anno di età.

Ferdinando è stato ritenuto responsabile di colpe non sue, e quella

che era in lui pochezza o insufficienza, determinata dai pregiudizi

dell'ambiente è stata giudicata ben altrimenti.

La rovina della dinastia borbonica è stata determinata meno

dall'essersi opposta alla libertà che dall'essersi opposta all'unità,

movimento allora irresistibile e rispondente a un bisogno di tutta la

civiltà europea.

Ma anche in questa opposizione Ferdinando non fu cieco: e fin dopo

il 15 maggio non escluse recisamente l'idea federativa. Volea solo

assicurare al suo reame, che era il più grande, quella egemonia che,

per insipienza de' suoi ministri e per mancanza d'iniziativa da parte

sua, andò poi al Piemonte.

Che cosa diede Napoli, nel 1848 e fra il '48 e il '60, all'Italia?

Diede l'impulso, diede l'irrequietezza, diede ciò che è più, l'esempio.

Il sapere all'ergastolo o nell'esilio, tormentati o profughi, i più

alti intelletti d'Italia, una schiera illustre quale nessun paese

d'Italia ebbe: Poerio, Settembrini, Scialoja, Pisanelli, De Sanctis,

Mancini, Spaventa, Ciccone, De Meis, e tanti altri degnissimi era

ragione continua di agitazione. Questa schiera illustre, o soffrendo

nell'ergastolo, o nell'esilio combattendo nel giornalismo e dalle

cattedre, eccitava le menti e l'autorità dei loro nomi, pareva ed era

garanzia della causa.

Fra il 1849 e il 1860 si può dire che l'agitazione sia stata fatta

esclusivamente dai meridionali. Il giornalismo inglese non si occupava

che del Regno di Napoli, che Gladstone avea visitato e in cui i

processi clamorosi nei quali si battevano più per la causa italiana che

per sè stessi uomini insigni, assumevano proporzioni di avvenimenti.

Le colpe del Re erano esagerate, e quelle dei liberali dimenticate: ma

l'esagerazione e l'oblio sono due mezzi di lotta antichi e servivano

anch'essi alla causa.

Solo, a mezzo secolo di distanza, noi abbiamo il dovere di una maggiore

giustizia e non possiamo più attribuire a una dinastia, a un uomo le

responsabilità di tutto un paese.

Noi abbiamo ancora, anzi più che mai, il difetto di voler trovare nella

storia dei _tipi_: cioè uomini che hanno rappresentato in bene o in

male un'epoca. Quando giudichiamo il passato non amiamo i chiaroscuri,

non amiamo la storia della folla.

Il '48 in Italia ci pare raffigurato da Carlo Alberto, da Mazzini,

da Garibaldi, da Ferdinando II, da Pio IX, da Pellegrino Rossi, dalla

schiera illustre dei perseguitati di Napoli.

Eppure noi intenderemo il '48 solo quando seguiremo il processo

inverso, quando lasceremo di parlare di alcuni individui e scenderemo

in basso e studieremo le passioni e i bisogni che agitavano le folle.

Solo allora ci spiegheremo la diversa condotta di alcuni uomini, la

incapacità di altri: solo allora vedremo con ampiezza e giudicheremo

con serenità.

LA SICILIA E LA RIVOLUZIONE

CONFERENZA DI FRANCESCO CRISPI

Spezzata, per un moto violento della natura, dal continente europeo — a

pochi passi dall'Africa — siede, cinta dalle acque, la Sicilia nostra.

La sua singolare struttura, i suoi confini eterni, la sua storia ne

formano un corpo superbamente autonomo; ed essa avrebbe avuto gli

elementi per reggersi indipendente e sicura, se la sua feracità e la

sua bellezza non avessero risvegliato gli appetiti dello straniero. Da

ciò la credenza popolare che là l'orbe abbia principio e fine, sicchè

il poeta cantò:

.......... sia baluardo suo

Il mar che ne circonda......

*

* *

La Sicilia fu orgogliosa della sua autonomia, e la mantenne coi suoi

Parlamenti anche quando costretta ad obbedire ai re lontani. Bisogna,

però, ricordare che, nei momenti più faticosi della vita italiana,

l'isola coraggiosa vi partecipò con le opere sue, e, nel periodo della

nostra epopea nazionale, fu il punto di partenza dell'azione popolare.

*

* *

Il mondo greco nell'isola fu splendore di civiltà. Con Siracusa ed

Agrigento, la Sicilia nelle arti belle e nelle indagini severe della

filosofia, nei fulgori dell'eloquenza e nell'impeto fascinante della

poesia, vinse Atene e Roma. Ai Cartaginesi, come pena della sconfitta

subìta in Imera, fu inibito di sacrificare agli dèi vittime umane.

Gelone, non per sè, nè per la patria sua, ma per l'umanità pattuì il

premio della vittoria.

Il mondo romano ci soggiogò, e per la vita incerta fu spezzata l'opera

del progresso. Con Cesare avemmo il diritto italico, con Antonio la

cittadinanza romana, ma i due beneficii furono tosto annientati, e

fummo annessi alle provincie abbandonate agli arbitrii del Senato.

Seguirono i furti, le dilapidazioni dei pretori, le spoliazioni delle

città e delle campagne; tanto che, a riparare i danni, Ottaviano

Augusto dovette mandare coloni nei luoghi resi deserti dal mal governo.

Più tardi, a compiere la cruenta èra dei martirii, quando, per le

ingrandite conquiste l'impero fu bipartito, la Sicilia appartenne a

Bisanzio, che non seppe governarla nè difenderla — e però l'isola cadde

in preda dei Saraceni.

Ma dall'epoca del dominio normanno, e, più propriamente, dal regno di

Ruggiero, trae origine la moderna vita politica siciliana, la quale

forma un ciclo di otto secoli, che si chiuse con la dittatura di

Garibaldi.

*

* *

La monarchia normanna precedette tutte quelle che più tardi si

fondarono sul continente italiano. Essa estendeva il suo impero nella

penisola — e mirava più lungi; tanto vero, che Ruggiero, in parecchi

diplomi suoi, s'intitolava _re d'Italia_.

Il nuovo principato fu costituito in tutta la pienezza della sua

autorità. Il re, capo dello Stato, nessuno emulo suo, principe

nazionale o straniero che fosse.

O di mala voglia, siccome talora parve indicare la curia vaticana, o,

com'è più logico, a premio della vittoria sul patriarcato bizantino,

Urbano secondo cedette a Ruggiero, per sè ed i suoi successori in

perpetuo, la legazione apostolica. Quindi il re istituiva diocesi,

nominava vescovi ed abati, esercitava con sovrana potestà giurisdizione

e polizia nella chiesa.

Questa unità nel potere, questa armonia nell'esercizio delle funzioni

regie, corroborarono la forza del principato. Sino ai giorni nostri il

clero nell'isola fu regio e non papalino. Nelle cospirazioni, e sulle

barricate, al 1848 ed al 1860, avemmo compagni preti e frati. Il clero

papalino cominciò a fiorire dopo la legge del 13 maggio 1871. Questi

ricordi possono essere un ammonimento ai moderni uomini di Stato.

*

* *

La Santa Sede non concedette mai riposo ai re di Sicilia. Dai primi

dubbii sulla interpretazione della bolla di Urbano, che condussero al

trattato di Benevento del 1156, alle inimicizie palesi sotto Federigo

lo Svevo, alle iniquità di Innocenzo III, è tutta una odissea più che

secolare di triboli e di persecuzioni.

Per colmo di misura, salirono l'un dopo l'altro, sul trono di Pietro,

pontefici francesi nei quali le ambizioni e le insidiose abitudini

della Curia non erano temperate da sentimento di patria. Avevano le

teorie di Ildebrando senza la grandezza del principe.

Dovrò io ricordare che Urbano IV esibì il regno di Sicilia al

migliore offerente? Che lo concedette in feudo a Carlo d'Angiò? Dovrò

ricordare la pietosa fine di Manfredi innanzi Benevento? E quella,

dopo Tagliacozzo, di Corradino? E i sedici anni di infame, invereconda

tirannide che ne seguirono? E l'epica, la fulminea ribellione del

Vespro? O non è forse la guerra dei trent'anni sufficiente documento

della fibra leonina del popolo siciliano, abbeverata nel proprio

sangue, temprata ne' proprii dolori, inaccessibile a seduzioni, a

corruzioni, a lusinghe?

*

* *

Singolare a notarsi: dal 1078 al 1860 in Sicilia ebbero vita nove

dinastie; molte di esse furono detestate, nessuna riuscì a metter

salda radice nell'isola.... eppure il popolo fu mai sempre monarchico.

Delle rare proclamazioni repubblicane fu causa l'assenza temporanea

del principe: ma il governo del demo disparve, per mancanza di seguaci

serii e convinti, senza rammarico — e mancò sempre forza e coesione di

partigiani per restaurarlo, in più che quaranta rivoluzioni!

Esempio insuperato di virtù — se virtù è la pazienza dei popoli — i

Siciliani insorsero spesso contro gli uomini, non mai contro il regime.

Così, indignati per la sfacciata corruzione dei pubblici funzionarii,

feriti dalle nuove imposte cinicamente meditate dal Parlamento, ansiosi

di un più mite governo — i palermitani insorgevano. E davano inizio

alla sommossa, portando in trionfo il ritratto del re.

Al 1547 il plebeo Alesi, superbo delle sue vittorie sui nobili e sui

funzionarii dello Stato, respingeva i consigli di democrazia e voleva

monarchicamente governare; ed il notaio Vairo, che, nel movimento

dell'anno stesso non potè far valere le sue idee di repubblica, fu

insieme ai suoi compagni, strozzato dal boia.

La stessa sorte toccò ad Ignazio Volturo nel 1704, e nel 1795 a

Francesco Paolo de Blasi e ad altri suoi compagni.

*

* *

La monarchia siciliana surse con forme parlamentari. La sua

costituzione risentì dei tempi e degli uomini che la formarono.

Nei primordii, il Parlamento si riuniva in unica assemblea, nella

quale intervenivano i prelati, i baroni ed i sindaci delle città

libere. Sotto gli Spagnuoli l'assemblea fu ripartita in tre: il braccio

militare, l'ecclesiastico ed il demaniale.

E fu male, imperocchè bastava che i due bracci aristocratici si

accordassero contro la parte popolare, per imporre la legge.

L'autorità del Parlamento diminuì sempre sotto il dominio straniero.

Si convocava soltanto quando il re avea bisogno di sussidii, e la

rappresentanza nazionale si limitava a reclamare dal principe i

provvedimenti pei pubblici servizii sotto l'umiliante titolo di

_grazie_.

Scoppiata la grande rivoluzione francese, i Borboni furono espulsi

da Napoli e trovarono asilo in Sicilia, sotto la tutela dell'armata

britannica. La sventura non fu loro di lezione; anzi, abusando della

loro autorità, relegarono in un'isola parecchi Pari del Regno, i quali

avevano protestato contro il re violatore della costituzione.

La Corte, minacciata dal ministero inglese che voleva la pace

nell'isola, venne a migliori consigli. Il re nominò a suo vicario

il principe reale e si ritirò in campagna, e la regina, che era

considerata provocatrice precipua delle violenze, partì per Vienna.

Con questi mutamenti parve rasserenarsi l'aere politico. Le Camere,

riunitesi, modificarono lo Statuto del regno, restituendo in

vigore alcune delle antiche disposizioni che erano state revocate

dall'arbitrio regio.

Il buon regime fu di breve durata. Ferdinando, per le migliorate

condizioni dell'Europa in suo vantaggio, riassunse il potere e sciolse

la Camera. Quindi convocò i comizii e manipolò una rappresentanza di

impiegati e demagoghi, a renderla spregevole. Finalmente il 14 maggio

1815, dopo il trattato di Vienna, chiuse il Parlamento per non più

riaprirlo.

A trovar complici nel popolo tentò con emissarii suoi di promuovere

petizioni e spingere i consigli municipali a chiedere l'abolizione

della costituzione. Ma conseguì un effetto contrario, perocchè l'azione

perversa dei nemici del paese provocò una agitazione universale per la

convocazione del Parlamento.

Ne seguirono arbitrii e violenze, tra cui la chiusura delle stamperie

e l'arresto dei tipografi per impedire la pubblicazione dei giornali.

*

* *

La vita di un popolo è la sintesi della sua storia. Esso non perisce,

ma si perpetua, e però gli eventi che nel corso dei secoli si svolgono

in lui e per lui, ne costituiscono la forza intellettiva, la quale lo

spinge per determinati scopi all'azione.

Il colpo violento recato alle istituzioni politiche del regno ferì

gravemente il cuore dei Siciliani. L'isola non aveva che tradizioni

di libertà, ed i Borboni furono i primi fondatori del principato

assoluto. Si comprende che le violenze del despotismo doveano figliare

cospirazioni e rivolte.

Davano singolarità al carattere dei miei conterranei: la monarchia

tradizionale, il tradizionale Parlamento. E non si smentirono. Quando

al 1820 furono spinti dalla carboneria a fondersi in quella menzogna

geografica del regno delle Due Sicilie, risposero gridando per le

strade: _Indipendenza o morte_.

Si ricorda un fatto speciale di quei giorni che definisce la

personalità dei nostri uomini politici. Il 18 luglio 1820, il popolo si

volge al principe di Castelnuovo perchè voglia capitanarlo; il vecchio

patrizio, al vedere il tricolore sul petto dei cittadini, grida:

— Quella non è la coccarda siciliana. —

E volge loro le spalle.

Ebbene, Carlo Cottone, principe di Castelnuovo, pari del regno di

Sicilia, fu uno dei più ardenti promotori delle riforme politiche

al 1812. Fu tra i baroni che al 1811 avevano protestato contro

Ferdinando III, per aver questi decretato l'imposta sulla rendita senza

l'autorità del Parlamento. Ministro delle finanze nei giorni classici

della monarchia costituzionale, provocò la legge per l'abolizione

della feudalità e del fidecommesso. Fu sobrio, rigido, uomo di Stato

all'inglese. Venuti i tempi tristi della servitù, rifiutò il pagamento

delle imposte, perchè non votate dalle Camere, e fu miracolo di

cittadino sotto una tirannide che nulla perdonava. Morendo, ricco

signore, distribuì la sua cospicua fortuna ad opere di beneficenza e di

educazione popolare.

*

* *

Fedele alle sue tradizioni, il popolo siciliano si teneva nel campo

chiuso della sua politica locale.

La _Giovine Italia_ non ebbe fortuna nell'isola nostra. Mazzini ebbe

amici, non seguaci. I suoi scritti, il suo giornale _L'Apostolato_ si

leggevano con ardore, come tutte le stampe proibite, ma non facevano

proseliti.

Al 1837, quando queste cose seguivano, nella insurrezione di Catania

e Siracusa, nei proclami popolari, si rivendicava la costituzione del

1812!

Per dare unità di scopo ai movimenti futuri, al 1844 fu costituito in

Napoli un Comitato. Lo componevano cittadini napoletani e siciliani.

Non si pensò affatto alla repubblica. L'ideale dei cospiratori era

l'istituzione di un re con due Parlamenti, sull'esempio della Svezia e

della Norvegia.

Mentre l'azione segreta dei liberali si estendeva nel mezzogiorno della

penisola, occorse un caso singolare a scuotere le nostre popolazioni:

l'assunzione di papa Mastai. Pio IX si presentò alle accese fantasie

del popolo italiano in veste di liberale riformatore. Ricordate gli

entusiasmi, le frenesie! Ricordate gli entusiasmi, le frenesie! E

l'apostrofe del poeta che al nuovo pontefice gridava: — Nessun fu così

vicino a Dio, siccome tu in quel giorno! E, come vinti da un santo

contagio, gli altri principi ne seguirono l'esempio — tutti, eccettuato

il Borbone.

La Sicilia, non pertanto, continuò la sua via, e non mutò il suo

disegno, cioè il ritorno alla costituzione del 1812. Esempio nuovo

nella storia, sui principii di gennaio 1848 apparve un proclama in

Palermo dichiarante che se il giorno 12 di quel mese il re non avesse

soddisfatto le giuste istanze del popolo, questo sarebbe insorto. Ed

insorse; combattè ventiquattro giorni e vinse.

Il moto palermitano fu impulso alle maggiori città d'Europa. Parve

iniziativa alla rivoluzione universale. In Italia fu il segno d'una

crociata contro lo straniero.

I principi, non escluso il Borbone, a calmare i popoli, diedero le

costituzioni. La Sicilia ferma nei suoi propositi, non s'illuse, e

convocò il suo Parlamento.

Uno dei primi decreti del potere legislativo fu la proclamazione della

decadenza dei Borboni. L'isola fu quindi dotata di un nuovo Statuto,

nel quale si sanciva la sua indipendenza e si proibiva al re di avere

il dominio di altri Stati.

*

* *

Se il contegno politico dei siciliani dimostrava la loro costanza, non

può dirsi che l'azione dei medesimi pregiudicasse il successo della

causa nazionale. Allora la guerra contro l'Austria era un sentimento

universale, ma in pochi era la visione della grande patria italiana.

Giova ricordare che al 1849 in Roma fu proclamata la repubblica romana

e non la repubblica italiana. E quando Mazzini, triumviro, mandò

suo legato a Firenze il dottor Pietro Maestri, Guerrazzi respinse le

proposte di unione, invano offertegli dall'amico nostro.

La lunga storia del 1848 e del 1849 è nella mente di tutti.

Le insurrezioni furono fortunate, e lasciarono memorie gloriose

degli eroismi popolari. Le guerre furono infelici; pei tradimenti dei

principi, per malaugurate discordie, siamo stati sconfitti laddove

credevamo sicura la vittoria.

Carlo Alberto fu due volte vinto, e tutto parve perduto. Ma non mancò

agli sperati trionfi la volontà, ed il coraggio della Sicilia. Essa

ritornò sotto la tirannide dopo le arsioni di Messina e di Catania.

Della romana repubblica ho l'angoscia di ricordare che fu soffocata

dalla repubblica francese sua sorella; di Venezia, che fu vinta

dalle bombe e dal colèra, dopo aver dato prova di un eroismo temprato

nell'adamante delle sue fulgide memorie antiche.

Qui comincia l'esodo dei migliori cittadini; ma le sventure furono

scuola di abnegazione e di costanza nei sacrifizii. Gli esuli, quando

suonò l'ora dei combattimenti, furono mente e braccio nell'azione

suprema.

*

* *

Ed or si apre un mondo nuovo innanzi a noi: la Sicilia italiana.

La Sicilia, superba della propria autonomia, che avrebbe dato la vita

per la propria indipendenza, cospira contro le sue tradizioni, rinunzia

al suo re, al suo Parlamento, alla sua legislazione, per fondersi nella

grande nazione, che si estende dal mare africano alle Alpi estreme.

Il 30 dicembre 1849 il direttore generale della polizia, nella

relazione sullo spirito pubblico, scriveva al suo ministro in Napoli,

meravigliato ed indignato ad un tempo per quello che era avvenuto

nell'isola. È incredibile, egli osservava, qual mutamento si è

determinato nella opinione del paese. Questo popolo, fiero della sua

autonomia, che si oppose con furore alla sua fusione con Napoli dopo il

1815, oggi parla di vita italiana.

Sono popolari i nomi di Garibaldi e di Mazzini, e si lusingano le plebi

che costoro verranno alla testa di un corpo di emigrati.

Così fu — ed il nuovo ideale ebbe anch'esso i suoi martiri. Ma le

fucilazioni e gli arresti arbitrari, le sevizie e le torture non

spegnevano, anzi — come sempre accade — alimentavano l'apostolato.

Il 27 gennaio 1850 il feroce Maniscalco, dando carattere ed importanza

d'insurrezione ad una semplice dimostrazione popolare, fece fucilare

il giovane avv. Garzilli con altri cinque compagni, i quali poscia,

istruito il processo dalla ordinaria autorità giudiziaria, furono

riconosciuti innocenti.

Il 16 marzo 1857 toccò la stessa sorte a Giuseppe Bentivegna ed a

Salvatore Spinuzza, imputati soltanto di cospirazione.

La restaurazione fu dissennata quanto crudele.

Il re nulla fece per affezionarsi le città, per amicarsi le campagne;

tutto, invece, perchè gli odii rinascessero ed inacerbissero. Non

eravamo un popolo da governare, ma schiavi da tenere in servitù. Il

paese era un campo trincerato, nel quale stavan di fronte esercito

e cittadini, pronti a rompere ed a lacerarsi tra loro. Il governo,

temendo sempre un ritorno delle giornate del 1848, considerava ribelle

e puniva di morte il detentore di un'arme, arrestava e torturava

chiunque ricevesse la lettera di un esule che osasse scrivere di

politica.

E doveva avvenire quello che avvenne: lo scoppio irresistibile dell'ira

popolare.

*

* *

La insurrezione più volte tentata e più volte differita, ruppe il 4

aprile 1860 al convento della Gancia di Palermo.

Alle prime notizie, Garibaldi, sciogliendo la fatta promessa, s'imbarcò

coi Mille a Quarto e scese a Marsala. Pel duce fu una serie di

vittorie, a Calatafimi, a Palermo, a Milazzo.

Nell'epistolario di Massimo D'Azeglio è una lettera ad un amico, nella

quale si meraviglia dei trionfi di Garibaldi. Egli non sa comprendere

come il gran capitano abbia potuto vincere con mille uomini un re,

difeso da valido esercito e che aveva una flotta potente a guardia del

suo territorio.

La spiegazione è facile: il Borbone aveva tutto il popolo contro di sè;

e gli era ostile l'opinione d'Europa.

*

* *

La Sicilia, interessata alla redenzione di tutta la penisola, non fu

ingrata, nè imprevidente.

Quando nel luglio 1860 le città dell'isola erano quasi tutte

affrancate, il Borbone, scoraggiato dalle sconfitte, e volendo salvare

una parte del regno, ebbe il pensiero di rinunziare alla Sicilia,

consentendo che quel popolo decidesse a suo grado delle proprie sorti.

Rifiutammo il dono insidioso.

La Sicilia non poteva ripetere l'errore del 1848. La sua libertà non

si sarebbe assicurata, finchè la dinastia non fosse stata cacciata da

Napoli. E poi ci saremmo allontanati dallo scopo dell'unità nazionale

e saremmo stati ingrati con gli esuli delle provincie meridionali del

continente che erano venuti con noi a battersi nell'isola.

Favoriva quel progetto Napoleone III, il quale si oppose al passaggio

dello stretto, e vi sarebbe riuscito se l'Inghilterra non avesse fatto

prevalere il principio del _non intervento_.

Fu rapida la corsa di Garibaldi da Reggio a Napoli. In pochi giorni

le schiere nemiche furono sbandate; e il 21 ottobre fu votato il

plebiscito in tutte le provincie meridionali, plebiscito che proclamava

l'unità della patria italiana.

*

* *

Ma l'opera nostra non poteva arrestarsi qui: a maggiori altezze essa

intendeva.

La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte 3 Terza serie - Storia · 第 5 / 8 段