una terza. Si disse che i ministri eran troppi pochi, che bisognava
accrescere il numero dei liberali nel Ministero.
Da sette i ministri diventarono dieci. Ma non era possibile contentar
tutti, e bisognava intanto quietare i più rumorosi. Qualche ministro
fece nominare un sottosegretario di Stato, istituzione inutile, visto
che v'erano dieci ministri e il reame non presentava un così grande
numero di affari amministrativi, sopra tutto dopo la separazione
della Sicilia. I sottosegretari ebbero 150 ducati al mese, e furon
detti _i centocinquanta_. Nessun ministro volle fare a meno del suo
_centocinquanta_, e peggio ancora si trovavano centinaia di persone che
volevano essere _centocinquanta_ a ogni costo.
Bodley dice che se si chiede a cento inglesi se si sentono capaci di
governare il loro paese e di far meglio dei governanti, novantanove
rispondono no; e laddove si domanda a cento francesi novantanove
almeno rispondono di sì e hanno già una soluzione pronta pei mali
del loro paese. Si può soggiungere che cento italiani sono concordi
nel rispondere sì. Fra gli italiani lo spirito di anarchia e di
indisciplina, che è in basso e in alto, dipende dalla troppa importanza
che si attribuisce a sè stessi e dalla poca che si attribuisce
agli altri. Nessuno crede da noi che il suo stato sia quello che le
proprie attitudini hanno determinato; tutti sono convinti che solo
l'ingiustizia della società condanni a una situazione modesta.
Quante volte avete sentito dire da un piccolo avvocato, da un modesto
mercante, o addirittura da un cocchiere: — Se io fossi Rudinì! se io
fossi Giolitti! se io fossi Pelloux! — E qui una serie di soluzioni.
Nel '48 a Napoli ragionavano tutti allo stesso modo.
Al Settembrini si presentò don Carlo Basile, bidello dell'Università
e autore di alcune insulsaggini a stampa. Voleva.... voi penserete che
volesse un avanzamento; voleva invece, avendo un programma di riforme
scolaresche, essere ministro della istruzione.
Si credeva che la democrazia autorizzasse a tutto. I posti nelle
amministrazioni furono moltiplicati; ma nessuna moltiplicazione era
sufficiente al numero degli aspiranti. Si era ottenuta la libertà con
dimostrazioni e con grida, perchè non si poteva ottenere un impiego?
Le anticamere dei ministri rigurgitavano, e chi non era contentato
diventava un denigratore e andava nei caffè e nei ritrovi pubblici, a
gridare, a vociare, a minacciare. Parea di essere tra energumeni.
Un'interpetrazione falsa della democrazia aveva rilassata ogni
disciplina.
Nessuno veniva risparmiato. Carlo Poerio, che era quasi passato dalla
prigione al ministero, e che, ahimè! dovea tornare alla prigione, non
potendo accontentare i postulanti veniva insultato. Si spargeva la voce
che egli fosse spia del Re, anzi traditore. Il Bozzelli non era che un
vanitoso; un avvocato facile più alla parola che pronto all'azione. Si
diceva invece che ricevesse danaro dal Re.
Una massa di gente chiedeva di essere restaurata dei danni patiti.
«Tutti i ministri, dice il Settembrini, erano oppressi dalle petulanti
e superbe dimande di uomini che parevano ubriachi e volevano essere
uditi per forza, pretendevano tutto per forza e credevano la libertà
un banchetto a cui ciascuno dovesse sedere e farvi una scorpacciata.
Salivano tutte le scale, strepitavano in tutte le case; era un'anarchia
brutta: e non v'era uomo sennato di qualsivoglia opinione, che non
desiderasse di vedere un governo forte e non dei ministri avvocati,
che chiacchierando sempre di legalità e di libertà, e avendo fede
solo nelle chiacchiere, facevano andare ogni cosa a rotoli, e poi se
ne spaventavano e davano le loro dimissioni, come fece il Ferretti, a
cui fu sostituito il Manna, e come fecero poi l'Imbriani per onorate
cagioni, il Ruggiero che si serbò a tempi migliori.»
Il Ministro degli affari esteri andò ad abitare fuori di Napoli,
sperando di mettersi in salvo: la sua casa continuò a essere invasa,
come prima, da postulanti.
Il ministro Vignali fu schiaffeggiato da una donna, che chiedeva con
arroganza cosa ch'egli non potea concedere.
Il conte Pietro Ferretti, ministro delle finanze, dovendo un giorno
recarsi a palazzo reale urgentemente per un consiglio di ministri,
fece dire alla folla d'importuni in cerca d'impieghi, che lo attendeva
nell'anticamera, che non potea quel giorno, chiamato altrove da urgenti
ragioni di Stato, ricevere alcuno: aggiunse anzi che dovea recarsi dal
Re, per consiglio dei ministri di grave momento. La guardia nazionale
che faceva da sentinella al Ministero delle finanze, invece di far
eseguire il comando, si rivolse al Ministro e gli disse in tono epico:
— Prima di essere ministro del Re, voi siete ministro del popolo.
Perciò non dovete andare a palazzo reale e dovete star qui ad ascoltare
il popolo. —
Il Ferretti cercò invano di reagire: dovè cedere alla singolare
apostrofe, e quel giorno non andò in consiglio dei ministri.
L'anarchia delle strade cresceva con l'anarchia del Governo. Il partito
assolutista, che aveva visto a malincuore le riforme costituzionali e
che ora assisteva allo sfacelo degli ordinamenti liberali, intrigava
per accrescere i disordini. Le vecchie spie licenziate, i Merenda, i
Barone e altra turba numerosa e spregevole soffiavano ne' disordini,
sperando che gli abusi stessi costringessero a tornare all'antico.
Nei ministeri era impossibile il lavoro. La stampa pubblicava
nefandezze di ogni genere. I timidi, gli incerti, molti fra i
più onesti, quasi cominciavano a desiderare la fine delle forme
costituzionali.
Nei circoli chi più gridava e più insultava era il più applaudito.
Si distinguevano i calabresi per violenza di linguaggio e per smodate
aspirazioni.
Il popolo che nulla intendeva di costituzione e che avea più fede nel
re che nei liberali, si mostrava avverso al nuovo regime. Si diceva:
— E se non si lavora e noi stiamo digiuni, che libertà è questa? Prima
il re era uno e mangiava per uno; ora sono mille e mangiano per mille.
— Alcuni sobillatori troppo esaltati o troppo perversi accendevano
le menti popolari. Bisognava che la libertà assicurasse qualcosa. In
un paese in cui non v'era nemmeno una classe operaia organizzata, ma
un artigianato quasi medievale, si reclamò il diritto al lavoro. Gli
operai torcolieri e i sarti fecero dimostrazioni clamorose, proclamando
i diritti più strani. Altre dimostrazioni dello stesso genere vi furono
nei paesi del territorio, dovunque fossero fabbriche.
A Napoli la naturale mitezza del clima, la facilità della vita, la
costituzione economica della città e della regione facevano esistere,
fanno esistere tuttavia una gran massa di popolazione che vive quasi
alla giornata. Turbe non educate le quali formano la base di ogni
rivolgimento. Sono state le bande sanfediste del '99 e prima e dopo la
causa più grande di agitazione e di pericoli in tutti i rivolgimenti
napoletani: sono anche ora un permanente pericolo. Su queste turbe
nessun altro potere esiste tranne quello dei preti.
Ora nel '48 il clero fu trattato con assai poco riguardo, anzi fu messo
da parte da prima, offeso di poi ripetutamente. Non potea ispirare e
non ispirò che sentimenti ostili alla costituzione.
Il ministro Saliceti volle l'espulsione dei gesuiti. Era una misura per
lo meno intempestiva, quando già vi erano tante questioni ardenti.
Fu deciso, invece, che da un giorno all'altro, entro ventiquattro ore,
i gesuiti sarebbero usciti dalla città e dal Regno. Era una misura
enorme, un inutile atto di prepotenza. I gesuiti, sempre abili, ne
profittarono e si vendicarono. Andarono via teatralmente, in aria
tristissima, trasportando il più vecchio in una carrozza scoperta, tra
i guanciali. Il vecchissimo era agonizzante e dava spettacolo miserando
a una turba infinita di popolo, che seguiva commossa e minacciosa.
Non si aveva nè dai ministri nè dalle classi dirigenti alcuna idea
precisa dei diritti e dei doveri. Il Ministro dell'interno, in una
circolare famosa, mentre prometteva la divisione dei beni comunali
ai cittadini, affermava che tutti _aveano diritto di partecipare ai
benefizi della proprietà_.
Libertà politica, diritto al lavoro, diritto alla proprietà: erano
proclamazioni enfatiche e avvocatesche, di cui non si misuravano le
conseguenze.
Non si sapeva dove si andasse: lo Stato era una nave senza nocchiero:
e se male le cose procedevano nella capitale, peggio procedevano
nelle provincie. Gli antichi odii determinati da prepotenze di
signori e di ricchi e dall'appropriazione abusiva da parte di costoro
delle terre pubbliche, diventavano più terribili. In alcuni paesi i
contadini invadevano le terre demaniali e feudali e se le dividevano
sommariamente. In provincia di Avellino, in Basilicata, in Calabria,
nel Cilento, dovunque erano scene selvagge di violenza. Si formavano
bande armate di contadini per rubare e dividersi i beni dei ricchi.
Coloro che il nuovo ordine di cose aveva offesi soffiavano dentro alle
rivolte ed eccitavano i contadini ad atti di spoliazione. I coloni si
rifiutavano di pagare gli affitti, e non vi era modo di astringerli
al dovere. La rapina e i ricatti delle bande armate, scriveva Carlo
Poerio, avevano finito con disgustare le masse degli onesti cittadini.
Nella capitale, come nelle campagne il popolo che nulla comprendeva di
costituzione, che per istinto e per tradizione odiava la classe media,
rimaneva avverso al nuovo regime. La libertà: che cosa dava ad esso la
libertà?
I ricordi delle orde sanfediste, la tradizione dell'anno 1799 e della
restaurazione borbonica, erano ancor vivi, e le masse, sobillate dai
preti, non vedendo nessun beneficio dal nuovo ordine di cose, credevano
che un ritorno al re assoluto avrebbe dato, sia pure per nuovi
rivolgimenti, la possibilità di ricavarne qualche benefizio.
Mentre la rivolta si faceva strada nelle province e la Sicilia aveva
costituito un governo proprio; mentre la guerra era in Lombardia e
il malumore cresceva; gli avvocati del governo impotenti a far nulla
di serio a causa di tante pressioni, agitavano idee e propositi
stravaganti. Si pensava più ai partiti che al paese; di ogni questione
personale si faceva una question generale. Fu compilata una legge
elettorale pessima; a chi si doleva fu risposto che era la migliore per
far riescire gli amici.
Le elezioni furono fatte il 15 aprile, e, per fortuna, diedero
risultati superiori a ogni aspettativa.
Carlo Poerio, degli Uberti, Ruggiero, Conforti, Imbriani ebbero
elezioni multiple. Fra gli eletti vi erano Spaventa, Savarese,
Dragonetti, Scialoia, Massari, Pisanelli, De Vincenzi, Mancini e
altri degnissimi. Fra i deputati prevalevano coloro che in passato
aveano sofferto persecuzioni; molti erano giovanissimi. Così come
nel Parlamento del '20 vi era qualche prete, qualche proprietario,
qualche nobile, alcuni professori; ma la grandissima maggioranza era di
avvocati.
Il Bozzelli, l'idolo della vigilia, l'autore della costituzione non fu
nemmeno eletto.
L'apertura del Parlamento era attesa con grande ansia, per lo
spettacolo nuovo, per la speranza di vittoria che era in tutti i
partiti, per il desiderio che era in moltissimi di battaglie di parole,
di cui sempre molto avidi si sono mostrati i meridionali.
Tre correnti si erano determinate: la prima, la più numerosa,
raccoglieva i malcontenti, coloro che a pochi giorni dalle nuova
costituzione volevano modificarla o abolirla. Si proponevano di
rovesciare il Ministero, di fare che la Camera dei Deputati funzionasse
da costituente e abolisse la seconda Camera, quella dei pari. Propositi
dissennati, conseguenze di letture mal digerite, di esempi mal
compresi.
La seconda corrente avea carattere regionalista, era anzi una corrente
napoletana. Non vedeva volentieri nè il movimento unitario, nè quindi
la spedizione in Lombardia. Si aspettava che il Parlamento facesse
ritornare le truppe dalla Lombardia e le spedisse in Sicilia. Fra
questi costituzionali sinceri, ma non unitari, erano appunto Bozzelli,
Blanch, Ciancinelli ed altri molti.
L'ultima corrente era rappresentata da coloro che a tutto anteponevano
il sentimento d'italianità; volevano che il re mandasse nuove truppe in
Lombardia e rinunziasse, almeno per allora, a riconquistare la Sicilia.
Così divisi erano gli animi dei liberali e troppe soluzioni erano
escogitate e troppe ventilate con gran leggerezza.
Così avveniva, che verso l'assolutismo, per desiderio di quieto vivere
e per odio all'anarchia che invadeva tutti, cominciavano a ripiegare
anche gli spiriti più temperati.
I deputati giungevano dalle province. Molti erano seguìti da
armati. O era la poca sicurezza delle strade, o era il desiderio
di mostrarsi disposti a difendere la libertà, anche con le armi, o
ardimento, vanità, o paura, o tutte queste cose assieme, soprattutto
dalle Calabrie e dal Cilento giunsero armati e per le vie di Napoli
circolavano facce contadinesche in aria spavalda e minacciosa.
La guardia nazionale avea più bandiere che armi, quasi più ufficiali
che soldati. Non istruita per mancanza di tempo e di disciplina,
raccoglieva tutti, pretendeva essere considerata come la sola e la
grande milizia della nazione. L'esercito minacciato, insultato, tenuto
da parte rodeva il freno: e tra il più gran numero degli ufficiali eran
propositi e desiderii di ritorno all'antico.
In queste condizioni dovea aprirsi il Parlamento.
L'apertura solenne fu fissata per il 15 maggio. Ma sette od otto giorni
prima di essa vi furono in parecchie case riunioni preparatorie.
Dopo una riunione tenuta in casa del medico Vincenzo Lanza, uomo sempre
disposto a morire per la libertà, ma che poi visse in seguito benissimo
sotto il dispotismo, fu deciso di riunirsi l'indomani nel palazzo di
città in Monteoliveto.
Fra tante difficoltà i deputati avevano un cómpito molto semplice e
chiaro: evitare ogni inutile lotta e rassodare la costituzione. Invece,
all'annunzio che il re avrebbe mandata l'indomani una formula di
giuramento di fedeltà alla costituzione promulgata, fu grande fermento.
Alcuno disse che avrebbe fatto appello al popolo, altri pronunziò
parole di biasimo. Si diceva che il Ministero avea promesso di svolgere
lo Statuto: e si sottilizzava che svolgere implicava anche il diritto
di rifare da capo a fondo.
Una costituzione, che era forse la più liberale di Europa o almeno
fra le più liberali, pareva insufficiente e ogni avvocato volea
modificarla: quasi si fosse trattato di un atto notorio o di una
comparsa conclusionale.
L'indomani vi fu una nuova riunione; e furono propositi anche più
violenti. Giunse la formula del giuramento quale il re desiderava;
era presso a poco quella attualmente in uso nei parlamenti dei paesi
costituzionali: si prometteva fedeltà al re, allo statuto e alla
religione. Com'era possibile rifiutarla?
La maggioranza dei deputati non volle saperne. I ministri timidi,
invece di appoggiare il re, decidevano che la miglior cosa fosse non
giurare affatto.
Il re consentiva ancora a modificare la formula del giuramento; ma
nemmeno questa concessione valeva a nulla. I ministri andavano e
venivano dal Re al Parlamento e dal Parlamento al Re: i deputati
si ostinavano a dire di essere un'assemblea _costituente e non
costituita_. La frase era trovata: la vaghezza del polemizzare e del
discutere faceva quasi dimenticare il pericolo. Qualcuno fra i deputati
annunziava che se si fosse dovuto giurare avrebbe proclamato dinanzi al
popolo il tradimento della monarchia.
Il ministero inetto non trovava alcuna soluzione. Il grande storico
che lo presiedeva era accidentato e si facea trasportare: conosceva
del resto assai più la vita dei Longobardi che le difficoltà de' suoi
tempi.
L'agitazione passava intanto nella piazza.
Si diceva: — Il Re tradisce la costituzione! la Camera non è
costituita! bisogna che il popolo si faccia valere. —
Le bande armate cominciavano a circolare per le strade a tutela
della libertà. Pietro Miletto e Giovanni Andrea Romeo, armati di
_boccaccio_ l'uno e di _trombone_ l'altro, e seguìti da altri armigeri,
tumultuavano e minacciavano.
Si formavano di nuovo le dimostrazioni. Un deputato gridava ai
dimostranti che i rappresentanti della nazione si sarebbero fatti
uccidere piuttosto che permettere al Re di tradire.
Nella sala dei deputati, individui estranei eccitavano alla rivolta.
Non si sa bene per opera di chi le prime barricate si formavano. Si
disfacevano le insegne, si rovesciavano le carrozze, si smuovevano i
pavimenti delle strade. Un individuo che ebbe nome di patriota e di
repubblicano, introdottosi abusivamente nella sala dei deputati alla
testa di schiamazzatori e in aria di minaccia, propose non si facesse
alcuna _transazione_ se prima il Re non consegnasse alla guardia
nazionale i castelli e le armi.
Quest'idea temeraria e dissennata fu accolta con un diluvio di
applausi. Nella notte fra il 14 e il 15 il Re, sperando di evitare
la rivolta, cedeva su tutto, tranne che sulla cessione dei castelli.
Accettava perfino che la riunione del Parlamento avvenisse senza che i
deputati prestassero il giuramento di fedeltà.
Invece nella notte le barricate erano cresciute. Ve ne erano
diciassette in via Toledo da San Ferdinando a Santa Teresa e
sessantadue nelle vie adiacenti.
I deputati, avendo ottenuto tutto ciò che volevano, facevano dal
vicepresidente affiggere una notificazione, pregando la guardia
nazionale di ritirarsi e gli amici della libertà di disfare le
barricate, affinchè il Re potesse la mattina andare con il corteo ad
aprire la sessione parlamentare della prima legislatura.
La truppa intanto aveva occupato le piazze, temendo violenze da parte
dei rivoltosi.
La mattina del 15 vi fu nuova gravissima agitazione. Si pretendeva che
il Re ritirasse immediatamente i soldati: solo allora, si diceva, si
sarebbero disfatte le barricate.
Ma dietro queste ultime erano alcuni energumeni, moltissimi di quelli
che speravano e volevano nuovi rivolgimenti, perchè la libertà non avea
data loro nessuna di quelle cose cui aspiravano. Su di essi nulla potè,
non l'intervento del vecchio e venerando generale Gabriele Pepe, messo
dai deputati a capo della difesa nazionale; non la commissione mandata
dai deputati.
Questi ultimi, la mattina del 15, sedevano in Monteoliveto e agitavano
propositi disparati. Alcuni di essi erano sicuri che l'inaugurazione
sarebbe avvenuta, ed erano in abito nero e cravatta bianca.
I rivoltosi delle strade, non cedendo ad alcuna ragione, avevano invece
rafforzate le barricate. Si trovavano di fronte, in parecchi punti,
l'esercito e i rivoltosi.
I soldati, che da parecchi giorni e da parecchie notti erano in uno
stato di tensione grandissima e avevano a capo ufficiali contro cui più
grandi erano le avversioni dei liberali, erano stanchi ed esausti.
A un tratto, dalle barricate in piazza San Ferdinando furon tirati
su di essi i primi colpi e caddero uccisi un granatiere e un capitano
della guardia. Fu il segnale della battaglia: gli svizzeri, atterrate
le prime barricate, si slanciarono per la via Toledo.
La storia dell'eccidio del 15 maggio è nota. Nel combattimento per
le strade parecchi furono uccisi; molti morirono che non avevano
colpa alcuna. Gli svizzeri commisero alcuni atti di crudeltà: furono
trucidati dei giovani di molto valore e che grandi speranze avean fatto
concepire. Il popolo sopra tutto fece peggio dell'esercito, peggio
degli svizzeri. Rubò, saccheggiò, incendiò come in tutte le sommosse e
in tutte le rivoluzioni di Napoli.
I morti furono molti, qualche centinaio forse: alcuni palazzi furono
incendiati.
La sera Napoli era in un silenzio di morte, in quel silenzio che segue
le grandi tragedie di un paese.
Chi potè fuggi la città: alcuni, prevedendo repressioni, si misero in
salvo immediatamente.
I deputati che avevano mostrato così poche attitudini nelle dubbiezze,
o che almeno erano stati soverchiati dalla immonda marea che veniva
dal basso, prima di separarsi scrissero gagliarda protesta e la
consegnarono al più giovane, a Stefano Romeo, affinchè, rifugiandosi
all'estero, la divulgasse in tutta Europa.
La protesta, redatta da Mancini, fu sottoscritta da 66 deputati.
Napoli fu prima a insorgere per la costituzione; fu anche la prima a
cadere nella reazione.
Dopo il 15 maggio il re non abolì la costituzione; tenne anzi fra i
suoi ministri parecchi degli antichi liberali. Fu sciolta la guardia
nazionale e il Re, proclamandosi ancora una volta difensore della
Statuto, sciolse la Camera e indisse le nuove elezioni.
Ma l'orientamento della politica nuova si vide quando, poco tempo dopo,
richiamò le truppe che avea mandato a combattere in Lombardia.
A spingere Ferdinando nella via della reazione contribuì il fatto, che
parecchi fra i deputati, partiti immediatamente per le province, si
proposero e tentarono di organizzare là rivoluzione.
Qualcuno volle perfino ripetere la spedizione del cardinale Ruffo e
mettere questa volta la Santa Fede al servizio della libertà. Furono
tentativi e la spedizione di Calabria e le rivolte del Cilento,
nonostante gli aiuti di Sicilia, non ebbero alcun risultato.
Nell'anima popolare era assai più grande la fede nel Re che nei
liberali. Tutte le volte che il popolo della città, come quello
della campagna, si pronunziò liberamente, fu sempre per la causa
legittimista, non per criterio o ragione politica, bensì per antica
tradizione e per odio alla classe media.
La sessione parlamentare che si tenne dopo i fatti del 15 maggio non
poteva avere una grande importanza. Le elezioni avevano mandato uomini
degni in grandissima parte, ma la sfiducia era in tutti.
Il Re non abolì la costituzione; ma non l'applicò. Il Parlamento
fu tollerato fin quando la causa della reazione in Europa non parve
sicura, e fino a quando si temette l'intervento straniero.
La stampa fu per poco tollerata anch'essa.
I partigiani dell'assolutismo e alcuni che volevano far dimenticare la
parte avuta nei moti liberali, fecero girare una sottoscrizione in cui
si chiedeva al Re di abolire la costituzione.
La stampa liberale era stata indegna: più indegna ancora fu la stampa
che sorse in difesa del militarismo e dell'assolutismo. Invocava
persecuzioni, repressioni, violenze, additava persone fra le più
stimabili all'odio soldatesco e alle vendette del Re.
Vi furono esempi mirabili di carattere da parte di quelli che, con la
moderazione e con infiniti sacrifizi, cercarono di salvare la libertà
pericolante.
La prima cosa che il re volle, dopo il richiamo delle truppe di
Lombardia, fu domare la rivoluzione di Sicilia. Quella sciagurata
rivoluzione, troppo forse esaltata e contro cui nobilissime parole
scrisse Vincenzo Gioberti, fu la vera causa, la causa intima e reale
dei rovesci del 1848.
La riconquista dell'isola non fu facile; vi furono combattimenti
sanguinosi e qualche volta crudeli. I soldati lanciarono bombe sugli
edifizi e Ferdinando fu detto _re Bomba_.
Nell'animo del re si operò una trasformazione profonda. Fra il '30 e
il '48 era stato principe liberale e vago di cose nuove e desideroso di
assicurare la grandezza del suo paese.
Quelli eran dunque i frutti della libertà? La libertà non produceva
che disordini? la libertà era dunque la rivoluzione in permanenza? Lo
incitavano, lo adulavano, lo stimolavano con l'adulazione bassa, con
l'intrigo maligno a sbarazzarsi di chiunque fosse sospetto.
Volle essere il difensore dell'assolutismo.
Non era un fulmine di guerra, come suo padre e come il suo avo non
erano; volle andare non di meno nel territorio romano a combattere la
repubblica e a restaurare la monarchia pontificia. Quasi non vide il
nemico, cui di molto soverchiava in forze e fuggì.
L'umiliazione e gli scherzi che la stampa europea fece sul suo conto lo
eccitarono: divenne più sospettoso, più timoroso.