A una prima crise ministeriale ne successe una seconda, a una seconda

una terza. Si disse che i ministri eran troppi pochi, che bisognava

accrescere il numero dei liberali nel Ministero.

Da sette i ministri diventarono dieci. Ma non era possibile contentar

tutti, e bisognava intanto quietare i più rumorosi. Qualche ministro

fece nominare un sottosegretario di Stato, istituzione inutile, visto

che v'erano dieci ministri e il reame non presentava un così grande

numero di affari amministrativi, sopra tutto dopo la separazione

della Sicilia. I sottosegretari ebbero 150 ducati al mese, e furon

detti _i centocinquanta_. Nessun ministro volle fare a meno del suo

_centocinquanta_, e peggio ancora si trovavano centinaia di persone che

volevano essere _centocinquanta_ a ogni costo.

Bodley dice che se si chiede a cento inglesi se si sentono capaci di

governare il loro paese e di far meglio dei governanti, novantanove

rispondono no; e laddove si domanda a cento francesi novantanove

almeno rispondono di sì e hanno già una soluzione pronta pei mali

del loro paese. Si può soggiungere che cento italiani sono concordi

nel rispondere sì. Fra gli italiani lo spirito di anarchia e di

indisciplina, che è in basso e in alto, dipende dalla troppa importanza

che si attribuisce a sè stessi e dalla poca che si attribuisce

agli altri. Nessuno crede da noi che il suo stato sia quello che le

proprie attitudini hanno determinato; tutti sono convinti che solo

l'ingiustizia della società condanni a una situazione modesta.

Quante volte avete sentito dire da un piccolo avvocato, da un modesto

mercante, o addirittura da un cocchiere: — Se io fossi Rudinì! se io

fossi Giolitti! se io fossi Pelloux! — E qui una serie di soluzioni.

Nel '48 a Napoli ragionavano tutti allo stesso modo.

Al Settembrini si presentò don Carlo Basile, bidello dell'Università

e autore di alcune insulsaggini a stampa. Voleva.... voi penserete che

volesse un avanzamento; voleva invece, avendo un programma di riforme

scolaresche, essere ministro della istruzione.

Si credeva che la democrazia autorizzasse a tutto. I posti nelle

amministrazioni furono moltiplicati; ma nessuna moltiplicazione era

sufficiente al numero degli aspiranti. Si era ottenuta la libertà con

dimostrazioni e con grida, perchè non si poteva ottenere un impiego?

Le anticamere dei ministri rigurgitavano, e chi non era contentato

diventava un denigratore e andava nei caffè e nei ritrovi pubblici, a

gridare, a vociare, a minacciare. Parea di essere tra energumeni.

Un'interpetrazione falsa della democrazia aveva rilassata ogni

disciplina.

Nessuno veniva risparmiato. Carlo Poerio, che era quasi passato dalla

prigione al ministero, e che, ahimè! dovea tornare alla prigione, non

potendo accontentare i postulanti veniva insultato. Si spargeva la voce

che egli fosse spia del Re, anzi traditore. Il Bozzelli non era che un

vanitoso; un avvocato facile più alla parola che pronto all'azione. Si

diceva invece che ricevesse danaro dal Re.

Una massa di gente chiedeva di essere restaurata dei danni patiti.

«Tutti i ministri, dice il Settembrini, erano oppressi dalle petulanti

e superbe dimande di uomini che parevano ubriachi e volevano essere

uditi per forza, pretendevano tutto per forza e credevano la libertà

un banchetto a cui ciascuno dovesse sedere e farvi una scorpacciata.

Salivano tutte le scale, strepitavano in tutte le case; era un'anarchia

brutta: e non v'era uomo sennato di qualsivoglia opinione, che non

desiderasse di vedere un governo forte e non dei ministri avvocati,

che chiacchierando sempre di legalità e di libertà, e avendo fede

solo nelle chiacchiere, facevano andare ogni cosa a rotoli, e poi se

ne spaventavano e davano le loro dimissioni, come fece il Ferretti, a

cui fu sostituito il Manna, e come fecero poi l'Imbriani per onorate

cagioni, il Ruggiero che si serbò a tempi migliori.»

Il Ministro degli affari esteri andò ad abitare fuori di Napoli,

sperando di mettersi in salvo: la sua casa continuò a essere invasa,

come prima, da postulanti.

Il ministro Vignali fu schiaffeggiato da una donna, che chiedeva con

arroganza cosa ch'egli non potea concedere.

Il conte Pietro Ferretti, ministro delle finanze, dovendo un giorno

recarsi a palazzo reale urgentemente per un consiglio di ministri,

fece dire alla folla d'importuni in cerca d'impieghi, che lo attendeva

nell'anticamera, che non potea quel giorno, chiamato altrove da urgenti

ragioni di Stato, ricevere alcuno: aggiunse anzi che dovea recarsi dal

Re, per consiglio dei ministri di grave momento. La guardia nazionale

che faceva da sentinella al Ministero delle finanze, invece di far

eseguire il comando, si rivolse al Ministro e gli disse in tono epico:

— Prima di essere ministro del Re, voi siete ministro del popolo.

Perciò non dovete andare a palazzo reale e dovete star qui ad ascoltare

il popolo. —

Il Ferretti cercò invano di reagire: dovè cedere alla singolare

apostrofe, e quel giorno non andò in consiglio dei ministri.

L'anarchia delle strade cresceva con l'anarchia del Governo. Il partito

assolutista, che aveva visto a malincuore le riforme costituzionali e

che ora assisteva allo sfacelo degli ordinamenti liberali, intrigava

per accrescere i disordini. Le vecchie spie licenziate, i Merenda, i

Barone e altra turba numerosa e spregevole soffiavano ne' disordini,

sperando che gli abusi stessi costringessero a tornare all'antico.

Nei ministeri era impossibile il lavoro. La stampa pubblicava

nefandezze di ogni genere. I timidi, gli incerti, molti fra i

più onesti, quasi cominciavano a desiderare la fine delle forme

costituzionali.

Nei circoli chi più gridava e più insultava era il più applaudito.

Si distinguevano i calabresi per violenza di linguaggio e per smodate

aspirazioni.

Il popolo che nulla intendeva di costituzione e che avea più fede nel

re che nei liberali, si mostrava avverso al nuovo regime. Si diceva:

— E se non si lavora e noi stiamo digiuni, che libertà è questa? Prima

il re era uno e mangiava per uno; ora sono mille e mangiano per mille.

— Alcuni sobillatori troppo esaltati o troppo perversi accendevano

le menti popolari. Bisognava che la libertà assicurasse qualcosa. In

un paese in cui non v'era nemmeno una classe operaia organizzata, ma

un artigianato quasi medievale, si reclamò il diritto al lavoro. Gli

operai torcolieri e i sarti fecero dimostrazioni clamorose, proclamando

i diritti più strani. Altre dimostrazioni dello stesso genere vi furono

nei paesi del territorio, dovunque fossero fabbriche.

A Napoli la naturale mitezza del clima, la facilità della vita, la

costituzione economica della città e della regione facevano esistere,

fanno esistere tuttavia una gran massa di popolazione che vive quasi

alla giornata. Turbe non educate le quali formano la base di ogni

rivolgimento. Sono state le bande sanfediste del '99 e prima e dopo la

causa più grande di agitazione e di pericoli in tutti i rivolgimenti

napoletani: sono anche ora un permanente pericolo. Su queste turbe

nessun altro potere esiste tranne quello dei preti.

Ora nel '48 il clero fu trattato con assai poco riguardo, anzi fu messo

da parte da prima, offeso di poi ripetutamente. Non potea ispirare e

non ispirò che sentimenti ostili alla costituzione.

Il ministro Saliceti volle l'espulsione dei gesuiti. Era una misura per

lo meno intempestiva, quando già vi erano tante questioni ardenti.

Fu deciso, invece, che da un giorno all'altro, entro ventiquattro ore,

i gesuiti sarebbero usciti dalla città e dal Regno. Era una misura

enorme, un inutile atto di prepotenza. I gesuiti, sempre abili, ne

profittarono e si vendicarono. Andarono via teatralmente, in aria

tristissima, trasportando il più vecchio in una carrozza scoperta, tra

i guanciali. Il vecchissimo era agonizzante e dava spettacolo miserando

a una turba infinita di popolo, che seguiva commossa e minacciosa.

Non si aveva nè dai ministri nè dalle classi dirigenti alcuna idea

precisa dei diritti e dei doveri. Il Ministro dell'interno, in una

circolare famosa, mentre prometteva la divisione dei beni comunali

ai cittadini, affermava che tutti _aveano diritto di partecipare ai

benefizi della proprietà_.

Libertà politica, diritto al lavoro, diritto alla proprietà: erano

proclamazioni enfatiche e avvocatesche, di cui non si misuravano le

conseguenze.

Non si sapeva dove si andasse: lo Stato era una nave senza nocchiero:

e se male le cose procedevano nella capitale, peggio procedevano

nelle provincie. Gli antichi odii determinati da prepotenze di

signori e di ricchi e dall'appropriazione abusiva da parte di costoro

delle terre pubbliche, diventavano più terribili. In alcuni paesi i

contadini invadevano le terre demaniali e feudali e se le dividevano

sommariamente. In provincia di Avellino, in Basilicata, in Calabria,

nel Cilento, dovunque erano scene selvagge di violenza. Si formavano

bande armate di contadini per rubare e dividersi i beni dei ricchi.

Coloro che il nuovo ordine di cose aveva offesi soffiavano dentro alle

rivolte ed eccitavano i contadini ad atti di spoliazione. I coloni si

rifiutavano di pagare gli affitti, e non vi era modo di astringerli

al dovere. La rapina e i ricatti delle bande armate, scriveva Carlo

Poerio, avevano finito con disgustare le masse degli onesti cittadini.

Nella capitale, come nelle campagne il popolo che nulla comprendeva di

costituzione, che per istinto e per tradizione odiava la classe media,

rimaneva avverso al nuovo regime. La libertà: che cosa dava ad esso la

libertà?

I ricordi delle orde sanfediste, la tradizione dell'anno 1799 e della

restaurazione borbonica, erano ancor vivi, e le masse, sobillate dai

preti, non vedendo nessun beneficio dal nuovo ordine di cose, credevano

che un ritorno al re assoluto avrebbe dato, sia pure per nuovi

rivolgimenti, la possibilità di ricavarne qualche benefizio.

Mentre la rivolta si faceva strada nelle province e la Sicilia aveva

costituito un governo proprio; mentre la guerra era in Lombardia e

il malumore cresceva; gli avvocati del governo impotenti a far nulla

di serio a causa di tante pressioni, agitavano idee e propositi

stravaganti. Si pensava più ai partiti che al paese; di ogni questione

personale si faceva una question generale. Fu compilata una legge

elettorale pessima; a chi si doleva fu risposto che era la migliore per

far riescire gli amici.

Le elezioni furono fatte il 15 aprile, e, per fortuna, diedero

risultati superiori a ogni aspettativa.

Carlo Poerio, degli Uberti, Ruggiero, Conforti, Imbriani ebbero

elezioni multiple. Fra gli eletti vi erano Spaventa, Savarese,

Dragonetti, Scialoia, Massari, Pisanelli, De Vincenzi, Mancini e

altri degnissimi. Fra i deputati prevalevano coloro che in passato

aveano sofferto persecuzioni; molti erano giovanissimi. Così come

nel Parlamento del '20 vi era qualche prete, qualche proprietario,

qualche nobile, alcuni professori; ma la grandissima maggioranza era di

avvocati.

Il Bozzelli, l'idolo della vigilia, l'autore della costituzione non fu

nemmeno eletto.

L'apertura del Parlamento era attesa con grande ansia, per lo

spettacolo nuovo, per la speranza di vittoria che era in tutti i

partiti, per il desiderio che era in moltissimi di battaglie di parole,

di cui sempre molto avidi si sono mostrati i meridionali.

Tre correnti si erano determinate: la prima, la più numerosa,

raccoglieva i malcontenti, coloro che a pochi giorni dalle nuova

costituzione volevano modificarla o abolirla. Si proponevano di

rovesciare il Ministero, di fare che la Camera dei Deputati funzionasse

da costituente e abolisse la seconda Camera, quella dei pari. Propositi

dissennati, conseguenze di letture mal digerite, di esempi mal

compresi.

La seconda corrente avea carattere regionalista, era anzi una corrente

napoletana. Non vedeva volentieri nè il movimento unitario, nè quindi

la spedizione in Lombardia. Si aspettava che il Parlamento facesse

ritornare le truppe dalla Lombardia e le spedisse in Sicilia. Fra

questi costituzionali sinceri, ma non unitari, erano appunto Bozzelli,

Blanch, Ciancinelli ed altri molti.

L'ultima corrente era rappresentata da coloro che a tutto anteponevano

il sentimento d'italianità; volevano che il re mandasse nuove truppe in

Lombardia e rinunziasse, almeno per allora, a riconquistare la Sicilia.

Così divisi erano gli animi dei liberali e troppe soluzioni erano

escogitate e troppe ventilate con gran leggerezza.

Così avveniva, che verso l'assolutismo, per desiderio di quieto vivere

e per odio all'anarchia che invadeva tutti, cominciavano a ripiegare

anche gli spiriti più temperati.

I deputati giungevano dalle province. Molti erano seguìti da

armati. O era la poca sicurezza delle strade, o era il desiderio

di mostrarsi disposti a difendere la libertà, anche con le armi, o

ardimento, vanità, o paura, o tutte queste cose assieme, soprattutto

dalle Calabrie e dal Cilento giunsero armati e per le vie di Napoli

circolavano facce contadinesche in aria spavalda e minacciosa.

La guardia nazionale avea più bandiere che armi, quasi più ufficiali

che soldati. Non istruita per mancanza di tempo e di disciplina,

raccoglieva tutti, pretendeva essere considerata come la sola e la

grande milizia della nazione. L'esercito minacciato, insultato, tenuto

da parte rodeva il freno: e tra il più gran numero degli ufficiali eran

propositi e desiderii di ritorno all'antico.

In queste condizioni dovea aprirsi il Parlamento.

L'apertura solenne fu fissata per il 15 maggio. Ma sette od otto giorni

prima di essa vi furono in parecchie case riunioni preparatorie.

Dopo una riunione tenuta in casa del medico Vincenzo Lanza, uomo sempre

disposto a morire per la libertà, ma che poi visse in seguito benissimo

sotto il dispotismo, fu deciso di riunirsi l'indomani nel palazzo di

città in Monteoliveto.

Fra tante difficoltà i deputati avevano un cómpito molto semplice e

chiaro: evitare ogni inutile lotta e rassodare la costituzione. Invece,

all'annunzio che il re avrebbe mandata l'indomani una formula di

giuramento di fedeltà alla costituzione promulgata, fu grande fermento.

Alcuno disse che avrebbe fatto appello al popolo, altri pronunziò

parole di biasimo. Si diceva che il Ministero avea promesso di svolgere

lo Statuto: e si sottilizzava che svolgere implicava anche il diritto

di rifare da capo a fondo.

Una costituzione, che era forse la più liberale di Europa o almeno

fra le più liberali, pareva insufficiente e ogni avvocato volea

modificarla: quasi si fosse trattato di un atto notorio o di una

comparsa conclusionale.

L'indomani vi fu una nuova riunione; e furono propositi anche più

violenti. Giunse la formula del giuramento quale il re desiderava;

era presso a poco quella attualmente in uso nei parlamenti dei paesi

costituzionali: si prometteva fedeltà al re, allo statuto e alla

religione. Com'era possibile rifiutarla?

La maggioranza dei deputati non volle saperne. I ministri timidi,

invece di appoggiare il re, decidevano che la miglior cosa fosse non

giurare affatto.

Il re consentiva ancora a modificare la formula del giuramento; ma

nemmeno questa concessione valeva a nulla. I ministri andavano e

venivano dal Re al Parlamento e dal Parlamento al Re: i deputati

si ostinavano a dire di essere un'assemblea _costituente e non

costituita_. La frase era trovata: la vaghezza del polemizzare e del

discutere faceva quasi dimenticare il pericolo. Qualcuno fra i deputati

annunziava che se si fosse dovuto giurare avrebbe proclamato dinanzi al

popolo il tradimento della monarchia.

Il ministero inetto non trovava alcuna soluzione. Il grande storico

che lo presiedeva era accidentato e si facea trasportare: conosceva

del resto assai più la vita dei Longobardi che le difficoltà de' suoi

tempi.

L'agitazione passava intanto nella piazza.

Si diceva: — Il Re tradisce la costituzione! la Camera non è

costituita! bisogna che il popolo si faccia valere. —

Le bande armate cominciavano a circolare per le strade a tutela

della libertà. Pietro Miletto e Giovanni Andrea Romeo, armati di

_boccaccio_ l'uno e di _trombone_ l'altro, e seguìti da altri armigeri,

tumultuavano e minacciavano.

Si formavano di nuovo le dimostrazioni. Un deputato gridava ai

dimostranti che i rappresentanti della nazione si sarebbero fatti

uccidere piuttosto che permettere al Re di tradire.

Nella sala dei deputati, individui estranei eccitavano alla rivolta.

Non si sa bene per opera di chi le prime barricate si formavano. Si

disfacevano le insegne, si rovesciavano le carrozze, si smuovevano i

pavimenti delle strade. Un individuo che ebbe nome di patriota e di

repubblicano, introdottosi abusivamente nella sala dei deputati alla

testa di schiamazzatori e in aria di minaccia, propose non si facesse

alcuna _transazione_ se prima il Re non consegnasse alla guardia

nazionale i castelli e le armi.

Quest'idea temeraria e dissennata fu accolta con un diluvio di

applausi. Nella notte fra il 14 e il 15 il Re, sperando di evitare

la rivolta, cedeva su tutto, tranne che sulla cessione dei castelli.

Accettava perfino che la riunione del Parlamento avvenisse senza che i

deputati prestassero il giuramento di fedeltà.

Invece nella notte le barricate erano cresciute. Ve ne erano

diciassette in via Toledo da San Ferdinando a Santa Teresa e

sessantadue nelle vie adiacenti.

I deputati, avendo ottenuto tutto ciò che volevano, facevano dal

vicepresidente affiggere una notificazione, pregando la guardia

nazionale di ritirarsi e gli amici della libertà di disfare le

barricate, affinchè il Re potesse la mattina andare con il corteo ad

aprire la sessione parlamentare della prima legislatura.

La truppa intanto aveva occupato le piazze, temendo violenze da parte

dei rivoltosi.

La mattina del 15 vi fu nuova gravissima agitazione. Si pretendeva che

il Re ritirasse immediatamente i soldati: solo allora, si diceva, si

sarebbero disfatte le barricate.

Ma dietro queste ultime erano alcuni energumeni, moltissimi di quelli

che speravano e volevano nuovi rivolgimenti, perchè la libertà non avea

data loro nessuna di quelle cose cui aspiravano. Su di essi nulla potè,

non l'intervento del vecchio e venerando generale Gabriele Pepe, messo

dai deputati a capo della difesa nazionale; non la commissione mandata

dai deputati.

Questi ultimi, la mattina del 15, sedevano in Monteoliveto e agitavano

propositi disparati. Alcuni di essi erano sicuri che l'inaugurazione

sarebbe avvenuta, ed erano in abito nero e cravatta bianca.

I rivoltosi delle strade, non cedendo ad alcuna ragione, avevano invece

rafforzate le barricate. Si trovavano di fronte, in parecchi punti,

l'esercito e i rivoltosi.

I soldati, che da parecchi giorni e da parecchie notti erano in uno

stato di tensione grandissima e avevano a capo ufficiali contro cui più

grandi erano le avversioni dei liberali, erano stanchi ed esausti.

A un tratto, dalle barricate in piazza San Ferdinando furon tirati

su di essi i primi colpi e caddero uccisi un granatiere e un capitano

della guardia. Fu il segnale della battaglia: gli svizzeri, atterrate

le prime barricate, si slanciarono per la via Toledo.

La storia dell'eccidio del 15 maggio è nota. Nel combattimento per

le strade parecchi furono uccisi; molti morirono che non avevano

colpa alcuna. Gli svizzeri commisero alcuni atti di crudeltà: furono

trucidati dei giovani di molto valore e che grandi speranze avean fatto

concepire. Il popolo sopra tutto fece peggio dell'esercito, peggio

degli svizzeri. Rubò, saccheggiò, incendiò come in tutte le sommosse e

in tutte le rivoluzioni di Napoli.

I morti furono molti, qualche centinaio forse: alcuni palazzi furono

incendiati.

La sera Napoli era in un silenzio di morte, in quel silenzio che segue

le grandi tragedie di un paese.

Chi potè fuggi la città: alcuni, prevedendo repressioni, si misero in

salvo immediatamente.

I deputati che avevano mostrato così poche attitudini nelle dubbiezze,

o che almeno erano stati soverchiati dalla immonda marea che veniva

dal basso, prima di separarsi scrissero gagliarda protesta e la

consegnarono al più giovane, a Stefano Romeo, affinchè, rifugiandosi

all'estero, la divulgasse in tutta Europa.

La protesta, redatta da Mancini, fu sottoscritta da 66 deputati.

Napoli fu prima a insorgere per la costituzione; fu anche la prima a

cadere nella reazione.

Dopo il 15 maggio il re non abolì la costituzione; tenne anzi fra i

suoi ministri parecchi degli antichi liberali. Fu sciolta la guardia

nazionale e il Re, proclamandosi ancora una volta difensore della

Statuto, sciolse la Camera e indisse le nuove elezioni.

Ma l'orientamento della politica nuova si vide quando, poco tempo dopo,

richiamò le truppe che avea mandato a combattere in Lombardia.

A spingere Ferdinando nella via della reazione contribuì il fatto, che

parecchi fra i deputati, partiti immediatamente per le province, si

proposero e tentarono di organizzare là rivoluzione.

Qualcuno volle perfino ripetere la spedizione del cardinale Ruffo e

mettere questa volta la Santa Fede al servizio della libertà. Furono

tentativi e la spedizione di Calabria e le rivolte del Cilento,

nonostante gli aiuti di Sicilia, non ebbero alcun risultato.

Nell'anima popolare era assai più grande la fede nel Re che nei

liberali. Tutte le volte che il popolo della città, come quello

della campagna, si pronunziò liberamente, fu sempre per la causa

legittimista, non per criterio o ragione politica, bensì per antica

tradizione e per odio alla classe media.

La sessione parlamentare che si tenne dopo i fatti del 15 maggio non

poteva avere una grande importanza. Le elezioni avevano mandato uomini

degni in grandissima parte, ma la sfiducia era in tutti.

Il Re non abolì la costituzione; ma non l'applicò. Il Parlamento

fu tollerato fin quando la causa della reazione in Europa non parve

sicura, e fino a quando si temette l'intervento straniero.

La stampa fu per poco tollerata anch'essa.

I partigiani dell'assolutismo e alcuni che volevano far dimenticare la

parte avuta nei moti liberali, fecero girare una sottoscrizione in cui

si chiedeva al Re di abolire la costituzione.

La stampa liberale era stata indegna: più indegna ancora fu la stampa

che sorse in difesa del militarismo e dell'assolutismo. Invocava

persecuzioni, repressioni, violenze, additava persone fra le più

stimabili all'odio soldatesco e alle vendette del Re.

Vi furono esempi mirabili di carattere da parte di quelli che, con la

moderazione e con infiniti sacrifizi, cercarono di salvare la libertà

pericolante.

La prima cosa che il re volle, dopo il richiamo delle truppe di

Lombardia, fu domare la rivoluzione di Sicilia. Quella sciagurata

rivoluzione, troppo forse esaltata e contro cui nobilissime parole

scrisse Vincenzo Gioberti, fu la vera causa, la causa intima e reale

dei rovesci del 1848.

La riconquista dell'isola non fu facile; vi furono combattimenti

sanguinosi e qualche volta crudeli. I soldati lanciarono bombe sugli

edifizi e Ferdinando fu detto _re Bomba_.

Nell'animo del re si operò una trasformazione profonda. Fra il '30 e

il '48 era stato principe liberale e vago di cose nuove e desideroso di

assicurare la grandezza del suo paese.

Quelli eran dunque i frutti della libertà? La libertà non produceva

che disordini? la libertà era dunque la rivoluzione in permanenza? Lo

incitavano, lo adulavano, lo stimolavano con l'adulazione bassa, con

l'intrigo maligno a sbarazzarsi di chiunque fosse sospetto.

Volle essere il difensore dell'assolutismo.

Non era un fulmine di guerra, come suo padre e come il suo avo non

erano; volle andare non di meno nel territorio romano a combattere la

repubblica e a restaurare la monarchia pontificia. Quasi non vide il

nemico, cui di molto soverchiava in forze e fuggì.

L'umiliazione e gli scherzi che la stampa europea fece sul suo conto lo

eccitarono: divenne più sospettoso, più timoroso.

La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte 3 Terza serie - Storia · 第 4 / 8 段