conquiste maggiori. La borghesia, come ho detto altre volte, non
sorgeva nel Mezzogiorno dal traffico e dalla industria: ma dal
commercio del denaro, dall'intermediarismo agrario e dalle professioni
liberali e principalmente dall'avvocatura temuta e potente. Vi
era numerosa turba d'impiegati; e sopra tutto di persone in cerca
d'impieghi. Nel 1820 e nel 1848 i maggiori errori furon dovuti al
grandissimo numero di aspiranti a impieghi, che si unì prima a coloro
che volevano mutamenti politici e imposero la costituzione; e poi,
non potendo esser contentati se non in poca parte, furono, con i loro
eccessi, la causa maggiore della reazione assolutista diventata più che
necessaria, inevitabile.
Non erano i partiti che mancavano nel regno.
Alla vigilia del 1848 fra le classi medie del reame vi erano anzi
partiti politici numerosi, e numerose erano anche le gradazioni di
ciascun partito.
Il partito di governo, il partito che raccoglieva le maggiori forze,
era quello che volea la monarchia assoluta pura: _el rey neto_, come
dicono gli spagnuoli. I fatti del '20 avean lasciato nei più ricchi
e nei più desiderosi di pace un triste ricordo. Meno per convinzione
politica, che per ignoranza della vita pubblica e per tradizione, i
benestanti più ricchi vi aderivano: e vi aderivano anche coloro che
per la loro situazione avean più facili e più sicure le carriere.
Questo partito, così detto austro-spagnuolo o assolutista, perchè i
suoi istinti e le sue tendenze lo spingevano appunto verso l'Austria
e verso la Spagna, aveva avuto per _leader_ il principe di Canosa da
prima, il marchese Del Carretto da poi. Si componeva nella maggior
parte di nobili, dell'elemento militarista e del clero ricco. Non solo
odiava ogni riforma, ma trovava troppo liberale la politica del Re,
e volea dighe maggiori a tutte le aspirazioni unitarie e liberali.
Per sua natura stessa devoto alla monarchia, non osava discuterne gli
atti: ma aspirava a esercitare un'azione più larga. Aderiva a questo
partito e n'era l'anima la così detta _camarilla_, un partito formatosi
tra i bassi fondi di Corte e inviso anche alla parte più moderata
per il suo spirito d'intrigo. Non tutti però coloro che del partito
austro-spagnuolo facean parte erano assolutisti. Alcuni solo per odio
al murattismo e a ogni intervento straniero, preferivano una monarchia
assoluta e napoletana.
I _murattisti_ costituivano a lor volta un partito numeroso. Gioacchino
Murat, francese, era stato re di Napoli quasi per un decennio; e
benchè l'_Almanacco reale del Regno delle Due Sicilie_, pubblicato per
cura della Corte di Napoli non lo mettesse più tardi nemmeno nella
_serie cronologica dei Re di Napoli e Sicilia_, considerandolo come
un usurpatore, avea lasciato ricordo di sè. Era stato troppo poco
per determinare odii profondi: ma avea pubblicato molte leggi buone
e cattive, e avea combattuto bene a capo di schiere napoletane. Era
bello, forte, arditissimo; forse un po' ciarlatanesco. Ma ciò non gli
noceva in alcun modo. La leggenda di Napoleone, rimasta vivissima nel
Regno, ripetuta, ingrandita, dava prestigio alla tradizione murattiana.
In Francia con Napoleone III la fortuna di casa Bonaparte risaliva;
parea naturale che anche a Napoli dovesse risalire. In alcuni la fede
nella italianità era scarsa, anzi mancava addirittura il sentimento;
altri credeva che fosse più facile per le riforme legare la politica
di Napoli a quella di Francia. Fra i _murattisti_ vi erano due fra
le personalità più spiccate del reame: il generale Filangieri, che
rappresentava tendenze militari, favorevoli a un assolutismo temperato
e l'avvocato Bozzelli ch'era fra i desiderosi di costituzione liberale
e che fu parte grandissima nei fatti del 1848.
Ma questa soggezione allo straniero, anche negli ordinamenti liberali,
questo invocare principe straniero e leggi straniere anche per causa di
libertà, offendeva molti. Il senso d'italianità si era venuto formando:
anzi si può dire che i moti del 1848 ebbero in generale più tendenza
unitaria che liberale, a differenza di quelli del '20, che furono
esclusivamente costituzionali. Gli scritti di Gioberti, di Balbo, di
D'Azeglio, soprattutto l'opera di Mazzini, infiammavano le menti. Si
ebbero monarchici, federalisti, repubblicani: ma il nome d'Italia era
ripetuto da tutti.
E vi erano ancora altri partiti e gradazioni infinite dei partiti
maggiori.
Era però male grandissimo che il movimento costituzionale e riformista
fosse composto di elementi che speravan solo da passioni e da
interventi esterni; e che la monarchia o il partito austro-spagnuolo,
rimanessero soli a difendere, insieme con la indipendenza del reame,
anche la tradizione napoletana. Due fatti derivarono da ciò: da
una parte l'avversione della monarchia napoletana a ogni riforma, e
dall'altra, quando la unità fu realizzata, una debole partecipazione
dei napoletani nei benefizi del nuovo ordine di cose e di tutta la
funzione di governo.
La protezione che Ferdinando II parea accordasse ne' primi anni del
suo regno agli studi coincideva con un risveglio intellettuale molto
notevole. Il giornalismo, fra il '30 e il '48, attirò non pochi uomini
di valore; era un giornalismo letterario, ma politicamente ebbe per
effetto di far nascere il bisogno di cose nuove. Memorabile soprattutto
lo studio del marchese Basilio Puoti, da cui uscirono De Sanctis,
Settembrini e quanto di meglio ebbe Napoli; il purista grande, che
affezionava gli scolari alla purezza dell'idioma italico e rinverdiva
i vecchi testi, lavorava senza sapere, forse senza volere, alla grande
opera dell'unità.
Vi era dunque nel Regno, alla vigilia del 1848, un movimento delle
idee; vi erano partiti immensi e vi era soprattutto quel fermento che
precede i periodi di rivoluzioni.
Ma la tradizione infausta della rivoluzione precedente e gli esempi
recenti spingevano gli uomini più dissennati o più entusiasti a tentare
da soli o in pochi trasformazioni profonde: e facea credere al sovrano
che ogni manifestazione fosse effetto di setta o di organizzazioni
tenebrose. Da una parte dunque si credeva che pochi uomini soltanto
potessero scuotere le masse; non il martirio nobilmente sopportato,
non il lavoro lungo e paziente di educazione progressiva, non l'opera
assidua di tutti i giorni, ma i colpi di fortuna improvvisi. Pochi
decisi a tutto uscivano in campo: i più numerosi seguivano e gridavano.
Si voleva _trascinare_ il pubblico. Le voci eran così alte e numerose,
lo scoppio così improvviso, che il Re cedeva. A sua volta il Re
esagerava la potenza dei liberali: dieci persone unite, che scendevano
in piazza a gridare, credeva rappresentassero setta interminabile e
tenebrosa. La storia del '20 non è tutta in questi sospetti e in queste
debolezze?
Ora, verso la fine del 1847, nel fermento costituzionale che era in
tutta Europa e con l'agitazione socialistica già vivace in Francia, nel
Regno delle Due Sicilie doveano ripercuotersi necessariamente i fatti
di oltre Alpe.
Gli annunzi delle riforme di Toscana e di quelle concesse a Roma da Pio
IX produssero agitazioni vivissime tra i liberali di ogni gradazione.
La condotta del Re era stata tale in passato, che egli pareva più
disposto a concedere che a reprimere.
Durante il novembre e il dicembre 1847 vi erano state agitazioni e
dimostrazioni. Nelle piazze, e fino sotto il palazzo reale, si era
gridato: _Viva il Re! viva la costituzione!_ Il Re non avea mostrato
di gradir molto applausi di questa natura, e la polizia avea disperso
i dimostranti e arrestato i più accesi tra essi.
La Sicilia, in cui già l'avversione per i napoletani più che per la
monarchia borbonica era grande e in cui la tradizione e lo spirito
separatista erano vivissimi, si agitava a sua volta ben più gravemente.
I moti di Sicilia, cominciati il 27 novembre con le dimostrazioni
del teatro Carolino, al grido di: «viva Ferdinando II! viva Pio IX!»
assunsero presto carattere diverso.
Si cominciò col chiedere alcune riforme amministrative: poi si chiesero
modificazioni profonde nell'ordinamento amministrativo. La libertà
non era la vera causa: quest'ultima bisognava trovare soltanto nel
desiderio di ottenere con minacce di rivolte una completa divisione da
Napoli. Infatti il movimento divenne presto separatista, e si volle che
non altra unione vi fosse con Napoli che una unione personale: il Re
comune e niente altro.
Come il movimento si allargava non solo si vollero le riforme, ma si
vollero a scadenza fissa, quasi con un _ultimatum_: il Re doveva darle
entro il 12 gennaio. Il Comitato di Palermo mandò emissari dovunque:
si parlava d'_indipendenza_, più che di libertà. Il Re, per prudenza o
per timore, mentre si decise a reprimere l'insurrezione, il 16 gennaio
concesse in gran parte ciò che la Sicilia chiedeva: si disse che era
troppo tardi, e l'insurrezione divampò.
Truppe furono spedite da Napoli per domare la rivolta di Sicilia: si
batterono pigramente, furono battute e si ritirarono.
Trasformatosi il movimento da trasformista in rivoluzionario per colpa
della Sicilia, le dimostrazioni di Napoli assunsero un carattere più
minaccioso.
Il Re avrebbe potuto opporsi al movimento, mettersi a capo
dell'esercito e resistere alle sedizioni e alle rivolte. Ma gli
mancava l'audacia, e soprattutto credeva che i liberali, secondati
dall'Inghilterra, avessero molto più forze che non avevano in realtà.
Il 26 gennaio, quasi per dar ragione ai dimostranti, licenziò il
ministro Del Carretto, capo del partito assolutista, e lo fece
imbarcare il giorno stesso per Marsiglia: i liberali che erano in
carcere furono liberati e con essi Carlo Poerio.
Il 27 vi fu una grande dimostrazione.
Le concessioni, fatte sotto l'impressione dei movimenti di piazza, non
doveano arrestarsi.
Il 28 il Re formò Ministero liberale: all'alba del 29 un _Atto sovrano_
annunziò la costituzione liberale e i capisaldi di essa.
Dal 29 gennaio al 15 maggio, quando la costituzione fu uccisa dalle
violenze della piazza, se pure nella forma fu ancora per qualche tempo
mantenuta dal Re, non trascorsero che poco più di cento giorni. Ma la
storia di quei cento giorni è così piena d'insegnamenti, più che di
avvenimenti, che spiega non poca parte dei fatti posteriori.
In quei 100 giorni vi furono tre ministeri, presieduti i primi due dal
marchese di Serracapriola, il terzo dall'insigne storico Carlo Trova.
Ferdinando non fece le cose a metà.
A capo della politica fu messo da prima il Tofano e poi Carlo Poerio,
cioè l'anima dei comitati d'azione: Ministro dell'Interno fu chiamato
Francesco Paolo Bozzelli, fino alla vigilia perseguitato e ritenuto da
tutti il capo dei liberali napoletani; nelle province furono mandati a
governare i liberali più noti: Imbriani, D'Ayala, de Tommasis, ecc.
Bisognava redigere lo Statuto: a chi darne incarico? Un uomo pareva
più di tutti adatto. Era avvocato ed era autore di opere filosofiche
e politiche; avea sofferto dura prigionia per ragioni di Stato; avea
nei lunghi viaggi studiato, o si diceva che avesse, gli ordinamenti
liberali in Francia, in Svizzera, in Belgio, in Inghilterra. Era
o pareva un riformatore audacissimo e l'averlo il Re messo a capo
del Ministero dell'Interno, indicava appunto il nuovo indirizzo. Il
Bozzelli fu dunque incaricato di scrivere la costituzione.
Chi era quest'uomo che è stato grandissima parte degli avvenimenti
del '48, che autore della costituzione e chiamato egli stesso a dare
garanzia ai liberali, fu poi ministro di reazione e raccolse le ire
de' suoi antichi seguaci? In tre mesi egli passò dalla più grande
popolarità alla più estrema impopolarità. Era un avvocato e quindi
facile al cavillo, amante della parola, desideroso di trionfi oratorii.
Giuseppe Massari, che fu suo amico e suo compagno e poi gli divenne
fiero nemico, quasi per insultarlo lo chiama sensista e materialista,
quasi che l'essere materialista significhi non aver coscienza.
Certo era di una vanità senza limiti. E quando, per cedere alle
pressioni dei liberali, Ferdinando gli affidò l'incarico della
costituzione, credette di dover essere messo a pari dei grandi
legislatori dell'antichità.
Chiesto da Carlo Poerio e da altri delle riforme che avrebbe introdotte
nel nuovo Statuto, rispose con enfasi da avvocato: — Se Solone
avesse discusso le sue leggi con gli amici, non avrebbe fatto opera
immortale. —
In realtà Solone si contentò questa volta di scrivere 89 articoli,
copiandoli quasi letteralmente e integralmente dalla costituzione di
Francia e in parte da quella del Belgio.
Il 10 gennaio il nuovo Statuto fu pubblicato e il Re gli giurò fedeltà
dinanzi ai principi, ai ministri e al corpo diplomatico. Volle che la
cerimonia fosse solenne, e dicono che nel giurare era commosso. Era in
buona fede? Qualcuno ha mostrato di dubitarne, ma gli stessi storici
liberali convengono della sincerità delle sue intenzioni.
Proclamata la costituzione, la Sicilia avrebbe dovuto accettarla.
Invece la ribellione continuò dovunque, e le truppe del Re furono
discacciate e si ritrassero da tutta l'isola, tranne che dalla
cittadella di Messina.
A Napoli l'entusiasmo raggiungeva il delirio.
Le dimostrazioni si succedevano alle dimostrazioni, le grida alle
grida. Per settimane intere tutta la città imbandierata, uomini e donne
con coccarde, spettacoli, rappresentazioni, perfino carri carnevaleschi
con rappresentazioni allegoriche in odio al dispotismo e in onore della
libertà.
Napoli si trovò di un tratto a passare da un regime di dispotismo quasi
assoluto a un regime di libertà quasi illimitata. Libera la stampa,
libere le associazioni, libere le riunioni; mancava l'educazione per
godere di tanta libertà.
Un re che avea un esercito di circa 100 mila uomini e una grossa marina
e saldi ordinamenti, avea accordata la costituzione non per lotta lunga
e tenace, non per resistenza di popolo, ma perchè impaurito da grida
e da dimostrazioni. Si credette che con le grida e le dimostrazioni
tutto si potesse ottenere, dal momento che si era ottenuto il libero
reggimento.
Era Napoli allora città di 400 mila abitanti, con poche industrie
manifatturiere. Rappresentava il grosso centro di consumo di un regno
di circa 9 milioni di abitanti. Vi era una corte ricca e fastosa, vi
erano principi e principesse; vi era un numeroso corpo diplomatico,
v'era una numerosa amministrazione e un numero grandissimo di soldati;
circa 30 mila nella capitale e ne' dintorni.
Tutta la popolazione cittadina viveva dunque sullo Stato. Vi era
un contingente non ricco e non prospero, e quasi tutto addetto a
mestieri, in servizio della gente ricca. Grandissimo era il numero
dei servitori; il popolo era vera plebe, cioè massa amorfa, capace di
subite impulsioni, non cosciente, fantastico, abituato a servitù lunghe
e rivolgimenti improvvisi.
La classe media viveva quasi esclusivamente delle professioni liberali
e degli impieghi; avvocati e impiegati nel più gran numero.
Gli avvocati, i _paglietti_, quantunque diminuiti dalla pubblicazione
dei codici, erano sempre potentissimi: causa di tutte le agitazioni,
irrequieti, sempre disposti a sostenere qualunque governo come
qualunque opposizione.
Enorme il numero degli impiegati.
Noi parliamo ora di burocrazia e siamo disposti a credere che si
tratti di un male nuovo. Uno studio comparativo, fatto su documenti
inconfutabili, prova invece che in molti dei vecchi Stati italiani
vi era maggior numero d'impiegati che non vi sia ora in Italia,
proporzionalmente, s'intende, al loro territorio e alla loro
popolazione.
Nel reame di Napoli soprattutto e, non v'incresca d'udirlo in Toscana,
più grande era il numero degli impiegati. La Toscana è addirittura
il paese che ha dato, nella formazione delle pensioni italiane, un
maggior contributo; avea anch'essa stuolo grandissimo d'impiegati. Ma,
nel reame di Napoli, il cui reddito era quasi esclusivamente agricolo
e in cui per il grandissimo numero di avvocati difficile ai timidi e
agli onesti riesciva l'avvocatura, non vi era per la borghesia media
altro scampo che negli impieghi. Parrà quasi incredibile, ma alcune
amministrazioni napoletane aveano non solo relativamente, ma anche
assolutamente maggior numero d'impiegati che ora non abbia tutto il
regno d'Italia. Il figlio dell'impiegato succedeva al padre, il quale
a sua volta era succeduto a suo padre.
Vi era una schiera infinita di postulanti, e il Re, per quieto vivere,
a molti concedeva. Ora una costituzione era stata ottenuta con le
grida; la massa dei disoccupati della classe media volle impieghi colle
grida e con pressioni d'ogni specie.
Il primo ministero, in cui oltre il marchese di Serracapriola e
l'avvocato Bozzelli, erano il principe di Torella, il principe Dentice
e altra gente onesta e desiderosa di far bene, si trovò di fronte a
difficoltà impreviste. La costituzione era data, e con essa il regime
liberale; si era creduto che la libertà bastasse a tutto; si vide che
a sua volta conteneva cause di malcontento.
La Sicilia, inorgoglita dei primi successi, non solo non accettava
la liberalissima costituzione, ma si proclamava autonoma, dichiarava
decaduto il Re e i suoi discendenti. Il Parlamento siciliano, vista
l'impossibilità di una repubblica, decideva offrire e facea più tardi
offrire la corona di Sicilia a Ferdinando di Savoia, duca di Genova,
figliuolo secondogenito del re Carlo Alberto.
L'onorevole Crispi vi parlerà della rivoluzione di Sicilia, e vi dirà
forse molto diversamente che io ora non dica.
Perchè la Sicilia non accettò la costituzione? perchè tentò in ogni
guisa di creare ostacoli al Re? Perchè, si risponde, essa non avea fede
nei Borboni.
Questa mancanza di fede non è in alcuna guisa dimostrata. Perchè furono
appunto i siciliani che nel 1799 ospitarono il Re, e furono essi, che,
durante la monarchia francese di Giuseppe e di Giovacchino, gli furono
fedeli.
La Sicilia non era gravata d'imposte eccessive. Mentre adesso paga
allo Stato per imposte circa 115 milioni all'anno, allora per le spese
generali non contribuiva al bilancio dello Stato che tenuamente. Ancora
nel 1860 il contributo della Sicilia alle spese generali del Regno non
era che di 17 milioni.
Certamente i magistrati e i funzionari che il Governo mandava non erano
sempre irreprensibili e molti erano egualmente sensibili al danaro e
devoti alle persone potenti.
Ma le popolazioni siciliane, mantenute in uno stato di grande
ignoranza, tutte le volte che potevano, mostravano il loro odio
ai napoletani. Napoletano voleva quasi dire straniero. In più di
un'occasione di impiegati e gendarmi napoletani fu venduta la carne
nelle strade, quasi a selvaggia vendetta.
La Sicilia avea tradizioni separatiste fortissime. Per secoli avea
avuta una monarchia propria e reggimento autonomo e istituzioni
differenti dagli stati della penisola. L'aristocrazia feudale
potentissima e più resistente che altrove, odiava la monarchia da cui
era stata diminuita. La classe media, desiderosa d'impieghi, vedeva
di mal'occhio i napoletani: ogni impiegato napoletano rappresentava un
nemico e un concorrente. Il popolo non si era ancora abituato dal 1734,
quando per la quarta volta la Sicilia fu unita a Napoli in uno Stato
solo, a considerare i napoletani come connazionali; li considerava come
stranieri e come dominatori.
Nel 1848 la Sicilia invitò un principe sabaudo, mandò molte bandiere e
pochi uomini in Lombardia: ma in fondo fece un movimento separatista e
fu la causa prima, come Settembrini e Massari riconoscono, della caduta
del movimento liberale in Italia.
Non solo separazione politica da Napoli; ma i suoi rappresentanti, con
eccessivo ardore, dichiaravano dal Re di Napoli non voler accettare
nemmeno le cose buone.
Ora Ferdinando II avea creduto e gli era stato fatto credere che,
all'annunzio della costituzione, la Sicilia si sarebbe calmata.
Avveniva invece il contrario.
D'altra parte i liberali pretendevano che la Sicilia non si dovesse
sottomettere con le armi; volevano con la guardia nazionale che vi
fosse una specie di nazione armata; pretendevano che il Re proclamasse
la lega dei principi italiani e l'unità della penisola.
Ora, tutte queste cose impensierivano il Re. Quasi metà del reame
si era distaccato e lo avea dichiarato decaduto; l'esercito era
malcontento; le passioni e le aspirazioni che il nuovo ordinamento avea
determinato erano violentissime.
I ministri, la stampa, il pubblico, non educati alla libertà, mancavano
non solo di garbo, ma di convenienza.
La stampa si permetteva sul conto della famiglia reale e degli antenati
del Re apostrofi irreverenti; in pubbliche dimostrazioni si portavano
sotto il palazzo reale i ritratti di Pagano, di Cirillo e di altri,
che senza dubbio iniquamente, erano stati fatti uccidere dall'avo del
Re. Questi richiami storici non aveano nulla di grazioso, nulla di
rassicurante sopra tutto.
Ma i ministri più degli altri mancavano di garbo; ve ne furono molti in
cento giorni e tra essi uomini di grande valore come Bavarese, Poerio,
Scialoia e altri insigni; ma la più gran parte erano avvocati, incapaci
di risoluzioni energiche, sempre disposti a gridare, a concionare, ad
apostrofare.
La costituzione rappresentava quanto di più liberale si potesse
volere; invece i ministri stessi, pochi giorni dopo la proclamazione
dello Statuto, lo discutevano e i giornali dicevano che bisognava
modificarlo.
Lo stesso Ministro di grazia e giustizia del secondo ministero
liberale, Aurelio Saliceti, invece di dare esempio di moderazione,
proponeva nuova costituzione: voleva fosse conceduto alla Camera
dei deputati il diritto di emendare la costituzione, fosse abolita
la Camera dei pari, si dichiarasse subito guerra all'Austria, senza
nemmeno bisogno di intesa con Carlo Alberto.
Con garbo non eccessivo, al Re, che gli mostrava la difficoltà di tutte
queste cose assieme rispose: — V. M. si ricordi di Luigi XVI e dei re
che non concedettero le riforme in tempo. —
Non era un modo molto gentile per ricordare a un re la storia; il
richiamo era anche meno rassicurante quando si pensi che l'avola del
Re, Maria Carolina, era sorella di Maria Antonietta.
Ferdinando sentiva il bisogno — e si potea dargli torto? — di risolvere
prima di tutto la questione siciliana. Si diceva invece dai ministri:
— Lasciate in pace i siciliani. Andate in Lombardia e vi troverete la
corona di Sicilia. —
Si pretendeva risolvere nello stesso tempo il problema dell'unità e
quello della libertà.
Non persuaso, Ferdinando voleva almeno che fosse prima stabilito, in
caso di vittoria, quali vantaggi avrebbe avuto il Regno del Piemonte,
quali quello di Napoli. I liberali dicevano: — Si vedrà dopo. Bisogna
andare senza discutere. —
E il Re a malincuore mandò un suo delegato a Carlo Alberto e truppe in
Lombardia sotto il comando di Guglielmo Pepe, che scontò poi nobilmente
a Venezia tutti gli errori del '20.
I giornali a Napoli pullulavano: se ne pubblicavano di ogni colore, di
ogni gradazione, di ogni tendenza.
Erano di una violenza di linguaggio appena credibile. Insultavano i
ministri, non risparmiavano lo stesso Re.
Gl'insulti più grandi erano per l'esercito; si diceva che la guardia
nazionale, espressione del popolo, dovesse stare a difesa della
libertà; l'esercito stanziale essere per sua natura artefice del
dispotismo. I generali si erano opposti alla spedizione di Lombardia:
era stata nuova cagione di insulti. Anche i migliori ufficiali rodevano
il freno e si sentivano trascinati contro il nuovo ordine di cose.
Mentre il 25 marzo si riuniva il Parlamento siciliano, e il Re,
non potendo far altro, si contentava di fare una protesta, due mesi
di libertà aveano trasformata Napoli in un alveare in rivoluzione.
Si credeva che le istituzioni liberali fossero un banchetto a cui
tutti dovessero partecipare. Cresceva il numero di coloro che voleva
impieghi a ogni costo e non umili impieghi, ma funzioni elevate e ben
retribuite. Si gridava contro i ministri. Il Bozzelli, esaltato fino al
giorno prima, veniva insultato come un traditore e un retrogrado.