Le classi medie, incitate dagli esempi di Francia, aspiravano a

conquiste maggiori. La borghesia, come ho detto altre volte, non

sorgeva nel Mezzogiorno dal traffico e dalla industria: ma dal

commercio del denaro, dall'intermediarismo agrario e dalle professioni

liberali e principalmente dall'avvocatura temuta e potente. Vi

era numerosa turba d'impiegati; e sopra tutto di persone in cerca

d'impieghi. Nel 1820 e nel 1848 i maggiori errori furon dovuti al

grandissimo numero di aspiranti a impieghi, che si unì prima a coloro

che volevano mutamenti politici e imposero la costituzione; e poi,

non potendo esser contentati se non in poca parte, furono, con i loro

eccessi, la causa maggiore della reazione assolutista diventata più che

necessaria, inevitabile.

Non erano i partiti che mancavano nel regno.

Alla vigilia del 1848 fra le classi medie del reame vi erano anzi

partiti politici numerosi, e numerose erano anche le gradazioni di

ciascun partito.

Il partito di governo, il partito che raccoglieva le maggiori forze,

era quello che volea la monarchia assoluta pura: _el rey neto_, come

dicono gli spagnuoli. I fatti del '20 avean lasciato nei più ricchi

e nei più desiderosi di pace un triste ricordo. Meno per convinzione

politica, che per ignoranza della vita pubblica e per tradizione, i

benestanti più ricchi vi aderivano: e vi aderivano anche coloro che

per la loro situazione avean più facili e più sicure le carriere.

Questo partito, così detto austro-spagnuolo o assolutista, perchè i

suoi istinti e le sue tendenze lo spingevano appunto verso l'Austria

e verso la Spagna, aveva avuto per _leader_ il principe di Canosa da

prima, il marchese Del Carretto da poi. Si componeva nella maggior

parte di nobili, dell'elemento militarista e del clero ricco. Non solo

odiava ogni riforma, ma trovava troppo liberale la politica del Re,

e volea dighe maggiori a tutte le aspirazioni unitarie e liberali.

Per sua natura stessa devoto alla monarchia, non osava discuterne gli

atti: ma aspirava a esercitare un'azione più larga. Aderiva a questo

partito e n'era l'anima la così detta _camarilla_, un partito formatosi

tra i bassi fondi di Corte e inviso anche alla parte più moderata

per il suo spirito d'intrigo. Non tutti però coloro che del partito

austro-spagnuolo facean parte erano assolutisti. Alcuni solo per odio

al murattismo e a ogni intervento straniero, preferivano una monarchia

assoluta e napoletana.

I _murattisti_ costituivano a lor volta un partito numeroso. Gioacchino

Murat, francese, era stato re di Napoli quasi per un decennio; e

benchè l'_Almanacco reale del Regno delle Due Sicilie_, pubblicato per

cura della Corte di Napoli non lo mettesse più tardi nemmeno nella

_serie cronologica dei Re di Napoli e Sicilia_, considerandolo come

un usurpatore, avea lasciato ricordo di sè. Era stato troppo poco

per determinare odii profondi: ma avea pubblicato molte leggi buone

e cattive, e avea combattuto bene a capo di schiere napoletane. Era

bello, forte, arditissimo; forse un po' ciarlatanesco. Ma ciò non gli

noceva in alcun modo. La leggenda di Napoleone, rimasta vivissima nel

Regno, ripetuta, ingrandita, dava prestigio alla tradizione murattiana.

In Francia con Napoleone III la fortuna di casa Bonaparte risaliva;

parea naturale che anche a Napoli dovesse risalire. In alcuni la fede

nella italianità era scarsa, anzi mancava addirittura il sentimento;

altri credeva che fosse più facile per le riforme legare la politica

di Napoli a quella di Francia. Fra i _murattisti_ vi erano due fra

le personalità più spiccate del reame: il generale Filangieri, che

rappresentava tendenze militari, favorevoli a un assolutismo temperato

e l'avvocato Bozzelli ch'era fra i desiderosi di costituzione liberale

e che fu parte grandissima nei fatti del 1848.

Ma questa soggezione allo straniero, anche negli ordinamenti liberali,

questo invocare principe straniero e leggi straniere anche per causa di

libertà, offendeva molti. Il senso d'italianità si era venuto formando:

anzi si può dire che i moti del 1848 ebbero in generale più tendenza

unitaria che liberale, a differenza di quelli del '20, che furono

esclusivamente costituzionali. Gli scritti di Gioberti, di Balbo, di

D'Azeglio, soprattutto l'opera di Mazzini, infiammavano le menti. Si

ebbero monarchici, federalisti, repubblicani: ma il nome d'Italia era

ripetuto da tutti.

E vi erano ancora altri partiti e gradazioni infinite dei partiti

maggiori.

Era però male grandissimo che il movimento costituzionale e riformista

fosse composto di elementi che speravan solo da passioni e da

interventi esterni; e che la monarchia o il partito austro-spagnuolo,

rimanessero soli a difendere, insieme con la indipendenza del reame,

anche la tradizione napoletana. Due fatti derivarono da ciò: da

una parte l'avversione della monarchia napoletana a ogni riforma, e

dall'altra, quando la unità fu realizzata, una debole partecipazione

dei napoletani nei benefizi del nuovo ordine di cose e di tutta la

funzione di governo.

La protezione che Ferdinando II parea accordasse ne' primi anni del

suo regno agli studi coincideva con un risveglio intellettuale molto

notevole. Il giornalismo, fra il '30 e il '48, attirò non pochi uomini

di valore; era un giornalismo letterario, ma politicamente ebbe per

effetto di far nascere il bisogno di cose nuove. Memorabile soprattutto

lo studio del marchese Basilio Puoti, da cui uscirono De Sanctis,

Settembrini e quanto di meglio ebbe Napoli; il purista grande, che

affezionava gli scolari alla purezza dell'idioma italico e rinverdiva

i vecchi testi, lavorava senza sapere, forse senza volere, alla grande

opera dell'unità.

Vi era dunque nel Regno, alla vigilia del 1848, un movimento delle

idee; vi erano partiti immensi e vi era soprattutto quel fermento che

precede i periodi di rivoluzioni.

Ma la tradizione infausta della rivoluzione precedente e gli esempi

recenti spingevano gli uomini più dissennati o più entusiasti a tentare

da soli o in pochi trasformazioni profonde: e facea credere al sovrano

che ogni manifestazione fosse effetto di setta o di organizzazioni

tenebrose. Da una parte dunque si credeva che pochi uomini soltanto

potessero scuotere le masse; non il martirio nobilmente sopportato,

non il lavoro lungo e paziente di educazione progressiva, non l'opera

assidua di tutti i giorni, ma i colpi di fortuna improvvisi. Pochi

decisi a tutto uscivano in campo: i più numerosi seguivano e gridavano.

Si voleva _trascinare_ il pubblico. Le voci eran così alte e numerose,

lo scoppio così improvviso, che il Re cedeva. A sua volta il Re

esagerava la potenza dei liberali: dieci persone unite, che scendevano

in piazza a gridare, credeva rappresentassero setta interminabile e

tenebrosa. La storia del '20 non è tutta in questi sospetti e in queste

debolezze?

Ora, verso la fine del 1847, nel fermento costituzionale che era in

tutta Europa e con l'agitazione socialistica già vivace in Francia, nel

Regno delle Due Sicilie doveano ripercuotersi necessariamente i fatti

di oltre Alpe.

Gli annunzi delle riforme di Toscana e di quelle concesse a Roma da Pio

IX produssero agitazioni vivissime tra i liberali di ogni gradazione.

La condotta del Re era stata tale in passato, che egli pareva più

disposto a concedere che a reprimere.

Durante il novembre e il dicembre 1847 vi erano state agitazioni e

dimostrazioni. Nelle piazze, e fino sotto il palazzo reale, si era

gridato: _Viva il Re! viva la costituzione!_ Il Re non avea mostrato

di gradir molto applausi di questa natura, e la polizia avea disperso

i dimostranti e arrestato i più accesi tra essi.

La Sicilia, in cui già l'avversione per i napoletani più che per la

monarchia borbonica era grande e in cui la tradizione e lo spirito

separatista erano vivissimi, si agitava a sua volta ben più gravemente.

I moti di Sicilia, cominciati il 27 novembre con le dimostrazioni

del teatro Carolino, al grido di: «viva Ferdinando II! viva Pio IX!»

assunsero presto carattere diverso.

Si cominciò col chiedere alcune riforme amministrative: poi si chiesero

modificazioni profonde nell'ordinamento amministrativo. La libertà

non era la vera causa: quest'ultima bisognava trovare soltanto nel

desiderio di ottenere con minacce di rivolte una completa divisione da

Napoli. Infatti il movimento divenne presto separatista, e si volle che

non altra unione vi fosse con Napoli che una unione personale: il Re

comune e niente altro.

Come il movimento si allargava non solo si vollero le riforme, ma si

vollero a scadenza fissa, quasi con un _ultimatum_: il Re doveva darle

entro il 12 gennaio. Il Comitato di Palermo mandò emissari dovunque:

si parlava d'_indipendenza_, più che di libertà. Il Re, per prudenza o

per timore, mentre si decise a reprimere l'insurrezione, il 16 gennaio

concesse in gran parte ciò che la Sicilia chiedeva: si disse che era

troppo tardi, e l'insurrezione divampò.

Truppe furono spedite da Napoli per domare la rivolta di Sicilia: si

batterono pigramente, furono battute e si ritirarono.

Trasformatosi il movimento da trasformista in rivoluzionario per colpa

della Sicilia, le dimostrazioni di Napoli assunsero un carattere più

minaccioso.

Il Re avrebbe potuto opporsi al movimento, mettersi a capo

dell'esercito e resistere alle sedizioni e alle rivolte. Ma gli

mancava l'audacia, e soprattutto credeva che i liberali, secondati

dall'Inghilterra, avessero molto più forze che non avevano in realtà.

Il 26 gennaio, quasi per dar ragione ai dimostranti, licenziò il

ministro Del Carretto, capo del partito assolutista, e lo fece

imbarcare il giorno stesso per Marsiglia: i liberali che erano in

carcere furono liberati e con essi Carlo Poerio.

Il 27 vi fu una grande dimostrazione.

Le concessioni, fatte sotto l'impressione dei movimenti di piazza, non

doveano arrestarsi.

Il 28 il Re formò Ministero liberale: all'alba del 29 un _Atto sovrano_

annunziò la costituzione liberale e i capisaldi di essa.

Dal 29 gennaio al 15 maggio, quando la costituzione fu uccisa dalle

violenze della piazza, se pure nella forma fu ancora per qualche tempo

mantenuta dal Re, non trascorsero che poco più di cento giorni. Ma la

storia di quei cento giorni è così piena d'insegnamenti, più che di

avvenimenti, che spiega non poca parte dei fatti posteriori.

In quei 100 giorni vi furono tre ministeri, presieduti i primi due dal

marchese di Serracapriola, il terzo dall'insigne storico Carlo Trova.

Ferdinando non fece le cose a metà.

A capo della politica fu messo da prima il Tofano e poi Carlo Poerio,

cioè l'anima dei comitati d'azione: Ministro dell'Interno fu chiamato

Francesco Paolo Bozzelli, fino alla vigilia perseguitato e ritenuto da

tutti il capo dei liberali napoletani; nelle province furono mandati a

governare i liberali più noti: Imbriani, D'Ayala, de Tommasis, ecc.

Bisognava redigere lo Statuto: a chi darne incarico? Un uomo pareva

più di tutti adatto. Era avvocato ed era autore di opere filosofiche

e politiche; avea sofferto dura prigionia per ragioni di Stato; avea

nei lunghi viaggi studiato, o si diceva che avesse, gli ordinamenti

liberali in Francia, in Svizzera, in Belgio, in Inghilterra. Era

o pareva un riformatore audacissimo e l'averlo il Re messo a capo

del Ministero dell'Interno, indicava appunto il nuovo indirizzo. Il

Bozzelli fu dunque incaricato di scrivere la costituzione.

Chi era quest'uomo che è stato grandissima parte degli avvenimenti

del '48, che autore della costituzione e chiamato egli stesso a dare

garanzia ai liberali, fu poi ministro di reazione e raccolse le ire

de' suoi antichi seguaci? In tre mesi egli passò dalla più grande

popolarità alla più estrema impopolarità. Era un avvocato e quindi

facile al cavillo, amante della parola, desideroso di trionfi oratorii.

Giuseppe Massari, che fu suo amico e suo compagno e poi gli divenne

fiero nemico, quasi per insultarlo lo chiama sensista e materialista,

quasi che l'essere materialista significhi non aver coscienza.

Certo era di una vanità senza limiti. E quando, per cedere alle

pressioni dei liberali, Ferdinando gli affidò l'incarico della

costituzione, credette di dover essere messo a pari dei grandi

legislatori dell'antichità.

Chiesto da Carlo Poerio e da altri delle riforme che avrebbe introdotte

nel nuovo Statuto, rispose con enfasi da avvocato: — Se Solone

avesse discusso le sue leggi con gli amici, non avrebbe fatto opera

immortale. —

In realtà Solone si contentò questa volta di scrivere 89 articoli,

copiandoli quasi letteralmente e integralmente dalla costituzione di

Francia e in parte da quella del Belgio.

Il 10 gennaio il nuovo Statuto fu pubblicato e il Re gli giurò fedeltà

dinanzi ai principi, ai ministri e al corpo diplomatico. Volle che la

cerimonia fosse solenne, e dicono che nel giurare era commosso. Era in

buona fede? Qualcuno ha mostrato di dubitarne, ma gli stessi storici

liberali convengono della sincerità delle sue intenzioni.

Proclamata la costituzione, la Sicilia avrebbe dovuto accettarla.

Invece la ribellione continuò dovunque, e le truppe del Re furono

discacciate e si ritrassero da tutta l'isola, tranne che dalla

cittadella di Messina.

A Napoli l'entusiasmo raggiungeva il delirio.

Le dimostrazioni si succedevano alle dimostrazioni, le grida alle

grida. Per settimane intere tutta la città imbandierata, uomini e donne

con coccarde, spettacoli, rappresentazioni, perfino carri carnevaleschi

con rappresentazioni allegoriche in odio al dispotismo e in onore della

libertà.

Napoli si trovò di un tratto a passare da un regime di dispotismo quasi

assoluto a un regime di libertà quasi illimitata. Libera la stampa,

libere le associazioni, libere le riunioni; mancava l'educazione per

godere di tanta libertà.

Un re che avea un esercito di circa 100 mila uomini e una grossa marina

e saldi ordinamenti, avea accordata la costituzione non per lotta lunga

e tenace, non per resistenza di popolo, ma perchè impaurito da grida

e da dimostrazioni. Si credette che con le grida e le dimostrazioni

tutto si potesse ottenere, dal momento che si era ottenuto il libero

reggimento.

Era Napoli allora città di 400 mila abitanti, con poche industrie

manifatturiere. Rappresentava il grosso centro di consumo di un regno

di circa 9 milioni di abitanti. Vi era una corte ricca e fastosa, vi

erano principi e principesse; vi era un numeroso corpo diplomatico,

v'era una numerosa amministrazione e un numero grandissimo di soldati;

circa 30 mila nella capitale e ne' dintorni.

Tutta la popolazione cittadina viveva dunque sullo Stato. Vi era

un contingente non ricco e non prospero, e quasi tutto addetto a

mestieri, in servizio della gente ricca. Grandissimo era il numero

dei servitori; il popolo era vera plebe, cioè massa amorfa, capace di

subite impulsioni, non cosciente, fantastico, abituato a servitù lunghe

e rivolgimenti improvvisi.

La classe media viveva quasi esclusivamente delle professioni liberali

e degli impieghi; avvocati e impiegati nel più gran numero.

Gli avvocati, i _paglietti_, quantunque diminuiti dalla pubblicazione

dei codici, erano sempre potentissimi: causa di tutte le agitazioni,

irrequieti, sempre disposti a sostenere qualunque governo come

qualunque opposizione.

Enorme il numero degli impiegati.

Noi parliamo ora di burocrazia e siamo disposti a credere che si

tratti di un male nuovo. Uno studio comparativo, fatto su documenti

inconfutabili, prova invece che in molti dei vecchi Stati italiani

vi era maggior numero d'impiegati che non vi sia ora in Italia,

proporzionalmente, s'intende, al loro territorio e alla loro

popolazione.

Nel reame di Napoli soprattutto e, non v'incresca d'udirlo in Toscana,

più grande era il numero degli impiegati. La Toscana è addirittura

il paese che ha dato, nella formazione delle pensioni italiane, un

maggior contributo; avea anch'essa stuolo grandissimo d'impiegati. Ma,

nel reame di Napoli, il cui reddito era quasi esclusivamente agricolo

e in cui per il grandissimo numero di avvocati difficile ai timidi e

agli onesti riesciva l'avvocatura, non vi era per la borghesia media

altro scampo che negli impieghi. Parrà quasi incredibile, ma alcune

amministrazioni napoletane aveano non solo relativamente, ma anche

assolutamente maggior numero d'impiegati che ora non abbia tutto il

regno d'Italia. Il figlio dell'impiegato succedeva al padre, il quale

a sua volta era succeduto a suo padre.

Vi era una schiera infinita di postulanti, e il Re, per quieto vivere,

a molti concedeva. Ora una costituzione era stata ottenuta con le

grida; la massa dei disoccupati della classe media volle impieghi colle

grida e con pressioni d'ogni specie.

Il primo ministero, in cui oltre il marchese di Serracapriola e

l'avvocato Bozzelli, erano il principe di Torella, il principe Dentice

e altra gente onesta e desiderosa di far bene, si trovò di fronte a

difficoltà impreviste. La costituzione era data, e con essa il regime

liberale; si era creduto che la libertà bastasse a tutto; si vide che

a sua volta conteneva cause di malcontento.

La Sicilia, inorgoglita dei primi successi, non solo non accettava

la liberalissima costituzione, ma si proclamava autonoma, dichiarava

decaduto il Re e i suoi discendenti. Il Parlamento siciliano, vista

l'impossibilità di una repubblica, decideva offrire e facea più tardi

offrire la corona di Sicilia a Ferdinando di Savoia, duca di Genova,

figliuolo secondogenito del re Carlo Alberto.

L'onorevole Crispi vi parlerà della rivoluzione di Sicilia, e vi dirà

forse molto diversamente che io ora non dica.

Perchè la Sicilia non accettò la costituzione? perchè tentò in ogni

guisa di creare ostacoli al Re? Perchè, si risponde, essa non avea fede

nei Borboni.

Questa mancanza di fede non è in alcuna guisa dimostrata. Perchè furono

appunto i siciliani che nel 1799 ospitarono il Re, e furono essi, che,

durante la monarchia francese di Giuseppe e di Giovacchino, gli furono

fedeli.

La Sicilia non era gravata d'imposte eccessive. Mentre adesso paga

allo Stato per imposte circa 115 milioni all'anno, allora per le spese

generali non contribuiva al bilancio dello Stato che tenuamente. Ancora

nel 1860 il contributo della Sicilia alle spese generali del Regno non

era che di 17 milioni.

Certamente i magistrati e i funzionari che il Governo mandava non erano

sempre irreprensibili e molti erano egualmente sensibili al danaro e

devoti alle persone potenti.

Ma le popolazioni siciliane, mantenute in uno stato di grande

ignoranza, tutte le volte che potevano, mostravano il loro odio

ai napoletani. Napoletano voleva quasi dire straniero. In più di

un'occasione di impiegati e gendarmi napoletani fu venduta la carne

nelle strade, quasi a selvaggia vendetta.

La Sicilia avea tradizioni separatiste fortissime. Per secoli avea

avuta una monarchia propria e reggimento autonomo e istituzioni

differenti dagli stati della penisola. L'aristocrazia feudale

potentissima e più resistente che altrove, odiava la monarchia da cui

era stata diminuita. La classe media, desiderosa d'impieghi, vedeva

di mal'occhio i napoletani: ogni impiegato napoletano rappresentava un

nemico e un concorrente. Il popolo non si era ancora abituato dal 1734,

quando per la quarta volta la Sicilia fu unita a Napoli in uno Stato

solo, a considerare i napoletani come connazionali; li considerava come

stranieri e come dominatori.

Nel 1848 la Sicilia invitò un principe sabaudo, mandò molte bandiere e

pochi uomini in Lombardia: ma in fondo fece un movimento separatista e

fu la causa prima, come Settembrini e Massari riconoscono, della caduta

del movimento liberale in Italia.

Non solo separazione politica da Napoli; ma i suoi rappresentanti, con

eccessivo ardore, dichiaravano dal Re di Napoli non voler accettare

nemmeno le cose buone.

Ora Ferdinando II avea creduto e gli era stato fatto credere che,

all'annunzio della costituzione, la Sicilia si sarebbe calmata.

Avveniva invece il contrario.

D'altra parte i liberali pretendevano che la Sicilia non si dovesse

sottomettere con le armi; volevano con la guardia nazionale che vi

fosse una specie di nazione armata; pretendevano che il Re proclamasse

la lega dei principi italiani e l'unità della penisola.

Ora, tutte queste cose impensierivano il Re. Quasi metà del reame

si era distaccato e lo avea dichiarato decaduto; l'esercito era

malcontento; le passioni e le aspirazioni che il nuovo ordinamento avea

determinato erano violentissime.

I ministri, la stampa, il pubblico, non educati alla libertà, mancavano

non solo di garbo, ma di convenienza.

La stampa si permetteva sul conto della famiglia reale e degli antenati

del Re apostrofi irreverenti; in pubbliche dimostrazioni si portavano

sotto il palazzo reale i ritratti di Pagano, di Cirillo e di altri,

che senza dubbio iniquamente, erano stati fatti uccidere dall'avo del

Re. Questi richiami storici non aveano nulla di grazioso, nulla di

rassicurante sopra tutto.

Ma i ministri più degli altri mancavano di garbo; ve ne furono molti in

cento giorni e tra essi uomini di grande valore come Bavarese, Poerio,

Scialoia e altri insigni; ma la più gran parte erano avvocati, incapaci

di risoluzioni energiche, sempre disposti a gridare, a concionare, ad

apostrofare.

La costituzione rappresentava quanto di più liberale si potesse

volere; invece i ministri stessi, pochi giorni dopo la proclamazione

dello Statuto, lo discutevano e i giornali dicevano che bisognava

modificarlo.

Lo stesso Ministro di grazia e giustizia del secondo ministero

liberale, Aurelio Saliceti, invece di dare esempio di moderazione,

proponeva nuova costituzione: voleva fosse conceduto alla Camera

dei deputati il diritto di emendare la costituzione, fosse abolita

la Camera dei pari, si dichiarasse subito guerra all'Austria, senza

nemmeno bisogno di intesa con Carlo Alberto.

Con garbo non eccessivo, al Re, che gli mostrava la difficoltà di tutte

queste cose assieme rispose: — V. M. si ricordi di Luigi XVI e dei re

che non concedettero le riforme in tempo. —

Non era un modo molto gentile per ricordare a un re la storia; il

richiamo era anche meno rassicurante quando si pensi che l'avola del

Re, Maria Carolina, era sorella di Maria Antonietta.

Ferdinando sentiva il bisogno — e si potea dargli torto? — di risolvere

prima di tutto la questione siciliana. Si diceva invece dai ministri:

— Lasciate in pace i siciliani. Andate in Lombardia e vi troverete la

corona di Sicilia. —

Si pretendeva risolvere nello stesso tempo il problema dell'unità e

quello della libertà.

Non persuaso, Ferdinando voleva almeno che fosse prima stabilito, in

caso di vittoria, quali vantaggi avrebbe avuto il Regno del Piemonte,

quali quello di Napoli. I liberali dicevano: — Si vedrà dopo. Bisogna

andare senza discutere. —

E il Re a malincuore mandò un suo delegato a Carlo Alberto e truppe in

Lombardia sotto il comando di Guglielmo Pepe, che scontò poi nobilmente

a Venezia tutti gli errori del '20.

I giornali a Napoli pullulavano: se ne pubblicavano di ogni colore, di

ogni gradazione, di ogni tendenza.

Erano di una violenza di linguaggio appena credibile. Insultavano i

ministri, non risparmiavano lo stesso Re.

Gl'insulti più grandi erano per l'esercito; si diceva che la guardia

nazionale, espressione del popolo, dovesse stare a difesa della

libertà; l'esercito stanziale essere per sua natura artefice del

dispotismo. I generali si erano opposti alla spedizione di Lombardia:

era stata nuova cagione di insulti. Anche i migliori ufficiali rodevano

il freno e si sentivano trascinati contro il nuovo ordine di cose.

Mentre il 25 marzo si riuniva il Parlamento siciliano, e il Re,

non potendo far altro, si contentava di fare una protesta, due mesi

di libertà aveano trasformata Napoli in un alveare in rivoluzione.

Si credeva che le istituzioni liberali fossero un banchetto a cui

tutti dovessero partecipare. Cresceva il numero di coloro che voleva

impieghi a ogni costo e non umili impieghi, ma funzioni elevate e ben

retribuite. Si gridava contro i ministri. Il Bozzelli, esaltato fino al

giorno prima, veniva insultato come un traditore e un retrogrado.

La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte 3 Terza serie - Storia · 第 3 / 8 段