Così almeno s'argomenta dal più recente e autorevole studio su

questi fatti (ma sfortunatamente ancora incompiuto), che è quello di

Raffaello Giovagnoli. Da che fucine uscissero quelle congiure, l'ha

detto il Rossi medesimo nell'articolo che osò pubblicare proprio alla

vigilia del 15 novembre. In esso accusa apertamente, senza riserve nè

attenuazioni, i clericali e i demagoghi, e dice loro: «badate! non vi

darò quartiere!» Quanto a sè stesso: «il mondo sa, concludeva, che vi

ha lodi, che offendono e biasimi, che onorano.»

Tali parole, gettate in quell'ultim'ora come una sfida, sulla faccia

de' suoi nemici, sono sublimi, e mi è caro ripeterle qui, dinanzi a una

udienza, che certo sente profondamente vibrarsi nel cuore quanto v'è

di grande, di nobile, di cavalleresco, di fieramente elegante persino,

nella sprezzante audacia di quest'uomo.

Ma notate! Egli accusa senz'alcuna distinzione clericali e demagoghi.

L'avrebbe fatto il Rossi, ministro del Papa, se non avesse avuto le

prove in mano di ciò che affermava? Aggiungete che le carte segrete del

Rossi, raccolte la sera stessa del 15 novembre per ordine di Pio IX da

monsignor Pentini e da lui consegnate al Papa, nessuno le ha viste mai

più.

Al mattino del 15 novembre sulla piazza della Cancelleria era

schierato un battaglione di Guardia Civica, che avea fornito una

diecina di militi, non più, per le solite sentinelle all'entrata e

nell'interno del palazzo. I Carabinieri, per ordine del Rossi, erano

consegnati nelle caserme a piazza del Popolo e nel palazzo Borromeo.

Nelle vicinanze della Cancelleria molta gente, non folla, varia di

condizioni e, a quel che pareva, di opinioni e di sentimenti; curiosi

in gran parte; scarsissime le donne. Nel cortile del palazzo, che

ha all'intorno portici a due ordini, molti, che vanno e vengono, e a

gruppi una sessantina di reduci Vicentini della Legione Romana, tutti

colla sozza e logora uniforme di tela, che la plebe solea perciò

chiamare: _la panuntella_. Fra costoro, faccie torbide, agitate, e

ora bisbigli all'orecchio, ora bestemmie, e voci di esecrazione e di

minaccia al Rossi.

Di questo brutto apparecchio il Rossi fu informato. Stette un momento

sopra di sè, poi disse: «che si fa? bisogna andare!» Mandò l'ordine ai

Carabinieri di muoversi dalle caserme, ma pare non giungesse in tempo.

Al tocco il Rossi salì in carrozza col suo segretario per le finanze,

Pietro Righetti, al quale, montando, disse: «se non ha paura, salga

pure!» Nessun altro, nessun ministro (si noti) l'accompagnò, e così si

mosse dal Palazzo della Consulta.

Alla Cancelleria intanto l'irrequietezza e l'agitazione fra quella

masnada di legionari andavano crescendo sempre più. I Deputati

arrivavano spicciolati ed entravano senza destare attenzione. Uno solo,

suscitò gli applausi dei gruppi di legionari, Pietro Sterbini, che

passò salutandoli, e di cui Marco Minghetti dice ne' suoi _Ricordi_:

«pochi uomini ho conosciuto più rei d'intelletto e d'animo, e più

orrendi di faccia.»

A un tratto due legionari, accorrendo dall'angolo di via de' Baullari,

dicono ai compagni: «eccolo! eccolo!» Una carrozza s'avvicina, ma

altre voci: «non è lui! non è lui!» Era la carrozza del Ministro di

Spagna. Il furore nei gruppi di legionari aumenta a vista d'occhio;

s'odono alcuni: «sta' a vedere che non viene questa carogna! Dovrebbe

avere paura!» In quella giunge la carrozza del Rossi. «Eccolo, si

grida, è lui! Dentro! Dentro!» I legionari rientrano tutti di botto e

si dispongono di qua, di là, presso la scala; alcuni sui tre scalini,

pei quali si monta ad un largo pianerottolo. La carrozza, rallentando,

entra nell'atrio in mezzo a un grande silenzio, si ferma dinanzi

alla scala e il Rossi si dispone a scendere. Allora prorompono urli

e fischi: «Morte! Abbasso! Ammazzalo!» Egli guarda intorno fiero,

imperterrito, s'avvia, e sale il primo scalino. Le due file dei

legionari, che l'hanno lasciato inoltrarsi, gli si rinchiudono dietro

e lo separano dal Righetti. Nel tempo stesso mentre il Rossi sale gli

altri due scalini, qualcuno l'urta a destra, egli si rivolta sdegnoso,

e da sinistra un altro gli immerge un coltello nel collo. Trenta,

quaranta braccia s'alzano nello stesso istante per nascondere ciò

che accade; sulle spalle del feritore alcuni gettano un cappotto da

Guardia Civica e scompaiono con lui per una porticciuola di fianco;

altri accorrono al portone del palazzo e trattenendo la folla, che

si protende innanzi e interroga agitata, curiosa: «niente, niente,

rispondono, fermi! Non è niente!» Il Rossi, raggiunto a gran pena dal

Righetti, gli era caduto fra le braccia e trasportato nelle stanze

del cardinale Gazzoli, pochi minuti dopo e senza profferir parola era

spirato.

Al di fuori la folla si diradò quasi subito. Nella Camera dei Deputati,

che erano scarsissimi, alla prima eco degli urli e dei fischi, al primo

annunzio d'un attentato al Rossi parecchi, il Minghetti, il Fusconi,

il Pantaleoni, uscirono per portar soccorso, altri non si mossero

dai loro scanni, il Presidente Sturbinetti fece leggere il verbale:

apparenza d'impassibilità da Senatori Romani contro i Galli di Brenno;

vigliaccheria solenne in realtà, che neppure osò alzar la voce a

maledire l'assassino.

Ma che dico maledirlo? Nessuno lo inseguì, nessuno lo cercò, nessuno

seppe chi era, nessuno si curò di saperlo e per parecchi anni nessuno

lo seppe, o chi lo sapeva non lo disse.

La stessa sentenza del 17 maggio 1854 che per l'assassinio del Rossi

condannò a morte Luigi Grandoni e Sante Costantini, altri due alla

galera a vita, altri tre a vent'anni, quantunque lo annoveri fra i

sorteggiati per compiere il delitto, non lo nomina più neppure fra

i correi contumaci. Nello stesso famoso Sommario processuale del

giudice Laurenti, che, prima dell'esame diretto delle sedicimila

pagine del processo fatto dal valentissimo Giovagnoli, era la sola

fonte a cui ricorrere, l'assassino vero del Rossi è una figura, su cui

l'istruttoria trascorre sempre disattenta, e sì i processanti, che i

giudici sembrano ignorare che alla data della chiusura del processo

e della sentenza l'assassino vero era già morto da circa cinque anni.

Esso fu Luigi Brunetti, il figlio maggiore di Ciceruacchio!

Quanto alla preparazione del misfatto, le conclusioni del Giovagnoli

sono che i complotti furono due, l'uno di vecchi settari della

Carboneria, in cui sarebbe stato deliberato; l'altro di non più che

sette sicari, scelti fra i reduci di Vicenza della Legione Romana.

Allo Sterbini, al Ciceruacchio e agli altri capi del moto

rivoluzionario, che poi finì colla repubblica del Mazzini, non

dovette parere che il moto fosse ancora maturo; erano incerti ancora

del contegno della truppa e della Guardia Civica; erano una frazione

audace, pronta a tutto, ma frazione pur sempre; temettero forse gli

strascichi della grande popolarità di Pio IX, forse una reazione

nella capitale stessa e nelle provincie; tant'è vero che l'esperimento

procedette per gradi, ed ucciso il Rossi, eliminato cioè l'ostacolo

maggiore, la sera stessa del 15 novembre atterrirono la città,

percorrendola al chiarore sinistro di faci in una specie d'orgia

selvaggia, cantando a squarciagola l'orribile ritornello:

Benedetta quella mano,

Che il Rossi pugnalò,

e levando in trionfo or l'uno or l'altro dei legionari (mai però il

Brunetti!) fin sotto la casa, dov'erano raccolti in lagrime disperate

la moglie e i figli del Rossi; tanto è vero che il giorno dopo imposero

bensì colla rivolta un Ministero democratico a Pio IX col Galletti e

lo Sterbini; ma non osarono di più; non osarono proclamar subito la

Costituente e la Repubblica.

Vi ricordate ora, o signore, che, appena trafitto il Rossi, i complici

del Brunetti gli avevano fatto siepe all'intorno delle braccia alzate,

lo avevano imbaccuccato in un cappotto da Guardia Civica e trafugatolo

in fretta per una porticciuola di fianco? Ebbene, da quel momento,

si può dire, l'assassino scompare per sempre; si dice il nome ora

di questo, ora di quello, quasi mai il suo; il 25 novembre Pio IX

fuggirà da Roma; il 5 febbraio 1849 si riunirà la Costituente; il 9

si proclamerà la Repubblica; il 3 luglio i Francesi, dopo superata

una resistenza eroica, entreranno in Roma, e in mezzo a quella rapida

e sfolgorante epopea della difesa di Roma, in cui brillano di gloria

immortale tanti nomi sacri alla memoria degli Italiani, il nome di

quel miserabile va travolto e perduto. Ma Garibaldi non si è arreso

ai Francesi. Da Roma vinta il gran guerrigliero esce seguìto da molti

compagni (Ciceruacchio e i suoi due figli fra questi) per raggiungere

Venezia che resiste ancora; lo inseguono _quattro_ eserciti; passa

fra mezzo a tutti invincibile, inafferrabile; sublime odissea, in

cui, affinchè nulla manchi alla sua eroica poesia e alla sua grandezza

morale, c'è ancora la morte alle Mandriole, presso Ravenna, di Anita,

la donna amata da Garibaldi, e l'espiazione tremenda del delitto del

15 novembre 1848. Ciceruacchio e i suoi due figli, dopo che Garibaldi

ha tentato imbarcarsi a Cesenatico per Venezia, dopo ch'egli ha dovuto

retrocedere fino alle foci del Po e riparare nel porto di Magnavacca,

Ciceruacchio, i suoi due figli e cinque altri, che li seguivano, si

separarono da Garibaldi, cascano in mano agli Austriaci, e tutti, lo

stesso Lorenzo, il figlio minore di Ciceruacchio, un bambino di tredici

anni, trascinati sulla riva del Po a Cà Tiepolo, ora dei Papadopoli,

sono fucilati, come belve rabbiose. Espiazione, sì, del vile assassinio

di Pellegrino Rossi, ma il sangue innocente di quel bambino, che si

aggrappa al petto del padre, mentre le palle li trafiggono entrambi, se

implora perdono al padre ed al fratello, grida vendetta al cospetto di

Dio contro chi l'ha versato e chi l'ha fatto versare!!

Luigi Brunetti, l'assassino di Pellegrino Rossi, è finito così, la

notte del 10 agosto 1849. Tuttavia neppure allora apparisce il suo

nome. Egli per nascondere sè e il suo misfatto s'è consegnato agli

Austriaci sotto un falso nome, forse sotto quello di _Luigi Bossi_, e

nella lapide che nella chiesetta di Sant'Antonio, presso al luogo del

supplizio, ricorda quegli infelici, vi sono bensì otto nomi, ma manca

il suo; v'è il nome falso; postuma espiazione anche questa!

Ora, ignoravano essi tutto ciò gli inquisitori e i giudici di Roma?

Non direi! In quello stesso Sommario processuale del Laurenti, che

il Giovagnoli chiama giustamente un romanzaccio da fare il paio con

_L'Ebreo di Verona_ del gesuita Bresciani, v'ha le traccie delle

conclusioni stesse, alle quali è giunto il Giovagnoli, v'ha le traccie

cioè delle due riunioni, di quella del 13 novembre, in cui fu dai

capi della demagogia romana deliberata la morte del Rossi, e di quella

della notte del 14, in cui fra sei o sette figuri, che stanno bevendo

in un'osteria a piazza del Popolo, comparisce lo Sterbini ed eccitato

da lui Luigi Brunetti si profferisce pronto a scannare il Rossi il

giorno dopo; ma l'inquisizione non si ferma su ciò, preferisce cercare

origini remote alla congiura nel Congresso di Torino, in quello di

Firenze, in un pranzo, a cui assiste con lo Sterbini e il principe

di Canino, nient'altri che Terenzio Mamiani, sempre nell'intento non

tanto di gravar la mano sui demagoghi peggiori, quanto di coinvolgere

nell'infame accusa tutto il partito liberale e allontanare ogni

sospetto dai clericali, che pure il Rossi aveva pubblicamente accusati.

A tal fine il romanzaccio si slarga; v'ha una prima congiura di certi

fratelli Facciotti alla salita di Marforio; una seconda nei fienili

di Ciceruacchio, in cui i congiurati sono a centinaia; una terza di

Legionari reduci da Vicenza nel teatro Capranica; e all'ultimo le tre

congiure s'intendono e metton capo all'assassinio del Rossi e alla

rivolta del 16 novembre, con lo scenario d'obbligo dei giuramenti sui

pugnali (giura anche il conte Mamiani!), del sorteggio dei sicari,

delle prove sui cadaveri, degli avvisi misteriosi alla vittima

designata. In tuttociò è confusione di fatti, di tempi, di uomini, e

mescolanza di vero e di falso, fatta ad arte per un fine politico e non

per scoprire la verità, che forse i processanti conoscevano, ma premeva

loro assai meno. Ciò non vuol dire che fra i condannati del 1854 vi

fossero innocenti. Non lo credo. Ma la verità è che la congiura diretta

fu di pochi; l'indiretta di molti, e vi contribuirono ugualmente l'odio

dei clericali, la timidità dei moderati, la perversità dei demagoghi,

il fanatismo dei repubblicani, e per ultimo la stessa audacia del

Rossi, la soverchia fiducia in sè ed il soverchio disprezzo dei suoi

avversari.

Fu lasciato solo, quando salì al ministero, come fu lasciato

codardamente solo (salvo che da Pietro Righetti) il giorno, che dovette

affrontare i pugnali degli assassini.

E appena egli è caduto, l'anarchia prorompe, il governo si dissolve, lo

Stato, ch'egli reggeva nella potente sua mano, non esiste più.

Nondimeno il Mazzini ed il Saffi negano che fra l'assassinio del Rossi,

la rivolta del 16 novembre, la fuga del Papa, la proclamazione della

Costituente e della Repubblica vi sia alcuna continuità.

V'era tanto invece e così immediata, che nessuno pensò più neppure

a scoprire e punire gli assassini del Rossi, ed i più noti fra essi

ebbero premi, onori e compensi.

È un'onta questa, cui non bastano a lavare gli eroismi della difesa di

Roma, perchè la Repubblica fu opera d'una fazione e la difesa di Roma

fu invece un fatto ed una gloria nazionale, e in quella luce radiosa

di battaglia contro lo straniero non campeggia la squallida figura di

Mazzini, bensì risplendono quelle omeriche ed ariostee di Garibaldi, di

Bixio, di Medici, di Pietramellara, di Morosini, di Mameli, di Manara,

e di cento e cento altri guerrieri italiani, che cadono «col nome

d'Italia sulle labbra e la fede d'Italia nel cuore!»

E Pio IX, di cui non abbiamo quasi più parlato?... Egli ha rinnegata

la patria e chiamati gli stranieri; il _Vescovo d'Imola_, l'ospite caro

di Giuseppe e Antonietta Pasolini a Montericco, il Pio IX dell'amnistia

e del _Benedite, gran Dio, l'Italia_ sono scomparsi. In loro vece è il

tristo ceffo brigantesco del cardinale Antonelli. Meglio, non parlarne

più!!

I MOTI DI NAPOLI DEL 1848

CONFERENZA DI FRANCESCO S. NITTI

Ebbene — poichè l'accoglienza vostra è sì cordiale — permettete che vi

dica che io non avrei dovuto parlare del '48 a Napoli. Non posso, non

si può forse parlarne con severità; non vi è nemmeno la possibilità

di una ricostruzione completa dei fatti. Troppe lacune, troppi errori:

sopra tutto le passioni sono ancor vive e gli odii persistono ancora.

I miei parenti furono tutti tra i perseguitati, anzi fra i tormentati

dalla reazione borbonica. È difficile essere sereno; sopra tutto quando

gli archivi conservano, ancora inesplorati, i soli elementi che possano

gittare un poco di luce su tante cose che noi non sappiamo.

La difficoltà appare maggiore quando si pensi che sono ancora viventi

non pochi di quelli che nel '48 a Napoli ebbero un'azione diretta. Essi

sono forse i peggiori giudici: ma sono anche i più incontentabili. Chi

ha operato non può essere un giudice; ma non può nemmeno esser contento

di chiunque giudichi senza aver operato.

Le lotte tra i greci e i persiani, le aspirazioni di Filippo il

Macedone si prestano alle considerazioni più varie; ma considerarle

in un modo o in un altro non indignerà alcuno. Non si parla invece

impunemente di quelle cose in cui i nostri padri, a ragione o a torto

credettero, e per cui lottarono e soffrirono.

La storia dei fatti di Napoli dal 27 gennaio al 15 maggio non è che

la storia di pochi mesi; pure, a chi vi guardi dentro, apparisce la

spiegazione di non poche delle difficoltà presenti. Molte cose sono

scomparse; permangono tuttavia alcune tristi eredità. E il desiderio di

pronte mutazioni, e l'insofferenza di disciplina, e il credere che si

possa in pochi chiedere e ottenere trasformazioni, sono mali derivati

a noi dalle rivoluzioni liberali tra il '20 e il '60.

La rivoluzione del '48 non ebbe a Napoli nulla di grandioso: non fu

molto diversa in altre parti d'Italia, ma la fine tragica diede altrove

carattere di grandezza.

La costituzione del 1820, data a Napoli da un re fiacco e di malafede,

dipese da un moto incomposto. La costituzione del '48 fu concessa per

equivoco, fu soppressa di fatto dallo squilibrio di due paure: la paura

che il re avea dei liberali e la paura che i liberali aveano del re.

Durante la dinastia borbonica la sola rivoluzione di Napoli che

lasciò tracce durevoli e in cui vi fu il martirio dei migliori e dei

più degni, fu quella del 1799: essa fu la condanna della monarchia

borbonica; la vera, la terribile accusa che pesò sempre su Ferdinando

IV e sui suoi successori.

Il 1820 avea lasciato due dolorose eredità, due idee non ancora

scomparse del tutto.

La prima idea, comune alla monarchia e alle classi medie, che il

regime politico potesse e dovesse esser mutato non per modificazioni

progressive, ma quasi di assalto. Due sottotenenti e un prete aveano

infatti nel 1820, per opera e con l'aiuto di una setta, determinato,

sia pure fuggevolmente, un mutamento di regime.

Dal 1820 al 1848 appare dovunque l'idea che si deva operare di

sorpresa, che pochi uomini di buona volontà bastino a tutto. La massa

era indifferente: che importa? Le classi medie non aveano nessuna

preparazione: ma era necessario che l'avessero?

I travisamenti della leggenda napoleonica faceano credere che un uomo

solo potesse bastare a ogni cosa. Un patriota calabrese, che nei fasti

del '48 ebbe gran parte, vedendo passare dei reggimenti della guardia

reale, diceva al Settembrini che si sarebbe sentito con centomila

baionette di fare più che Napoleone.

Fra il 1830 e il 1848 questo stato di animo determinò dovunque piccoli

tentativi di rivolta. Ve ne furono in Sicilia, in Abruzzo, perfino

alle porte di Napoli, nei Principati. Due o tre famiglie perseguitate

o insofferenti, o che aveano antichi rancori, bastavano qualche volta

a determinare rivolte locali.

In alcuni paesi si giunse a proclamare il regime costituzionale, a

cantare il _Te Deum_ in Chiesa; qualche volta si dichiarò perfino

decaduto il Re.

Data la mancanza delle strade e l'insufficienza dei funzionari nelle

province (accorrevano il più che si potesse nella capitale, che era

la sola grande città del Regno nel continente), la monarchia borbonica

avea in ogni paese una o più famiglie ricche o potenti, cui concedeva

la sua protezione: in un piccolo centro rurale il potere era bilanciato

tra il parroco e la famiglia più ricca. Era dunque esercitato assai

spesso molto male e con la tracotante e volgare arroganza così comune

alle famiglie ricche nei piccoli centri. La causa dei movimenti

carbonari o settari spesso va cercata meno nell'odio per la monarchia

che negli odii locali, nella prepotenza di qualche famiglia ricca

(ricco volea dir spesso solo meno povero degli altri) che senza la

nobiltà e la grandezza avea i pregiudizi e le idee di dominio dei

vecchi feudatari.

La seconda idea, non meno dannosa della prima e che non è ancora

scomparsa nè a Napoli nè nel resto della penisola, è che si possa

ottener tutto dallo Stato in tempi di rivolgimenti. La burocrazia

già numerosissima, assorbiva in ogni rivolgimento un certo numero di

elementi nuovi. Quando prevalevano i liberali, come quando prevaleva

l'assolutismo, vi era sempre lo stesso numero di persone in cerca

d'impieghi. Anzi il Re dava per grazia e poteva quindi negare; ma

i liberali che avean bisogno di suffragio e di aiuto, parea che non

potessero e che non dovessero.

Ferdinando II, fra il '30 e il '48, cioè per diciotto anni, avea dato

prova di molta mitezza e di molto accorgimento. Succedendo a un padre

inetto e dopo periodi tristissimi per la vita della monarchia e del

paese, avea trovato molto da fare, soprattutto moltissimo da disfare.

E all'opera benefica di restaurazione si era accinto con ardore.

Pochi principi italiani fecero fra il '30 e il '48 il bene che

egli fece. Mandò via dalla Corte una turba infinita di parassiti e

d'intriganti; richiamò i generali migliori, anche di parte liberale,

e licenziò gl'inetti; ordinò le leve militari; fece costruire, primo

in Italia, una strada ferrata; istituì il telegrafo: fece sorgere

molte industrie, sopra tutto quelle di rifornimento dell'esercito,

che era numerosissimo; ridusse notevolmente la lista civile; mitigò

le imposte più gravi. Giovane, forte, scaltro, volea fare da sè, ed

era di un'attività maravigliosa. Educato da preti e cattolicissimo

egli stesso, osò con grande ammirazione degli intelletti più liberi

resistere alle pretese del papato e abolire antichi usi, umilianti per

la monarchia napoletana.

Non coraggioso e non nato alle armi, avea compreso che il Regno di

Napoli avrebbe avuta una grande importanza nella penisola se avesse

avuto un solido potente esercito; e le truppe che avea trovato corrotte

e demoralizzate avea cercato di risollevare e avea portato con grandi

sacrifizi l'esercito stanziale a una cifra proporzionalmente molto

superiore all'esercito attuale del Regno d'Italia.

Avea molti pregiudizi del tempo suo e del suo ambiente; era sopra tutto

troppo napoletano; ma avea anche molto desiderio di fare.

È passato alla storia come _Re Bomba_ e non si ricordano di lui che

il tradimento della costituzione, le persecuzioni dei liberali, le

repressioni di Sicilia e le terribili lettere di Gladstone.

Abbiamo troppo presto dimenticato che, durante quasi due terzi del

suo regno, i liberali stessi lo chiamarono Tito e lo lodarono e lo

esaltarono per le sue virtù e per il desiderio suo di riforme. Abbiamo

troppo presto dimenticato il sollievo che le sue riforme finanziarie

produssero nel popolo, e l'ardimento che egli dimostrò nel sopprimere

i vecchi abusi.

Io sarei molto imbarazzato se dovessi paragonarlo a qualcuno. Questo

re, morto non ancora cinquantenne, ha riempito di sè l'Europa: era

un misto strano di avvedutezza e di paura. Avea tutta la volgarità e

le finezze del popolo minuto: avea tutte le debolezze della grande

maggioranza dei suoi sudditi, cui anzi soverchiava nel desiderio

di riforme reali in favore del popolo. Misto di superstizione, di

scaltrezza e di intelligenza; bonario, desideroso di assicurare al

popolo una vita migliore. Era così poco nato per esser crudele, che

quando dovè esserlo fu assai male: e le sue crudeltà furono esagerate

e occuparono la stampa europea.

Quando vi furono rivolte contro la monarchia e perfino cospirazioni

di soldati per ucciderlo, Ferdinando non usò alcuna ferocia: nessuno

fino al 1848 fu condannato a morte per aver messo in pericolo il Re e

la monarchia. Anche i poeti non cesarei esaltavano _chi il gaudio del

perdonar provò_.

Da Carlo V in poi, se si faccia eccezione del regno di Carlo III, è

impossibile trovare nella storia napoletana un periodo di più utili

riforme, di maggior quiete e di maggior libertà di quello tra il

1830 e il 1848. In tutta l'opera di Ferdinando si nota un avviamento

progressivo verso un regime più largo. Non era la costituzione liberale

che egli sognava: ma un regime autoritario temperato da una serie di

riforme. Non avea vedute larghe; ma nemmeno era cieco di mente, sì come

han detto i suoi denigratori.

Ma le condizioni del regno delle Due Sicilie e il lievito che la

rivoluzione del '20 avea lasciato e le difficoltà nuove che sorgevano

per la influenza dei vari partiti e dei vari interessi rendevano

non facile la funzione di governo, soprattutto non facile l'opera di

riforme progressive voluta dal Re.

Prima di tutto fra le varie classi sociali — tranne forse nel popolo,

devoto alla monarchia per antica tradizione monarchica e sopra tutto

per avversione da prima ai baroni e poi alle classi medie e ricche —

era uno scontento grande; un lievito che facea temere fermentazioni.

L'aristocrazia, diminuita costantemente da sessant'anni per opera dei

re, guardava sospettosa. Il re Ferdinando con assai larghezza d'intenti

avea chiamato alle cariche più importanti individui che non vantavano

grandi casati, anzi nati umilmente. Era stato uno scandalo, n'era

offesa soprattutto l'aristocrazia siciliana, così tracotante, così

superba, così piena della sua grandezza e del suo passato.

La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte 3 Terza serie - Storia · 第 2 / 8 段