Sbaglierò, ma questo, secondo me, è il Pio IX della storia,

LA

VITA ITALIANA

NEL

RISORGIMENTO

(1846-1849)

TERZA SERIE

III.

STORIA.

Pio IX e Pellegrino Rossi ERNESTO MASI.

I moti di Napoli nel 1848 FRANCESCO NITTI.

La Sicilia e la Rivoluzione FRANCESCO CRISPI.

I moti toscani del 1847 e 1848; loro cause

ed effetti NICCOLÒ NOBILI.

FIRENZE

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1900

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[Illustrazione: firma manoscritta]

Firenze. — Tip. Cooperativa, Via Pietrapiana, 46.

PIO IX E PELLEGRINO ROSSI

CONFERENZA DI ERNESTO MASI

Continuo il tema che mi fu assegnato l'anno scorso.

Mi fermai al 16 luglio 1846, e, riepilogando l'effetto immenso,

profondo, fulmineo del grand'atto compiuto da Pio IX, col perdonare

a tutti i condannati politici, precorsi alquanto il tempo seguente.

Mi conviene ora ridare alla cronologia tutti i suoi diritti:

imprescrittibili sempre, più che mai lo sono a proposito di Pio IX.

La sua gloria di primo promotore, nell'ordine dei fatti (s'intende),

del risorgimento politico italiano ha non solo gli anni, ma i mesi, i

giorni, le ore contate.... E a passar oltre sbadatamente si rischia di

non comprender più nulla nè della storia, nè dell'uomo.

La storia diviene una diatriba politica tutta pro o tutta contro, a

seconda della fazione che la inspira; l'uomo un così confuso mistero

di luce e di buio, di bene e di male, che la sua stessa personalità si

oscura e si dilegua quasi del tutto, nè è più possibile distinguere

e determinare la responsabilità sua e quella degli altri personaggi,

portati via via accanto a lui o sbalzati lontano dalla bufera

rivoluzionaria, che, non volendo, egli ha sollevata.

Chi guardasse soltanto ai primi effetti e così straordinari dell'opera

di Pio IX, ci sarebbe quasi per un momento da scambiarlo per uno degli

_Eroi_ del Carlyle, la potenza creatrice dei quali è la sola realtà

naturale, che, secondo il filosofo inglese, domini la storia. Questo,

che è un po' il concetto medesimo del Machiavelli, per cui pure la

volontà, l'energia, l'intelligenza individuale dei grandi uomini sono

la causa unica di tutti i maggiori avvenimenti, non s'attaglia però che

come un'apparenza fuggevole a Pio IX. È giusto soggiungere bensì, che,

nelle complicazioni via via crescenti sempre più della storia moderna e

contemporanea, tale concetto s'attaglia a tutti i grandi uomini sempre

meno.

Al Carlyle derivava da quella metafisica tedesca, per la quale la

storia non era che l'incarnazione visibile d'un'_Idea_: e al posto

dell'_Idea_ il Carlyle mise l'_Eroe_. Ma se quest'attenuazione o

trascrizione inglese d'uno schema storico puramente metafisico è resa

più pratica, più positiva, più francese, direi, dal Taine, che al

posto dell'_Idea_ e dell'_Eroe_ ha messo un _Fatto_, da cui tutti gli

altri provengono, e lo ha suddistinto nelle tre categorie: _razza_,

_ambiente_, _momento_, che all'osservazione psicologica dovrebbero

far scoprire il _documento umano_ nella storia, Pio IX, il nostro

_eroe_, non se ne vantaggerebbe molto di più, perocchè in lui è tale

sproporzione coll'_ambiente_ e il _momento_, che prima ancora che il

_momento_ passi e l'_ambiente_ si muti, l'_eroe_ è già quasi scomparso.

Ne ebbe la chiara visione egli stesso, e l'ebbe (sia detto a lode della

sua sincerità) e l'ebbe prima d'ogni altro, quando nella piena luce

della sua apoteosi: «mi vogliono un Napoleone, diceva, mentre io non

sono che un povero curato di campagna!»

Non per questo diviene vera e giusta l'affermazione del repubblicano

federalista, Carlo Cattaneo: «Pio IX fu fatto da altri e si disfece da

sè»; non per questo diviene vera e giusta l'affermazione del mazziniano

Aurelio Saffi: «il papa delle speranze e dei desiderii degli Italiani

non esistette mai nella storia.» No, Pio IX non si disfece tutto da

sè. Molti altri aiutarono: lo stesso Cattaneo e i suoi correligionari

fra i tanti. No. Il Pio IX dal 16 luglio 1846 fino all'Enciclica del

29 aprile 1848, con cui disertò la causa italiana, fu una vera e grande

realtà della storia, e a cui Aurelio Saffi credette allora non meno di

tutti gli altri.

Più giusto, più vero, se mai, lo stornello contemporaneo del

Dall'Ongaro:

Chi grida per le vie: _viva Pio IX_,

Vuol dir: viva la patria ed il perdono!

La patria ed il pardon vogliono dire

Che per l'Italia si deve morire...;

espressione schietta d'un sottinteso, che sfuggì allora a Pio IX al

pari che a tutti gli altri, siccome sfuggì allora a tutti, per esempio,

che mentre il 16 luglio 1846 era concessa l'amnistia ai condannati

politici, il 18 del mese stesso si concedevano premi e decorazioni ai

benemeriti, i quali avevano represso il moto liberale di Rimini del

1845.

Pio IX non s'accorse, che l'amnistia volea dire guerra all'Austria e

indipendenza italiana, e niun altro s'accorse del pari, che fra quei

premi, quelle decorazioni e l'amnistia era un'antitesi così balorda, da

escludere persino il sospetto che fosse stata voluta. Un solo storico,

e fra i meno noti, registrò questo fatterello, Benedetto Grandoni,

un moderato e fanatico di Pio IX, ma fratello a quel Luigi Grandoni,

ardente repubblicano e suicidatosi in carcere, perchè sospettato correo

nell'assassinio di Pellegrino Rossi; contrasto intimo di famiglia

codesto, da poter esso pure sembrare fortuito e insignificante, se

non rappresentasse in piccolo quel ben più largo, vario ed universale

contrasto, in cui moderati, repubblicani, riforme, costituzioni,

costituenti, popoli, principi, insurrezioni, guerre, monarchie,

repubbliche, tutto il gran moto nazionale, iniziato da Pio IX, fu

travolto e precipitato in una sola, identica ed immensa ruina.

Parecchi mesi erano passati dall'amnistia, e le buone intenzioni del

nuovo Papa erano rimaste intenzioni: Segretario di Stato il cardinal

Gizzi, perchè Massimo d'Azeglio l'avea pubblicamente giudicato uno dei

meno peggio fra i cardinali, qualche circolare, qualche Commissione (i

soliti armeggii di chi non sa che pesci pigliare), ma di vere riforme

neppure un principio.

Nonostante il popolo non si saziava di adorare Pio IX e d'incitarlo con

le continue manifestazioni del suo entusiasmo e delle sue speranze,

fra le quali, oltre alle solite d'ogni sera, sono rimaste celebri

quella dell'8 settembre col grand'arco di trionfo a piazza del Popolo

e il delirio di grida e di applausi, che accompagnò il trionfatore,

e quella del 4 novembre, in cui gli applausi e le grida furono invece

tanto minori, appunto per ammonire il Papa, che era finalmente tempo di

muoversi.

Si mosse di fatto: accrebbe il numero dei laici nella Commissione per

la riforma dei codici; fra gli altri il Silvani, un rivoluzionario del

31; pensò a frenare il vagabondaggio; promise le ferrovie: bazzecole,

se si vuole, ma il popolo e il suo tribuno, Ciceruacchio, non dovevano

stentar molto a concluderne, che il loro schiamazzo o il loro silenzio

entravano dunque per molto nelle risoluzioni del Papa, le cui esitanze

avevano, si diceva, due cause segrete: gli ammonimenti dell'Austria e

l'opposizione della Corte e della Curia Romana.

Altri pretende che egli stesso repugnasse ad andar oltre. Non credo!

L'idillio è vero e schietto ancora da ambe le parti: nel popolo, che

chiede, nel principe, che concede. Ma il popolo è ombroso, geloso

del suo idolo, e l'11 novembre al banchetto del teatro Alibert,

Ciceruacchio, fra gli osanna a Pio IX, fa già vedere nel suo rude

linguaggio qualche baleno di minaccia:

Se alcun, corpo di Dio, de' rei nemici

Fa un passo avanti.... noi già semo intesi!

E l'anno 1846 finisce con due fatti, che mirano essi pure a schiarire

la mistica nebbia, in cui l'idillio papale è ancora tutto ravvolto:

la celebrazione del primo centenario della cacciata degli Austriaci

da Genova e l'eco dolorosa della morte di Federico Confalonieri, il

martire dello Spielberg, accaduta mentre tornava in Italia, attratto

appunto da questo miracoloso chiarore di alba, che era spuntato sulla

cupola di San Pietro.

A capo d'anno del 1847 nuovi e sviscerati applausi ed augurii a Pio

IX, di cui gli ottimisti presagivano sempre mirabilia, senza che

mai l'effetto rispondesse, onde un acuto osservatore, Pellegrino

Rossi, che, quantunque Ministro di Francia a Roma da quasi due anni,

considerava nondimeno quanto accadeva sotto i suoi occhi con vero

cuore d'italiano, se in sulle prime s'era sentito vinto e rapito

esso pure da tutto quel nuovo spettacolo e descrivendo al Guizot le

dimostrazioni popolari per l'amnistia diceva: «immagini una magnifica

piazza, una notte d'estate, il cielo di Roma, una folla immensa,

lagrimante, commossa, che riceve con amore e rispetto la benedizione

del suo pastore e del suo principe, ed Ella non sarà stupita se

aggiungo d'aver partecipato all'emozione generale,» Pellegrino Rossi,

dinanzi alla lunga inazione di Pio IX, scriveva ora invece allo stesso

Guizot: «questo non è un ideale di governo, bensì un governo allo stato

d'idea.»

E intanto la marea popolare pian piano saliva e salendo si ordinava:

uscivano giornali; si aprivano circoli; le provincie fraternizzavano

colla capitale; mentre da parte del Papa il 19 aprile si concedeva a

mala pena una Consulta di Stato, estremo limite di riforme per lui in

quel momento, principio invece di ben più larghe riforme per tutti gli

altri; principio insomma d'un equivoco ancora latente, ma che al Rossi

pareva non dover tardar molto a chiarirsi, sicchè osservando quelle

continue dimostrazioni popolari, dal genio tribunizio di Ciceruacchio

improntate già quasi di un carattere di disciplina e di simmetria

militare, a chi si compiaceva di quel bell'ordine: «fin troppo bello,

rispondeva, perchè rassomiglia già ad un'organizzazione!» E per un

dottrinario alla Guizot, come molti lo giudicano, vedea abbastanza

bene, mi sembra, la realtà sotto le apparenze!

La debolezza del governo si palesava poi ogni giorno di più colla

mancanza ovunque di sicurezza pubblica e con brutti torbidi in Roma

fra una classe e l'altra d'operai o fra plebe ed ebrei, con forte

sospetto, che fossero sobillati da austriacanti e gregoriani. Ed ecco

domandarsi a difesa la Guardia Civica, istituzione, che noi abbiamo

vista divenir ridicola e poi a poco a poco svanire, ma che allora era

importantissima, uno anzi degli articoli di fede del _Credo_ liberale.

Non volle saperne il cardinal Gizzi e si dimise. Tutt'al più

avrebbe consentito a rifare i _Centurioni_ alla Bernetti. Che cime

d'intelligenze anche allora fra certe aquile del Sacro Collegio!! Ma

quella del Gizzi era essa una dimissione od una fuga?

Siamo alla vigilia del primo anniversario dell'amnistia, ed il

popolo, si può credere, s'apparecchiava a festeggiarlo più che mai.

Ad un tratto, che è? che non è?... voci paurose si diffondono che

l'Austria, d'accordo coi cardinali più avversi a Pio IX, coi Gesuiti

e coi retrivi, trama di suscitare gravi disordini nell'Italia centrale

per pescarvi un pretesto d'intervento e farla finita subito con tutto

questo tramestìo riformista, che le puzza forte di rivoluzionario; i

peggiori arnesi della vecchia polizia pontificia sbucano dal guscio

delle loro paure e si mostrano di nuovo per Roma baldanzosi, insolenti;

essere accorsi, dicevasi, briganti e borghigiani di Faenza, avanzi di

sanfedismo, pronti al sangue e al saccheggio; monsignor Grassellini,

governatore di Roma, di balla con essi; non altro aspettarsi che

l'opportunità di agire.

Ciceruacchio ne è informato; fa sospendere e rimandare tutte le feste

già preparate; raduna i suoi seguaci più fidi; rincorre i sanfedisti;

alcuni arresta, altri sbanda, altri costringe alla fuga; mette insomma

il campo a rumore; ottiene un armamento provvisorio della Guardia

Civica; fa destituire ed esiliare il Grassellini; s'incomincia un

processo, la trama è sventata, ed il Gioberti può senz'altro paragonare

Ciceruacchio a Cicerone, quando salvò Roma dalla congiura di Catilina.

Tuttociò era avvenuto a vista ed a saputa di tutti; un proclama del

nuovo Governatore di Roma l'aveva ufficialmente confermato. Eppure,

lo credereste? Questa, che si chiamò allora _la gran congiura di

Roma_ è da moltissimi scrittori negata; da altri tenuta in conto

d'una fantasmagoria insignificante, che solo l'immaginazione popolare

ingrossò, da altri infine è mutata addirittura in una cospirazione dei

liberali contro i retrogradi.

Due circostanze però, messe ora in piena luce, chiariscono il mistero:

l'una è la contemporaneità d'un simile tentativo in altre dieci città

italiane, l'altra è l'occupazione improvvisa di Ferrara per parte degli

Austriaci il 17 luglio 1847.

A questa avea preceduto l'offerta d'intervento armato nelle quattro

Legazioni fatta dal Metternich a monsignor Viale Prelà, nunzio a

Vienna, avversissimo a Pio IX, e confermata in Roma al cardinal Gizzi

dal conte Lutzow, ambasciatore austriaco. La quale offerta è provata

dalla corrispondenza diplomatica dei due residenti inglesi di Vienna

e di Firenze con Lord Palmerston e da quella del Conte di Revel,

ambasciatore di Sardegna a Londra, col suo Ministro degli esteri.

Non accettata l'offerta, fu tentato provocar l'intervento, eccitando

tumulti nell'Italia centrale, con che quella vecchia volpe del

Metternich si proponeva due fini, come apparisce dalle sue lettere e

dalle sue _Memorie_, l'uno che se il tentativo riusciva si percorreva

al solito in sembiante di restauratori dell'ordine mezza Italia e tutto

era finito; l'altro, che se il tentativo non riusciva, la brutale

violenza dell'occupazione di Ferrara avrebbe provocato in modo il

sentimento degli Italiani, che il riformismo, messo in voga da Pio IX,

avrebbe per forza dovuto strapparsi la maschera e lasciar prorompere

la rivoluzione e la guerra, e allora bazza a chi tocca, ma almeno

s'avrebbe avuto di fronte un corpo, una cosa salda, e non un'ombra

inafferrabile, e in ogni modo gli si sarebbe piombato addosso, mentre

era ancor debole, scompaginato e, nell'opinione del Metternich, assai

più impotente di quello che si mostrò in realtà.

La cosiddetta _congiura di Roma_ è dunque veramente esistita, e grande

o piccola che sia stata, un'ignobile bricconata fu di certo e tutta

opera del Metternich, degli austriacanti e dei nemici di Pio IX.

Se è parsa dubbia a taluno, se gli storici clericali si sono valsi di

questa incertezza per negarla, se restò un abbozzo, anzichè un quadro

finito, ciò non toglie nulla al merito del politico senza scrupoli, che

la inventò e la promosse, tanto più che se il primo de' suoi calcoli

andò fallito, il secondo riescì appuntino, e l'occupazione di Ferrara

accelerò a precipizio tutto il moto italiano, chiuse il periodo delle

riforme e iniziò quello delle costituzioni, delle insurrezioni e della

guerra d'indipendenza, la vera cioè, la grande rivoluzione del 1848.

Ma un altro dubbio sorge qui. V'ha chi pretende nient'altro che Pio

IX fosse già complice dell'Austria in questo momento e già pensasse

a fuggire da Roma e già avesse chiesto egli stesso l'intervento

dell'Austria. Se non che alla gratuita affermazione di pochi manca

persino ogni apparenza di prova, mentre invece basta riflettere che

se il Papa l'avesse voluto, nessuno l'avrebbe allora impedito e che

niente avrebbe giovato meglio al Metternich, per tagliar corto alle

proteste del Papa sull'occupazione di Ferrara, e screditarlo per sempre

nell'opinione liberale, del rivelare il segreto della sua complicità.

No. Non si esclude che tra il Metternich ed il Viale Prelà a Vienna,

tra il Lutzow ed il Gizzi a Roma qualche trattativa fosse corsa, e

forse è in ciò il motivo della dimissione del Gizzi e la spiegazione

dello strano motto del suo successore, Gabriele Ferretti, alla Guardia

Civica di Roma, convocata per la tutela dell'ordine: «mostriamo

all'Europa che noi bastiamo a noi stessi;» ma pel Metternich, come si

rileva da una sua lettera al Ficquelmont del dicembre 1847, Pio IX

è ancora un capo di Carbonari, riescito, non si sa come, a cingersi

la tiara di San Pietro, nè il principe Cancelliere avrebbe giuocata

coll'occupazione di Ferrara l'ultima carta, se avesse avuto tanto

in mano da potersi sbarazzare di colpo e senza rischio d'un tale

avversario.

Alla popolarità di Pio IX la congiura di Roma e l'occupazione di

Ferrara giovarono; ma tre conseguenze si manifestarono subito: l'odio

alla Corte e alla Curia, che espresso da pochi per le vie fin dal

marzo nel grido: _Viva Pio IX solo_, divenne ora il grido di tutti;

l'allargarsi del moto riformista, il quale, se in Roma aveva già quasi

compiuta tutta la sua parabola ascendente, agitò ora nello stesso

modo Napoli, Palermo, Milano, Torino, Firenze, e infine l'aspirazione

nazionale a cacciar l'Austria dall'Italia, che, dissimulata finora

sotto il velo delle riforme, proromperà fra breve con un entusiasmo

irresistibile e darà, ripeto, tutto il suo genuino carattere alla

rivoluzione iniziata coll'amnistia di Pio IX.

E comincia pure (se non sarebbe meglio dire: continua) l'equivoco

fatale, per cui ogni atto, ogni parola del Papa si traggono ad un

senso maggiore, più largo e in sostanza diverso, che non abbiano in

realtà, e solo uno schiarimento ch'egli voglia dare del suo pensiero,

de' suoi scrupoli o delle sue ripugnanze s'interpreta prima per un

artificio e una vittoria dei gesuiti o degli austriacanti, poi per una

sua defezione e finalmente per un vero e proprio tradimento alla causa

italiana.

La Consulta di Stato, che per lui era il _non plus ultra_ delle sue

concessioni, si tira subito ad un principio di governo rappresentativo,

e non sono i soli democratici e gli esaltati ad interpretarla così,

ma gli stessi moderati, che della Consulta fanno parte. L'aver

restituita a Roma una rappresentanza municipale pare al Papa un

gran che e da doversene contentare i più esigenti. In quella vece la

rappresentanza municipale chiede subito, come complemento necessario

d'ogni riforma, la Costituzione, mentre d'altro lato cardinali,

diplomatici, Gesuiti assediano Pio IX, perchè non si lasci andare alla

corrente e profetizzano scismi, eresie, il finimondo, ad ogni nuova sua

concessione.

Delle ambiguità, delle incertezze, dell'innanzi e indietro di questa

bizzarra situazione, il satirico popolare romanesco dà torto agli altri

e non al Papa:

Chè tra Erode e Pilato, Anna e Caifasso

Io, er Papa dirà, me chiamo _gesso_;

Cor una mano scrivo e l'antra scasso.

Ed anche il grande satirico toscano lo scusa:

Col parapiglia di questi anni addietro,

Oh remerebbe adagio anche San Pietro!

Se non che il Radetzky a Milano s'incarica esso d'accentuare le

provocazioni del Metternich, fors'anco al di là delle intenzioni

del principale; al _Viva Pio IX_ la soldatesca austriaca risponde

a fucilate; si massacrano vecchi, donne, fanciulli; sono quelli,

che Massimo d'Azeglio chiamò i _lutti di Lombardia_; ed in Roma

nella stessa protesta vedete uniti i nomi di Ciceruacchio e di Marco

Minghetti e nella stessa chiesa a pregar pace alle anime delle vittime,

democratici e consultori di Stato, la bizzarra principessa Belgioioso

e la saggia contessa Antonietta Pasolini.

D'ora in poi gli eventi non si seguono più, ma s'accumulano,

s'accavallano, come le onde d'un mare in tempesta, nè bastano neppur

più le date a distinguerli, perchè esse pure si rincorrono, e si

confondono le une sulle altre. Palermo insorge il 12 gennaio 1848; il

29 il Borbone di Napoli dà la costituzione; l'8 febbraio l'annuncia

Carlo Alberto; il 17 il Granduca di Toscana; il 22 Parigi caccia gli

Orléans e proclama la repubblica; il 13 marzo la stessa fedelissima

Vienna insorge e manda a rotoli quell'onniveggente Principe di

Metternich, che era persuaso d'aver imbrigliato il mondo per sempre;

il 18 marzo Milano, e dopo una lotta eroica caccia gli Austriaci; il 22

Venezia, e l'Austriaco Zichy si perde d'animo dinanzi a un filologo e a

un avvocato, a Tommasèo ed a Manin; il 29 marzo Carlo Alberto passa il

Ticino.

Mi fermo, signore, chè non abbiate a dire che io sto compilandovi un

calendario. Ma appunto questa ressa incalzante di date, questa rapidità

vertiginosa di eventi sono la caratteristica principale di questo

tempo e spiegano meglio di molte parole il delirio, la febbre, il

tumulto, che investono, sconvolgono e trascinano tutto e tutti. In men

di tre mesi l'Italia è costituzionale, la lotta per l'indipendenza è

cominciata, l'Europa è in fiamme.

Pensate ora quello che doveva passare nell'animo di Pio IX, nell'animo

di quel _povero curato di campagna_, quando, contemplando dall'alto

del Quirinale l'universale pandemonio, che gli turbinava dinanzi, e

rientrando in sè stesso, doveva dirsi: «e sono io, proprio io, che ha

dato le mosse a tutto questo! tutti questi popoli si rovesciano l'uno

contro l'altro, acclamando il mio nome! sono io la prima favilla, che

ha fatto divampare questo incendio!»

Se non si tien conto di questo smarrimento angoscioso dell'animo di

Pio IX; se non si tien conto del dubbio terribile, che lo travaglia,

d'avere per un fine politico messa in pericolo la religione; se la

sua defezione seguente, la quale fu certo una delle cagioni principali

della rovina di tutto il moto italiano ed europeo del 1848, si vuole

arrecare o tutta all'insita e insuperabile contraddizione, che è fra

il dogma e la libertà, fra il Papato e l'Italia, o tutta alla malafede

e alla dappocaggine di Pio IX, che tratto dalla vanità delle lodi e

degli applausi non chiede di meglio che farsi strumento ad una tregenda

d'inganni per meglio dominare le coscienze e ribadire la servitù

dell'Italia, non si comprende Pio IX, nè si è equanimi e giusti verso

gli uomini politici, che da prima gli si accostarono, nè si valutano

i fatti come sono. Appunto perchè quella contraddizione esisteva (non

assoluta, perchè nulla v'è d'assoluto nei fatti umani) appunto perchè

quella contraddizione esisteva ed esiste, era ed è naturale ancora,

che vi fosse allora e che vi sia ora, chi credeva e chi crede alla

possibilità di toglierla di mezzo o di conciliarla. Appunto perchè

Pio IX non è un _Napoleone_, come diceva egli stesso, bensì un _povero

curato di campagna_, tanto più sono palesi così la sua imparità alla

mole di eventi, che gli si rovesciò addosso, e la sua imprevidenza,

come la sua buona fede e la sua innocente meraviglia, il suo accusar

tutti di ingratitudine, le sue esitanze, i suoi inutili tentativi di

fermarsi e di retrocedere e finalmente la sua defezione.

A questo tragico momento della sua vita, in cui miseramente affondarono

la sua gloria, il suo nome, ogni sua benemerenza patriottica, quello

stesso ideale forse, sia pure irraggiungibile, ch'egli avea creduto

di rappresentare (e che altro sono, del resto, la vita e la storia se

non una continua corsa verso ideali irraggiungibili?) a questo tragico

momento della sua vita la reazione era lì pronta a spalancargli le

braccia ed egli, da quel debole uomo che era, vi si gettò, vinto,

disilluso, sottomesso, pentito.

Sbaglierò, ma questo, secondo me, è il Pio IX della storia, non quel

machiavellico tiranno _a nativitate_, che radicaleggianti e mazziniani

ci dipingono; non quella vittima sacra all'eccidio e perciò appunto

inebriata d'applausi e coronata di fiori dai liberali d'ogni tinta,

che ci è rappresentata dal Padre Bresciani nell'_Ebreo di Verona_ e

da tutta la massoneria gesuitica e gesuitante; non quell'ombra vana,

fatta di nulla, mai esistita nella realtà e nella storia, ma soltanto

in una aberrazione momentanea della fantasia popolare, che il Cattaneo

ed il Saffi pretendono, e i cui errori e le cui colpe i radicali e i

repubblicani attribuiscono tutte, per odio di partito, ai riformisti ed

ai moderati, e questi alla lor volta attribuiscono tutte ai radicali

e ai repubblicani, come se buona parte di quegli errori e di quelle

colpe non spettasse rispettivamente agli uni ed agli altri, e come se

i retrogradi, gli austriacanti, la Corte, la Curia Romana ed i Gesuiti

non avessero approfittato egualmente degli errori e delle colpe di

tutti, per riconquistare il terreno, che le prime mosse di Pio IX

aveano fatto perdere loro e, a quel che pareva, per sempre.

Se non che tali polemiche partigiane, surrogate ormai da tante altre

peggiori, sono oggi fuori di moda. L'odierno positivismo storico,

alquanto volgaruccio e che spesso si scambia, non so perchè, per

libertà di pensiero, le scarta tutte, riferendo la grande illusione

destata da Pio IX e i successivi disinganni e la catastrofe finale

all'assoluta contraddizione storica e dottrinale, che è fra dogma e

libertà, Papato ed Italia, e concludendo: «è accaduto così, perchè

doveva accadere così e non poteva accadere altrimenti.» Ma che razza di

positivismo è mai questo, che introduce una simile e così inesorabile

fatalità nella storia? che per amore d'un preconcetto, sia vero o no,

toglie ogni significato e ogni ragion d'essere ai fatti come accaddero

e persino ai principali attori della storia ogni responsabilità?

Perocchè se quella contraddizione è così assoluta e le conseguenze

di essa sono così fatali, in tal caso, mi pare, il primo a dover

uscire assolto da ogni torto avrebbe a essere Pio IX. Mettete pure un

_Napoleone_ al posto del _povero curato di campagna_, e il risultamento

potrebbe forse essere diverso? E che vogliono significare allora

tutti quei popoli, che insorgono, e tutte quelle franchigie e libertà

rivendicate, e tutte quelle battaglie combattute al grido di _viva Pio

IX_ in Italia e fuori d'Italia?

È tale e così grande spettacolo e così nuovo nella storia, che lo

stesso Pio IX, quantunque angosciato già di mille scrupoli e di mille

dubbiezze, ne è estasiato per primo, e dopo avere nell'allocuzione

del 10 febbraio 1848, scritte le parole famose: «benedite, gran

Dio, l'Italia», ripete a viva voce il giorno seguente a tutto il

popolo quelle parole medesime, che avranno un'eco così potente, e

quando Milano e Venezia e Parigi e Vienna sono insorte al grido di

_viva Pio IX_, egli nell'allocuzione del 30 marzo non potrà a meno

di dirsi commosso che i conforti della religione abbiano preceduto

colà i pericoli dei cimenti e inspirati quegli eroismi patriottici,

quei sentimenti di generosità verso i vinti, tutti segni esteriori di

quell'accordo pieno, e sia pur momentaneo, di tutte le facoltà della

coscienza umana, che formò allora la poesia nuova, l'universalità vera

e mai più rinnovatasi di tutto il moto del 1848 e che sia pure dinanzi

alla critica filosofica una grande illusione, non è meno un fatto per

questo, i cui ricordi Cesare Correnti (un progressista impenitente)

chiamava tanti anni dopo, con una delle sue frasi sentimentali, _le

reliquie d'un amore tradito_, e su cui ben meschino è il positivismo

storico, che può passare senza rispetto, senza risentirne le profonde

emozioni di quei giorni, e peggio ancora che può sfatarlo del tutto

per orgogli razionalisti, che in sostanza valgono quanto la fede delle

beghine, o per passioni politiche, che valgono ancora di meno.

Fino a questo momento è il _sogno del Primato_ di Vincenzo Gioberti,

che sembra divenuto realtà; fino a questo momento Pio IX è quel Papa

e l'Italiano è quel popolo, che il Gioberti ha sognato. La situazione

è dominata ancora da questa potente idealità, e per qual via si

giunge a vederla poi dominata invece da un'idealità affatto opposta,

e surrogato insomma, per dir tutto in una parola, al Gioberti il

Mazzini? Per via dell'equivoco, che passa fra Pio IX ed il popolo, al

quale equivoco ho già accennato, e che ingrossando via via compirà il

vero e irrimediabile distacco. Quest'equivoco s'insinua come un cuneo

tra popolo e principe, e a profondarlo sempre più e ad affrettare il

distacco raddoppiano i colpi i retrogradi da un lato e i demagoghi

dall'altro. La malafede è qui, non in quel popolo e in quel principe,

sbalestrati entrambi, se si vuole, da una reciproca illusione, ma per

parecchio tempo ancora entrambi, agitati già forse da dubbi, scrupoli

e dolorosi ricordi, ma schietti, sinceri, in buona fede nei loro

intenti e nelle loro speranze. Quando questa buonafede verrà meno nel

popolo e nel principe, sarà segno che retrogradi e demagoghi, gesuiti

e mazziniani hanno compita l'opera loro.

O io m'inganno a partito, o questa (a volerla fare) è la psicologia,

positivista davvero, che in quell'_ambiente_ e in quel _momento_ ci fa

scoprire i _documenti umani_ di questa storia.

In forza di quell'equivoco niuno porrà mente alle riserve, che il

Papa ha fatte, agli ammonimenti quasi severi e corrucciati, che si

contengono nelle sue due allocuzioni del 10 febbraio e del 30 marzo.

E le parole stesse, ch'egli, parlando al popolo dal balcone del

Quirinale, ha immediatamente soggiunte al suo famoso: «benedite, gran

Dio l'Italia» niuno le ha sentite o le ha volute sentire. Eppure egli

avea detto chiaro e tondo: «non mi si facciano domande, che non posso,

non debbo, non voglio ammettere,» e Pellegrino Rossi, che sentì quelle

parole, disse, volgendosi a Marco Minghetti, ch'era con lui: «il Papa

ha ricorso a un rimedio eroico; per questa volta sarà esaudito, ma

guai, se si avvisasse di riparlare al popolo; ogni suo prestigio sarà

perduto.» E così fu in realtà!

D'ora innanzi si procede più in fretta, ma la fiducia reciproca va

scemando nel Papa e nel popolo, appunto perchè il primo non concede,

nè resiste a tempo, e la concessione è sempre più larga o slargata al

di là delle sue intenzioni, ed al secondo pare sempre di non aver nulla

ottenuto, se non ottiene di più.

Così in poco d'ora, dal 12 febbraio al 10 marzo, si passa da un

Ministero misto di laici e di prelati ad un Ministero quasi laico del

tutto ed in cui entra col Pasolini e col Minghetti Giuseppe Galletti,

i primi due le più spiccate figure del partito riformista e moderato

nello Stato Pontificio, l'altro lo _specimen_ precoce di quei radicali

ed ex cospiratori, che a cuor leggero trapasseranno dal Ministero

Papale alla rivolta del 16 novembre, da questa alla Costituente, dalla

Costituente alla Repubblica.

Il 14 marzo anche Pio IX concesse la Costituzione, ed il Ministero

che doveva attuarla, non solo non l'avea pensata e compilata lui, ma

neppure la conosceva, perchè manipolata in segreto da una Commissione

di prelati e di cardinali. Pellegrino Rossi, appena vide quell'informe

intreccio di poteri, di giurisdizioni e di diffidenti cautele,

annientantisi l'una coll'altra, la giudicò così: «è una guerra

legalizzata fra sudditi e sovrano;» giudizio profondo, degno dell'uomo,

ma giudizio solitario allora, e a cui nessuno partecipò.

C'era ben altro! Ben altra guerra premeva: la guerra d'indipendenza,

il _porro unum necessarium_ del Balbo, ed ecco il Papa in conflitto

prima di tutto con sè stesso e coll'ufficio suo di pastore di tutti i

Cattolici; ecco che il Ministero, il quale nella sua maggioranza non

chiede di meglio che far la guerra e assecondare l'impeto d'entusiasmo,

da cui è spinto tutto il paese, ecco che il Ministero si trova tosto

alle mani il più intricato dei problemi: far dichiarare al Papa la

guerra contro una nazione cattolica, o come principe metterlo in aperto

contrasto con gli stessi suoi Ministri e coi sudditi, tutti d'un animo

in tale questione.

L'unica soluzione del problema pare una dieta federativa di stati

italiani, a cui partecipi il Papa e che dichiari essa la guerra e

stabilisca essa il contributo d'uomini e danaro spettante a ognuno dei

confederati. Così la responsabilità diretta del Papa sarebbe eliminata,

ed i suoi scrupoli, legittimi o no, sarebbero quietati.

Chi n'avesse il tempo, signore, bisognerebbe seguire questo negoziato

in tutte le sue fasi, vederlo trattato sotto tutte le forme,

travagliarvisi intorno gli animi più elevati e i più eletti ingegni

del tempo, indagare perchè non riesca mai e quanto per colpa delle

intrinseche sue impossibilità, quanto per colpa degli eventi e quanto

infine per colpa degli uomini. Certo la sua non riescita è la cagione

più larga della rovina del gran moto del 1848, ma Pio IX, si noti bene,

ci ha forse meno colpa di tutti gli altri, meno di certo degli statisti

Piemontesi, i quali temono sempre di compromettere le aspirazioni

dinastiche di Casa Savoia, meno di certo del Borbone di Napoli, il

quale in piena malafede non pesca mai in questo negoziato se non un

mezzo indiretto per domare la ribellione di Sicilia.

Ciò è dimostrato dalle strane vicende della delegazione napoletana

venuta in Roma a trattare e in cui fa la sua prima apparizione politica

Ruggero Bonghi, e da quelle non meno strane dei negoziatori Piemontesi

fino al Rosmini, il più illustre, il più sincero, il più convinto di

tutti, e che perciò appunto si trovò alla fine sconfessato da' suoi

stessi mandanti.

Se non che mentre le pratiche diplomatiche per la Lega e la Dieta

si trascinavano senza conclusione in difficoltà bizantine, i fatti

s'incaricavano essi di concludere da sè soli.

Carlo Alberto è già in campo contro l'Austria. Volente o no Pio

IX, partono da Roma e da tutto lo Stato Pontificio i volontari e le

truppe sotto la guida del Durando e del Ferrari, ed il Durando, con un

proclama fornitogli dalla penna romantica e neoguelfa, che ha scritto

l'_Ettore Fieramosca_ e il _Niccolò de' Lapi_, bandisce la guerra

santa al grido di: _Dio lo vuole_; evoca i ricordi delle Crociate, di

Alessandro III, dei liberi Comuni vittoriosi a Legnano; e passa il Po.

Quando e dove mai s'era data una situazione politica simile a questa?

Pio IX è già in guerra contro l'Austria ed ha ancora ai suoi fianchi

l'ambasciatore Austriaco come in piena pace; i Ministri vogliono in

cuor loro la guerra, e per calmare la collera del Papa sconfessano il

Durando e il suo proclama (povero espediente in verità, e poco degno

dei valentuomini che l'adoprarono) l'Austria ed i Gesuiti agitano

dinanzi al Papa lo spettro d'un immaginario scisma germanico; la

contraddizione tra il pontefice e il principe costituzionale sta per

scoppiare; niuno sa più quale responsabilità prevalga, se la cattolica

del Pontefice o la costituzionale del Ministero, ed ecco l'Enciclica

del 29 aprile 1818, che come uno schianto di fulmine illumina per un

istante la tenebra in cui tutti camminiamo a tastoni, poi la riaddensa

subito più fitta e più minacciosa di prima.

Con essa Pio IX separava nettamente la causa sua e del papato

dalla causa italiana, e quell'Enciclica è rimasta nella storia come

l'affermazione più solenne della defezione di Pio IX. È giusto; nè

vi ha quindi vitupero che sia stato risparmiato a quell'atto: Roma e

l'Italia ne inorridirono; l'Austria e i Gesuiti ne gongolarono come

d'una grande vittoria.

Ma questi effetti così potenti e così disastrosi furono essi veramente

previsti e voluti da Pio IX? Il popolo Romano non capì alla prima il

latino dell'Enciclica, ma forse neppure Pio IX si rese ben conto di

tutta la portata di quel documento. Il Gioberti lo crede, e pensa che

per troppe cose egli, nella sua scarsa coltura, dovea rimettersene al

giudizio degli altri.

Ad ogni modo, le proteste di Pio IX, le sue meraviglie coi Ministri,

ed in ispecie con l'amico più fido, qual era per lui il conte Giuseppe

Pasolini, l'aver pure ventilato ora il progetto di recarsi in persona

a Milano, le sue promesse di riparare al mal fatto, l'averlo in

più modi tentato, cogli uffici ai Ministri dimissionari, affinchè

rimanessero, con una chiara allocuzione in italiano per essere ben

inteso alla prima, colla missione Farini al campo di Carlo Alberto

per assicurare la qualità di belligeranti in piena regola alle sue

truppe e ai volontari, colla lettera, tanto celebre, quanto inefficace,

all'imperatore d'Austria, tuttociò, se dimostra la sua inesperienza

politica, dimostra altresì, mi sembra, ch'egli era forse il solo

a credere incoscientemente di non aver fatto tutto il male che gli

imputavano, nello stesso modo che non avea creduto coll'amnistia d'aver

fatto tutto il bene, onde gli era venuta così gran gloria.

Comunque, questa in realtà è la fine dell'idillio italico-papale!

Da un lato lo sdegno popolare, arroventato dalle vecchie sètte, che

rompono la tregua, si muterà ben presto in rivolta; dall'altro la

reazione farà forza di remi per ripescar questo Papa, che, Dio sa

come, gli era scappato di mano. Tant'è che monsignor Pentini, il quale

avea scritta esso l'allocuzione papale in lingua italiana, con cui

si volea medicare il cattivo effetto dell'Enciclica del 29 aprile,

confidò al Pasolini (e questi n'ebbe poi la prova) che di nascosto del

Papa quella buona lana del cardinale Antonelli l'avea sulle bozze di

stampa sostanzialmente mutata, facendo il 1º di maggio affiggere sulle

muraglie di Roma un documento, che non solo ribadiva, ma peggiorava, se

mai, il latino dell'Enciclica.

Siamo in piena _commedia dell'arte_: Pantalone vittima delle astuzie

del suo servo Brighella; ma l'ilarità dura poco, che in un subito

tutta Roma è in tumulto; la Guardia Civica frena a stento gli eccessi;

Ciceruacchio, mentre i Ministri moderati, bravissime persone al solito,

ma che non trovano nulla di più ardito e di più ingegnoso da fare che

andarsene, Ciceruacchio è ancora il solo protettore di Pio IX; sorge il

Ministero Mamiani, in cui balenò allora, precorritrice di trent'anni

dopo, la mezzatinta soave del governo progressista; il Papa è già

costretto di commettersi ad uomini, dei quali diffida; Pellegrino Rossi

sinceramente si duole che Pio IX «abbia inutilmente sciupato un tesoro

di popolarità;» l'Ambasciatore d'Austria invece se ne va finalmente da

Roma, fregandosi le mani e dicendo: «ho messo il Papa in tale impiccio,

che non ne leverà i piedi mai più!»

La parte più nobile del Ministero Mamiani fu la ripresa delle

trattative per la Lega; la più originale il tentativo d'attuare in

pratica la Costituzione del 14 marzo.

Nella mente del Mamiani (mente speculativa e letteraria per eccellenza)

quell'informe aborto piglia le fattezze estetiche e le dialettiche

simmetrie d'un sistema filosofico. Un po' alla volta il Mamiani si

persuade che non può darsi anzi più bel modello d'irresponsabilità

costituzionale di quella d'un Sovrano, che ha i piedi in terra e la

testa in cielo, che collocato in tal regione intermedia fra il mondo

di là e il mondo di qua, lassù _prega, benedice e perdona_, e quaggiù

lascia a Ministri, umanamente fallibili e peccatori, la cura delle

faccende terrene. Questa posizione a mezz'aria non piacque però a Pio

IX, il quale si mostrò sempre ostile e diffidente al Mamiani, fino

a sospettarlo ingiustamente di tradimento, e il Ministero Mamiani

trascinò la vita in una crisi perpetua, resa ognora più grave dalle

condizioni generali d'Italia, per la quale, colla giornata del

15 maggio a Napoli ed il richiamo delle truppe borboniche, colle

successive vittorie degli Austriaci, contro i Pontifici a Vicenza,

contro i Toscani a Curtatone, contro i Piemontesi a Custoza e a Milano,

si chiudeva ormai tutto un periodo della sua rivoluzione e se n'apriva

un'altro; si chiudeva cioè il periodo dell'esperimento Giobertiano e

si apriva quello dell'esperimento Mazziniano. Il 2 agosto il Ministero

Mamiani si dimise; successe fino a mezzo settembre l'interregno d'un

Ministero del conte Eduardo Fabbri, durante il quale la dissoluzione

organica dello Stato s'andò accelerando sempre più, e il 16 settembre

era Ministro Pellegrino Rossi, destinato a rappresentare ed a pagare

colla sua nobile vita il supremo sforzo, forse l'ultimo per sempre,

di tener uniti ancora Pio IX e il suo popolo, il Papato cattolico e la

causa della libertà e dell'indipendenza italiana.

Chi era quest'uomo, che osava tanto e in un'ora così disperata?

Compromesso nell'impresa Murattiana del 1815, avea esulato in

Isvizzera; colà avea tenuto alto il nome italiano e, facendosi largo

coll'ingegno e gli studi, era salito ai primi onori della repubblica.

La sua fama, come scienziato, pubblicista e uomo di Stato era già

europea, quando nel 1833 era andato a Parigi, chiamatovi dal Guizot,

che gli affidò la cattedra di economia politica nel Collegio di

Francia. V'era rimasto fra molto favore e non poche contrarietà, ma le

aveva vinte tutte, e nel 1839 era Pari di Francia, nel '44 Ministro

di Francia a Roma. Come tale, avea assistito alla morte di Gregorio

XVI, ai primordi di Pio IX, e vi avea assistito, fedele interprete

della politica francese, ma in pari tempo con quel cuore di patriotta

e d'italiano, per cui, rivalicando le Alpi dopo quasi trent'anni

d'esilio e rivedendo l'Italia: «ho pianto, diceva egli stesso, come

un fanciullo,» e nel 1848 avea benedetto suo figlio, che andava

volontario in Lombardia a combattere contro gli Austriaci. Di tuttociò

sono documento splendidissimo la sua corrispondenza diplomatica

e privata col Guizot e le sue lettere a Teresa Guiccioli, scritte

quand'egli, dopo la Rivoluzione francese del febbraio, era rimasto

in Roma da privato, nell'una e nell'altre delle quali appariscono

tutta la profondità, la sapienza, la finezza, l'eleganza d'ingegno di

Pellegrino Rossi, e insieme la grandezza d'animo, con cui considera

uomini e cose del suo tempo; qualità tutte, rivelate persino dai vari

motti del Rossi, così veri e scultorii, suggeritigli dagli avvenimenti,

che gli passano sott'occhi e che ho citati via via per concludere che

se si ricongiungono quelle qualità di animo e d'ingegno colla probità

laboriosa della sua vita pubblica e privata e collo straordinario

ardimento di opporsi solo, e mentre tutti gli uomini più eminenti del

partito moderato si ritraggono timidi e sfiduciati, di opporsi solo,

dico, alla fiumana reazionaria e repubblicana, che irrompe da ogni lato

e salvar Roma e forse con essa l'Italia dalla rovina, Pellegrino Rossi

è indubitabilmente il solo grand'uomo di Stato, degno di questo nome,

che l'Italia abbia avuto prima e dopo il Conte di Cavour.

V'ha chi oppone ch'egli tentò l'impossibile, e lo tentò, perchè

imbevuto di quel dottrinarismo, che aveva appreso alla scuola del

Guizot. Senza negare gli errori del Guizot e dello stesso Rossi,

confesso che non partecipo punto al disprezzo dei cosiddetti _uomini

pratici_ per la dottrina e alle loro ammirazioni per certi estemporanei

della politica, che la corruzione del parlamentarismo fa spuntare

(purtroppo per noi, che siamo l'_anima vilis_ dei loro esperimenti)

sempre più fitti e più solleciti che mai. Che se il Rossi tentò

l'impossibile, dirò che l'impossibile tenta appunto, come una fata

morgana, ingegni ed animi pari al suo. Gli altri (oh non ne dubito!)

preferiscono serbarsi ad occasioni più facili.

Comunque, ch'egli tentasse l'impossibile non dovette allora essere in

tutto l'opinione de' suoi avversari, se per fermarlo ai primi passi

non trovarono altro mezzo che ucciderlo e ucciderlo prima (fu una delle

grandi preoccupazioni degli assassini e dei loro mandanti) e ucciderlo

prima che egli aprisse bocca nel parlamento, da lui riconvocato pel 15

novembre 1848.

V'ha chi oppone ancora: «e s'egli fosse riuscito? Chi sa quando e come

si sarebbero potute raggiungere l'unità d'Italia e la fine del poter

temporale dei Papi?» Ah! si crede proprio che i primi e veri autori

di questi trionfi nazionali siano i dissennati, che spinsero Carlo

Alberto a Novara, o gli scellerati, che trucidarono Pellegrino Rossi

il 15 novembre 1848? In verità che, a ragionar così, la storia diviene

un bel coefficiente di moralità pubblica e privata! Pel Rossi però

c'è una considerazione, che dovrebbe, se non altro, ammansare questi

terribili _conseguenziarii_ della storia ed è che i Monsignori Romani

(lo dice il Cantù, autorità non sospetta) esecravano il Rossi non meno

dei demagoghi e che nascosero così poco la loro gioia per quell'eccidio

(lo dice il Padre Curci, allora Gesuita) che molti credettero in quel

tempo e credono anche oggi alla loro complicità.

La lucidità, la precisione, la rapidità dei provvedimenti, che

Pellegrino Rossi prese subito per frenare l'anarchia dilagante per

tutto e infondere nuova vita a un cadavere furono meravigliose. Fra

tanta dissoluzione d'ogni utensile di governo e tanta inerzia della

parte migliore della cittadinanza, mentre in Roma il clericalume

ribaldo lo odia, perchè egli ne combatte gli abusi e i privilegi, e

la demagogia, rinvigorita dei gregari peggiori, che vi colano da ogni

parte, lo assale, lo insulta, lo minaccia, lo scredita ogni giorno,

come un rinnegato italiano, che per ambizione e avidità di lucro s'è

fatto strumento di tirannia, egli affronta l'uno e l'altra all'aperto;

dice chiaro il suo pensiero, non nasconde nulla de' suoi propositi,

non indietreggia mai, tocca a tutto, accenna a rinnovar tutta la vita e

l'organismo d'uno stato, che non ha più nè organi, nè vita. Con questo

minaccia egli forse la libertà? No, certo! Non solo lascia a Roma

infuriare una stampa, di cui nulla si può immaginare di più tristo e

di più forsennato, ma discute anzi pubblicamente con essa, ed eletto

Ministro alla metà di settembre convoca pel 15 novembre le Camere. Gli

si rimprovera di aver voluto esser solo e far tutto. Ma chi dovea egli

associarsi, se tutti lo lasciarono solo, e chi adoprare, se nessuno

valea quanto lui? Un uomo, che si mette a tale sbaraglio, è naturale,

che abbia grande coscienza delle proprie forze e se per indole il Rossi

era fiero, sprezzante, sarcastico, ognuno ha i difetti delle proprie

virtù e i suoi avversari non potevano certo inspirargli atteggiamento

migliore.

Resta la sua politica estera, che si riassume tutta nei negoziati

per la lega fra gli Stati italiani. È singolare che il rimprovero di

non averla conclusa gli venga principalmente dai Mazziniani, che a

quest'ora a nient'altro pensavano, se non a proclamare la repubblica

unitaria in Roma, e dai Piemontesi, che appunto ora avevano sconfessato

il Rosmini, loro ambasciatore, il quale l'avea quasi conclusa, e

null'altro volevano se non un contributo immediato d'uomini e di denaro

per la ripresa della guerra. A che pro la lega dei Principi per chi

voleva abbatterli tutti? A che pro il contributo d'uno Stato disfatto

e perchè, se il Rossi, al pari del Gioberti, del Rosmini, di tutti i

maggiori uomini italiani, giudicava una follìa disastrosa romper di

nuovo la guerra all'Austria? Fatto è che il progetto sostituito dal

Rossi a quello del Rosmini ha ben più l'aria di una dilazione, che

d'altro, siccome il Congresso federativo promosso dal Gioberti a Torino

non fu in sostanza che un'accademia, e la Costituente bandita a Livorno

dal Montanelli non fu che il preambolo della repubblica del Mazzini.

S'approssimava intanto il giorno della riconvocazione delle Camere, e

per più segni era chiaro al Rossi che i demagoghi volevano tentar in

Roma per quel giorno un gran colpo. Si provò a indebolirli e scomporli;

ma se mandò in provincia la Legione Romana dei reduci di Vincenza, i

peggiori rimasero e s'aggrupparono intorno a Luigi Grandoni; se confinò

qualche esule Napoletano dei più torbidi, essi arrivarono a mala pena

a Civitavecchia; se disperse uno o due caporioni di congiure occulte

o palesi, essi non s'allontanarono quasi, o stettero col piè levato al

ritorno; se chiamò Carabinieri e ne fece mostra per le vie, poco c'era

da contare sulla loro fedeltà; se processò qualche giornale, aizzò

vieppiù le loro ire; se mandò il generale Zucchi contro i facinorosi

delle provincie, si tolse da vicino il solo uomo, che avrebbe opposto

petto di soldato alla ribellione.

Che cosa rimaneva al Rossi? Il suo coraggio, che in questa inefficace

sproporzione, e certamente erronea, dei mezzi col fine, tanto più si

palesa qual'era, quello d'un eroe.

Che si congiurasse intorno a lui, che una sommossa fosse prestabilita

pel 15 novembre, egli lo sapeva di certo. Che si volesse uccider lui,

quantunque dovesse prevederlo e temerlo, non pare che l'abbia saputo di

certo, se non all'ultimo momento.

La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte 3 Terza serie - Storia · 第 1 / 8 段