Il giorno dopo il conte giungeva ad Ancona due ore prima del
mezzogiorno.
Ormai in tre giornate si troverebbe a Pesaro: saprebbe allora se aveva
sperato invano trovar colà il bandolo dell'arruffata matassa.
Affrettava col desiderio quel giorno: eppure con esso potevano svanire
le speranze concepite.
Per non impazientarsi troppo, se ciò doveva avvenirgli, si preparava a
restare deluso; ma a che serve? Alle volte si ha un bell'antivenire
colla immaginazione una pena, un disinganno, come si volesse con ciò
evitarli; non si soffre meno quando giungono.
Ad Ancona il conte, che era andato a fare un giro per la città, si
vide ad un tratto sbarrare la via da un gentiluomo sulla cinquantina,
che sbucava allora da una stradicciuola.
Alzò gli occhi sopra di lui, e provò una sorpresa non molto
aggradevole, riconoscendo uno dei suoi confratelli, col quale da più
anni non si era trovato.
Sino ad allora il caso lo aveva favorito; mai eragli avvenuto
d'incontrarsi in alcuno, che lo conoscesse; per questo aveva sperato
con qualche fondamento di poter condurre a termine il suo viaggio
nell'ombra più completa, come desiderava; ma dissimulò la sua
impazienza e rispose ai saluti dell'amico nel modo più amabile che gli
fu possibile.
--Per quale combinazione vi trovo qui? chiese al conte l'altro
cavaliere di Malta.
--Devo recarmi nelle terre venete per un affare.
--Ah comprendo! Infatti un sì lungo viaggio non si può far senza
scopo.
--Certamente.
Nel rispondere così asciutto, il conte sembrava contrariato, e l'altro
non persistè con nuove domande; chè temeva essere indiscreto.
Quel gentiluomo si chiamava il barone Fiordispina: era un'ottima
persona; amava assai il conte, di cui più volte a Malta, durante
l'assedio di Solimano, aveva ammirato il valore, il coraggio. Da
queste qualità soltanto soleva il barone misurare la stima, che
accordava ai suoi amici.
--Perdonate, disse al suo confratello, prendendogli amichevolmente il
braccio; io non credeva....
Il conte arrossì: quell'uomo gli aveva sempre dato prove di affezione
sincera, ed egli si era adirato ad una sua domanda naturalissima? nè
bastava; la vista di lui lo aveva messo di malumore. Qual colpa aveva
il barone, se ei non desiderava essere incontrato? Ma che? Non avrebbe
dunque più se non pensieri esclusivi? Per essi tratterebbe con
asprezza un amico?... Si pentì di quella involontaria collera; le
gentilezze, le prove di amicizia ricevute dal barone, le strette
relazioni avute sempre con lui gli tornarono in un istante alla
memoria; sicchè gli strinse fortemente la mano sorridendo.
--Eccovi dunque pacificato, caro conte, disse allora sorridendo pure
il barone, contentissimo di quel cangiamento.
--Attribuite la mia perplessità alla sorpresa; non potevo aspettarmi
trovar qui voi, fiorentino.
--È un caso infatti; sono venuto a passare ad Ancona un mese, in casa
di mia nipote Elvira, maritata da poco ad un gentiluomo ili qui.
--Ah vedo!
--Lo sapete: non ho altri parenti fuori di lei; voi, caro conte, ne
avete invece molti a Catania.
Queste parole cagionarono nel conte una penosa impressione. Quai
parenti! pensava; divisi fra loro da rancori, da odj, da passioni
violente! parte di essi spogliati, sconosciuti, nascosti!
--E da Malta, continuò il barone, che notizie abbiamo?
--La lasciai da poco, e per ora non vi è nulla d'importante.
--Me ne dispiace, perchè sono annojato di questa vita. È da Lepanto
che io non combatto! Fu quella davvero una bella giornata: peccato che
voi, conte, non vi siate trovato colà.
--Ah sì! Ero allora in Ispagna.
--Avete perduto una bella occasiona per dar prova del vostro valore.
Il conte sorrise.
--Voi siete sempre lo stesso, disse quindi.
--Eh, mio Dio, sì. Che volete? mi annojo senza guerre. Ma, lasciamo
questo; se avete a recarvi in qualche luogo, non restate per cagion
mia.
--Stavo dirigendomi al mio alloggio.
--Vi fermate molto qui?
--Sino a domani, e soltanto per lasciar riposare i cavalli.
--Non avete dunque alcun impegno quest'oggi?
--Nessuno.
--Pel momento dunque siete libero?
--Sì.
--Allora vi chiederò un favore.
--Quale?
--Che vi lasciate presentare ai miei nipoti.
--Sono dolentissimo di rifiutare, rispose il conte, ma....
--Perchè?
--Ho dei motivi per desiderare tener celato il mio viaggio.
Il barone parve sorpreso, ma riflettè poi che il conte di San Giorgio
godeva di tutta la fiducia del gran Maestro, che aveva avuto da lui
missioni segretissime, che poteva averne anche questa volta... e...
--Non importa, disse; se non è che per questo, qui nessuno può
conoscervi; non negatemi dunque la grazia che vi chiedo.
Il conte riflettè un istante.
--Ebbene, accetto, rispose poi.
--Del resto, continuò il barone, potete star tranquillo; ad Ancona non
havvi alcuno dei nostri confratelli. Ora, venite.
Il conte seguì il suo amico, che lo condusse in una delle più belle
case di Ancona.
Un servo li fece entrare subito in una sala, ove per solito si
tratteneva donna Elvira. Ella si alzò premurosamente, onde ricevere
l'ospite, che le conduceva suo zio.
Bruna, vivace, graziosa, donna Elvira piaceva subito, quantunque non
bellissima; ed il suo amabile sorriso, la sua voce argentina facevano
non si avesse quasi il tempo di notare ciò che eravi di poco corretto
ne' suoi tratti.
Il conte salutò profondamente quella dama, che gli riuscì simpatica
assai.
--Vi presento, mia cara nipote, dissi il barone, il conte di San
Giorgio, uno de' miei migliori amici e confratelli.
Ella salutò con grazia il forastiero, dicendo:
--Gli amici di mio zio sono i benvenuti in mia casa, e la onorano.
Poi, udendo dei passi nella sala attigua:
--Mio marito, disse.
E ripetè il nome del conte ad un gentiluomo che entrava allora, e che
accolse perfettamente il nuovo venuto.
--Spero, conte, gli disse, che durante il vostro soggiorno ad Ancona
accetterete l'ospitalità da noi.
Donna Elvira appoggiò con gentile insistenza questa offerta: pareva
che quei due sposi avessero comuni i pensieri ed i desiderj. E ciò era
infatti; essi erano nel numero di coloro, che Dio vuole felici; niuna
nube era mai sorta sulla loro esistenza; mai tempestose passioni non
l'avevano intorbidata; nulla minacciava il loro avvenire, il quale non
prometteva ad essi che delle gioje.
--Accettate, caro conte, disse a sua volta il barone, vedete con
quanta cordialità vi preghiamo.
Egli era contentissimo; che i suoi nipoti non avrebbero potuto
accogliere meglio il conte.
Questi non potè rifintare sì reiterati inviti, ed accetto; tanto un
giorno si sarebbe fermato ugualmente ad Ancona.
In quella casa poteva trovare qualche distrazione, non lo sperava, ma
comprendeva averne bisogno; perchè nulla stanca tanto la fantasia,
nulla la affatica di più che pensieri costanti, e sopratutto idee
fisse.
Poi da tanto tempo si trovava lungi dalla sfera, in cui era nato!...
Ritornarvi per un momento non gli dispiacque.
Prese dunque di buona grazia il suo partito; promise ritornare pel
pranzo; e dopo qualche tempo si recò al suo alloggio per dare gli
ordini al servo.
Il barone volle accompagnarlo, ed escirono insieme.
Poco dopo, e per l'ora convenuta, ritornarono alla dimora di don
Ottavio, il nipote del barone.
Vi trovarono alcune dame e diversi cavalieri, che erano pure invitati
pel pranzo: e quel giorno per combinazione si festeggiava da don
Ottavio il ritorno di un suo fratello, che veniva di Francia, ove
aveva passato due anni.
Quasi subito fu servito il pranzo con una profusione ed una
splendidezza veramente grandiosa.
Il conte di San Giorgio aveva sulle prime provato un po' di
contrarietà nel trovarsi in una compagnia più numerosa di quanto aveva
creduto; ma poi, pensando che nessuno lo conosceva, si rasserenò, e
divenne ciò che era in natura, il cavaliere di Malta, più
aristocratico che religioso, benchè senza alterigia.
Gli pareva quel giorno, nel vedersi in una sala addobbata con gusto,
in mezzo a persone del suo ceto: col lusso di numerosi domestici
riccamente vestiti; a quella tavola, ove i cibi più ricercati venivano
serviti in preziose supellettili, di trovarsi in Sicilia, al palazzo
dell'Isola: ma quella illusione non poteva durare a lungo, svaniva
quando egli alzava gli occhi sulle dame.
Nessuna di loro richiamava la duchessa! Dopo qualche tempo di
cerimoniosa freddezza, I discorsi si animarono, si parlò di guerra;
era un argomento inevitabile, dove si trovava il barone. Ei non
mancava toccarlo, se gli altri nol facevano prima di lui.
In quel momento di guerra in Italia non ve n'era alcuna; sicchè
l'amico del conte non potè parlare a lungo sul suo tema favorito.
Si chiesero al fratello di don Ottavio particolari sulle stragi della
Saint Barthélemy, durante le quali aveva egli detto essersi trovato a
Parigi.
Ei soddisfece alle domande fattegli, e dipinse con vivacità
quell'orribile massacro, la desolazione degli sventurati ugonotti.
--Vidi, disse, moltissime scene strazianti: il corpo dell'ammiraglio
di Coligny fatto segno ad infiniti oltraggi, e trascinato sino a
Monfalcone, ove venne appiccato sulla forca destinata ai più gran
malfattori. Non posso rammentarmi tale spettacolo senza rabbrividire.
Quale ferocia in quella plebe fanatica!
--E nelle provincie la strage fu pur grande, a guanto ne intesi,
interruppe il barone.
--Certo, riprese il fratello di don Ottavio, particolarmente a Lione,
a quanto ne udii. Il re fu di una severità crudele.
--Ah sì! esclamò il conte di San Giorgio, tale massacro fa esecrando;
come si può in tal modo opprimere vilmente degli infelici, se anche si
ingannano nelle loro credenze?
--Avete ragione, caro conte, dispose il barone: vilmente è la parola.
Infierire contro gente, che non è in numero per difendersi, non è
certo prodezza; coloro, che non arrossiscono di mettersi cinquanta
contro uno, secondo me, sono subito giudicati. Vili e crudeli.
--Sì, replicò il fratello di don Ottavio; dite bene: colle vostre
parole delineate, barone, la plebaglia di Parigi; quella plebaglia che
festeggiava intorno al cadavere del signor di Coligny, e che mi destò
tanto ribrezzo.
Gli altri convitati ad intervalli appoggiavano più et meno caldamente
tali opinioni; che per verità taluno di loro si dava poco pensiero
degli ugonotti, già morti da un pezzo, e trovava che tale discorso non
era il più adatto ad allietare un pranzo.
Ma ciò malgrado questo discorso continuava ancora.
--In Italia, disse don Ottavio, io ne ho la credenza, tali eccessi non
si sarebbero forse potuti commettere, ne è prova il vedere che nel
marchesato di Saluzzo gli ordini venuti di Francia non furono
eseguiti: degli autorevoli ecclesiastici stessi s'interposero, ed
Emanuele Filiberto, a malgrado le suggestioni di Castrocaro, che
voleva perseguitare i protestanti fuggiaschi, ordinò a tutti che
fossero accolti e lasciati liberi.
--Ed il papa, azzardò ridendo un giovane e bel cavaliere, che fece
celebrare come una vittoria quel massacro? Ed il cardinale di Lorena,
che ne ordinò clamorose dimostrazioni di gioja?
--Lasciate stare il papa ed i cardinali, interruppe ridendo pure il
barone, e voi, caro mio, che bazzicate alla corte di Firenze, pensate
che anche Cosimo di Toscana mandò ambasciatori speciali a felicitare
il re e la regina di Francia, ed a rallegrarsene.... Ma lasciamo sì
lugubre argomento, tanto più che Carlo IX è morto, ed a quanto pare
tutti preparano grandi feste anche in Italia pel passaggio di Enrico,
il nuovo sovrano di Francia, che per sì poco tempo regnò in Polonia.
--Infatti, disse un altro, a Venezia sopratutto si devono far cose
grandi, per quanto ne udii jeri in porto da gente giunta di là.
E dopo qualche altra parola su tali feste, si pensò ad occuparsi delle
dame, un po' trascurate, un po' dimenticate per quella discussione,
che probabilmente non le aveva divertite.
Sicchè con allegria terminò il pranzo.
Alla sera i parenti e gli amici di don Ottavio ritornarono alle loro
dimore.
Il conte di San Giorgio rimase ultimo a congedarsi da' suoi ospiti;
non aveva accettato di fermarsi in casa loro la notte, adducendo a
scusa che doveva partire da Ancona all'alba. Ed essi non osarono
insistere. Il barone era veramente contrariato di perdere si presto il
suo amico; ma, comprendendo che egli desiderava veramente partire, e
che probabilmente aveva gravi motivi per ciò, imitò don Ottavio e
donna Elvira, non si oppose alla partenza di lui; perchè eccedere
anche nella cortesia può toccare l'indiscrezione.
Volle però accompagnare il conte al suo alloggio: sortirono insieme
dopo che don Ottavio e sua moglie ebbero pregato il conte a venirli a
vedere se ripassava da Ancona, e ch'egli l'ebbe loro promesso,
ringraziandoli delle gentili accoglienze.
--Voi avete dei nipoti molto cortesi ed amabili. disse il conte di San
Giorgio al barone, appena furono nella via.
--Eh sì! godo nel vederli giudicati tanto favorevolmente da voi, caro
amico; quanto mi dispiace vedervi partire....
--Ci rivedremo presto a Malta: chi sa!
--Lo desidero, ma poichè i musulmani ci lasciano per ora
tranquilli....
Ed egli scosse il capo in segno di malcontento.
--Che? chiese sorridendo il conte, voi rimpiangete Solimano?
--Quasi per dirla!...
Ed il barone si mise a ridere colla bonarietà, che gli era abituale.
Anch'io, pensò osservandolo il conte di San Giorgio. mi rallegravo un
tempo quando vi erano guerre! Ove mai fuggì esso?