III.

L'indomani spuntò torbido e nero, e la pioggia, cessata la sera prima,

aveva ripreso a cadere, se non con gran violenza, senza interruzione

però.

Le strade erano poi ancora più impraticabili; agli abitanti del

paesello ciò non dava gran pena; nessuno ne fu dunque contrariato la

centesima parto di quanto lo fosse il cavaliere di Malta.

Si era alzato all'alba, ansioso di sapere se potrebbe continuare la

sua via. Ei provò un senso di dolorosa impazienza nel vedere che ciò

gli sarebbe impossibile ancora; ma durerebbe sempre quella situazione?

Donna Livia per sicuro lo credeva assai più innanzi; ed invece tanti

ostacoli ritardavano il suo cammino, ad onta della buona volontà,

dell'ansietà sua; ed ora doveva fermarsi di nuovo!

Tutte queste cose il conte le pensava sospirando; per incoraggiarsi

diceva a sè stesso essere la strada che gli rimaneva lunga sì, ma

certamente più conosciuta, più agevole, ma non vi riusciva; il

pensiero di dover aspettare ancora lo tormentava. Il giorno precedente

non si era tanto impazientato. Perchè mai questo?

Era forse semplicemente effetto dell'essere intieramente riposato

dalle fatiche del viaggio. In ogni modo tale indugio gli pesava assai.

Dopo aver passeggiato un pezzo su e giù per la sua stanzaccia, discese

nella cucina.

L'oste venne, come già aveva fatto la mattina innanzi, a

complimentarlo, unendo ai rispettosi saluti qualche imprecazione al

cattivo tempo, che perseguitava il cavaliere.

Il conte ebbe bisogno di tutto il suo buon senso per non adirarsi di

quelle ciarle. Era in una disposizione d'animo tutta diversa del

solito. Quante volte non accade ciò, e talora anche senza cagione

alcuna?

L'oste era ben lontano dal dolersi della pioggia, grazie a cui

soltanto il cavaliere forastiero si tratteneva.

La guida aveva preso in paco il suo partito; aveva ciarlato tutta

mattina coll'oste e la moglie, prendendo a tema la storia del povero

Battista; si era occupato con loro a commentarla, e senza impazienza

alcuna aspettava che il tempo smettesse il broncio.

Quanto al servo del conte, comprendendo che il suo padrone era di

cattivo umore, malediva alla pioggia, ed usciva dalla sua abituale

placidezza.

Ma verso sera le nubi si diradarono come per incanto; un vento

impetuoso le aveva scacciate in pochi istanti; il cielo tornò sereno,

ed il sole apparve circondato da un'aureola dorata, splendido e puro.

Mai esso era giunto sì caro al conte di San Giorgio. Le sue speranze

ritornarono con esso, come se si fossero riaccese a quella fulgida

luce.

Però ei non poteva pensare a partire sino al giorno seguente.

La notte non era lontana; ed il sole, che aveva quasi terminato il suo

corso, benchè allora soltanto si fosse mostrato sull'orizzonte, non

doveva tardare a nascondersi di nuovo.

Il cavaliere di Malta si ritirò presto, ordinando al servo ed alla

guida di tenersi pronti a lasciar l'osteria l'indomani per tempo.

E così fu; poichè le strade, grazie al vento che aveva continuato

tutta la notte impetuoso, si erano alquanto asciugate.

Fu con vero piacere che il conte si allontanò da quei luoghi; quasi

ora pentito di non aver pazientato qualche giorno a Malta per

attendervi una nave, che direttamente lo conducesse a Venezia; ma

ormai la cosa era fatta.

Ah! se avesse potuto varcare, come lo faceva col desiderio, lo spazio,

che il divideva da quella città, cui era diretto, come presto vi

sarebbe giunto! con quale rapidità!

Ma il desiderio, per vivo che sia, non dà mai l'impossibile, benchè

possa far conseguire il difficile; ed al conte non rimaneva che usare

dei mezzi posti a sua disposizione onde affrettarsi.

Ambrogio durava fatica assai più del servo a seguirlo su d'una strada

difficile, ove il pantano giungeva ancora ad una incomoda altezza. Ma

si fece il possibile per arrivare a Chieti prima della notte, e fale

scopo fu raggiunto. La giornata non era ancora finita, quando Ambrogio

esclamò:

--Ecco Chieti!

E poco dopo si fermarono ad una locanda.

Il mattino seguente la guida condusse il conte al convento dei

cappuccini situato fuori della città.

Quei padri accolsero benissimo i viaggiatori, e fecero mille offerte

al cavaliere di Malta.

Ambrogio si era apposto al vero. Un padre cappuccino doveva partire

per una città delle Romagne, Loreto; ed il conte vi si recherebbe con

lui.

Ciò gli era assai caro, tanto più che poteva costeggiare l'Adriatico,

come desiderava.

Ambrogio fu largamente ricompensato; ma dovette separarsi da' suoi

compagni di viaggio, senza saperne di loro più di quanto ne aveva

indovinato.

Il padre cappuccino lo rimpiazzò presso di loro, e partirono insieme

il giorno dopo.

Quel frate si recava a Loreto per predicarvi, ed assicurò il cavaliere

che, il tempo permettendolo, vi giungerebbero fra cinque o sei giorni.

--Dunque, cavaliere, diss'egli al conte, voi siete diretto a Venezia?

--Sì.

--Venite da lungi?

--Da Manfredonia, ove arrivava da Malta.

--Come mai non vi imbarcaste direttamente per Venezia?

--Non mi fu possibile ritrovar subito un bastimento; ma forse ad

Ancona mi imbarcherò.

Il frate troncò quel dialogo; pensava che andar per mare a Venezia

sarebbe stato il partito più ragionevole.

Ed il conte era sempre più pentito di non averlo adottato, perchè

avrebbe fatto più presto ed evitato mille noje.

Il cappuccino, che viaggiava col cavaliere, era un giovane di una

fisonomia simpatica e dolce, dai modi gentili e distinti.

Era stato detto al conte esser egli un bravo predicatore; ed infatti

sembrava molto istruito.

La finezza di sentire, che rivelava sempre ne' suoi discorsi,

contribuiva a rendere la sua compagnia piacevole. Il cavaliere lo

ascoltava volentieri, e sovente si interteneva seco a lungo,

felicitandosi sinceramente di averlo compagno.

Un giorno avvenne al conte di dimenticare in una osteria di villaggio,

ove avevano passato la notte, una piccola valigia, che portava sempre

seco; mandò tosto il suo servo a cercare di essa, ed egli medesimo

pregò il frate a ritornare un poco sui loro passi, onde sapere più

presto su la valigia fosse ritrovata.

Il cavaliere era agitatissimo.

--Se la smarrissi, disse al padre Leone, non me ne consolerei giammai,

--Oh! spero la ritroverete, ed intatta; poichè certamente avrete con

voi la chiave.

--Sì, ma temo lo stesso; per me quella piccola valigia è preziosa;

contiene delle carte importantissimo, delle lettere, poi anche il

ritratto di mia madre che non ho mai conosciuta, ed i cui tratti mi

sono noti soltanto, grazie a quell'effigie.

--Comprendo allora la vostra ansietà, signor cavaliere; ma, ne sono

persuaso, ricupererete quella valigia; conosco l'oste che ci albergò,

per aver alloggiato da lui diverse volte; sì egli che la sua famiglia

sono persone onestissima; ed a quest'ora non vi sarà stato dopo di noi

alcun forastiero.

Il conte, incoraggiato da quelle parole, attese Antonio più

tranquillamente.

Questi giunse poco dopo; portava seco la valigia, che rimise al suo

padrone.

Essa era chiusa, nessuno poteva averla toccata; pure il conte la aprì

e la osservò.

Tutti volsero la briglia alle loro cavalcature; ritornarono a fare il

tratto di strada già percorso due volte in sì breve tempo. Pel momento

si procedeva lentamente; perchè il cavaliere era ancora occupato ad

esaminare la valigia.

Prima di rinchiuderla, ei mostrò al padre cappuccino un quadretto,

legato in oro e cesellato con molta finezza, dicendogli:

--Ecco il ritratto di mia madre, di cui vi parlai. Un distinto pittore

glielo fece appena sposa.

Il giovane frate lo prese tra le mani e l'osservò.

--È singolare! esclamò tosto.

--Che cosa?

--Questo ritratto.....

--Ebbene!

--Mi rammenta in modo straordinario una giovane signora, che vidi

diverse volte a Pesaro.

--Che dite?

--Il vero; sono le stesse fattezze, e soprattutto l'impronta della

fisonomia, il taglio degli occhi, il loro colore, lo sguardo...

tuttociò non potrebbe essere più eguale.

Il cavaliere era agitato... Sua madre rassomigliava al vecchio duca

dell'Isola, a donna Rosalia, che anche per questo gli era sempre stata

cara; ma più che a tutti rassomigliava, per quanto ne aveva udito

dire, al parente diseredato, di cui in casa non si serbava alcun

ritratto. E vi era a Pesaro una giovane donna, che tanto veniva

richiamata dall'effigie della contessa?... Come mai?

Pure alle volte si danno di questi casi; ma nelle circostanze, in cui

si trovava il conte di San Giorgio, ei non poteva riguardare quella

somiglianza come un semplice capriccio della natura.

--È cosa strana infatti! disse dopo un momento al cappuccino con

preoccupazione, prendendo il ritratto, ch'ei gli rendeva e

rinchiudendolo nella valigia.

--Sì, rispose egli; sono sicuro che, se voi vedeste la donna, di cui

vi parlai, sovverreste che io non esagerai menomamente; soltanto vi è

nel ritratto di vostra madre maggior brio, maggior freschezza di

colorito. Sembrano entrambe della stessa famiglia; tanto che io

l'avrei pensato tosto se voi, signor cavaliere, non mi aveste detto

non aver parenti da questo parti.

Il cavaliere di Malta rimase perplesso; il suo imbarazzo consigliò il

giovane frate a parlar d'altro: gli sembrava che il suo compagno di

viaggio non desiderasse continuare il discorso di prima.

Ben presto comprese che la preoccupazione del conte non faceva che

aumentare; per questo, dopo qualche frase indifferente, il frate si

tacque.

Il cavaliere non s'avvide quasi di quel silenzio; era fortemente

impressionato, e questa volta gli sembrava aver davvero ragione di

fantasticare.

Andrò a Pesaro, pensava; vedrò questa donna; ah si! bisogna che io la

veda; ma vi sarà ella ancora? A questo dubbio, natogli dopo qualche

tempo di silenzio, egli si volse al giovane, frate, e:

--La persona, che diceste assomigliare a mia madre, abiterà ancora a

Pesaro?

--Non saprei. Allora vi abitava; io non la conoscevo che di vista.

Il cavaliere ebbe un istante d'angoscia. Non importa, pensò poi; mi

recherò egualmente a Pesaro; io spero in ogni modo di trovarvela.

E come per distrarsi, senza sapere quanto si dicesse, s'indirizzò

nuovamente al cappuccino:

--Vi ho chiesto ciò, perchè avrei voluto giudicare io stesso di questa

rassomiglianza prodigiosa.

Il padre Leone sorrise leggermente; non poteva comprendere il motivo

reale, che guidava il cavaliere di Malta; ma era persuaso che esso

nascondeva un mistero.

Benchè assai giovane, non doveva aver più di ventitre anni, ei

possedeva molta esperienza, e soprattutto molta penetrazione; ma non

mostrò dubitare delle parole del conte.

Ed il viaggio, grazie a quell'incidente, continuò per un pezzo senza

che nè il cavaliere, nè il padre Leone profferissero parola.

Il primo non cessava dal pensare a quella donna, che il giovane

religioso aveva veduta a Pesaro, e che forse era strettamente legata

alla famiglia dell'Isola. Che non avrebbe dato per intrattenerne donna

Livia, per mostrarle il debole lume, che gli era apparso nelle

tenebre, e che sperava potesse guidarlo ad una intiera luce?

Ma perchè avrebbe desiderato far dividere alla duchessa la sua

agitazione, il disinganno che forse lo attendeva?... perchè infatti

poteva essere una falsa lusinga la sua.

Poi pensava che non s'imbarcherebbe ad Ancona; che terrebbe la via di

terra, e che il recarsi a Pesaro non lo devierebbe quasi dalla sua

strada.

Non sarebbe un gran ritardo, se anche i suoi passi in quella città

riuscissero inutili.

Ma perchè non avverrebbe il contrario? Ora sperava, ora temeva senza

poter renderne ragione a sè stesso.

Il giovane frate, che lo accompagnava, si occupava forse della

straordinaria impressione cagionata dalla osservazione da lui fatta;

osservazione semplicissima. Infatti se il cavaliere non aveva parenti

colà, se diceva il vero, perchè commuoversi a tal segno, se una. donna

sconosciuta richiamava i tratti di sua madre?

Intanto si continuava a procedere in silenzio. Il servo, che per

rispetto si teneva sempre un po' indietro dal suo signore e dal

religioso, non si era avveduto di nulla; nulla aveva inteso; egli era

anche quel giorno, ciò che era sempre, un automa movente, che sembrava

aver ricevuto per sua parte di felicità la calma più grande ed

inalterabile.

Si avanzava, e Loreto non era gran che discosto.

Il momento di lasciare il padre cappuccino si avvicinava: il conte

pensava anche a questo. La sua ansietà di procedere raddoppiava però;

benchè sentisse un'emozione penosa nel dire a sè stesso, come ogni

lega, che lo approssimava alla meta, lo allontanava sempre più dalla

sua isola natale, da Catania, dalla duchessa.

In mezzo alle sue preoccupazioni ei si chiedeva alle volte se mai la

rivedrebbe; era veramente il suo un grande amore, e colla lontananza

sembrava accrescersi. Certo contribuiva assai a fargli desiderare di

affrettarsi. Il conte non sarebbe stato sì ansioso senza di esso; per

quanto l'idea di compiere il voto del vecchio duca, di riparare alla

sua colpa, portando a dei parenti sventurati delle speranze, un

perdono che era loro dovuto, e che forse meritavano, avesse potuto

bastare ad agitarlo.

Ma in quale posizione troverebbe quei parenti? Potrei saperlo in parte

ora, pensò, se.... E senza finire di spiegare a se stesso ciò che

intendeva, si volse di nuovo al padre Leone.

--Perdonate, gli disse, la mia curiosità, che deve sembrarvi davvero

stravagante. La giovane donna, di cui parlaste, che conosceste a

Pesaro, in quale condizione si trovava?

Il giovane religioso lo esaminò rapidamente; ma rispose tosto:

--Non era ricca, a quanto credo. Era vedova da poco, per quel che ne

intesi; aveva due bambini.

--Il suo nome non lo conoscete?

--No.

--E, perdonate, dove solevate vederla? Il padre Leone parve

riflettere.

--Vi giuro, disse il conte, pensando che il frate potesse temere,

rispondendo, di cagionar danno a quella, donna; vi giuro che le mie

domande sono dettate da un giusto motivo; che soddisfacendomi,

dicendomi quanto sapete di quella donna, non le nuocerete menomamente.

Ebbi torto, il vedo, nel volervi far credere che la sola curiosità....

Il cappuccino l'interruppe.

--Non vi chiedo i vostri segreti, signor cavaliere rispose con una

dignità, che poteva sorprendere in mi povero frate; e poichè mi date

parola che non comprometto quella giovane donna parlando, vi dirò il

poco che ne so, o piuttosto che ne penso.... La credo una infelice

perseguitata dalla fortuna; ma la sua origine, le sue vicende mi sono

intieramente sconosciute.... Io solevo vederla nella chiesa di San

Domenico, ove l'anno scorso predicava. La sua tristezza,

l'abbattimento che si leggeva sul suo volto, il mistero, di cui pareva

circondarsi, chiamarono su di lei la mia attenzione. Molte volte,

nelle ore del giorno, in cui le chiese sono più deserte, potei

esaminarla lungamente; chè sovente, come ve lo dissi, ella era in

chiesa: abitava lì presso, e diverse volte la vidi entrare in una casa

vicina.

--Dunque non sapete se avesse parenti?

--Lo ignoro; ma secondo me, non crederei; però tale mia convinzione

potrebbe essere erronea....

Diceva egli il vero, oppure conosceva particolarmente quella donna?...

O non voleva dirlo, legato da qualche promessa, fors'anco dalla

confessione?...

Il conte pensò che in ogni modo il frate sembrava persuaso che ella

non avesse parenti: sa tale supposizione era vera, essa veniva a

distruggere in parte le sue speranze.

Ringraziò il cappuccino, e non fece altre domande su quell'argomento;

perchè comprese che il suo compagno o non voleva dir altro, o in

realtà non ne sapeva di più.

L'indomani giunse, senza che essi parlassero ancora di quella donna.

Arrivarono a Loreto; il padre Leone si accommiatò dal cavaliere di

Malta, perchè doveva recarsi tosto alla chiesa.

--Sempre, gli disse il conte salutandolo, rammenterò con piacere i

giorni, che passammo insieme.

--Ed io pure, rispose il giovane.

--Se mai il caso ci riunisse, ritroverete, padre, in me un amico: come

a me sembrerà ritrovarne uno in voi.

--Non ne dubitate, signor cavaliere, rispose il giovane commosso

alquanto. E si allontanò.

Il conte di San Giorgio lo seguì un istante collo sguardo: aveva

lasciato molte volte vecchi conoscenti, senza sentirne dispiacere,

come ora ne sentiva nel separarsi da quel cappuccino. Ma altri

pensieri lo occupavano troppo, perchè tale impressione durasse a

lungo.

Discese ad una locanda, deciso a fermarvisi fino all'indomani, perchè

i cavalli avevano bisogno di riposo. Visitò il santuario della

Vergine, scopo allora di appositi viaggi; e la sera ritirandosi ordinò

al suo servo di tenersi pronto a partire l'indomani di buon'ora.

La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI · 第 25 / 64 题