L'indomani spuntò torbido e nero, e la pioggia, cessata la sera prima,
aveva ripreso a cadere, se non con gran violenza, senza interruzione
però.
Le strade erano poi ancora più impraticabili; agli abitanti del
paesello ciò non dava gran pena; nessuno ne fu dunque contrariato la
centesima parto di quanto lo fosse il cavaliere di Malta.
Si era alzato all'alba, ansioso di sapere se potrebbe continuare la
sua via. Ei provò un senso di dolorosa impazienza nel vedere che ciò
gli sarebbe impossibile ancora; ma durerebbe sempre quella situazione?
Donna Livia per sicuro lo credeva assai più innanzi; ed invece tanti
ostacoli ritardavano il suo cammino, ad onta della buona volontà,
dell'ansietà sua; ed ora doveva fermarsi di nuovo!
Tutte queste cose il conte le pensava sospirando; per incoraggiarsi
diceva a sè stesso essere la strada che gli rimaneva lunga sì, ma
certamente più conosciuta, più agevole, ma non vi riusciva; il
pensiero di dover aspettare ancora lo tormentava. Il giorno precedente
non si era tanto impazientato. Perchè mai questo?
Era forse semplicemente effetto dell'essere intieramente riposato
dalle fatiche del viaggio. In ogni modo tale indugio gli pesava assai.
Dopo aver passeggiato un pezzo su e giù per la sua stanzaccia, discese
nella cucina.
L'oste venne, come già aveva fatto la mattina innanzi, a
complimentarlo, unendo ai rispettosi saluti qualche imprecazione al
cattivo tempo, che perseguitava il cavaliere.
Il conte ebbe bisogno di tutto il suo buon senso per non adirarsi di
quelle ciarle. Era in una disposizione d'animo tutta diversa del
solito. Quante volte non accade ciò, e talora anche senza cagione
alcuna?
L'oste era ben lontano dal dolersi della pioggia, grazie a cui
soltanto il cavaliere forastiero si tratteneva.
La guida aveva preso in paco il suo partito; aveva ciarlato tutta
mattina coll'oste e la moglie, prendendo a tema la storia del povero
Battista; si era occupato con loro a commentarla, e senza impazienza
alcuna aspettava che il tempo smettesse il broncio.
Quanto al servo del conte, comprendendo che il suo padrone era di
cattivo umore, malediva alla pioggia, ed usciva dalla sua abituale
placidezza.
Ma verso sera le nubi si diradarono come per incanto; un vento
impetuoso le aveva scacciate in pochi istanti; il cielo tornò sereno,
ed il sole apparve circondato da un'aureola dorata, splendido e puro.
Mai esso era giunto sì caro al conte di San Giorgio. Le sue speranze
ritornarono con esso, come se si fossero riaccese a quella fulgida
luce.
Però ei non poteva pensare a partire sino al giorno seguente.
La notte non era lontana; ed il sole, che aveva quasi terminato il suo
corso, benchè allora soltanto si fosse mostrato sull'orizzonte, non
doveva tardare a nascondersi di nuovo.
Il cavaliere di Malta si ritirò presto, ordinando al servo ed alla
guida di tenersi pronti a lasciar l'osteria l'indomani per tempo.
E così fu; poichè le strade, grazie al vento che aveva continuato
tutta la notte impetuoso, si erano alquanto asciugate.
Fu con vero piacere che il conte si allontanò da quei luoghi; quasi
ora pentito di non aver pazientato qualche giorno a Malta per
attendervi una nave, che direttamente lo conducesse a Venezia; ma
ormai la cosa era fatta.
Ah! se avesse potuto varcare, come lo faceva col desiderio, lo spazio,
che il divideva da quella città, cui era diretto, come presto vi
sarebbe giunto! con quale rapidità!
Ma il desiderio, per vivo che sia, non dà mai l'impossibile, benchè
possa far conseguire il difficile; ed al conte non rimaneva che usare
dei mezzi posti a sua disposizione onde affrettarsi.
Ambrogio durava fatica assai più del servo a seguirlo su d'una strada
difficile, ove il pantano giungeva ancora ad una incomoda altezza. Ma
si fece il possibile per arrivare a Chieti prima della notte, e fale
scopo fu raggiunto. La giornata non era ancora finita, quando Ambrogio
esclamò:
--Ecco Chieti!
E poco dopo si fermarono ad una locanda.
Il mattino seguente la guida condusse il conte al convento dei
cappuccini situato fuori della città.
Quei padri accolsero benissimo i viaggiatori, e fecero mille offerte
al cavaliere di Malta.
Ambrogio si era apposto al vero. Un padre cappuccino doveva partire
per una città delle Romagne, Loreto; ed il conte vi si recherebbe con
lui.
Ciò gli era assai caro, tanto più che poteva costeggiare l'Adriatico,
come desiderava.
Ambrogio fu largamente ricompensato; ma dovette separarsi da' suoi
compagni di viaggio, senza saperne di loro più di quanto ne aveva
indovinato.
Il padre cappuccino lo rimpiazzò presso di loro, e partirono insieme
il giorno dopo.
Quel frate si recava a Loreto per predicarvi, ed assicurò il cavaliere
che, il tempo permettendolo, vi giungerebbero fra cinque o sei giorni.
--Dunque, cavaliere, diss'egli al conte, voi siete diretto a Venezia?
--Sì.
--Venite da lungi?
--Da Manfredonia, ove arrivava da Malta.
--Come mai non vi imbarcaste direttamente per Venezia?
--Non mi fu possibile ritrovar subito un bastimento; ma forse ad
Ancona mi imbarcherò.
Il frate troncò quel dialogo; pensava che andar per mare a Venezia
sarebbe stato il partito più ragionevole.
Ed il conte era sempre più pentito di non averlo adottato, perchè
avrebbe fatto più presto ed evitato mille noje.
Il cappuccino, che viaggiava col cavaliere, era un giovane di una
fisonomia simpatica e dolce, dai modi gentili e distinti.
Era stato detto al conte esser egli un bravo predicatore; ed infatti
sembrava molto istruito.
La finezza di sentire, che rivelava sempre ne' suoi discorsi,
contribuiva a rendere la sua compagnia piacevole. Il cavaliere lo
ascoltava volentieri, e sovente si interteneva seco a lungo,
felicitandosi sinceramente di averlo compagno.
Un giorno avvenne al conte di dimenticare in una osteria di villaggio,
ove avevano passato la notte, una piccola valigia, che portava sempre
seco; mandò tosto il suo servo a cercare di essa, ed egli medesimo
pregò il frate a ritornare un poco sui loro passi, onde sapere più
presto su la valigia fosse ritrovata.
Il cavaliere era agitatissimo.
--Se la smarrissi, disse al padre Leone, non me ne consolerei giammai,
--Oh! spero la ritroverete, ed intatta; poichè certamente avrete con
voi la chiave.
--Sì, ma temo lo stesso; per me quella piccola valigia è preziosa;
contiene delle carte importantissimo, delle lettere, poi anche il
ritratto di mia madre che non ho mai conosciuta, ed i cui tratti mi
sono noti soltanto, grazie a quell'effigie.
--Comprendo allora la vostra ansietà, signor cavaliere; ma, ne sono
persuaso, ricupererete quella valigia; conosco l'oste che ci albergò,
per aver alloggiato da lui diverse volte; sì egli che la sua famiglia
sono persone onestissima; ed a quest'ora non vi sarà stato dopo di noi
alcun forastiero.
Il conte, incoraggiato da quelle parole, attese Antonio più
tranquillamente.
Questi giunse poco dopo; portava seco la valigia, che rimise al suo
padrone.
Essa era chiusa, nessuno poteva averla toccata; pure il conte la aprì
e la osservò.
Tutti volsero la briglia alle loro cavalcature; ritornarono a fare il
tratto di strada già percorso due volte in sì breve tempo. Pel momento
si procedeva lentamente; perchè il cavaliere era ancora occupato ad
esaminare la valigia.
Prima di rinchiuderla, ei mostrò al padre cappuccino un quadretto,
legato in oro e cesellato con molta finezza, dicendogli:
--Ecco il ritratto di mia madre, di cui vi parlai. Un distinto pittore
glielo fece appena sposa.
Il giovane frate lo prese tra le mani e l'osservò.
--È singolare! esclamò tosto.
--Che cosa?
--Questo ritratto.....
--Ebbene!
--Mi rammenta in modo straordinario una giovane signora, che vidi
diverse volte a Pesaro.
--Che dite?
--Il vero; sono le stesse fattezze, e soprattutto l'impronta della
fisonomia, il taglio degli occhi, il loro colore, lo sguardo...
tuttociò non potrebbe essere più eguale.
Il cavaliere era agitato... Sua madre rassomigliava al vecchio duca
dell'Isola, a donna Rosalia, che anche per questo gli era sempre stata
cara; ma più che a tutti rassomigliava, per quanto ne aveva udito
dire, al parente diseredato, di cui in casa non si serbava alcun
ritratto. E vi era a Pesaro una giovane donna, che tanto veniva
richiamata dall'effigie della contessa?... Come mai?
Pure alle volte si danno di questi casi; ma nelle circostanze, in cui
si trovava il conte di San Giorgio, ei non poteva riguardare quella
somiglianza come un semplice capriccio della natura.
--È cosa strana infatti! disse dopo un momento al cappuccino con
preoccupazione, prendendo il ritratto, ch'ei gli rendeva e
rinchiudendolo nella valigia.
--Sì, rispose egli; sono sicuro che, se voi vedeste la donna, di cui
vi parlai, sovverreste che io non esagerai menomamente; soltanto vi è
nel ritratto di vostra madre maggior brio, maggior freschezza di
colorito. Sembrano entrambe della stessa famiglia; tanto che io
l'avrei pensato tosto se voi, signor cavaliere, non mi aveste detto
non aver parenti da questo parti.
Il cavaliere di Malta rimase perplesso; il suo imbarazzo consigliò il
giovane frate a parlar d'altro: gli sembrava che il suo compagno di
viaggio non desiderasse continuare il discorso di prima.
Ben presto comprese che la preoccupazione del conte non faceva che
aumentare; per questo, dopo qualche frase indifferente, il frate si
tacque.
Il cavaliere non s'avvide quasi di quel silenzio; era fortemente
impressionato, e questa volta gli sembrava aver davvero ragione di
fantasticare.
Andrò a Pesaro, pensava; vedrò questa donna; ah si! bisogna che io la
veda; ma vi sarà ella ancora? A questo dubbio, natogli dopo qualche
tempo di silenzio, egli si volse al giovane, frate, e:
--La persona, che diceste assomigliare a mia madre, abiterà ancora a
Pesaro?
--Non saprei. Allora vi abitava; io non la conoscevo che di vista.
Il cavaliere ebbe un istante d'angoscia. Non importa, pensò poi; mi
recherò egualmente a Pesaro; io spero in ogni modo di trovarvela.
E come per distrarsi, senza sapere quanto si dicesse, s'indirizzò
nuovamente al cappuccino:
--Vi ho chiesto ciò, perchè avrei voluto giudicare io stesso di questa
rassomiglianza prodigiosa.
Il padre Leone sorrise leggermente; non poteva comprendere il motivo
reale, che guidava il cavaliere di Malta; ma era persuaso che esso
nascondeva un mistero.
Benchè assai giovane, non doveva aver più di ventitre anni, ei
possedeva molta esperienza, e soprattutto molta penetrazione; ma non
mostrò dubitare delle parole del conte.
Ed il viaggio, grazie a quell'incidente, continuò per un pezzo senza
che nè il cavaliere, nè il padre Leone profferissero parola.
Il primo non cessava dal pensare a quella donna, che il giovane
religioso aveva veduta a Pesaro, e che forse era strettamente legata
alla famiglia dell'Isola. Che non avrebbe dato per intrattenerne donna
Livia, per mostrarle il debole lume, che gli era apparso nelle
tenebre, e che sperava potesse guidarlo ad una intiera luce?
Ma perchè avrebbe desiderato far dividere alla duchessa la sua
agitazione, il disinganno che forse lo attendeva?... perchè infatti
poteva essere una falsa lusinga la sua.
Poi pensava che non s'imbarcherebbe ad Ancona; che terrebbe la via di
terra, e che il recarsi a Pesaro non lo devierebbe quasi dalla sua
strada.
Non sarebbe un gran ritardo, se anche i suoi passi in quella città
riuscissero inutili.
Ma perchè non avverrebbe il contrario? Ora sperava, ora temeva senza
poter renderne ragione a sè stesso.
Il giovane frate, che lo accompagnava, si occupava forse della
straordinaria impressione cagionata dalla osservazione da lui fatta;
osservazione semplicissima. Infatti se il cavaliere non aveva parenti
colà, se diceva il vero, perchè commuoversi a tal segno, se una. donna
sconosciuta richiamava i tratti di sua madre?
Intanto si continuava a procedere in silenzio. Il servo, che per
rispetto si teneva sempre un po' indietro dal suo signore e dal
religioso, non si era avveduto di nulla; nulla aveva inteso; egli era
anche quel giorno, ciò che era sempre, un automa movente, che sembrava
aver ricevuto per sua parte di felicità la calma più grande ed
inalterabile.
Si avanzava, e Loreto non era gran che discosto.
Il momento di lasciare il padre cappuccino si avvicinava: il conte
pensava anche a questo. La sua ansietà di procedere raddoppiava però;
benchè sentisse un'emozione penosa nel dire a sè stesso, come ogni
lega, che lo approssimava alla meta, lo allontanava sempre più dalla
sua isola natale, da Catania, dalla duchessa.
In mezzo alle sue preoccupazioni ei si chiedeva alle volte se mai la
rivedrebbe; era veramente il suo un grande amore, e colla lontananza
sembrava accrescersi. Certo contribuiva assai a fargli desiderare di
affrettarsi. Il conte non sarebbe stato sì ansioso senza di esso; per
quanto l'idea di compiere il voto del vecchio duca, di riparare alla
sua colpa, portando a dei parenti sventurati delle speranze, un
perdono che era loro dovuto, e che forse meritavano, avesse potuto
bastare ad agitarlo.
Ma in quale posizione troverebbe quei parenti? Potrei saperlo in parte
ora, pensò, se.... E senza finire di spiegare a se stesso ciò che
intendeva, si volse di nuovo al padre Leone.
--Perdonate, gli disse, la mia curiosità, che deve sembrarvi davvero
stravagante. La giovane donna, di cui parlaste, che conosceste a
Pesaro, in quale condizione si trovava?
Il giovane religioso lo esaminò rapidamente; ma rispose tosto:
--Non era ricca, a quanto credo. Era vedova da poco, per quel che ne
intesi; aveva due bambini.
--Il suo nome non lo conoscete?
--No.
--E, perdonate, dove solevate vederla? Il padre Leone parve
riflettere.
--Vi giuro, disse il conte, pensando che il frate potesse temere,
rispondendo, di cagionar danno a quella, donna; vi giuro che le mie
domande sono dettate da un giusto motivo; che soddisfacendomi,
dicendomi quanto sapete di quella donna, non le nuocerete menomamente.
Ebbi torto, il vedo, nel volervi far credere che la sola curiosità....
Il cappuccino l'interruppe.
--Non vi chiedo i vostri segreti, signor cavaliere rispose con una
dignità, che poteva sorprendere in mi povero frate; e poichè mi date
parola che non comprometto quella giovane donna parlando, vi dirò il
poco che ne so, o piuttosto che ne penso.... La credo una infelice
perseguitata dalla fortuna; ma la sua origine, le sue vicende mi sono
intieramente sconosciute.... Io solevo vederla nella chiesa di San
Domenico, ove l'anno scorso predicava. La sua tristezza,
l'abbattimento che si leggeva sul suo volto, il mistero, di cui pareva
circondarsi, chiamarono su di lei la mia attenzione. Molte volte,
nelle ore del giorno, in cui le chiese sono più deserte, potei
esaminarla lungamente; chè sovente, come ve lo dissi, ella era in
chiesa: abitava lì presso, e diverse volte la vidi entrare in una casa
vicina.
--Dunque non sapete se avesse parenti?
--Lo ignoro; ma secondo me, non crederei; però tale mia convinzione
potrebbe essere erronea....
Diceva egli il vero, oppure conosceva particolarmente quella donna?...
O non voleva dirlo, legato da qualche promessa, fors'anco dalla
confessione?...
Il conte pensò che in ogni modo il frate sembrava persuaso che ella
non avesse parenti: sa tale supposizione era vera, essa veniva a
distruggere in parte le sue speranze.
Ringraziò il cappuccino, e non fece altre domande su quell'argomento;
perchè comprese che il suo compagno o non voleva dir altro, o in
realtà non ne sapeva di più.
L'indomani giunse, senza che essi parlassero ancora di quella donna.
Arrivarono a Loreto; il padre Leone si accommiatò dal cavaliere di
Malta, perchè doveva recarsi tosto alla chiesa.
--Sempre, gli disse il conte salutandolo, rammenterò con piacere i
giorni, che passammo insieme.
--Ed io pure, rispose il giovane.
--Se mai il caso ci riunisse, ritroverete, padre, in me un amico: come
a me sembrerà ritrovarne uno in voi.
--Non ne dubitate, signor cavaliere, rispose il giovane commosso
alquanto. E si allontanò.
Il conte di San Giorgio lo seguì un istante collo sguardo: aveva
lasciato molte volte vecchi conoscenti, senza sentirne dispiacere,
come ora ne sentiva nel separarsi da quel cappuccino. Ma altri
pensieri lo occupavano troppo, perchè tale impressione durasse a
lungo.
Discese ad una locanda, deciso a fermarvisi fino all'indomani, perchè
i cavalli avevano bisogno di riposo. Visitò il santuario della
Vergine, scopo allora di appositi viaggi; e la sera ritirandosi ordinò
al suo servo di tenersi pronto a partire l'indomani di buon'ora.