Contro gli elementi è inutile impazientarsi!
Ed il cavaliere di Malta, benchè a malincuore, decise, entrando nel
suo meschino alloggio, di starvi finchè il tempo fosse cangiato.
Sarebbe stato follia pensare altrimenti.
Il cielo era carico di nubi nere, che si aprivano per lasciar cadere
la pioggia con una violenza estrema.
Le vie erano allagate, ed i poveri tetti di quelle case, che avevano
tutte il carattere più deciso di capanne, erano scossi da sì impetuosa
bufera, e sembravano barcollare.
Il timore che potessero crollare, se quel temporale perdurava, non
sarebbe stato infondato.
Tutti si rinchiudevano in casa.
Il conte di San Giorgio si affacciò alla finestruccia mal connessa
della povera stanza che gli era stata fissata. Contemplò la scena che
si offriva a' suoi sguardi.
Non un'anima viva, non un rumore il quale contendesse anche debolmente
con quello della pioggia, che infuriava sempre più.
Le nubi fittissime e scure sembravano avere abbassata la vôlta del
cielo, mentre gettavano una specie di tetro manto sulla campagna e la
avvolgevano intieramente con esso.
Il delizioso paesaggio, il vasto orizzonte che da quella finestra
sarebbe stato possibile scorgere, erano spariti; non si sarebbero
sospettati in quel giorno.
Quella scena era triste, ma non faceva sul cavaliere una impressione
penosa. Essa armonizzava coll'animo suo: lo spingeva maggiormente
verso la malinconia. cui già inclinava.
Dopo qualche tempo si venne a toglierlo alle sue meditazioni.
--La cena è all'ordine, disse Antonio, arrestandosi sulla soglia ed
inchinandosi.
Il cavaliere lo seguì in silenzio; la sala da pranzo era la cucina;
non ve n'era altra nell'osteria.
L'oste istesso venne ad incontrare quello che aveva indovinato essere
un ospite di gran conto, e lo pregò umilmente a perdonargli se non gli
era possibile servirlo in luogo migliore.
Il conte rispose con distrazione che ciò gli era indifferentissimo.
Si assise ad una tavola preparata per lui in fondo alla stanza.
La guida intanto era già installata dinanzi al fuoco e stava
discorrendo coll'ostessa, a cui narrava essere il gentiluomo, che egli
accompagnava, un cavaliere di Malta. Tale qualità sembrava far poco
effetto sull'ostessa, che chiedeva se quel signore era ricco e
generoso.
In quel momento furono interrotti da Antonio, che si avvicinava per
ricevere dall'oste un piatto d'uova da recare al conte.
Quella modestissima cena si componeva di ben poca cosa, ed il
cavaliere la terminò presto.
La pioggia continuava sempre con eguale violenza: nulla faceva
presumere che il cielo avesse a rasserenarsi presto; l'oste diceva al
cavaliere che alle volte tali pioggie primaverili duravano tre o
quattro giorni di seguito.
Tale prospettiva non doveva certo allettare il conte. Che mai poteva
far egli onde ingannare il tempo, lungo forse, che dovrebbe passare in
quella miserabile osteria: egli, abituato alla società più scelta ed
aristocratica?
Se lo chiese però senza timore; la solitudine anche in quel luogo
orribile non lo spaventava, poichè mai gli avveniva d'annojarsi.
L'oste lo invitò a sedere dinanzi al camino sgombrato dagli utensili
di cucina, e nel quale ardeva un gran fuoco.
Il cavaliere vi si assise infatti: benchè fosse nobilissimo ed avesse
avuto in vita sua grandi soddisfazioni d'amor proprio, non era
orgoglioso: non riguardava con disprezzo quelli che la Provvidenza
aveva fatti nascere al disotto di lui; per questo non isdegnò
trattenersi in quella cucina, al contatto della povera gente che vi si
trovava.
«Donna Livia, diceva tra sè, sì generosa ed indulgente farebbe lo
stesso.»
Ogni qualvolta egli trovava qualche rassomiglianza tra i suoi
sentimenti e quelli della duchessa provava un senso di gioja; gli
sembrava avvicinarsi a lei.
Era un'ingenuità, direbbero molti.
E sia; ma di quelle ingenuità che si possono rinvenire in persone di
spirito, e che fanno sorridere di compassione tanti sciocchi.
Un'ora dopo, il cavaliere di Malta era ancora seduto nello stesso
luogo.
La notte era venuta: nessun avventore aveva colla sua presenza rotta
la monotonia che regnava in quella vasta cucina, resa ancora più
triste dalla meschina lampada ad olio che sola la rischiarava.
Finalmente il conte si alzò: il servo lo precedette con un lume: da un
pezzo Antonio era già pronto.
Un letto abbastanza pulito attendeva il cavaliere: egli avrebbe dato
assai assai perchè il sonno venisse a toglierlo tosto ai pensieri
continui, che quasi lo stancavano. Ma è allora appunto che il sonno si
fa attendere; e tutti dormivano nell'osteria che il cugino del duca
vegliava ancora.
L'indomani il cattivo tempo imperversava come nel giorno precedente:
come il precedente lo passò il conte, e verso sera, alla stessa ora
del dì prima, era assiso al fuoco della cucina.
Vi stava da qualche tempo: da qualche tempo Ambrogio un po' discosto
ciarlava colla moglie dell'oste, quando si udì battere con forza
all'uscio di strada.
Si andò ad aprire, ed un uomo sulla sessantina entrò tutto stravolto.
L'oste al vederlo mise un grido di sorpresa; un altro ne mise la
moglie.
--Voi qui! esclamarono insieme, volgendosi al nuovo venuto.
--Sì, per mia disgrazia, rispose egli.
--Che volete dire?
--Che sono ben sfortunato! Oh se sapeste che cosa è avvenuto a me ed a
mio figlio!
--Spiegatevi una volta.
--Adesso, lasciatemi sedere.
E si avanzò verso il camino; ma ad un tratto si arrestò imbarazzato,
scorgendo il cavaliere di Malta, che non aveva veduto prima; non seppe
più se avanzare o retrocedere; rimase perplesso, confuso.
--Non temete, gli susurrò all'orecchio l'oste; è un cavaliere
buonissimo; la sua presenza non vi impedirà che mi narriate....
Egli era curioso di conoscere il motivo di quella agitazione; curioso
quasi al pari di Ambrogio, che non molto discosto attendeva con
un'ansietà mista di piacere il racconto che starebbe per fare il
vecchio. Eppure non lo conosceva: le sue parole, non lo
riguarderebbero menomamente; ma che monta? Quando si è presi dal
desiderio di sapere, saper sempre senza ragione, non si pensa tanto:
nella brava guida tal desiderio era ad ogni istante vivo.
Del resto questa volta aveva compagni; non soltanto l'oste, ma anche
sua moglie attendeva con impazienza. Essi erano parenti di colui che
doveva parlare, è vero; ma probabilmente non avrebbero, anche in caso
diverso, gran che differito da Ambrogio.
Il conte aveva prestato poca attenzione a quanto succedeva intorno a
lui; in quell'istante donna Livia ed anche gli altri suoi parenti, i
loro segreti, le loro preoccupazioni orano assai più presenti allo
spirito di lui, delle persone che gli stavano vicine. Non vide nemmeno
l'oste esaminarlo rapidamente, come per accertarsi della verità di
quanto aveva asseverato al vecchio.
Dopo un tale esame, l'oste scostò una sedia dalla tavola, e
collocandola a qualche passo dietro il conte l'additò al suo parente,
dicendogli:
--Sedete e parlate. Sapete quanto ci interessiamo a voi e a vostro
figlio.
Il cavaliere volse il capo a quelle parole.
Tutti gli sguardi si fissarono sopra di lui; ma egli aveva già ripreso
la sua prima posizione.
Certo, pensò, quanto costui vuol narrare si può udire senza
indiscrezione, poichè si dispone a parlare in presenza di tutti; e
persuaso d'udir cose indifferenti, tornò ad immergersi ne' suoi
pensieri.
Antonio non divideva la curiosità degli altri; formava eccezione col
conte, malgrado non avesse, come questi, preoccupazioni particolari.
Ei non si dava pensiero che di quanto risguardava il suo servigio; da
questo in fuori non aveva da molti anni pensato assolutamente ad
altro; da ciò la flemma indifferente che gli era naturale in ogni
cosa, che si leggeva sulla sua fisonomia, in ogni suo atto, e che
tanto meravigliava la guida.
Intanto il parente dell'oste si disponeva a soddisfare alle domande
fattegli, e dopo aver dato in qualche altra esclamazione di dolore,
incominciò:
--Ero andato quindici giorni fa con mio figlio a Teramo: poveretto!
chi avrebbe immaginato ciò che lo attendeva! Certo allora non si
sarebbe mosso di qui.
Ed il vecchio si arrestò un momento, come se volesse accrescere la
curiosità degli uditori.
Era per questo, o perchè il dolore gl'impediva veramente di
continuare, troncandogli la voce? Nessuno glielo chiese; che ad
interrompere un contadino non si finisce più. Si aspettava che
riprendesse da sè il racconto, e ciò non tardò molto.
--Sapete, proseguì, che mio figlio doveva sposare, appena arrivato a
Teramo, quella ragazza, cui voleva gran bene, che credeva ne volesse
altrettanto a lui, ma ciò non era, a quanto sembra. Fidatevi dunque
delle donne, delle forestiere soprattutto!... Vi è noto difatti che
quella giovane è di Ancona, o forse di più lontano ancora; e che mio
figlio la conobbe per essere ella camerista di quella dama, che ha la
bella villa qui presso....
--Affrettatevi, Adriano, disse l'oste, che tutto ciò il sappiamo.
--Eh lasciatemi dire con ordine... Insomma mio figlio e colei si erano
data parola di sposarsi: questo bisogna ve lo richiami; ed io ero
contento, perchè la padrona della ragazza, che se la tiene assai cara,
aveva promesso dotarla: mio figlio non vedeva più che pe' suoi
occhi... dunque, senza andare a saper tanto pel sottile chi ella
fosse, che famiglia avesse, si erano concluse le nozze; convenuto che
verso Pasqua il mio Battista ed io saremmo andati a Teramo, e che dopo
le feste si sarebbe fatto il matrimonio in casa della signora. Di
lettere non ne corsero da quest'autunno a quando partimmo; però non
doveva essere avvenuto cangiamento alcuno nelle idee della ragazza,
perchè il mese scorso ci mandò a salutare da un dipendente della sua
padrona, come faceva sempre quando ne aveva l'occasione, e ci fece
dire che ne aspettava. Noi partiamo dunque.
--Che uomo nojoso! disse piano l'ostessa ad Ambrogio. Come se non
sapessimo anche questo!
--Eh via, lasciatelo dire, rispose la guida pure a bassa voce.
--Sì, sì, tacete sussurrò l'oste.
Questa leggiera interruzione era durata un batter d'occhio, ed il
vecchio continuava.
--Partiamo dunque. Appena giunti a Teramo, naturalmente ci rechiamo a
casa della padrona di Carolina. Facciamo chiedere di questa, ed ella
vien subito, sì; ma come ci tratta! Ha un'aria da signora davvero:
sembra sdegnare di salutarci, ed in poche parole dice chiaramente a
mio figlio che non può più divenire sua moglie, perchè un gran
cangiamento è avvenuto nella sua condizione.
--Ma era vero questo? interruppe l'oste.
--Eh sì; aspettate. Mio figlio senza chieder altro si mette a piangere
come un ragazzo. Gli è che, vedete, era stregato da colei; povero
bernardone!
--Ed ella? domandò l'ostessa; e voi, che faceste?
--Ella non parve molto commossa dalla disperazione di Battista;
dissegli si consolasse, che ella non aveva colpa, se impreveduti
avvenimenti le impedivano mantenere un'antica promessa. Se avesse
trattato così con un altro non l'avrebbe passata liscia... Ma
Battista! Ella lo conosce; si contenterebbe, ne era sicura, di
singhiozzare.
--Ehi? chiese l'oste; come andò poi a finir tutto?
--Carolina, continuò il vecchio che sembrava parlare anche per proprio
conto, e come desideroso di sfogarsi, aveva certamente dato parola a
mio figlio, soltanto per la poca terra che possediamo; non abbadò a
Battista che cercava intenerirla.
Carolina, le diceva tra i singhiozzi, non vi ricordate dunque più
d'avermi voluto bene ed assicurato tante volte che non vedevate l'ora
di diventare mia sposa? Ella non rispose subito; indi: Che cosa ho da
farci? Allora io non sapevo...
--Che cosa siete diventata dunque? l'interruppi io, qualche dama?--Non
una dama, mi disse in collera un bel giovane che entrava allora, e che
forse vuole sposarsi lui quella gioja; ma non è più in condizione
eguale a vostro figlio. Farebbe una pazzia se lo sposasse.--Dite
almeno una volta, domandai a colui, che cosa le è avvenuto;
spiegatevi.
--Oh per questo vi soddisferò, ribattè egli; è giusto; volete che
parli io per voi? chiese tutto sorridente a Carolina: mi date
licenza?--Fate pure diss'ella, ed io andrò dalla signora, che mi
aspetta. E quasi senza salutarci, si allontanò, contenta di liberarsi
di noi. Grande acquisto che avrebbe fatto mio figlio!... Ma ei non
vuol darsi pace e continua a piangere.
--Ma che cosa vi narrò poi quell'uomo? domandò l'ostessa.
--Carolina, mi disse, ha ragione; per obbedirla, per accontentarvi vi
dirò tutto.--Aveva un'aria d'importanza che bisognava vedere.--Ma io
non mi lasciai mettere soggezione. Attesi si spiegasse. Mio figlio
attendeva pure con ansietà certamente; ma senza ristare dal piangere e
col volto nascosto fra le mani,--Saprete forse, continuò colui, che
Carolina aveva una zia che l'amava molto e che sempre aveva servito da
governante; da molti anni era andata con un vecchio padrone a Venezia.
Venezia! questo nome scosse il cavaliere di Malta; gli sembrava strano
venisse a ferire il suo orecchio in quel luogo solitario, tanto
lontano dalla città delle lagune. Quale combinazione! Dapprima, non
aveva quasi ascoltato il racconto del vecchio; poi lo aveva udito con
qualche interesse; certo non vi era confronto alcuno tra il suo amore
per la duchessa e quello di Battista per Carolina; ma pure si lasciava
involontariamente cattivare da tutto quanto riguardava quel
sentimento, che viene sì diversamente provato, che spinge ora al bene
ed ora al male.... Adesso l'interesse del conte si era fatto maggiore;
si parlerebbe forse dei luoghi, ove doveva recarsi.
Il vecchio continuava, e ripeteva le parole di quello, che egli
sospettava rivale a suo figlio.--Questa zia è morta da due anni: ma
Carolina non ne ebbe mai contezza: quand'ecco che alcuni giorni fa
viene chiamata ad un convento; trova un frate forestiere, che le
annunzia la morte di quella donna, e le rimette molto danaro,
moltissimo danaro, dicendole che le era stato lasciato dalla zia già
da molto tempo, ma che, non avendola sino allora potuta trovare, si
aveva dovuto aspettare tanto a rimetterglielo. Ed ecco tutto. Colui
fece per andarsene, ma io lo trattenni.--Quanto mi aveva narrato
sembravano inverosimile.--Come mai, chiesi, questa zia era divenuta sì
ricca?--Questo non so, rispose: sembra fosse stata al servizio di un
padrone generosissimo; forse ammassò quell'oro a poco, a poco:
nessuno, disse quel frate, sa però chi fosse tale padrone, ed ella
morì improvvisamente, senza nemmeno avere potuto confessarsi; morì
tanto improvvisamente, che corse per Venezia la voce fosse stata
avvelenata.--Bene; replicai io a quel giovane; se lo tenga Carolina il
suo oro: chi sa da qual parte viene! Datti pace, Battista, dissi
quindi a mio figlio: ma ei non mi udiva, e dovetti condurlo via per
forza da quella casa. Ora è qui che mi vuol far impazzire. Da due
giorni che siamo ritornati, tento invano consolarlo. L'ho lasciato un
momento solo con sua madre per disperazione.... Non potevo più
resistere a vederlo sì afflitto.
Il vecchio aveva terminato il suo racconto; l'oste e la moglie si
diedero a consolarlo. Ambrogio tanto per parlare fece lo stesso.
--Mandatemelo qui quel ragazzo, disse l'oste; cercheremo distrarlo un
poco.
--Non vuol andare da nessuno; vi assicuro che fa scoppiare il cuore.
--Sventurato! mormorò il cavaliere.
Questa parola ei l'aveva pronunciata senza avvedersene, sommessamente
tanto, che nessuno la udì. Il dolore di quel giovane contadino, che
appariva sì profondo, lo aveva vivamente commosso; e non era questa la
sola impressione, che gli avesse destata la narrazione udita.
Il conte pensava anche a quella donna morta, a quanto dicevasi, di
veleno a Venezia, e si sentiva tratto a fantasticare su quella
circostanza; ma cessò presto dall'occuparsene. Sapeva che non bisogna
mai lasciarsi trasportare dalla immaginazione, che può condurre
lontanissimo dal vero, e fare scorgere misteri, laddove non sono che
cose naturalissime.
Eppure lo spaziare in regioni ideali poteva essere in quel tempo
errore più perdonabile. L'oscurità generale, i costumi dell'epoca, non
bellissimi al certo, avevano però alcun che di ribelle, che si
sottraeva all'impero assoluto della realtà.
Ma il conte resistette; e vide in quella storia un fatto naturale, e
che non poteva avere certo alcun rapporto cogli sconosciuti parenti,
che egli sperava rinvenire a Venezia.
Vi soffermava ancora il pensiero; ma soltanto per occuparsi del povero
Battista, o piuttosto per riflettere quante pene si possono trovare
ovunque; quanti affanni di cuore è possibile rinvenire in ogni ceto di
persone: pene tante volte ignorate, affanni degnati tante volte appena
d'uno sguardo dai felici, cui tutto sorride, che non comprendono come
si possa soffrire, e temono forse lasciare un lembo della loro
felicità a contatto del dolore.
Il conte amava osservare, riflettere; egli era alquanto filosofo.
Quando era entrato in quella meschina osteria, non aveva creduto
certamente trovarvi diversioni, che potessero occupare anche per poco
il suo spirito. Però si sentiva più che mai preso dal desiderio di
proseguire il suo viaggio nel modo più sollecito.
Ah! come bramava condurlo a termine; ritornare a Catania; riveder
donna Livia; fare in modo che il duca non giungesse mai a sapere
ch'ella lo aveva mandato in traccia dei loro parenti spogliati!
Intanto il vecchio Adriano era partito; l'osteria aveva ripreso il
solito aspetto; vi si parlava sommesso come prima.
Il cavaliere di Malta si alzò: accennò al suo servo di seguirlo e
passando da una loggia di legno, che metteva alla sua camera fredda e
mal riparata, vi si soffermò per consultare il cielo. La pioggia era
cessata, ma l'oscurità era ancora profonda; non si vedeva brillare
alcuna stella.
Domani, pensò il conte, benchè il cielo non sia ancora sereno, potrò
partire egualmente, lo spero...
Ed entrò nella sua stanza.