I.

Verso la metà di marzo dello stesso anno 1574, il conte di San Giorgio

sbarcava nel porto di Manfredonia, seguito da un solo servo che da

molti anni gli era sempre compagno in ogni suo viaggio.

Giungeva da Malta, ove, come lo aveva detto a donna Livia, gli era

stato facile ottenere dal gran maestro, a cui lo legava personale

amicizia, un lungo permesso; ed essere disimpegnato da una missione in

Ispagna, per affidargli la quale era stato chiamato nell'isola.

Il conte non aveva voluto imbarcarsi direttamente per Venezia,

desiderando percorrere, giacchè ne aveva occasione, gran parte

dell'Italia, ed anche nella speranza di trovare forse in cammino

qualche indizio di coloro che cercava.

Il paese, che doveva percorrere, gli era affatto ignoto: mai vi si era

recato, benchè molte volte avesse sentito desiderio in addietro di

andare a combattere nell'Italia superiore, su quei campi inaffiati di

continuo sangue.

Ma la sua qualità di cavaliere di Malta gli aveva lasciato sempre

pochissima libertà. Aveva preso parte alla difesa dell'isola, quando

questa era stata assediata nel 1565, da Solimano II, e là vi si era

grandemente distinto.

Dopo che i Musulmani furono costretti a levare l'assedio di Malta, il

conte di San Giorgio l'aveva lasciata anch'egli; ma sino al 1572 era

quasi sempre rimasto assente dalla Sicilia, a motivo di diversi

incarichi affidatigli.

Ritornato in patria, aveva conosciuto donna Livia, da poco sposa a don

Francesco; e quella conoscenza gli aveva fatto desiderare vivamente di

restare a Catania per lungo tempo.

Ma ei sapeva benissimo poter essere chiamato a Malta da un momento

all'altro, come lo sapeva il duca suo cugino, che per questo non si

era meravigliato della sua partenza.

Dopo qualche giorno di fermata a Malta, il conte di San Giorgio aveva

avuto la fortuna di trovare un piccolo bastimento mercantile, che

salpava per Manfredonia. Là si provvide di cavalli e di una mula:

malgrado la sua impazienza, contava viaggiare a piccole giornate.

Egli si chiedeva se potrebbe giungere a scoprire il cavaliere

dell'Isola: e la sua ragione pur troppo gli rispondeva che forse mai

vi perverrebbe.

Quando si ha la certezza di raggiungere uno scopo, sia esso pure

lontanissimo, si misura la distanza con fiducia; ma invece chi

assicurava il cavaliere di Malta ch'ei non correva dietro ad una

chimera? Che vedeva egli, cercando consultare il futuro? Quali

probabilità gli si presentavano? Ben poche ed incerte. Tutto gli

appariva oscuro, come la strada che doveva percorrere: poichè, se

anche gli riescisse incontrarsi col cavaliere dell'Isola, o co' suoi

figli, come li riconoscerebbe? non solo; ma come lì sospetterebbe

benanco sotto un falso nome, egli che mai gli aveva veduti?

Quando aveva accettata la missione affidatagli dalla duchessa, non

aveva pensato molto a tutto ciò. Compiere un'azione giusta;

soprattutto obbedire a donna Livia; fare ciò ch'ella desiderava: ecco

quanto allora aveva scorto. Non aveva nemmeno diviso i dubbj della

duchessa, i suoi timori dì non riescire: l'aveva anzi rassicurata.

Ma ora, nella solitudine, alla prospettiva di quel viaggio lungo e

difficile forse, che doveva intraprendere, mille riflessioni

scoraggianti gli si presentavano allo spirito. Però, se esse potevano

raffreddare il suo entusiasmo, non iscemavano la sua devozione; e mai

una sola volta si pentì dì quanto aveva promesso.

Ciò non era poco: molti, il cui zelo si accende e si spegne

coll'incostanza di una fiamma fittizia, avrebbero maledetto l'impegno

assunto, se si fossero trovati in luogo suo.

Per giudicare della abnegazione di chi si sobbarca ad un compito

pericoloso e difficile, bisognerebbe poter attendere, quando sfumata

l'ebbrezza dei primi momenti, chi promise si trova di fronte ad

ostacoli che forse non previde nemmeno, e che per questo non sa

affrontare. Allora cadrebbero molte di quelle illusioni, su cui tante

volte appoggiano le speranze persino di un popolo intiero. Sarebbe

doloroso assai certamente; ma forse più saggio, più salutare.

Ma il cavaliere di Malta, benchè avesse subito la influenza che

esercita su tutti il contatto della fredda realtà, la quale sembra

farsi una gioja di spargere negli animi una specie di acqua diacciata,

non si scoraggiava, e cercava il mezzo migliore per trovare la via più

breve e sicura. Vedendo che non vi riescirebbe facilmente da sè, si

decise a prendere tosto una guida.

Aveva creduto dapprima non averne bisogno: poi gli ripugnava anche un

poco affidarsi a persone che non conosceva. Egli era valorosissimo:

non sapea che fosse la paura: però non ignorava che vi sono perigli,

contro cui la spada non giova; agguati, nei quali una volta caduti, la

destra più forte è impotente a trarne: ma questi dubbj, queste

esitazioni le vinse, perchè gli premeva non perder tempo. Solo si

promise sorvegliare colla massima attenzione la persona che gli

sarebbe di scorta.

Trovar questa persona non gli fu cosa agevole: le lunghe gite, che

tentano sempre poco i contadini, spaventavano la maggior parte di

coloro ai quali il conte di San Giorgio si indirizzava.

Non poteva ricorrere se non che a villici, poichè si era alquanto

discostato da Manfredonia: e come orizzontarsi per que' luoghi

montuosi ed ignoti?

La ricompensa, che ei prometteva, allettava bensì l'avidità di molti;

ma la paura, la diffidenza finivano sempre per avere il sopravvento.

Legato alla sua casa, al suo villaggio da un affetto tenace,

sospettoso per natura, il contadino prova a staccarsi, sia pure per

poco, dai luoghi ove nacque una ripugnanza grandissima, quasi

superstiziosa: ed in quei tempi tal ripugnanza non poteva essere che

maggiore. D'altronde per questo motivo istesso pochissimi erano andati

molto in là. E la via, che il conte voleva farsi additare, era

sconosciuta a molti del pari che a lui.

Finalmente nella locanda di un paesello trovò una specie di mulattiere

che acconsentì ad essergli di guida sino a Chieti, ove del resto

doveva recarsi egualmente per commissione dei padri cappuccini, che lo

impiegavano sposso.

--Là giunti, disse al cavaliere di Malta, Vostra Eccellenza potrà

probabilmente accompagnarsi con qualche cappuccino, che tratto tratto

ve ne sono che si recano in Romagna per predicarvi o per altro.

--Lo farei volentieri, rispose il conte.

--Allora, riprese la guida, io condurrò Vostra Eccellenza nel convento

dei Padri, che trovasi nei dintorni di Chieti.

Il cavaliere di Malta accettò, e si rimise in cammino col servo e col

suo conduttore, il quale montava una grossa mula carica di diverse

bisacce contenenti carte ed altri oggetti diretti ai padri cappuccini.

Il freddo era ancora abbastanza vivo in mezzo a quei monti: e le

lunghe notti, le pioggie, che cadevano talora, obbligavano a fermate

più lunghe di quanto il cavaliere avesse previsto.

Nulla stancava la sua costanza: eppure per natura egli era poco

paziente.

Ma l'idea che le noje, cui sottostava, erano necessarie per obbedir

donna Livia, bastava ad alleggerirgliene il peso.

Amava la giovine duchessa come si ama di rado; immensamente cioè, e

senza speranza alcuna di mercede. Una volta che egli aveva accennato

tremando al suo amore, ella, se lo rammentava ad ogni istante, gli

aveva detto che tale amore per la sposa di un altro, di suo cugino,

era indegno di lui, che ogni sua lusinga sarebbe stata follia verso sè

stesso, offesa grandissima a lei, ed egli aveva giurato di non

parlarne giammai.

L'amicizia, che poi ella gli aveva accordata, la fiducia che in lui

riponeva lo rendevano altiero; gli bastavano, o faceva almeno il

possibile perchè gli bastassero.

Ed a lui era vietato persino ciò che è sempre concesso agli

innamorati: pascersi cioè d'illusioni: immaginare, circostante

imprevedute e lontane che possono venire a cangiare qualunque

situazione più difficile. Donna Livia in ogni modo mai lo avrebbe

amato; mai sarebbe stata sua. Libero, la morte di don Francesco gli

sarebbe forse balenata un istante come ipotesi possibile; Vi avrebbe

fermato il pensiero involontariamente, arrossendo fors'anco, ma con

trepidazione; avrebbe veduto aprirglisi dinanzi una fuggitiva

probabilità, una via nascosta, nella quale pur ripugnando d'entrare,

avrebbe creduto scorgere una meta.

Ma egli, legato da voti eterni, non aveva nemmeno mai guardato a tal

via: fra il suo amore e donna Livia vi era un abisso: lo sapeva, e

nondimeno la adorava sempre. Ella in quel viaggio gli era ad ogni

istante presente: si chiedeva ciò che ella farebbe, che le avverrebbe

in quella Catania da cui sempre più andava allontanandosi.

Pensava anche a donna Rosalia: un segreto presentimento gli faceva

temere che la sua figlioccia non resisterebbe alle pene che

l'attendevano. Confrontava tra sè quell'assenza alle altre: provava

una voluttà amara e melanconica, nel dire a sè stesso che mai si era

sentito come allora legato a Catania tanto fortemente.

Precorreva col pensiero il giorno in cui vi ritornerebbe: lo

desiderava e lo temeva insieme.

Ed intanto procedeva, ma lentamente.

Era contento della sua guida, che conosceva perfettamente le strade, e

che faceva quanto era in poter suo per assecondare l'impazienza che

egli mostrava.

Quel buon uomo era d'altronde poco voglioso di prolungarsi l'onore di

viaggiare in compagnia d'un cavaliere generoso ed affabile, ma che non

proferiva mai dieci parole di seguito, e che coll'esempio forse aveva

reso il suo servo poco ciarliero.

Ad Ambrogio, chè tale era il nome della guida, era occorso più volte

far cammino insieme a frati di diversi ordini, e mai ne aveva trovato

alcuno che serbasse con più regolarità il silenzio di questi suoi

compagni. Credeva la parola una necessaria manifestazione del

pensiero, e fra sè diceva che il suo momentaneo signore doveva pensare

assai poco. Non immaginava come invece il povero conte fantasticasse

continuamente; come, mentre sembrava fissare la criniera del suo bel

cavallo nero, il suo cervello non potesse trovare un momento di

riposo.

Ambrosio in buona fede credeva, ed avrebbe scommesso, che quel

gentiluomo non sapeva sostenere una conversazione; egli al contrario

si sentiva nato per la società: così ad ogni momento rivolgeva il

discorso al servo, non osando farlo al padrone. Non lo lasciava per un

pezzo, accontentandosi della brevità con cui gli si rispondeva.

Sin dal principio aveva chiesto e chiedeva ancora al fedele seguace

del conte di San Giorgio il nome di questi; ma tali domande riescivano

sempre inutili: il cavaliere aveva detto al suo servo Antonio che

desiderava non si sapesse chi egli fosse, e ciò era bastato a

chiudergli le labbra in proposito. Invano la guida diceva goder tutta

la fiducia dei padri cappuccini; che quindi si poteva contare sulla

sua segretezza, se la segretezza era necessaria.

Il servo rispondeva colla più gran flemma che ne era intieramente

persuaso.

L'altro interrogava ancora su diversi argomenti. La curiosità, tutti

lo sanno, è la facoltà che si stanca meno; essa si ravviva cogli

ostacoli. Per questo Ambrogio non aveva rinunciato affatto all'idea di

conoscere il nome del gentiluomo che accompagnava, e non isfuggiva

occasione alcuna per riescire in tale intento.

Un giorno egli disse ad Antonio con aria trionfale:

--Ho veduto per la prima volta che il vostro padrone è un cavaliere di

Malta. Ho osservato la gran croce dell'ordine sotto al suo mantello.

--Sì, bravo, rispose Antonio.

--Oh, io li conosco i cavalieri di Malta; i padri cappuccini me ne

hanno mostrati alcuni.... Allora voi sarete stato alla guerra col

vostro padrone.

--Siete curioso, messer Ambrogio.

Ed il bravo domestico spronò il cavallo, onde raggiungere il conte di

San Giorgio, che senza avvedersene forse era sempre innanzi un buon

tratto.

Così si fece quel viaggio sino al principio degli Abruzzi: così

probabilmente sarebbe continuato sino a Chieti, se una pioggia

dirottissima non avesse costretto il conte ed i suoi compagni a

passare due giorni nella meschina osteria di un paesello situato tra i

monti, nascosto quasi tra le ramificazioni degli Apennini.

La pergamena distrutta Romanzo del secolo XVI · 第 23 / 64 题