in necessità di seguitare a seconda l'arciduca nelle montagne della
Carniola e della Carintia, non voleva, per timore di qualche sbarco di
Russi e d'Inglesi, lasciare senza difesa i lidi Veneziani. Ordinava
pertanto a San Cyr, che si allargasse, e custodisse le spiagge dalle
bocche dell'Adige sino a Venezia. Questa provvidenza ebbe felice
successo, non contro i tentativi di mare, che nissuno fu fatto, ma
contro uno di terra. Napoleone, volendo prostrare le forze d'Austria,
che tuttavia tenevano le alte rupi del Tirolo e del Voralberga, aveva
mandato da Augusta Ney contro l'arciduca Giovanni, Augerau contro
Jellacich. Ney, guadagnato celeremente il passo di Scharnitz, occupava
il Tirolo Tedesco; poi guadagnato con la medesima prestezza il passo di
Sterzing, s'impadroniva del Tirolo Italiano, ritiratosene, o piuttosto
fuggitosene a grave stento l'arciduca per ricoverarsi nella Carniola.
Augerau cacciossi avanti Jellacich cedente da Voralberga: il capitano
Tedesco, trovate le strade del Tirolo chiuse da Ney, fu costretto alla
dedizione. La conquista del Tirolo partorì un altro effetto di grande
importanza. Un grosso di settemila fanti e mille cavalli, sotto la
condotta del principe di Roano, costretto a calarsi per le sponde della
Brenta verso i piani bagnati da questo fiume, incontratosi a
Castelfranco con San Cyr, dopo un furioso conflitto, fu obbligato, ad
arrendersi. Dopo questo fatto Massena securo alle spalle, vieppiù
innoltrava la sua fronte, e fermava gli alloggiamenti in Lubiana,
ritiratosene l'arciduca per internarsi nella Croazia, e di là nel
principato di Sirmio in Ischiavonia tra la Drava e la Sava. Seras
occupava Trieste. I soldati di Massena e di Ney si congiunsero a Villaco
ed a Clagenfurt: i due eserciti di Francia Germanico ed Italico si
congregarono alle future imprese del Danubio. Grandi, audaci, ed
ottimamente composte furono tutte queste mosse di Napoleone: il fine
rispose alla maestrìa, colla quale erano state concette. L'apparato
bellico dell'Austria, in men che non fece un mese, fu distrutto, e
l'imperator Francesco, privo quasi interamente delle forze proprie, non
aveva più altro rimedio che gli ajuti della Russia, sufficienti prima
delle rotte, insufficienti dopo: l'Italia sgombra, come ai primi tempi
di Napoleone, da uomini Alemanni.
Ambiva Napoleone di per se stesso gli stati altrui, e facilmente senza
cagione o pretesto se gli appropriava: molto più volentieri se gli
appropriava, quando se ne gli dava cagione. Di ciò con estremo suo
eccidio ebbe pruova il re di Napoli. Aveva Ferdinando, siccome per noi
si è narrato, stipulato la neutralità; ma quando appunto la guerra si
definiva in favor di Francia in Germania, e nell'Italia superiore,
essendo già corso oltre il suo mezzo il mese di novembre, arrivavano nel
golfo di Napoli due navi Inglesi con molte onerarie, sopra le quali
erano quindici mila soldati, dodici mila Russi venuti da Corfù, tre mila
Inglesi venuti da Malta. Sbarcarono soldati, armi e munizioni tra Napoli
e Portici, annunziando venire non solo per proteggere il regno, ma
ancora per correre verso l'Italia superiore in ajuto degli Austriaci.
Non fece il re, non bene considerando quel che potesse portare seco il
tempo futuro, alcuna dimostrazione nè protesta per impedire lo sbarco di
queste genti nemiche a Francia. L'ambasciador di Napoleone, viste le
insegne del nemico, molto acerbamente si risentiva, e calati
gl'imperiali stemmi dalla fronte del suo palazzo, richiedeva il re dei
passaporti, e l'infedele terra, come diceva, abbandonando, se ne partiva
alla volta di Roma. Per mitigarlo mandava fuori il governo un editto,
per cui prometteva ai Francesi, Italiani, Liguri, e ad altre nazioni
unite all'impero Francese, che sarebbero le proprietà loro, ed i
traffichi securi e salvi. Fu la dimostrazione indarno, perchè non solo
nissuna protestazione conteneva contro il moto dei confederati, ma
nemmeno portava alcun dispiacere di quello, che la Francia aveva sentito
sì gravemente. Gli effetti che ne seguitarono, e che per molti anni
tolsero al re la possessione del regno di qua dal Faro, saranno da noi
fra breve raccontati.
Vinceva Napoleone nei campi di Osterlizza una campale battaglia. Vinti i
Russi ausiliarj, fu talmente prostrata l'Austria, che fu costretta a
consentire a durissimi patti. Si fermarono a Presburgo d'Ungherìa il dì
ventisei decembre. Consentiva l'imperator d'Alemagna e d'Austria a tutte
le unioni dei territorj italiani: riconosceva le risoluzioni prese
dall'imperator di Francia rispetto a Lucca ed a Piombino, riconosceva
l'imperator di Francia, come re d'Italia, con ciò però che, seguìta la
pace generale, le due corone, a seconda delle promesse fatte
dall'imperator Napoleone, l'una dall'altra fossero separate, nè mai in
perpetuo potessero esser riunite: dava in potestà dell'imperatore
medesimo di Francia tutti gli stati dell'antica repubblica di Venezia a
lui ceduti pel trattato di Campoformio, e consentiva, che fossero uniti
al regno d'Italia, riconosceva ancora nei duchi di Virtemberga e di
Baviera la qualità, ed il titolo di re: cedeva a quest'ultimo, oltre
parecchi paesi situati sulle sponde del Danubio, il Tirolo, compresi i
principati di Brissio e di Bolzano, le sette signorìe di Voralberga, e
parecchi altri paesi sulle rive del lago di Costanza: dal canto suo
l'imperator Napoleone guarentiva l'interezza dell'impero d'Austria;
consentiva, che Salisburgo già dato all'arciduca Ferdinando di Toscana,
al medesimo impero si unisse, e si obbligava ad intromettersi appresso
al re di Baviera, perchè cedesse Visburgo all'arciduca in compenso di
Salisburgo.
Si mandava ad effetto il trattato. Venezia e gli antichi suoi territorj,
dopo otto anni di dominio Austriaco, tornavano sotto quello di Francia.
Venne Law Lauriston a prenderne possesso da parte del re d'Italia.
Confortava i Veneziani a star di buon animo, promettendo loro felicità,
e chiamandogli figliuoli di Napoleone; bella consolazione per certo a
tanti mali. Il dì diecinove gennajo arrivarono in Venezia per fondarvi
la terza servitù, i soldati di Napoleone, gli mandava Miollis, destinato
dai cieli a commettere in Italia duri fatti con molli parole. Arrivava
il dì tre di febbrajo in Venezia Eugenio vicerè, testè sposato ad Amalia
di Baviera. Fecersi i soliti rallegramenti, i quali, siccome quelli che
o costretti erano dalla forza, o procurati dall'adulazione, muovevano
piuttosto a compassione che a gioja.
A questo tempo si rinfrescavano le Napolitane ruine. Napoleone
vittorioso pensava a soddisfare all'ambizione ed alla vendetta. Già
sull'uscire del precedente anno aveva pubblicato, parlando a' suoi
soldati, queste parole: «Da dieci anni io feci quanto per me si potè,
per salvare il re di Napoli, e da dieci anni ei fece quanto per lui si
potè per perdersi. Dopo le battaglie di Dego, di Mondovì, e di Lodi
deboli forze gli restavano per resistermi: fidaimi nelle sue parole,
anteposi la generosità alla forza. Risolvè poscia Marengo la seconda
lega; aveva il re, di tutti il primo, incominciato la guerra; da suoi
alleati abbandonato a Luneville, solo e senza difesa rimase. Implorò
perdono, gliel concedei. Voi a Napoli già vicini avevate in poter vostro
il regno; i tradimenti io sospettava, le vendette poteva fare; novella
generosità amaimi; che sgombraste il regno, ordinaivi; la terza volta
restommi della salute sua la casa dei reali di Napoli obbligata.
Perdonerò io la quarta ad una corte senza fede, senza onore, senza
ragione? No; ceda dal regno la Napoletana famiglia; non può ella col
riposo d'Europa, coll'onore della mia corona sussistervi. Ite, marciate,
precipitate nell'onde quei deboli battaglioni dei tiranni del mare;
seppure a loro basterà l'animo di aspettarvi: ite, e mostrate al mondo,
come da noi si puniscano gli spergiuri; ite, e fate ch'egli presto
s'accorga, che nostra è l'Italia, che il più bel paese della terra ha
oramai gettato via dal collo il giogo d'uomini perfidissimi: ite, e
mostrate che è la santità dei trattati vendicata, che sono le ombre de'
miei soldati, sopravvissuti ai naufragi, ai deserti, a cento battaglie,
ed alle uccisioni nei porti della Sicilia, mentre tornavano dall'Egitto,
placate e paghe. Guideravvi mio fratello: partecipe della mia potenza,
partecipe de' miei consigli, in lui fidatevi, come io in lui mi fido».
A queste aspre e superbe parole del terribile vincitore d'Osterlizza
tenevano dietro consenzienti fatti. Giuseppe fratello con esercito
poderoso marciava contro il regno; gli aveva dato Napoleone,
conoscendolo irresoluto e solito a lasciarsi portare dalla volontà degli
altri, per compagno e sostenitore de' suoi consigli Massena. Pruovossi
Ferdinando di stornare la tempesta, con mandar Ruffo cardinale appresso
allo sdegnato signore per iscusare il fatto dello sbarco. Adducesse,
comandava, essere gli alleati stati troppo forti, lui troppo debole, nè
aver potuto impedire; pregasse concordia, promettesse ammende, offerisse
sicurtà. Nè vedeva il re, che Napoleone più serviva all'ambizione che
alla vendetta; imperciocchè quanto allo sbarco, vi si poteva rimediare
con qualche perdita di provincie o di denaro, senza venirne alla radice
ed all'intiera distruzione del regno. Quanto all'ombre dei soldati,
aveva Napoleone, dopo la uccisione, fatto amicizia col re; il che aveva
dimostrato in quale conto avesse il sangue e l'ombre loro. Nè si vede
perchè il re mandasse Ruffo cardinale a placar Napoleone, se non forse
perchè credeva, che per qualche somiglianza di natura fossero facilmente
per accordarsi. Mostrossi Napoleone inesorabile; gli piaceva Napoli;
preparava reali seggi ai fratelli; voleva, per le sue cupidità, fermare
in ogni luogo stati dipendenti intieramente da lui.
Quando pervennero a Ferdinando le novelle della volontà di Napoleone, si
ristrinsero insieme i suoi consiglieri per deliberare su quanto la
necessità del caso richiedesse. Pensava ad abbandonar Napoli, e
desideravano che i Russi ed Inglesi si mettessero a qualche forte passo
degli Abruzzi, per vietare ai Francesi l'entrata nel regno. Ma
l'imperatore Alessandro, che amava meglio la salute de' suoi soldati,
essendo anche l'impresa molto dubbia, aveva comandato per un corriero
espresso, che tostamente s'imbarcassero, ed in Corfù tornassero. La
ritirata dei Russi, che erano la più grossa parte rendè necessaria anche
quella degl'Inglesi. Gli uni e gli altri partirono, quelli per Corfù,
questi per Sicilia, lasciato Ferdinando nell'ultima ruina. Veduto che il
regno andava senza indugio in manifesta perdizione, si risolvette nel
consiglio, che il re si ritirasse in Sicilia, che seco conducesse la
famiglia, i ministri, e quanti soldati e denari potesse. Già il nemico
insultava da Ferentino, già si apprestava ad invadere le provincie. Si
deliberò altresì, che il figliuolo primogenito del re andasse in
Calabria per animare quelle popolazioni armigere, e sempre addette a chi
più accesamente le instiga. Era in questa provincia rotta e sanguinosa
il conte Ruggiero con qualche banda di regolari; si sperava, che i
popoli congiungendosi a loro, avrebbero potuto tener vivo il nome regio
fintantochè qualche favorevole accidente desse occasione di risorgere.
Lasciava Ferdinando la real sede il dì ventitrè di gennajo. Così finì
allora il suo regno, regno pieno, per la sfrenatezza dei tempi, di casi
lamentevoli ed atroci; ma non pertanto cessarono le opere crudeli, come
se fosse fatale che perpetuo sangue vi si versasse, o che il regno, o
che la repubblica vi dominassero, o che forestieri d'Inghilterra o che
forestieri di Francia la potestà del comandare vi esercessero.
Partito Ferdinando sul vascello reale l'Archimede, fu lasciata una
reggenza composta dal generale Naselli, dal principe di Canosa, da don
Michelagnolo Cianciulli, e da don Domenico Sofia. Era la città paventosa
delle cose avvenire; si temeva del popolo, dei Francesi, dei Calabresi.
Accrebbe il terrore un grave tentativo dei carcerati al serraglio, che
se avesse avuto effetto, Napoli sarebbe andata a ruina. Marciavano
intanto i Francesi alla conquista. Giuseppe fulminato vendetta contro la
corte, e promesso dolcezza al popolo, se si sottomettesse, velocemente
viaggiava contro la capitale. Correva a destra, a riva il mare, Regnier,
nissun ostacolo in nessun luogo incontrando, salvo in Gaeta, piazza
forte di sito, e custodita dal principe di Assia, capitano valoroso.
Intimato di resa, rispose negando. Assaltarono i Francesi il bastione di
Sant'Andrea, e se lo presero, non senza sangue. L'altra parte si
difendeva egregiamente; ma essendo i Napoleoniani grossi, lasciato genti
all'oppugnazione, passarono. Massena a sinistra senza impedimento alcuno
camminando, poichè Capua già si era data, arrivava ai quattordici di
febbrajo sotto le mura dell'appetita città. S'arresero castel Nuovo,
castel dell'Uovo, castel del Carmine, e castel Sant'Elmo. Entrava
Duhesme il primo con una scelta fronte di soldati leggieri sì fanti che
cavalli. Faceva il dì seguente il suo ingresso Giuseppe a cavallo con
molto seguito di generali, e con tutte le ordinanze in bellissima
mostra. Smontò al palazzo reale; trovollo squallido, e spogliato dai
fuggitivi. Addì sedici visitava la chiesa di San Gennaro; udita la messa
di Ruffo Cardinale, presentava il Santo con doni, primizie del futuro
regno. Tornatosi nella reggia sede dava le udienze ai magistrati, vedeva
con viso benigno la reggenza di Naselli; ma tosto la cassava per crearne
un'altra; fecene capo Saliceti. Erano nella serva Italia certe persone
perpetue, alcune perchè Napoleone le amava, altre perchè le disamava;
Vignolle, Menou, Miollis, Saliceti. Per far denaro si mantennero le
tasse vecchie, se ne imposero delle nuove; per far sicurezza, si tolsero
le armi ai cittadini, e si venne sul suono di far morire soldatescamente
chi le portasse. Queste minacce già tante volte fatte, ed anche eseguite
da ambe le parti, dimostrano, qual dolcezza di vivere fosse allora in
Italia.
Intanto le Calabrie non quietavano. Si era il duca di Calabria accostato
con un corpo di soldati uscito con lui da Napoli al conte Ruggiero, che
con una squadra riempiuta di soldati Siciliani, Tedeschi, Napolitani, e
con qualche misto di raunaticci, parte buona, parte pessima, aveva fatto
un alloggiamento fortificato sulle rive del Silo nel principato di
Salerno. Arso il ponte, schierava i suoi sulla riva. Parve il caso
d'importanza; vi fu mandato Regnier. Andò il Francese all'assalto, mandò
i Napolitani in rotta, perseguitò i vinti fino a Lagonero. Rannodaronsi
i regj a Campotenese; venne loro sopra Regnier il dì nove marzo, e con
un forte assalto gli risolvette facilmente in fuga. A stento salvossi il
conte con mille soldati tra fanti e cavalli. Il Francese vittorioso
s'inoltrava nella Calabria ulteriore; occupato Reggio, muniva di
presidio la fortezza di Scilla, posta alla punta d'Italia, dove è più
vicina alla Sicilia; il che dava e freno e sospetto agl'Inglesi, che in
Messina si erano raccolti a difesa dell'isola.
Per la vittoria di Campotenese tutto il corpo Napolitano guidato da
Rosenheim fu fatto prigioniero. Rodìo, che aveva veduto le guerre di
Ruffo, e con lui e per lui aveva combattuto, perseguitato aspramente da
Lecchi, fu preso nelle montagne di Pomarico. Sperava Regnier di
pigliarsi Michele Pezza, che il volgo chiamava fra Diavolo, uomo
facinoroso mandato da Palermo a sollevare i popoli; ma per l'audacia
propria, e per conoscere il paese, gli sfuggì di mano, tornandosene a
Gaeta. Molti de' suoi seguaci, gente da strada ed efferata, come egli,
presi nelle montagne di Rocca Guglielma, Monticelli, e Sant'Oliva,
furono incontanente dati a morte. Da un'altra parte Duhesme, oltratosi
nella Basilicata, cacciava i nemici da Bernarda e da Torre, ed entrava
in Taranto, città opportuna pel suo sito ad accennare ugualmente a Corfù
ed alla Sicilia. Alcuni rimasugli dei vinti si erano rannodati a
Castrovillari, ma combattuti da Regnier furono dispersi. Vi andarono
presi un Tchudi ed un Ricci, capitani di qualche grido, e molto
affezionati al nome del re. Sbaragliati i regolari, sorgevano, parte per
la mutazione del governo, parte per gl'instigamenti di Sicilia, parte
per amore della vendetta, parte per cupidigia del sacco, in diverse
parti della Calabria bande collettizie di soldati spicciolati, e di
uomini facinorosi, che mettevano la provincia a terrore, a ruba ed a
sangue. In questi orribili ravvolgimenti perdeva chi aveva, acquistava
chi non aveva; i buoni solamente perivano; i scellerati trionfavano. La
ferocia d'uomini quasi ancora selvaggi era stimolata da uomini feroci
per consuetudine; il male s'appiccava, e dominava in ogni parte.
Spargevansi voci, che la regina fomentasse questi moti; il che era vero
per qualche capo e per la guerra, non per le masse dei scelerati e per
gli eccessi. I Francesi ed i partigiani loro accrescevano questi romori,
e davan loro più credito coll'intento di seminar viemaggiormente
rancori, ed odj contro quel governo, che da loro era stato cacciato. Da
questi accidenti nasceva, che non solamente il desiderio di Ferdinando
diminuisse continuamente nelle popolazioni quiete, e negli uomini
facoltosi, ma ancora con minor avversione si vedesse il dominio dei
Francesi, avvisando ciò che era vero, che, siccome potenti e speditivi,
avrebbero posto freno a quella peste degli assassinj e delle ruberìe.
Questi umori non ignorava Napoleone. Però giudicando, che fosse arrivato
il momento propizio per mandar fuori quello che si aveva già da lungo
tempo concetto, nominava Giuseppe re delle due Sicilie. Annestava la
solita condizione, che le due corone di Francia e di Napoli non
potessero mai essere posate sul medesimo capo. I principi consentivano,
i popoli adulavano. Solo Carolina di Sicilia non si lasciava tirare alla
debolezza universale, l'acerbità dell'animo con l'altezza compensando.
Per questo Napoleone la chiamava Fredegonda, ed ella chiamava lui
assassino di principi, e tiranno Corso. Finalmente vi cadde ancor essa,
non per adulazione, nè per abiezione d'animo, ma per odio contro
gl'Inglesi; perchè, come diremo a suo luogo, venne un tempo, in cui non
piacendole il comandare frenato alla foggia degli ordini d'Inghilterra,
desiderò, come più conforme alla sua natura, il comandare assoluto di
Napoleone; per questo prese consiglio di accostarsi a lui.
La creazione del re Giuseppe fu sentita con qualche allegrezza in
Napoli, ma più dai nobili che dai popolani. Furonvi luminarie, spari,
feste, teatri, canzoni, sonetti al solito; e di questi sonetti, chi ne
aveva più fatto per Carolina, più ne faceva per Giuseppe. Vi furono
anche non insolite, ma indecenti cose. Il marchese del Gallo,
ambasciadore di Ferdinando a Parigi, rivoltatosi subitamente alla
fortuna di Napoleone, divenne ambasciadore di Giuseppe, poi incontanente
suo ministro degli affari esteri. Di tanto anteponevano gli uomini,
anche i nobili, l'ambizione all'onore! Nè miglior natura mostrò il duca
di santa Teodora, ambasciadore di Ferdinando in Ispagna, poco prima
mandato da lui a mansuefare il vincitore: accettò carica nella corte di
Giuseppe. Aveva certamente il duca l'animo esacerbato pel supplizio di
Caraccioli, suo parente; ma sarebbe stato più onorevole il non accettar
cariche da Ferdinando, che il non tenergli fede. Ruffo cardinale
esultando ricevè Giuseppe sotto il baldacchino. Vide l'età Maury
cardinale fare fallo ai Borboni di Francia, per profondersi a Napoleone,
vide Ruffo cardinale abbandonare i Borboni di Napoli per inchinarsi a
Giuseppe. Scusavansi con dire, avere amato le cose, non le persone; il
che sarà loro da ognuno facilmente conceduto. Tutti errarono, pontefice,
imperatori, re, cardinali, vescovi, preti, nobili, popolani. Almeno
imparassero i potenti a non giudicar gli uomini a norma di una
perfezione, che non è nel mondo, ed a conoscere la debolezza propria in
quella d'altrui. Ma tal è la superbia umana, che chi più può, si
persuade anche d'esser migliore, e tal è anche qualche volta la
perversità di lei, che alcuni credono, e vogliono far dimenticare i
falli proprj col punirgli in altrui. La Turchìa stessa, a cui Napoleone
aveva voluto torre quel granajo dell'Egitto, adulava. Il giorno
dell'assunzione di Giuseppe il suo inviato in Napoli cacciò fuori sulla
fronte del suo palazzo, in mezzo a non so qual luminaria, questo motto
in lingua Turca e Francese: _l'Oriente riconosce l'eroe del secolo_.
Vero è, che quest'era piuttosto adulazione Francese e Napolitana, che
Turca. Napoleone rideva a queste mostre, e vieppiù disprezzava la natura
umana.