principi mossi dall'artifizioso parlare desideravano i gesuiti, non
pensando che per diventar padroni dei popoli, si facevano servi di
altrui. Nè anco in questo vi era sicurezza alcuna, poichè solamente le
monarchìe cattoliche, in cui vivevano i semi e le radici gittate dai
gesuiti, rovinarono per rivoluzioni, non le protestanti, dov'erano
ignote le dottrine e le arti loro. Del resto nissuno più apertamente e
più tenacemente dei gesuiti sostenne la dottrina, che fosse lecito
uccidere certi re. Supplicava il re Ferdinando di Napoli al papa,
acciocchè per ammaestrare la gioventù del suo reame nelle rette e
salutevoli dottrine, come diceva, vi rinstaurasse, siccome già in Russia
aveva fatto, la compagnia di Gesù. Il pontefice facilmente gliene
consentiva; un Gabriello Gruber la ordinava; misera condizione degli
uomini, che non san trovar rimedio ad un eccesso, se non coll'eccesso
contrario. Così fu principiata la risurrezione dei gesuiti dannati da un
papa, e da tutti i re, e fu principiata da un re, attivo cooperatore
della soppressione, e da un papa uscito dai benedettini, nemici acerrimi
dei gesuiti; opera, come strana nel principio, così immensa nel
risultamento. Se ciò fia con utile dell'umana società i nostri nepoti il
vedranno; ma se si debbe giudicare del futuro dal passato, pensieri
sinistri debbono annuvolar la mente degli uomini savj, che amano la
quiete degli stati, l'independenza dei principi, la libertà dei popoli.
Mentre il pontefice s'ingegnava di confermare la potenza novellamente
riacquistata, nuove ferite si apprestavano alla sanguinosa Europa.
L'assunzione di Napoleone al trono imperiale di Francia, aveva sollevato
gli animi di tutti i potentati, e dato loro cagione di temere nuovi
sovvertimenti, e nuova servitù. Solo la Prussia se ne contentava e se ne
rallegrava, perchè credeva, che più stabile fondamento all'ingrandimento
dei suoi stati fosse la nuova potenza di Napoleone, che l'antica
dell'Inghilterra e della Russia. Due cose massimamente si scorgevano
nell'esaltazione ed incoronazione di Napoleone; era la prima, che per
loro si veniva a torre ogni speranza del veder restituiti i Borboni,
l'altra che avendo acquistato l'autorità imperiale, aveva ridotto in
mano sua maggiore forza a far muovere i popoli della Francia dovunque
egli volesse; nè che fosse per usarne moderatamente, da nissuno si
confidava, manco dall'Austria. Oltre a questo si pensava, che non fosse
prudente di dar tempo a Napoleone, onde mettesse radici sul suo imperio.
Si portava opinione, che i repubblicani di Francia, e gli amatori del
nome Borbonico a quell'imperiale capriccio di Napoleone si fossero
risentiti, e divenuti meno inclinati ad ajutarlo, quando si venisse ad
una nuova mossa d'armi. Si conosceva ch'egli non era uomo da non usare
efficacemente la sua fresca potenza per solidarla, e che se gli si desse
tempo, sarebbe stato non che difficile, impossibile il frenarlo. Nè egli
pel desiderio ardentissimo del comandare troppo s'infingeva. Il suo
procedere già era da imperatore d'Occidente. Questo voler significare,
argomentavano, quegl'onori di Carlomagno offerti il giorno
dell'incoronazione tanto a Parigi, quanto a Milano, questo la corona
ferrea dei Lombardi, questo i motti che metteva fuori già fin d'allora,
che l'Italia fosse vassalla del suo impero. Aggiungevansi nella mente
dell'imperatore Alessandro alcune ragioni particolari di tenersi mal
soddisfatto dell'imperator Napoleone, delle quali la principale
consisteva nella uccisione del duca d'Anghienna, giovane di sua età, e
da lui specialmente conosciuto, ed amato. Da questi motivi era sorto
nelle principali potenze d'Europa il desiderio di una nuova collegazione
a difensione comune, ed a conservazione degli antichi stati contro la
Francia, il cui fine era o di accordarsi con Napoleone, se qualche
termine di buona composizione a beneficio dell'independenza dei consueti
sovrani con lui si potesse trovare, o di venire con esso lui al cimento
dell'armi, quando ancora era tenero su quel suo sovrano seggio. Nè
l'Inghilterra mancava a se stessa, non solo per l'antica nimicizia, ma
ancora pel pericolo che pareva sovrastare al cuore stesso del suo stato;
conciossiachè avesse Napoleone raccolto un esercito molto grosso sulle
coste della Picardìa e della Normandìa, minacciando d'invasione i tre
regni. Nè era privo di un sufficiente navilio, avendo allestito, oltre
alla grosse navi di guerra, una quantità considerabile di legni minori.
Secondavano le intenzioni dell'imperatore con calore grandissimo i
popoli di Francia con proferte di denari e di navi. Guglielmo Pitt, che
a questo tempo reggeva i consiglj del re Giorgio, aveva questo moto in
poco concetto, conoscendo, che pel prepotente navilio d'Inghilterra
difficile era l'approdare, più difficile l'acquistare piè stabile
nell'isola, prima che le sorti fossero definite. Ciò non ostante
l'apparato di Francia travagliava la nazione, ed interrompeva i
traffichi. Per la qual cosa intendeva con tutto l'animo a suscitar nuovi
nemici, e ad ordinare una nuova lega contro la Francia. A questo fine, e
già fin del mese d'aprile era stato concluso a Pietroburgo tra la Russia
e l'Inghilterra un accordo, col quale si erano obbligate ad usare i
mezzi più pronti ed efficaci per formare una lega generale, e che per
conseguire quest'intento adunassero cinquecentomila soldati, non
compresi i sussidj d'Inghilterra; il fine fosse d'indurre, o costringere
il governo di Francia alla pace, e ad una condizione in Europa, in cui
nissuno stato preponderasse sopra gli altri; evacuasse Napoleone
l'Annoverese e la settentrionale Germania, rendesse independenti
l'Olanda e la Svizzera, restituisse il re di Sardegna con qualche
accrescimento di territorio, desse sicurezza al re di Napoli, sgombrasse
da tutta Italia, compresa l'isola d'Elba. Già la Svezia e l'Austria
erano entrate in questa lega. Prima però che all'aperta rottura si
venisse, sì per vedere se ancora qualche modo di onesta composizione vi
fosse, e sì per aver comodità di fare i necessarj apprestamenti, e di
dar tempo agli ajuti di Russia di arrivare, si deliberarono gli alleati
a mandare a Parigi il barone di Novosiltzoff, perchè le proposte loro vi
recasse, e di un accordo conforme l'imperator Napoleone sollecitasse.
Già era l'inviato dei confederati giunto a Berlino, quando
sopraggiunsero le novelle dell'unione di Genova all'imperio di Francia;
accidente contrario alle dichiarazioni di Napoleone, ed agli interessi
dell'Austria in Italia. Arrestossi a tale improvvisa notizia
Novosiltzoff, donde, fatto sapere all'imperatore Alessandro il fatto,
era tostamente richiamato a Pietroburgo. Per questo medesimo accidente,
e pel caso di Lucca, che poco dopo si seppe, l'Austria più strettamente
si congiungeva con la Russia. Incominciarono i discorsi politici soliti
a precedere le guerre. Mandò dicendo l'Austria a Napoleone, desiderare
cooperar con la Russia e con l'Inghilterra al fine di un onesto e securo
pacificamento d'Europa: ciò avere desiderato prima della unione di
Genova e di Lucca, ciò ancora e molto più desiderare dopo. A tali
mortificazioni si risentiva Napoleone: rispondeva, poco sperare dalla
Russia, e dall'Inghilterra; l'Austria potere sforzarle a consigli
pacifici, perchè per venir contro Francia dovevano passare pe' suoi
territorj: ma non potersi fidar dell'Austria; armare lei in Polonia,
ingrossare fuor di misura in Italia, empiere il Tirolo di soldati: se
pur pace volesse, tirasse indietro dal Tirolo Italiano e Tedesco i
reggimenti novellamente mandati, cessasse ogni fortificazione nuova;
restituisse al pacifico numero i soldati posti alle stanze nella Stiria,
nella Carintia, nel Friuli, e nei territorj Veneti; dichiarasse
all'Inghilterra, volersene star neutrale.
Da questi discorsi si vedeva, che poca speranza restava di pace; nè
Napoleone era uomo capace di disfare per minacce ciò che aveva fatto, nè
l'Austria si voleva tirar indietro dalle sue risoluzioni, sapendo che
Alessandro già aveva avviato verso i suoi confini due eserciti ciascuno
di cinquanta mila soldati. Insorgeva adunque più vivamente ed a
Napoleone rappresentava il suo desiderio d'amicizia con Francia, di pace
di tutta Europa; ma essersi violato per gli ultimi accidenti in Italia
il trattato di Luneville, promettitore d'independenza per la Italiana
repubblica; essersi con nuove rovine di stati independenti spaventata
l'Italia: non dovere una sola potenza arrogarsi il diritto di regolare
da se gl'interessi delle nazioni con esclusione delle altre; richiedere
la Francia dell'osservazione dei patti; richiederla della dignità e dei
diritti delle altre potenze; offerire a norma delle condizioni stipulate
la concordia, offerirla ora, che con le armi ancora non si contendeva,
offerirla quando già si combattesse, e sempre essere parata a convenire,
salvi i trattati conclusi, e l'independenza delle nazioni.
Seguitarono queste protestazioni altri discorsi sul medesimo andare da
ambe le parti, nei quali e il desiderio di pace, ed il rispetto pei
dritti altrui si pretendevano. Intanto le armi si apprestavano.
L'imperatore di Francia, che con la celerità aveva sempre vinto, vedendo
la nuova lega ordita contro di lui, e la guerra inevitabile, stando
coll'animo riposato dal canto della Prussia, che accecata dalla
cupidigia di avere l'altrui, falsamente giudicava della natura di
Napoleone, ordinò incontanente all'esercito raccolto sulle coste di
Francia verso l'Inghilterra, marciasse in Alemagna, soccorresse alla
Baviera minacciata dall'Austria, ributtasse la forza colla forza. Poco
dopo, descritti nuovi soldati, si avviava egli medesimo verso i campi
d'Alemagna, sapendo quanta mole della guerra fossero il suo nome ed il
suo valore. Dal canto suo l'Austria commetteva all'arciduca Ferdinando,
giovane animosissimo, l'esercito Germanico, dandogli per moderatore
della sua gioventù il generale Mack, nel quale l'imperatore Francesco,
piuttosto per industri parole che per egregi fatti, aveva molta fede.
Dalla parte d'Italia, le condizioni delle cose militari erano le
seguenti. L'Austria, considerato quanta efficacia fosse per avere il
nome dell'arciduca Carlo, lo aveva preposto all'esercito Italico,
schierato sulle rive dell'Adige. I forti passi del Tirolo erano dati in
guardia all'arciduca Giovanni con una grossa schiera congiungitrice dei
due eserciti Germanico ed Italico. Si era fatto disegno, che a queste
forze si accostasse sbarcando in qualche parte d'Italia, un grosso ajuto
di Russi e d'Inglesi, che allora erano raccolti nelle isole di Corfù e
di Malta. Ma Napoleone, contuttochè principal cura avesse delle cose di
Germania, non pretermise quelle d'Italia, e poichè seppe che l'arciduca
Carlo era stato posto al governo della guerra, avendo più fede nella
fortuna di Massena che in quella di Jourdan, surrogava il capitano
Italico al capitano Germanico. Mandava intanto nuovi soldati, per modo
che tra Francesi ed Italiani Massena aveva un esercito fiorito, ed
uguale pel numero all'Alemanno, che sommava circa a ottanta mila
soldati. Stavasi Massena alloggiato sulla destra dell'Adige, pronto a
tentar il passo, come prima fosse dato il segno della battaglia.
L'imperatore di Francia, che in tutte le sue guerre poco curandosi delle
estremità, ed amando le guerre grosse piuttosto che le sparse, badava
sempre al cuore, perchè sapeva che a chi n'andava il cuore, ne andavano
anche le estremità, fece disegno d'ingrossare sull'Adige, con mandarvi
quella parte che sotto Gouvion San Cyr alloggiava nel regno di Napoli.
Il che, perchè con sicurtà potesse eseguire, aveva con sue pratiche, e
per mezzo del marchese del Gallo, ambasciadore del re a Parigi, indotto
Ferdinando a sottoscrivere un trattato di neutralità. S'obbligava per
quest'accordo il re a starsene neutrale durante la presente guerra, a
respingere colla forza ogni tentativo fatto contro la sua neutralità, a
non permettere che alcuna truppa nemica sbarcasse, o ne' suoi regni
entrasse, a non ricettare ne' suoi porti alcuna nave nemica, a non
commettere i suoi soldati, o le sue piazze ad alcun ufficiale o Russo,
od Austriaco, o d'altra potenza nemica, ed in questo capitolo
s'intendessero anche compresi i fuorusciti Francesi; il che
particolarmente accennava al conte Ruggiero di Damas. Dalla parte sua
Napoleone, fidandosi, come si spiegava, nelle obbligazioni e promesse
del re, consentiva a sgombrar il regno dei suoi soldati, ed a consegnare
i luoghi occupati agli ufficiali Napolitani. Si obbligava oltre a ciò, e
prometteva di conoscere, ed aver per neutrale nella guerra presente, il
regno delle due Sicilie. San Cyr marciava verso l'Adige.
I discorsi secondo il solito precedevano le armi, moderati dal canto
dell'arciduca, più vivi da quello del capitano Napoleonico. Quando poi
già le armi suonavano in Alemagna, e già la Baviera era invasa dagli
Austriaci, il principe Eugenio, vicerè d'Italia, pubblicava con parole
aspre contro l'Austria la guerra. Avere Vienna contro il popolo
Francese, contro il popolo Italiano risoluto la guerra: la casa
d'Austria, prevalendosi della nobile sicurezza e confidenza di Napoleone
imperatore, invadere i territorj di un principe dell'impero, solo perchè
fedele ai trattati, amico ed alleato si era conservato all'imperator dei
Francesi, ed al re d'Italia: ma non dubitassero, continuava dicendo,
Napoleone guidare gli eserciti; sopra di loro lui riposarsi, sopra di
lui riposassero, combattere a favor suo Iddio sempre terribile agli
spergiuri; combattere la sua gloria, la sua mente, la sua giustizia, il
suo valore, combattere finalmente la fedeltà e l'amore de' suoi popoli;
saranno, terminava, i nemici vinti.
Già si combatteva aspramente in Germania, quando ancora si riposava
dall'armi in Italia; imperciocchè a petizione dell'arciduca, che
desiderava, prima di combattere, sapere a qual via s'incamminassero gli
accidenti della guerra Germanica, si era fatto tra lui e Massena un
accordo, perchè le offese non si potessero cominciare prima dei diciotto
ottobre. Grande errore degli Austriaci fu questo, perchè cercar
definizione di fortuna in un sol luogo, potendo in molti, non fu mai
prudente consiglio. Aggiunge gravezza all'errore la congiunzione di San
Cyr con Massena, alla quale per l'indugio si poteva dar luogo prima del
combattere. Non commise simile errore Napoleone, che con incredibile
velocità dalle spiagge marittime della Picardìa alle sponde del Danubio
viaggiando, arrivò, e combattè gli Austriaci innanzi che i Russi
giungessero sul campo di battaglia in ajuto loro. Dall'errore
dell'Austria nacque, che l'arciduca fu, pei fatti di Germania, prima
superato che combattuto.
Già vincevano le Napoleoniche stelle. L'imperatore dei Francesi
arrivando in Alemagna innanzi che gli Austriaci avessero avuto tempo di
riuscir oltre i passi della Selva Nera, e di fortificargli, si
avventava, in ciò mostrando, oltre la celerità, una grandezza di
militari concetti straordinaria, contro il nemico tante volte vinto.
Trovossi Mack in pochi giorni cinto da ogni parte, segregato da Vienna,
ridotto dentro le mura di Ulma. Aveva vinto Napoleone una prima
battaglia a Vertinga, una seconda a Gunsburgo. Due accidenti
principalmente gli avevano aperto l'adito a queste vittorie, l'aiuto dei
Bavari, e l'aver calpestato, stimando più il vincere che l'osservanza
della fede, la neutralità della Prussia a Bareit e ad Anspach: il primo
fu cagione che i Francesi riuscissero sulla destra ad Augusta ed a
Monaco, sulla sinistra a Novoburgo, Ingolstadt e Ratisbona, quinci e
quindi alle spalle degli Austriaci. Per tale guisa non solamente furono
serrati gli Austriaci, ma fu ancora Mack separato dall'arciduca
Giovanni.
Spuntava appena il giorno diciotto ottobre, termine della tregua, che
sapendo già Massena, essersi venuto alle mani in Germania con prospero
successo de' suoi compagni, si deliberava a cominciar la guerra. Alle
quattro della mattina, dando due assalti uno sotto, l'altro sopra
Verona, si accingeva a sforzare sul mezzo il passo.
Imponeva a questo fine a Duhesme ed a Gardanne, che assaltassero il
ponte: era murato e rotto; ma Lacombe San Michele, generale
d'artiglieria, con un petardo, esponendosi a grave pericolo perchè i
Tedeschi fulminavano dalla riva sinistra, rompeva il muro, ed il
generale Chasseloup con pari valore riattava il ponte. Passarono i
soldati armati alla leggiera: ma fortemente pressati dai Tedeschi
correvano grandissimo pericolo. Non indugiò Gardanne a venire in
soccorso loro col grosso delle sue compagnìe, e rinfrescò la battaglia.
Si combatteva con molto valore e con vario successo da ambe le parti.
L'arciduca che aveva il suo campo a San Martino, mandò tostamente nuovi
soldati in soccorso de' suoi donde nasceva un più vivo e più generale
combattere; Duhesme ancor egli era passato con tutta la sua schiera. Per
quel giorno non fu compiuta pei Francesi, ancorchè avessero il
vantaggio, la vittoria, e fu loro forza di tornarsene ad alloggiare
sulla destra del fiume, conservando però in poter loro la signorìa del
ponte. Mancarono in questi fatti dalla parte dei Tedeschi circa tre mila
soldati tra morti, feriti e prigionieri, con qualche perdita di cannoni.
Nè fu senza sangue la vittoria pei Francesi scemati di un migliajo di
combattenti. Massena, o che il ritenesse il forte sito dell'arciduca, o
che volesse aspettare che San Cyr l'avesse raggiunto, o che desiderasse
prima di cacciarsi avanti, udire i fatti ulteriori di Germania, se ne
stette più giorni senza fare alcun motivo d'importanza. In questo gli
sopraggiunsero desideratissime novelle: avere tutto l'esercito di Mack,
salvo una piccola squadra fuggita sotto la condotta dell'arciduca
Ferdinando, deposto le armi, ed essersi dato, il dì diciassette ottobre,
vinto e cattivo in mano di Napoleone; il che importava l'annichilazione
quasi intiera delle forze Austriache in Alemagna. Napoleone imperatore
aveva in questi fatti per arte e per fortuna superato Buonaparte
generale e consolo. Cambiavansi le sorti dell'Italica guerra. Fu
l'arciduca obbligato a debilitarsi con mandar parte de' suoi in ajuto
dell'imperio pericolante del fratello. Sgomentaronsene i Tedeschi,
presero animo i Francesi. Massena udito il maraviglioso caso di Ulma, si
risolveva, senza frappor tempo in mezzo, ad assaltar l'avversario nel
suo forte alloggiamento di Caldiero. Il giorno ventinove ordinava il
passo del fiume. Duhesme e Gardanne erano destinati a varcare per
l'acquistato ponte, Seras a stanca al passo di ponte di Polo, Verdier a
destra più sotto tra Ronco ed Albaredo, luoghi già tanto famosi pei casi
di Arcole. Duhesme e Gardanne, passato il ponte, si erano allargati a
destra, Seras passato più sopra seguitava ad altro disegno le falde dei
monti, ed occupando le alture di val Pantena, che signoreggiano il
castello di San Felice, che con le artiglierìe aveva molto nojato i
Francesi al passo del ponte, aveva obbligato i Tedeschi a sgombrare da
Veronetta. Ciò diede abilità ad altre squadre di passare, massimamente
ai cavalli, per modo che gli Austriaci cacciati da tutti i siti, e
perfino da San Michele, si ritirarono con grave perdita, sempre però
animosamente combattendo, oltre San Martino. I Francesi pernottarono in
Vago. Si risolveva l'arciduca a far fronte a Caldiero, piuttosto
coll'intento di non cedere la possessione d'Italia senza combattere in
una giusta battaglia, che colla speranza di cambiare le condizioni della
guerra già troppo preponderanti in favor di Napoleone. Si ordinava la
mattina del giorno trenta l'arciduca alla battaglia, sprolungandosi a
destra fin sopra alle eminenze di San Pietro rimpetto al villaggio di
Fromegna, e distendendosi a sinistra verso l'Adige fin oltre a Gambione.
Questi siti erano diligentemente fortificati. Perchè poi in un caso
sinistro vi fosse luogo a far risorgere la fortuna, aveva adunato la
cavallerìa, ed un grosso corpo di ventiquattro battaglioni di granatieri
verso Villanova al bivio, dove la strada di Verona in due partendosi
porta da un lato a Monigo, dall'altro a Vicenza.
Il generale di Francia aveva partito i suoi in tre schiere: la mezzana
condotta da Gardanne, la destra da Duhesme, la sinistra da Molitor. Un
grosso ordinato alle riscosse, e composto dai granatieri di Partonneaux,
e dai cavalli di D'Espagne e di Monnet, se ne stava accampato in poca
distanza alle spalle. Massena, avendo inteso che le fazioni ordinate di
Seras e di Verdier avevano avuto il fine ch'egli si era proposto, si
deliberava ad attaccare la battaglia. Il primo a far impeto fu Molitor:
assaltò furiosamente, e furiosamente ancora fu risospinto. Fecersi
avanti Gardanne e Duhesme, e ben tosto si cominciò a combattere su tutta
la fronte da ambe le parti. Gardanne spingendosi avanti con estrema
forza, faceva piegare la fortuna in favor suo; perchè, cacciati da luogo
a luogo i Tedeschi, ancorchè fortemente contrastassero, s'impadroniva,
avventandosi con le bajonette, di Caldiero. La qual cosa vedutasi dalle
due ali estreme, si scagliarono ancor esse con forza contro il nemico,
ed il costrinsero a piegare: ma rannodatosi sulle eminenze, vi faceva
una ostinata difesa; tuttavia la giornata inclinava del tutto a favor
dei Francesi. Erano le quattro della sera: l'arciduca mandò avanti il
retroguardo, che, come narrammo, serbava alla ricuperazione della
battaglia; ne era reintegrata, e le cose si mantenevano in modo
bilanciate che non più in una, che in un'altra parte pendevano. Massena,
veduto il nuovo rincalzo, mandava innanzi anch'esso il suo retroguardo:
la zuffa divenne acerbissima e mortale; perchè così i granatieri ed i
cavalli Tedeschi, come i granatieri ed i cavalli Francesi, che
novellamente erano entrati nella mischia, facevano egregiamente il
debito loro. Prevalse finalmente la cavallerìa di Francia: resistevano
ancora i granatieri dell'arciduca, ma quei di Partonneaux, dato mano
alle bajonette, con tale vigorìa gl'incalzarono, che gli obbligarono a
dar indietro. Così i Tedeschi, lasciando la vittoria in potestà di chi
poteva più di loro, cedettero del campo, e si ritirarono alle batterie,
che l'arciduca aveva piantate sopra le eminenze che torreggiano oltre
Caldiero. Fu notabile questo fatto d'armi per la somiglianza dei disegni
orditi dai due avversi capitani, perchè ambidue ordinarono le ordinanze
con una prima fronte, e con una schiera di riserbo, ed ambidue in lei
posero un grosso nervo di granatieri, ed un battaglione fiorito di
cavallerìa. Perderono gli Austriaci trenta cannoni, e tremila
cinquecento soldati: i Francesi circa millecinquecento. Si portarono
egregiamente tutti i generali di Massena: si dolse l'arciduca di
Wukassowich, che trovandosi a campo a Campagnola, e standovi, come pare,
a mala guardia, si lasciò fare un assalto improvviso addosso, il che
disordinò i disegni del generalissimo d'Austria: tal'è l'incertezza
delle guerriere sorti; imperciocchè questo era quel Wukassowich, che
meritò tante lodi in queste storie di perito, animoso, e vigilante
capitano.
Mentre si combatteva a Caldiero, aveva l'arciduca mandato a sua destra
verso i monti una colonna di cinquemila soldati sotto la condotta
d'Hillinger col proposito di circuire e di combattere i Francesi alle
spalle. Questa mossa aveva ordinato, o che non sapesse che Seras assai
forte marciava su quelle medesime terre, o che credesse potere più lungo
tempo resistere a Caldiero. Ne nacque un grave accidente a danno delle
forze Austriache. Seras oltre procedendo, ed intromettendosi tra
Hillinger e l'arciduca, tagliò fuori la squadra segregata, e la ridusse
alla necessità dell'arrendersi.
Il fatto di Caldiero, la calamità d'Hillinger, gli ordini
dell'imperatore suo fratello non lasciarono più luogo ad elezione
nell'arciduca. Per la qual cosa la notte del primo novembre principiò a
tirarsi indietro per la strada di Vicenza: poi continuando, non
senz'arte, a cedere del campo, conduceva le sue genti più intere che le
perdite prime, e la presta ritirata potessero promettere, sulle sponde
della Sava, ponendosi alle stanze di Lubiana. Il seguitarono velocemente
i Francesi: raccolsero alcuni corpi, ma piccoli, disbrancati, e grossi
magazzini di viveri, principalmente in Udine e Palmanova. A questo modo
i fertili paesi delle terraferma Veneta, conquistati di nuovo dalle armi
vincitrici di Napoleone, furono tolti all'Austria. Solo la città di
Venezia restava in poter dei Tedeschi.