sortito l'effetto loro, acciocchè dai Genovesi s'implorasse quello, che
l'imperatore aveva ordinato che implorassero, comparivano al suo
cospetto in Milano il dì quattro giugno i Liguri legati. Girolamo
Durazzo doge, serbato dai cieli a veder ii fine della sua nobil patria,
ed al quale erano state celate le arti usate in Liguria, dopochè egli
era venuto a Milano, tutto pallido e sgomentato in cotal guisa orava:
«Portano i Liguri legati ai piedi di Vostra Maestà Imperiale e Reale i
voti del senato e del popolo Ligure. Prendendo il carico di rigenerar
questo popolo, voi vi addossate anche quello di farlo felice. A questo
solo il possono condurre la sapienza ed il valor vostro. Le mutazioni
introdotte nei popoli vicini, da loro intieramente segregandoci, rendono
la condizione nostra infelice, e necessariamente richieggono la nostra
unione con questa Francia, che voi tanto glorificate. Questi sono i
desiderj del popolo Ligure, questi ei manda ad esprimere all'augusto
cospetto vostro, questi per noi vi prega di esaudire. Le ragioni che a
questa deliberazione ci muovono, pruovano all'Europa, ch'ella non è
l'effetto di alcun impulso straniero, ma bensì il necessario
risultamento della nostra condizione presente. Degnatevi, o Sire, udire
benignamente la voce di un popolo, che nel tempi più difficoltosi sempre
si mostrò affezionato alla Francia: unite all'imperio vostro questa
Liguria, primo campo delle vostre vittorie, primo grado del trono, sopra
il quale vi siete per la salute di tutte le civili società seduto.
Siate, supplichiamovene, verso di noi tanto benigno, che consentiate a
darci la felicità, che dall'esser vostri sudditi deriva: nè più devoti,
nè più fedeli potrebbe la Maestà Vostra trovarne.»
Dettesi queste umili parole dal miserando doge, e porti i suffragi del
Ligure popolo al signore, rispondeva Napoleone: essere da lungo tempo
venuto a parte delle faccende del Liguri, a buon fine sempre averle
indirizzate; essersi accorto, che per loro era impossibile, che qualche
cosa degna dei padri loro facessero: l'avara Inghilterra chiudere a
piacer suo i porti, infestar i mari, visitar le navi: le Africane rapine
andare ogni ora più crescendo: essere servitù nell'independenza Ligure:
essere necessità ai Liguri di unirsi ad un popolo potente: adempirebbe i
loro desiderj, gli unirebbe al suo gran popolo volentieri, memore dei
servigi prestati: tornassero nella loro patria: visiterebbegli fra
breve, suggellerebbe la felice unione in Genova.
Lessersi i voti. A cagione che la Liguria non ha forza sufficiente per
mantenere la sua independenza, che gl'Inglesi non riconoscono la
repubblica, che chiuso è il mare dai Barbari, la terra dalle dogane,
supplicare il senato all'imperatore e re, la Liguria al suo impero
unisse. Seguitavano le condizioni: si soddisfacesse dallo stato ai
creditori Liguri, come a quei di Francia: si conservasse il porto franco
di Genova; nell'accatastare si avesse riguardo alla sterilità delle
terre Liguri, ed al caro delle opere; si togliessero le dogane e le
barriere tra la Francia e la Liguria; si descrivessero i soldati
solamente all'uso di mare; si regolassero per modo i dazi sugli introiti
e sulle tratte, che i proventi e le manifatture della Liguria ne
sentissero beneficio, le cause sì civili che criminali si terminassero
in Genova, od in uno dei dipartimenti più vicini dell'impero; gli
acquistatori dei beni nazionali fossero indenni e sicuri nel possesso, e
nella piena proprietà di loro. Avviluppossi Napoleone, rispondendo,
nelle ambagi, perchè dei patti della dedizione solo voleva osservar
quelli ch'ei voleva, non quelli che volevano i Liguri. Intanto
desiderando mitigare l'acerbità del fatto con un uomo di temperata e
prudente natura, mandava a Genova il principe Lebrun, arcitesoriere
dell'impero, perchè lo stato nuovo ordinasse a seconda delle leggi
Francesi.
Restava, che con le feste si celebrasse la perduta patria. Arrivava
Napoleone il dì trenta di giugno a Genova, tratto dal diletto di udire
le Genovesi adulazioni, e di vedere popoli servi. Tutta la città si
muoveva per vederlo. Veniva dalla Polcevera: l'incontrava la cavallerìa
a Campo Marone; le campane suonavano a gloria, i cannoni rimbombavano,
le fregate e i legni minori sorti nel porto esultando mareggiavano: chi
traeva alle ambizioni si componeva nei sembianti; le Genovesi donne
attentamente il guardavano per giudicare di che cosa sapesse; del popolo
chi si maravigliava, chi diceva arguzie da marinaro. Succedevano le
adulazioni dei magnati. Michel Angelo Cambiaso, creato sindaco da
Lebrun, si appresentava con le chiavi: Genova superba per sito, essere
ora superba per destino, disse: darsi ad un eroe: avere gelosamente e
per molti secoli custodito la sua libertà: di ciò pregiarsi; ma ora
molto più pregiarsi, le chiavi della città regina in mano di colui
rimettendo, che savio e potente più di ogni altro valeva a
conservargliela intatta e salva. Rispose benignamente, restituì le
chiavi. Spina, cardinale arcivescovo, sulla soglia della chiesa di San
Teodoro aspettandolo, col sacro turibolo l'incensava. Luigi Corvetto
presidente del consiglio generale, venuto alla presenza del signore,
favellava, avere lui liberato il buon popolo di Genova, averlo in
figliuolo adottato; essere quivi in mezzo a' suoi figliuoli, dimenticare
il Genovese popolo le passate calamità; ogni altro affetto in questo
solo affetto comporsi dello amore dell'imperatore e re; per questo
essere i Genovesi sudditi deditissimi; per questo i doveri più sacri
affortificarsi dalle affezioni più dolci: non isdegnasse, pregava, la
semplicità delle parole loro: eroe, sovrano, e padre, in buon grado
accettasse il tributo dell'ammirazione, dell'amore, e della fedeltà
loro. Poscia a nome proprio, e di Bartolomeo Boccardi, uomo di non
mediocre ingegno, e stato sempre dedito alla parte Francese, Luigi
Corvetto medesimo pregava felicità per la sua patria, chiamando
Napoleone più grande di Cesare, e confortandolo a cambiare l'antica
cesarea divisa in quest'altra _venni, vidi, felicitai_. Piacque la
squisita lusinga: Luigi Corvetto fu creato consiglier di stato. Bene ne
occorse ai Liguri, che, perduto l'antico nome, trovarono in Corvetto chi
affettuosamente gli amava, chi prudentemente gli consigliava, e chi
utilmente appresso al signor del mondo gli avvocava, non a sdegni, nè ad
antichi rancori in tempi tanto solenni servendo, ma solamente al
benefizio dei suoi compatriotti risguardando.
Queste smodate lodi a viso scoperto con tanta franchezza si ascoltava
Napoleone, ch'io non so qual fronte fosse la sua. Alloggiava al palazzo
Doria a quest'uopo diligentissimamente preparato. Terminati i
complimenti si veniva alle feste. Incominciossi dal mare. Faceva
magnifica mostra un tempio, che di Nettuno, o Panteon marittimo
chiamarono: eretto sopra un tavolato di navi, senza però che ciò
apparisse, perciocchè pareva fondato sopra un verdeggiante suolo, se ne
andava sulle marine acque per forza d'ignoti ordigni galleggiando. Una
gran cupola aveva per colmo, sedici colonne d'ordine Jonico il
sostentavano, le immagini dei marini Dei l'adornavano. Sulle due facce
interna ed esterna della cupola si leggeva una inscrizione, parto del
padre Solari, la quale significava, i Liguri augurare a Napoleone
imperatore e re l'imperio del mare, come già si aveva quello della
terra. Opera bella ed ingegnosa fu questo tempio: sopra di lei, condotta
che fu in mezzo al porto, sedeva Napoleone, i circostanti festeggiamenti
rimirando. Quattro isolette, che rappresentavano quattro giardini cinesi
adorni di palme, cedri, limoni, melaranci, melagrani, rinfrescati da
zampilli di acque limpidissime, coperti da una cupola listata di più
colori, ed adornata da quantità mirabile di campanelli, che messi in
moto dal continuo aggirarsi della macchina con dolce concento
tintinnavano continuamente, givano con morbide giravolte ora qua, ora là
a galla ondeggiandosi. Un numero innumerabile di battelli, burchietti,
schifetti, liuti, gondolette in varie guise ed elegantemente ornate,
facevano che alla instabilità del mare nuova instabilità di barche e di
vele si aggiungesse, e mille variati aspetti ad ogni momento agli occhi
dei risguardanti si raffigurassero. S'apriva la regata, o vogliam dire,
gara di navi in numero di sei: partite dalle tre porte di mare, due da
ciascuna con velocità maravigliosa contesero della vittoria, vinse la
bandiera del ponte di Spinola: gli applausi e le grida festose montavano
ai cielo. Fecesi notte intanto: diventò più bello lo spettacolo. Lumiere
di cristallo, che fra le colonne del galleggiante tempio stavano
sospese, subitamente accese gittavano sulle incostanti acque, che con
lampi di vario colore gli rimandavano, raggi di abbondante e
rallegratrice luce. Le cupolette dei giardini anch'esse illuminate
consentivano con la sopravvanzante luce del tempio. Fuochi in aria a
forma di stelle, secondochè insegna Vitruvio, si volteggiavano intorno
al tempio, ed ai quattro giardini cinesi. Le agili barchette, poste
fuori anch'esse i lumi loro, facevano apparire giri, guizzi, e baleni,
che con la piena luce dei tempio, e delle isolette da un canto si
confondevano, dall'altro a chi d'in sulle spiagge di lontano mirava,
l'oscurità della notte con la immagine d'innumerevoli e vaganti stelle
tempestavano. Alla dolce vista consuonava un soave ascoltare:
imperciocchè dalle cinesi isolette uscivano suoni e concenti
giocondissimi mandati fuori dai petti, e dagli appositi strumenti di
musici vestiti alla Cinese. Al tempo stesso le mura della città
risplendevano per una immensa luminaria; i palazzi e le case quasi tutte
avevano anch'esse i lumi accesi a festa: tutto l'anfiteatro della
superba Genova con maraviglioso splendore rispondeva ai marini
splendori. La torre della Lanterna accesasi ad un tratto da innumerevoli
lumi con bel disegno ordinati, trasse a se gli occhi dei festeggianti
spettatori, che con intense grida applaudirono. Accrebbe la maraviglia,
che bentosto prese a buttar fuoco dalla cima a guisa di volcano, come se
veramente volcano fosse. Nè i fuochi artificiati furono la parte meno
notabile del magnifico rallegramento; poichè due bellissimi tempj di
fuoco sorsero improvvisamente dalle due punte dei moli, ed altri fuochi
con mirabile artificio apprestati, ora si tuffavano nelle acque, ed ora
più vivi che prima fossero, ne uscivano. Così fra il molle ondeggiare,
il vago risplendere, il giocondo suonare, nasceva una scena, a cui niuna
può esser pari in dolcezza ed in grandezza.
Stette in queste allegrezze Napoleone sino alle dieci della sera: poi
sceso dal marino tempio se ne giva al magnifico palazzo di Girolamo
Durazzo, dove trovò nuovi e squisiti onori, nuova e squisita adulazione.
Festeggiavano con maggior pompa la servitù, che mai avessero festeggiato
a libertà, il che non dee recar maraviglia; la libertà piace a tutti, e
nissuno vuol piacere a lei; il dispotismo piace a nissuno, e tutti
vogliono piacere a lui. Diessi un festino sontuoso a Napoleone nel
palazzo pubblico in quel luogo stesso, dove i maggiori della spenta
repubblica tante volte prudentemente e fortemente sulle più gravi
faccende di lei avevano deliberato. Intervennero Giuseppina di Francia,
Elisa di Piombino. Fu allegra la festa; se mescolata di antiche
ricordanze, io non lo so. Cantossi l'inno Ambrosiano nella cattedrale di
San Lorenzo. Quivi giurarono nelle parole dell'imperatore l'arcivescovo,
ed i vescovi. Poi dispensò le insegne della legion d'onore, più eccelse
a Durazzo, Cambiaso, Celesia, Corvetto, Serra, Cattaneo, arcivescovo
Spina: presentò con dorate gioje Cambiaso, Durazzo, Corvetto, Gentile:
questi furono i premj, e i segni della spenta patria. Comandò che si
restituisse la statua d'Andrea Doria; quest'affronto mancava ad Andrea
atterrato dai giacobini, rinnalzato da Napoleone. Contento allo aver
fatti servi, e veduto comportarsi da servi i Genovesi, se ne tornava
Napoleone per Torino ai suo imperiale Parigi. Rimase al governo di
Genova il principe Lebrun, il quale temperatamente secondo la natura sua
procedendo, diede norma allo stato nuovo riducendolo alla forma di
Francia: ordinò con prediletto pensiero l'università degli studj; vedeva
i professori volentieri: tra il bene operare ed il buon ricompensare
cresceva il zelo ed in chi ammaestrava, ed in chi era ammaestrato;
l'università Genovese diventò fiorente. Passarono alcuni mesi tra
l'introduzione degli ordini Francesi, e la unione alla Francia:
finalmente orando Regnault di San Giovanni d'Angely, decretava il dì
quattro ottobre il senato, che i territorj Genovesi fossero uniti al
territorio di Francia. A questo modo finì uno dei più antichi stati, non
che d'Italia, d'Europa. Gl'innorpellamenti non mancarono nella bocca di
Regnault: fra tutti fu lepidissimo il suo trovato, che la Francia
distruggeva l'independenza di Genova, questo appunto significavano le
sue parole, perchè l'Inghilterra non la rispettava. Fu lieto il
principio; per la potenza di Napoleone tornarono in patria i Genovesi,
schiavi della crudele Africa.
La repubblica di Lucca anch'essa periva: così si verificava il detto di
Napoleone, che le monarchìe non potevano vincere le repubbliche. Diè
primieramente Piombino ad Elisa sorella, poi Lucca e Piombino a
Bacciocchi ed Elisa. Fossevi in Lucca un senato: soldati non vi si
scrivessero, ma tutti fossero soldati; tassa e tributo nissuno vi si
pagasse se non per legge. Le cariche, salve le giudiziali, non si
potessero conferire se non ai Lucchesi; principi di Lucca fossero
Bacciocchi ed Elisa: nella nobile Lucca Bacciocchi dominava.
Animato dall'osare, viemmaggiormente osava Napoleone: avviava Parma
all'unione con Francia: le leggi Francesi vi promulgava; già le
ambizioni Parmigiane si voltavano alla fonte Parigina, Moreau di san
Mery secondava l'imperatore piuttosto per piacere a lui, che a se,
perchè amava il comandare assai più che a modesto ed attempato uomo si
convenisse; ma dolce era il cielo, dolci gli abitatori, dolce il
comandare.
Mentre con trionfale pompa scorreva per l'Italia Napoleone, e
gl'Italiani stati rovinavano, tornava nella sua Romana sede il pontefice
Pio. Parlò agli adunati cardinali delle cose fatte e delle cose sperate,
molto beneficio per la religione, e per la Romana chiesa dal suo
Parigino viaggio promettendosi. Ordinate le faccende religiose in
Francia, aveva desiderato di compor quelle, che più vicino a lui avevano
romoreggiato, e gettato anzi larghe radici in tutte le parti d'Italia:
quest'erano le differenze tra la santa sede, e Ricci vescovo di Pistoja.
Aveva papa Pio sesto gravemente censurato con la sua bolla _auctorem
fidei_ le proposizioni del sinodo di Pistoja, massimamente l'ottuagesima
quinta; colla quale il sinodo dichiarava aderirsi alle quattro
proposizioni del clero di Francia. Quando poi la Toscana se ne viveva
sotto la reggenza imperiale fondatavi dai Tedeschi, era stato il Ricci
confinato nella sua villa dì Rignano. L'arcivescovo di Firenze
instantemente il confortava, e gravemente anche l'ammoniva, si
ritratasse. Il vescovo, stando sui generali, affermava, non avere mai
avuto le opinioni, che uomini perversi gl'imputavano: essere di mente,
come di cuore e di coscienza cattolico. Frattanto morto Pio sesto, ed
assunto al trono pontificale Pio settimo, scriveva, per mezzo del
prosegretario Consalvi, nuove lettere al nuovo pontefice, protestando
della sua riverenza verso l'autorità pontificia, fondata, come diceva,
su quella sacra scrittura, della sua adesione a tutte le verità
cattoliche, e dell'integrità della sua fede ortodossa. Queste cose
scriveva parte perchè, salva qualche restrizione mentale in lui, erano
vere, parte perchè la reggenza di Toscana, che procedeva molto
vivamente, lo spaventava: erano tempi molto diversi dai Leopoldiani. Non
soddisfecero le lettere. Gli si scrisse da Roma, o in modo formale e
speciale gli errori del sinodo ritrattasse, o il papa rigorosamente
procederebbe contro di lui con le censure. Gli fe' poi sentire da
Toscana, che se non accedesse senza indugio alcuno alle domande di Roma,
sarebbe stato portato in castel Sant'Angelo, per modo che non vedrebbe
più lume. Quest'erano le intimazioni della reggenza. In su questo,
vennero novellamente i Francesi ad occupar la Toscana. Compose allora il
vescovo una nuova e più lunga apologìa, nella quale ad una ad una
esaminando le ottantacinque proposizioni, le affermava ortodosse. Sulla
ottuagesimaquinta, e rispetto a quanto s'attiene alla dichiarazione del
clero di Francia, protestava, non credere aver fatto ingiuria a
quell'illustre chiesa, la sua dottrina accettando: avere il gran
Bossuet, al quale la comunione cattolica per tanti segnalati servigj
restava obbligata, i quattro articoli difesi e mantenuti: non avergli
lui nel suo sinodo, come dogmi addottati, ma come un mezzo potente e
sacro per mostrare i limiti, che dividevano le due potestà ecclesiastica
e secolare.
Rispetto poi alle regole di disciplina, essersi creduto, come vescovo,
asseverava, tenuto a riformar gli abusi: di ciò averne fatto il concilio
di Trento espresso precetto. Le medesime protestazioni di obbedienza e
di fede fece il vescovo, e le mandò al pontefice, quando passando per
Firenze, se n'andava in Francia all'incoronazione. Ma papa Pio, tornando
da Parigi, e ripassando per la capitale della Toscana, fece sapere a
Ricci, che l'abbraccerebbe volentieri, se prima volesse sottoscrivere
una dichiarazione. Voleva, che il Pistojese vescovo dichiarasse,
accettare con rispetto puramente, e semplicemente di cuore e di spirito
tutte le constituzioni apostoliche emanate dalla santa sede contro gli
errori di Baius, Giansenio, Quesnel, e loro discepoli dai tempi di Pio
quinto sino ai presenti, e specialmente la bolla dogmatica _auctorem
fidei_, che dannava le ottantacinque proposizioni estratte dal sinodo
Pistojese; ripruovare e dannare tutte e singole le proposizioni
sopradette nella conformità e significati espressi nella bolla;
desiderare, perchè fosse lo scandalo corretto, che la dichiarazione si
rendesse pubblica; protestare finalmente voler vivere e morire nella
fede della chiesa cattolica, apostolica, romana con sommessione
perfetta, ed obbedienza vera a nostro signore papa Pio settimo, ed a'
suoi successori, vicari di Gesù Cristo. Ricci stretto dai tempi, e
temendo che il rifiuto gli fosse apposto a pertinacia, sottoscrisse.
L'aspettavano il papa, e la regina nel palazzo Pitti: il pontefice
gittatosegli al collo, l'abbracciava, e fattolo sedere accanto a lui,
molto l'accarezzava, della presa risoluzione con esimie espressioni
commendandolo. Passate le prime caldezze, consegnava il vescovo nelle
mani del pontefice uno scritto, l'importanza del quale era, che per
mostrare la obbedienza e sommessione sua alla santa sede aveva
volentieri sottoscritto; ma stantechè tutta la sua coscienza riandando,
nissuna altra dottrina vi trovava, se non quella che era definita dalla
bolla di Pio sesto, per obbligo di verità e di coscienza era obbligato
dichiarare, come dichiarava, non mai avere o creduto, o sostenuto le
enunziate proposizioni nel senso eretico giustamente condannato dalla
bolla, avendo sempre avuto l'intenzione, che se qualche espressione
equivoca fosse trascorsa, questa incontanente fosse ritrattata e
corretta. Pregare conseguentemente, soggiungeva, il pontefice,
accettasse benignamente questa rispettosa dichiarazione, come
un'effusione del suo cuore. Appruovò Pio questa seconda dichiarazione,
affermando, non dubitare della purezza cattolica di Ricci, e ne farebbe
fede al concistoro. Ciò detto, con nuove dimostrazioni accarezzava il
vescovo. Scrissegli Pio da Roma lunghe ed affettuose lettere: avere
Ricci, affermava, per aver posposto l'amor proprio alla verità, ed alla
cristiana obbedienza, ad essere tramandato con gloria alla posterità, ed
il suo nome collocato fra quello degli uomini più illustri. Il lodò
nell'allocuzione al concistoro; ma il governo Toscano non lasciò stampar
l'allocuzione, perchè non si riaccendessero i fuochi spenti, e le
disputazioni non si rinnovassero. A questo modo Pio, vittorioso di
Napoleone, trionfava anche di Ricci, due avversari potenti, uno per la
forza dell'armi, l'altro per la forza delle opinioni. Tuttavia vi
rimasero in Italia semi e radici contrarie. I discepoli di Ricci non
solamente perseveravano nelle medesime sentenze, ma predicavano, Ricci
non avere apertamente ritrattato. In fatti egli è certo, che il vescovo
nelle sue giustificazioni per tal modo, sebbene copertamente, favellò,
che facilmente si scorgeva, nodrire opinione avversa all'infallibilità
del papa, ed a quella pienezza di potestà, che i curialisti di Roma
attribuiscono al Romano seggio.
Mentre pel concordato con Francia aveva il pontefice dato sesto alle
faccende religiose di quel regno, un altro pensiero mandava ad effetto,
dal quale confidava che dovesse risultare molto benefizio alla sedia
apostolica; e siccome per l'accordo fatto con Napoleone aveva posto
freno alla setta filosofica, così con un'altra deliberazione voleva
medicare dalle radici il male, che credeva provvenire dalla setta che
l'impugnava, pretendendo le massime e gli usi della chiesa primitiva. La
giurisdizione dà ai pontefici Romani nei paesi esteri la potenza
esterna, le informazioni e le insinuazioni la segreta. In quest'ultima
bisogna molto efficace opera prestavano i gesuiti, perciocchè dall'una
parte in virtù degli ordini loro ogni cosa che spiassero, facevano con
diligenti informazioni nota al loro generale in Roma, e questi al
governo pontificio; dall'altra consigliando i principi, ed ammaestrando
la gioventù, tiravano e chi reggeva e chi era retto là dove volevano,
soliti a voltar a fini mondani i mezzi della religione. Ordine
potentissimo era questo per comandare ai re ed ai popoli, e che dinota
in chi primamente il concepì, un capo gagliardo, ed una cognizione
profonda delle cose umane. Napoleone stesso col suo disordinato ed
incomposto procedere, non ebbe mai, per farsi padron del mondo, pensiero
così forte qual ebbero un fraticello di Spagna, ed un preticello di
Roma. Adunque i gesuiti, poichè, quantunque spenti, il loro spirito
viveva, gran maestri del saper accomodare i consigli ai tempi, con
sagacità maravigliosa spargevano; per questo appunto esser nate le
rivoluzioni, per questo la rovina dei reali seggi, per questo
imperversare una libertà scapestrata, per questo l'anarchia dissolvere
ogni buon ordine, perchè era stata soppressa la società loro; per questo
la filosofica e la giansenistica piena avere tutto allagato: a sì
potenti e sì ostinati nemici i re soli senza il papa, nè il papa solo
senza i re, nemmeno i re ed il papa insieme congiunti non poter
resistere, se non s'accosta l'opera ajutatrice, e tanto efficace dei
gesuiti: sedurre la filosofia gli animi ardenti ed allegri con torre il
freno alle passioni, sedurre il giansenismo gli animi ardenti e rigidi
con un'apparenza di santimonia e di austerità: non esser padroni i re
dell'ammaestrare i giovani a seconda dei pensieri loro, non esser
padrone il papa di piegar uomini male ammaestrati: necessario essere
l'ajuto di coloro, che radici buone sanno porre negli spiriti, e di
quanto gli spiriti concepiscono, e di quanto le mani fanno, possono
essere, e sono diligentemente informati: conspirare il volgo contro i
potenti, doversi accordare i potenti per resistere al volgo; nè un modo
qualunque al grand'uopo poter bastare; richiedersi il più alto, il più
stretto, il più generale: soli a questo fine valere i gesuiti; doversi
loro chiamare ad instaurazione della società sciolta, a salute dei
principi pericolanti, a rannodamento dell'Europa disordinata: o gesuiti,
o rivoluzioni da rivoluzioni; nè altro modo di salvamento trovarsi che
in loro. Queste cose spargevano, come se il mondo non sapesse, ch'eglino
solo allora si facevano i difensori dei sovrani, quando i sovrani si
facevano servi di loro.