Avendo le arti e i comandamenti del signore di Francia e d'Italia

sortito l'effetto loro, acciocchè dai Genovesi s'implorasse quello, che

l'imperatore aveva ordinato che implorassero, comparivano al suo

cospetto in Milano il dì quattro giugno i Liguri legati. Girolamo

Durazzo doge, serbato dai cieli a veder ii fine della sua nobil patria,

ed al quale erano state celate le arti usate in Liguria, dopochè egli

era venuto a Milano, tutto pallido e sgomentato in cotal guisa orava:

«Portano i Liguri legati ai piedi di Vostra Maestà Imperiale e Reale i

voti del senato e del popolo Ligure. Prendendo il carico di rigenerar

questo popolo, voi vi addossate anche quello di farlo felice. A questo

solo il possono condurre la sapienza ed il valor vostro. Le mutazioni

introdotte nei popoli vicini, da loro intieramente segregandoci, rendono

la condizione nostra infelice, e necessariamente richieggono la nostra

unione con questa Francia, che voi tanto glorificate. Questi sono i

desiderj del popolo Ligure, questi ei manda ad esprimere all'augusto

cospetto vostro, questi per noi vi prega di esaudire. Le ragioni che a

questa deliberazione ci muovono, pruovano all'Europa, ch'ella non è

l'effetto di alcun impulso straniero, ma bensì il necessario

risultamento della nostra condizione presente. Degnatevi, o Sire, udire

benignamente la voce di un popolo, che nel tempi più difficoltosi sempre

si mostrò affezionato alla Francia: unite all'imperio vostro questa

Liguria, primo campo delle vostre vittorie, primo grado del trono, sopra

il quale vi siete per la salute di tutte le civili società seduto.

Siate, supplichiamovene, verso di noi tanto benigno, che consentiate a

darci la felicità, che dall'esser vostri sudditi deriva: nè più devoti,

nè più fedeli potrebbe la Maestà Vostra trovarne.»

Dettesi queste umili parole dal miserando doge, e porti i suffragi del

Ligure popolo al signore, rispondeva Napoleone: essere da lungo tempo

venuto a parte delle faccende del Liguri, a buon fine sempre averle

indirizzate; essersi accorto, che per loro era impossibile, che qualche

cosa degna dei padri loro facessero: l'avara Inghilterra chiudere a

piacer suo i porti, infestar i mari, visitar le navi: le Africane rapine

andare ogni ora più crescendo: essere servitù nell'independenza Ligure:

essere necessità ai Liguri di unirsi ad un popolo potente: adempirebbe i

loro desiderj, gli unirebbe al suo gran popolo volentieri, memore dei

servigi prestati: tornassero nella loro patria: visiterebbegli fra

breve, suggellerebbe la felice unione in Genova.

Lessersi i voti. A cagione che la Liguria non ha forza sufficiente per

mantenere la sua independenza, che gl'Inglesi non riconoscono la

repubblica, che chiuso è il mare dai Barbari, la terra dalle dogane,

supplicare il senato all'imperatore e re, la Liguria al suo impero

unisse. Seguitavano le condizioni: si soddisfacesse dallo stato ai

creditori Liguri, come a quei di Francia: si conservasse il porto franco

di Genova; nell'accatastare si avesse riguardo alla sterilità delle

terre Liguri, ed al caro delle opere; si togliessero le dogane e le

barriere tra la Francia e la Liguria; si descrivessero i soldati

solamente all'uso di mare; si regolassero per modo i dazi sugli introiti

e sulle tratte, che i proventi e le manifatture della Liguria ne

sentissero beneficio, le cause sì civili che criminali si terminassero

in Genova, od in uno dei dipartimenti più vicini dell'impero; gli

acquistatori dei beni nazionali fossero indenni e sicuri nel possesso, e

nella piena proprietà di loro. Avviluppossi Napoleone, rispondendo,

nelle ambagi, perchè dei patti della dedizione solo voleva osservar

quelli ch'ei voleva, non quelli che volevano i Liguri. Intanto

desiderando mitigare l'acerbità del fatto con un uomo di temperata e

prudente natura, mandava a Genova il principe Lebrun, arcitesoriere

dell'impero, perchè lo stato nuovo ordinasse a seconda delle leggi

Francesi.

Restava, che con le feste si celebrasse la perduta patria. Arrivava

Napoleone il dì trenta di giugno a Genova, tratto dal diletto di udire

le Genovesi adulazioni, e di vedere popoli servi. Tutta la città si

muoveva per vederlo. Veniva dalla Polcevera: l'incontrava la cavallerìa

a Campo Marone; le campane suonavano a gloria, i cannoni rimbombavano,

le fregate e i legni minori sorti nel porto esultando mareggiavano: chi

traeva alle ambizioni si componeva nei sembianti; le Genovesi donne

attentamente il guardavano per giudicare di che cosa sapesse; del popolo

chi si maravigliava, chi diceva arguzie da marinaro. Succedevano le

adulazioni dei magnati. Michel Angelo Cambiaso, creato sindaco da

Lebrun, si appresentava con le chiavi: Genova superba per sito, essere

ora superba per destino, disse: darsi ad un eroe: avere gelosamente e

per molti secoli custodito la sua libertà: di ciò pregiarsi; ma ora

molto più pregiarsi, le chiavi della città regina in mano di colui

rimettendo, che savio e potente più di ogni altro valeva a

conservargliela intatta e salva. Rispose benignamente, restituì le

chiavi. Spina, cardinale arcivescovo, sulla soglia della chiesa di San

Teodoro aspettandolo, col sacro turibolo l'incensava. Luigi Corvetto

presidente del consiglio generale, venuto alla presenza del signore,

favellava, avere lui liberato il buon popolo di Genova, averlo in

figliuolo adottato; essere quivi in mezzo a' suoi figliuoli, dimenticare

il Genovese popolo le passate calamità; ogni altro affetto in questo

solo affetto comporsi dello amore dell'imperatore e re; per questo

essere i Genovesi sudditi deditissimi; per questo i doveri più sacri

affortificarsi dalle affezioni più dolci: non isdegnasse, pregava, la

semplicità delle parole loro: eroe, sovrano, e padre, in buon grado

accettasse il tributo dell'ammirazione, dell'amore, e della fedeltà

loro. Poscia a nome proprio, e di Bartolomeo Boccardi, uomo di non

mediocre ingegno, e stato sempre dedito alla parte Francese, Luigi

Corvetto medesimo pregava felicità per la sua patria, chiamando

Napoleone più grande di Cesare, e confortandolo a cambiare l'antica

cesarea divisa in quest'altra _venni, vidi, felicitai_. Piacque la

squisita lusinga: Luigi Corvetto fu creato consiglier di stato. Bene ne

occorse ai Liguri, che, perduto l'antico nome, trovarono in Corvetto chi

affettuosamente gli amava, chi prudentemente gli consigliava, e chi

utilmente appresso al signor del mondo gli avvocava, non a sdegni, nè ad

antichi rancori in tempi tanto solenni servendo, ma solamente al

benefizio dei suoi compatriotti risguardando.

Queste smodate lodi a viso scoperto con tanta franchezza si ascoltava

Napoleone, ch'io non so qual fronte fosse la sua. Alloggiava al palazzo

Doria a quest'uopo diligentissimamente preparato. Terminati i

complimenti si veniva alle feste. Incominciossi dal mare. Faceva

magnifica mostra un tempio, che di Nettuno, o Panteon marittimo

chiamarono: eretto sopra un tavolato di navi, senza però che ciò

apparisse, perciocchè pareva fondato sopra un verdeggiante suolo, se ne

andava sulle marine acque per forza d'ignoti ordigni galleggiando. Una

gran cupola aveva per colmo, sedici colonne d'ordine Jonico il

sostentavano, le immagini dei marini Dei l'adornavano. Sulle due facce

interna ed esterna della cupola si leggeva una inscrizione, parto del

padre Solari, la quale significava, i Liguri augurare a Napoleone

imperatore e re l'imperio del mare, come già si aveva quello della

terra. Opera bella ed ingegnosa fu questo tempio: sopra di lei, condotta

che fu in mezzo al porto, sedeva Napoleone, i circostanti festeggiamenti

rimirando. Quattro isolette, che rappresentavano quattro giardini cinesi

adorni di palme, cedri, limoni, melaranci, melagrani, rinfrescati da

zampilli di acque limpidissime, coperti da una cupola listata di più

colori, ed adornata da quantità mirabile di campanelli, che messi in

moto dal continuo aggirarsi della macchina con dolce concento

tintinnavano continuamente, givano con morbide giravolte ora qua, ora là

a galla ondeggiandosi. Un numero innumerabile di battelli, burchietti,

schifetti, liuti, gondolette in varie guise ed elegantemente ornate,

facevano che alla instabilità del mare nuova instabilità di barche e di

vele si aggiungesse, e mille variati aspetti ad ogni momento agli occhi

dei risguardanti si raffigurassero. S'apriva la regata, o vogliam dire,

gara di navi in numero di sei: partite dalle tre porte di mare, due da

ciascuna con velocità maravigliosa contesero della vittoria, vinse la

bandiera del ponte di Spinola: gli applausi e le grida festose montavano

ai cielo. Fecesi notte intanto: diventò più bello lo spettacolo. Lumiere

di cristallo, che fra le colonne del galleggiante tempio stavano

sospese, subitamente accese gittavano sulle incostanti acque, che con

lampi di vario colore gli rimandavano, raggi di abbondante e

rallegratrice luce. Le cupolette dei giardini anch'esse illuminate

consentivano con la sopravvanzante luce del tempio. Fuochi in aria a

forma di stelle, secondochè insegna Vitruvio, si volteggiavano intorno

al tempio, ed ai quattro giardini cinesi. Le agili barchette, poste

fuori anch'esse i lumi loro, facevano apparire giri, guizzi, e baleni,

che con la piena luce dei tempio, e delle isolette da un canto si

confondevano, dall'altro a chi d'in sulle spiagge di lontano mirava,

l'oscurità della notte con la immagine d'innumerevoli e vaganti stelle

tempestavano. Alla dolce vista consuonava un soave ascoltare:

imperciocchè dalle cinesi isolette uscivano suoni e concenti

giocondissimi mandati fuori dai petti, e dagli appositi strumenti di

musici vestiti alla Cinese. Al tempo stesso le mura della città

risplendevano per una immensa luminaria; i palazzi e le case quasi tutte

avevano anch'esse i lumi accesi a festa: tutto l'anfiteatro della

superba Genova con maraviglioso splendore rispondeva ai marini

splendori. La torre della Lanterna accesasi ad un tratto da innumerevoli

lumi con bel disegno ordinati, trasse a se gli occhi dei festeggianti

spettatori, che con intense grida applaudirono. Accrebbe la maraviglia,

che bentosto prese a buttar fuoco dalla cima a guisa di volcano, come se

veramente volcano fosse. Nè i fuochi artificiati furono la parte meno

notabile del magnifico rallegramento; poichè due bellissimi tempj di

fuoco sorsero improvvisamente dalle due punte dei moli, ed altri fuochi

con mirabile artificio apprestati, ora si tuffavano nelle acque, ed ora

più vivi che prima fossero, ne uscivano. Così fra il molle ondeggiare,

il vago risplendere, il giocondo suonare, nasceva una scena, a cui niuna

può esser pari in dolcezza ed in grandezza.

Stette in queste allegrezze Napoleone sino alle dieci della sera: poi

sceso dal marino tempio se ne giva al magnifico palazzo di Girolamo

Durazzo, dove trovò nuovi e squisiti onori, nuova e squisita adulazione.

Festeggiavano con maggior pompa la servitù, che mai avessero festeggiato

a libertà, il che non dee recar maraviglia; la libertà piace a tutti, e

nissuno vuol piacere a lei; il dispotismo piace a nissuno, e tutti

vogliono piacere a lui. Diessi un festino sontuoso a Napoleone nel

palazzo pubblico in quel luogo stesso, dove i maggiori della spenta

repubblica tante volte prudentemente e fortemente sulle più gravi

faccende di lei avevano deliberato. Intervennero Giuseppina di Francia,

Elisa di Piombino. Fu allegra la festa; se mescolata di antiche

ricordanze, io non lo so. Cantossi l'inno Ambrosiano nella cattedrale di

San Lorenzo. Quivi giurarono nelle parole dell'imperatore l'arcivescovo,

ed i vescovi. Poi dispensò le insegne della legion d'onore, più eccelse

a Durazzo, Cambiaso, Celesia, Corvetto, Serra, Cattaneo, arcivescovo

Spina: presentò con dorate gioje Cambiaso, Durazzo, Corvetto, Gentile:

questi furono i premj, e i segni della spenta patria. Comandò che si

restituisse la statua d'Andrea Doria; quest'affronto mancava ad Andrea

atterrato dai giacobini, rinnalzato da Napoleone. Contento allo aver

fatti servi, e veduto comportarsi da servi i Genovesi, se ne tornava

Napoleone per Torino ai suo imperiale Parigi. Rimase al governo di

Genova il principe Lebrun, il quale temperatamente secondo la natura sua

procedendo, diede norma allo stato nuovo riducendolo alla forma di

Francia: ordinò con prediletto pensiero l'università degli studj; vedeva

i professori volentieri: tra il bene operare ed il buon ricompensare

cresceva il zelo ed in chi ammaestrava, ed in chi era ammaestrato;

l'università Genovese diventò fiorente. Passarono alcuni mesi tra

l'introduzione degli ordini Francesi, e la unione alla Francia:

finalmente orando Regnault di San Giovanni d'Angely, decretava il dì

quattro ottobre il senato, che i territorj Genovesi fossero uniti al

territorio di Francia. A questo modo finì uno dei più antichi stati, non

che d'Italia, d'Europa. Gl'innorpellamenti non mancarono nella bocca di

Regnault: fra tutti fu lepidissimo il suo trovato, che la Francia

distruggeva l'independenza di Genova, questo appunto significavano le

sue parole, perchè l'Inghilterra non la rispettava. Fu lieto il

principio; per la potenza di Napoleone tornarono in patria i Genovesi,

schiavi della crudele Africa.

La repubblica di Lucca anch'essa periva: così si verificava il detto di

Napoleone, che le monarchìe non potevano vincere le repubbliche. Diè

primieramente Piombino ad Elisa sorella, poi Lucca e Piombino a

Bacciocchi ed Elisa. Fossevi in Lucca un senato: soldati non vi si

scrivessero, ma tutti fossero soldati; tassa e tributo nissuno vi si

pagasse se non per legge. Le cariche, salve le giudiziali, non si

potessero conferire se non ai Lucchesi; principi di Lucca fossero

Bacciocchi ed Elisa: nella nobile Lucca Bacciocchi dominava.

Animato dall'osare, viemmaggiormente osava Napoleone: avviava Parma

all'unione con Francia: le leggi Francesi vi promulgava; già le

ambizioni Parmigiane si voltavano alla fonte Parigina, Moreau di san

Mery secondava l'imperatore piuttosto per piacere a lui, che a se,

perchè amava il comandare assai più che a modesto ed attempato uomo si

convenisse; ma dolce era il cielo, dolci gli abitatori, dolce il

comandare.

Mentre con trionfale pompa scorreva per l'Italia Napoleone, e

gl'Italiani stati rovinavano, tornava nella sua Romana sede il pontefice

Pio. Parlò agli adunati cardinali delle cose fatte e delle cose sperate,

molto beneficio per la religione, e per la Romana chiesa dal suo

Parigino viaggio promettendosi. Ordinate le faccende religiose in

Francia, aveva desiderato di compor quelle, che più vicino a lui avevano

romoreggiato, e gettato anzi larghe radici in tutte le parti d'Italia:

quest'erano le differenze tra la santa sede, e Ricci vescovo di Pistoja.

Aveva papa Pio sesto gravemente censurato con la sua bolla _auctorem

fidei_ le proposizioni del sinodo di Pistoja, massimamente l'ottuagesima

quinta; colla quale il sinodo dichiarava aderirsi alle quattro

proposizioni del clero di Francia. Quando poi la Toscana se ne viveva

sotto la reggenza imperiale fondatavi dai Tedeschi, era stato il Ricci

confinato nella sua villa dì Rignano. L'arcivescovo di Firenze

instantemente il confortava, e gravemente anche l'ammoniva, si

ritratasse. Il vescovo, stando sui generali, affermava, non avere mai

avuto le opinioni, che uomini perversi gl'imputavano: essere di mente,

come di cuore e di coscienza cattolico. Frattanto morto Pio sesto, ed

assunto al trono pontificale Pio settimo, scriveva, per mezzo del

prosegretario Consalvi, nuove lettere al nuovo pontefice, protestando

della sua riverenza verso l'autorità pontificia, fondata, come diceva,

su quella sacra scrittura, della sua adesione a tutte le verità

cattoliche, e dell'integrità della sua fede ortodossa. Queste cose

scriveva parte perchè, salva qualche restrizione mentale in lui, erano

vere, parte perchè la reggenza di Toscana, che procedeva molto

vivamente, lo spaventava: erano tempi molto diversi dai Leopoldiani. Non

soddisfecero le lettere. Gli si scrisse da Roma, o in modo formale e

speciale gli errori del sinodo ritrattasse, o il papa rigorosamente

procederebbe contro di lui con le censure. Gli fe' poi sentire da

Toscana, che se non accedesse senza indugio alcuno alle domande di Roma,

sarebbe stato portato in castel Sant'Angelo, per modo che non vedrebbe

più lume. Quest'erano le intimazioni della reggenza. In su questo,

vennero novellamente i Francesi ad occupar la Toscana. Compose allora il

vescovo una nuova e più lunga apologìa, nella quale ad una ad una

esaminando le ottantacinque proposizioni, le affermava ortodosse. Sulla

ottuagesimaquinta, e rispetto a quanto s'attiene alla dichiarazione del

clero di Francia, protestava, non credere aver fatto ingiuria a

quell'illustre chiesa, la sua dottrina accettando: avere il gran

Bossuet, al quale la comunione cattolica per tanti segnalati servigj

restava obbligata, i quattro articoli difesi e mantenuti: non avergli

lui nel suo sinodo, come dogmi addottati, ma come un mezzo potente e

sacro per mostrare i limiti, che dividevano le due potestà ecclesiastica

e secolare.

Rispetto poi alle regole di disciplina, essersi creduto, come vescovo,

asseverava, tenuto a riformar gli abusi: di ciò averne fatto il concilio

di Trento espresso precetto. Le medesime protestazioni di obbedienza e

di fede fece il vescovo, e le mandò al pontefice, quando passando per

Firenze, se n'andava in Francia all'incoronazione. Ma papa Pio, tornando

da Parigi, e ripassando per la capitale della Toscana, fece sapere a

Ricci, che l'abbraccerebbe volentieri, se prima volesse sottoscrivere

una dichiarazione. Voleva, che il Pistojese vescovo dichiarasse,

accettare con rispetto puramente, e semplicemente di cuore e di spirito

tutte le constituzioni apostoliche emanate dalla santa sede contro gli

errori di Baius, Giansenio, Quesnel, e loro discepoli dai tempi di Pio

quinto sino ai presenti, e specialmente la bolla dogmatica _auctorem

fidei_, che dannava le ottantacinque proposizioni estratte dal sinodo

Pistojese; ripruovare e dannare tutte e singole le proposizioni

sopradette nella conformità e significati espressi nella bolla;

desiderare, perchè fosse lo scandalo corretto, che la dichiarazione si

rendesse pubblica; protestare finalmente voler vivere e morire nella

fede della chiesa cattolica, apostolica, romana con sommessione

perfetta, ed obbedienza vera a nostro signore papa Pio settimo, ed a'

suoi successori, vicari di Gesù Cristo. Ricci stretto dai tempi, e

temendo che il rifiuto gli fosse apposto a pertinacia, sottoscrisse.

L'aspettavano il papa, e la regina nel palazzo Pitti: il pontefice

gittatosegli al collo, l'abbracciava, e fattolo sedere accanto a lui,

molto l'accarezzava, della presa risoluzione con esimie espressioni

commendandolo. Passate le prime caldezze, consegnava il vescovo nelle

mani del pontefice uno scritto, l'importanza del quale era, che per

mostrare la obbedienza e sommessione sua alla santa sede aveva

volentieri sottoscritto; ma stantechè tutta la sua coscienza riandando,

nissuna altra dottrina vi trovava, se non quella che era definita dalla

bolla di Pio sesto, per obbligo di verità e di coscienza era obbligato

dichiarare, come dichiarava, non mai avere o creduto, o sostenuto le

enunziate proposizioni nel senso eretico giustamente condannato dalla

bolla, avendo sempre avuto l'intenzione, che se qualche espressione

equivoca fosse trascorsa, questa incontanente fosse ritrattata e

corretta. Pregare conseguentemente, soggiungeva, il pontefice,

accettasse benignamente questa rispettosa dichiarazione, come

un'effusione del suo cuore. Appruovò Pio questa seconda dichiarazione,

affermando, non dubitare della purezza cattolica di Ricci, e ne farebbe

fede al concistoro. Ciò detto, con nuove dimostrazioni accarezzava il

vescovo. Scrissegli Pio da Roma lunghe ed affettuose lettere: avere

Ricci, affermava, per aver posposto l'amor proprio alla verità, ed alla

cristiana obbedienza, ad essere tramandato con gloria alla posterità, ed

il suo nome collocato fra quello degli uomini più illustri. Il lodò

nell'allocuzione al concistoro; ma il governo Toscano non lasciò stampar

l'allocuzione, perchè non si riaccendessero i fuochi spenti, e le

disputazioni non si rinnovassero. A questo modo Pio, vittorioso di

Napoleone, trionfava anche di Ricci, due avversari potenti, uno per la

forza dell'armi, l'altro per la forza delle opinioni. Tuttavia vi

rimasero in Italia semi e radici contrarie. I discepoli di Ricci non

solamente perseveravano nelle medesime sentenze, ma predicavano, Ricci

non avere apertamente ritrattato. In fatti egli è certo, che il vescovo

nelle sue giustificazioni per tal modo, sebbene copertamente, favellò,

che facilmente si scorgeva, nodrire opinione avversa all'infallibilità

del papa, ed a quella pienezza di potestà, che i curialisti di Roma

attribuiscono al Romano seggio.

Mentre pel concordato con Francia aveva il pontefice dato sesto alle

faccende religiose di quel regno, un altro pensiero mandava ad effetto,

dal quale confidava che dovesse risultare molto benefizio alla sedia

apostolica; e siccome per l'accordo fatto con Napoleone aveva posto

freno alla setta filosofica, così con un'altra deliberazione voleva

medicare dalle radici il male, che credeva provvenire dalla setta che

l'impugnava, pretendendo le massime e gli usi della chiesa primitiva. La

giurisdizione dà ai pontefici Romani nei paesi esteri la potenza

esterna, le informazioni e le insinuazioni la segreta. In quest'ultima

bisogna molto efficace opera prestavano i gesuiti, perciocchè dall'una

parte in virtù degli ordini loro ogni cosa che spiassero, facevano con

diligenti informazioni nota al loro generale in Roma, e questi al

governo pontificio; dall'altra consigliando i principi, ed ammaestrando

la gioventù, tiravano e chi reggeva e chi era retto là dove volevano,

soliti a voltar a fini mondani i mezzi della religione. Ordine

potentissimo era questo per comandare ai re ed ai popoli, e che dinota

in chi primamente il concepì, un capo gagliardo, ed una cognizione

profonda delle cose umane. Napoleone stesso col suo disordinato ed

incomposto procedere, non ebbe mai, per farsi padron del mondo, pensiero

così forte qual ebbero un fraticello di Spagna, ed un preticello di

Roma. Adunque i gesuiti, poichè, quantunque spenti, il loro spirito

viveva, gran maestri del saper accomodare i consigli ai tempi, con

sagacità maravigliosa spargevano; per questo appunto esser nate le

rivoluzioni, per questo la rovina dei reali seggi, per questo

imperversare una libertà scapestrata, per questo l'anarchia dissolvere

ogni buon ordine, perchè era stata soppressa la società loro; per questo

la filosofica e la giansenistica piena avere tutto allagato: a sì

potenti e sì ostinati nemici i re soli senza il papa, nè il papa solo

senza i re, nemmeno i re ed il papa insieme congiunti non poter

resistere, se non s'accosta l'opera ajutatrice, e tanto efficace dei

gesuiti: sedurre la filosofia gli animi ardenti ed allegri con torre il

freno alle passioni, sedurre il giansenismo gli animi ardenti e rigidi

con un'apparenza di santimonia e di austerità: non esser padroni i re

dell'ammaestrare i giovani a seconda dei pensieri loro, non esser

padrone il papa di piegar uomini male ammaestrati: necessario essere

l'ajuto di coloro, che radici buone sanno porre negli spiriti, e di

quanto gli spiriti concepiscono, e di quanto le mani fanno, possono

essere, e sono diligentemente informati: conspirare il volgo contro i

potenti, doversi accordare i potenti per resistere al volgo; nè un modo

qualunque al grand'uopo poter bastare; richiedersi il più alto, il più

stretto, il più generale: soli a questo fine valere i gesuiti; doversi

loro chiamare ad instaurazione della società sciolta, a salute dei

principi pericolanti, a rannodamento dell'Europa disordinata: o gesuiti,

o rivoluzioni da rivoluzioni; nè altro modo di salvamento trovarsi che

in loro. Queste cose spargevano, come se il mondo non sapesse, ch'eglino

solo allora si facevano i difensori dei sovrani, quando i sovrani si

facevano servi di loro.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V · 第 19 / 23 段