nell'ambizione. Però lungo tempo non stava nel medesimo proposito,
sempre mutando per salire. Pareva, e fu anche solennemente, e con
magnifiche parole detto da lui e da Melzi, che gli ordini statuiti in
Lione per l'Italica fossero per essere eterni; ma non ancora erano corsi
due anni, che già manchi, insufficienti, non conducenti a cosa che buona
e durevole fosse, si qualificarono. Importava a chi s'era fatto
imperatore, che re ancora si facesse. Erano, non senza disegno, stati
invitati gl'Italici a condursi a Parigi per cagione di assistere, in
nome della repubblica, alle imperiali cerimonie ed allegrezze. Vi
andarono Melzi vice-presidente, i consultori di stato Marescalchi,
Caprara, Paradisi, Fenaroli, Costabili, Luosi, Guicciardi; i deputati
dei collegi e dei magistrati Guastavillani, Lambertenghi, Carlotti,
Dambruschi, Rangone, Caleppi, Litta, Fe, Alessandri, Salimbeni, Appiani,
Busti, Negri, Sopransi, Valdrighi. L'imperatore si lasciò intendere che
il chiamassero re, e condannassero gli ordini Lionesi: disponendosi la
somma delle cose non solo con un comando, ma ancora con un cenno di
Napoleone, il fecero volontieri. Melzi certamente non nato a questi
vituperj, appresentandosi il giorno diciasette marzo con gli altri
deputati in cospetto di Napoleone salito sul trono nel Castello delle
Tuilerie, in tali accenti con lingua e concetti servili favellava. «Voi
ordinaste, o Sire, che la consulta di stato, e i deputati della
repubblica Italiana si adunassero, e l'affare il più importante pe' suoi
destini presenti e futuri, cioè la forma del suo governo considerassero.
Al cospetto vostro io m'appresento, Sire, per compire appresso a voi
l'onorevole carico d'informarvi di quanto ella fece e di quanto ella
desidera. Primieramente l'assemblea molto bene ogni cosa considerando,
venne in questa sentenza, che impossibile è, se troppo non si vuole
dagli accidenti dell'età nostra discordare, le attuali forme conservare.
Ebbero le Lionesi constituzioni tutti i segni di ordini provvisorj:
accidentali furono, perchè agli accidenti dei tempi fossero rispondenti,
nè in se alcun nervo avevano, per cui gli uomini prudenti e durata e
conservazione promettere si potessero. Non che la ragione, l'evidenza
stringono urgentemente a cambiarla. La qual cosa concessa, e confessata
vera, come vera è realmente, la via da seguitarsi semplice diventa e
piana: i progressi delle cognizioni, i dettami dell'esperienza la
monarchia constituzionale, la gratitudine, l'amore, la confidenza il
monarca ci additano. Voi conquistaste, o Sire, voi riconquistaste, voi
creaste, voi ordinaste, voi fino a questo dì l'Italiana repubblica
governaste; quivi ogni cosa le vostre gesta, la vostra mente, i vostri
benefizi rammenta: un unico desiderio poteva essere fra di noi: un unico
desiderio è sorto. Noi non preterimmo di maturamente considerare quanto
nelle future cose profonda sapienza vostra indicava; ma per quanto gli
alti e generosi pensieri vostri coi nostri più bramati interessi
s'accordino, facilmente abbiamo a noi medesimi persuaso, che le
condizioni nostre tanto ancora non sono mature, che possiamo aggiungere
a quest'ultimo grado della politica independenza. L'Italiana repubblica,
così porta l'ordine naturale delle cose, debbe ancora per qualche tempo
restare impressa della condizione degli stati novellamente creati. Un
primo nembo, quantunque leggieri, che l'aere oscurasse, sarebbe per lei
d'affanni e di timore cagione. Nella qual condizione, quale maggiore
sicurezza, quale più fondata speranza di felicità potrebbe ella, Sire,
che in voi trovare? Voi siete ancora necessaria parte di lei. Solo
nell'alta sapienza vostra sta, solo a lei s'appartiene il vedere il
preciso termine della dependenza tra le gelosie esterne, e i pericoli
nostri. Interrogati amorevolmente, rispondiamo sinceramente. Questo è il
desiderio nostro, che a voi significhiamo, questa la preghiera, che a
voi indirizziamo, che vi piaccia quelle costituzioni darne, in cui i
principj già da voi pubblicati, dall'eterna ragione richiesti, alla
quiete delle nazioni necessari, statuiti siano e confermati. Siate
contento, o Sire, di accettare, siate contento di compire le preghiere,
e i desiderj dell'Italica consulta. Per questa mia bocca instantemente
tutti ve ne ricercano, e ve ne scongiurano. Se voi benignamente ci
esaudite, agl'Italiani diremo, che voi con più forte legamento vi siete
alla conservazione, alla difesa, alla prosperità dell'Italiana nazione
congiunto. Così è, Sire, voi voleste che la Italiana repubblica fosse,
ed ella fu: fate ora, che la Italiana monarchìa sia felice, e sarà».
Terminato il favellare, e fattosi avanti Melzi, l'atto dell'Italiana
consulta espresse: il governo della repubblica Italiana fosse monarcale,
ed ereditario: Napoleone primo re d'Italia si dichiarasse: le due corone
di Francia, e d'Italia in lui solo, non ne' suoi discendenti o
successori, potessero essere unite: insino a tanto che gli eserciti
Francesi occupassero il regno di Napoli, i Russi Corfù, gl'Inglesi
Malta, le due corone non si potessero separare: pregassesi Napoleone
imperatore, passasse a Milano per ricevere la corona, e statuire leggi
definitive pel regno.
Rispose Napoleone con voce forte, ma chioccia, come l'aveva, aver sempre
avuto il pensiero di creare libera e independente la nazione Italiana;
dalle sponde del Nilo avere sentito le Italiane disgrazie; essere, mercè
del coraggio invitto dei suoi soldati, comparso in Milano, quando i suoi
popoli d'Italia ancora il credevano sulle spiagge del mare Rosso; ancora
tinto di sangue, ancora cosperso di polvere, sua prima cura essere stata
l'ordinare l'Italiana patria: chiamarlo gl'Italiani a loro re; volere
loro re essere, volere questa corona conservare, ma solo fintantochè
gl'interessi loro il richiedessero: deporrebbela, quando fosse venuto il
tempo, sopra un giovane rampollo volentieri, al quale del pari che a lui
sarebbero a cuore la sicurezza e la prosperità dei popoli Italiani. Nè
questa fu la sola dimostrazione, ch'ei fece in questo proposito.
Entrò il giorno seguente l'imperatore in senato. Taleyrand, ch'era uomo
molto ambidestro, e capace di pruovar questa con molte altre cose
ancora, pruovò, che per allora l'unione della corona d'Italia a quella
di Francia era necessaria. Lessesi l'accettazione: poi Napoleone prese a
favellare, pretendendo parole di moderazione e di temperanza. «Noi vi
chiamammo, o senatori, disse, per darvi a conoscere tutto l'animo nostro
intorno agli affari più importanti dello stato. Potente e forte è
l'impero di Francia, ma più grande ancora la moderazione nostra. La
Olanda, la Svizzera, l'Italia tutta, la Germania quasi tutta
conquistammo: ma in fortuna tanto prospera misura e modo serbammo. Di
tante conquistate province quello solo ritenemmo, che necessario era a
mantenerci in quel grado d'autorità e di potenza, nel quale fu sempre la
Francia posta. Lo spartimento della Polonia, le province tolte alla
Turchìa, la conquista dell'Indie, e di quasi tutte le colonie hanno a
pregiudizio nostro dall'un dei lati fatto ir giù la bilancia: l'inutile
rendemmo, il necessario serbammo, nè mai le armi per vani progetti di
grandezza, nè per amore di conquista impugnammo. Grande incremento alla
fertilità delle nostre terre avrebbe recato l'unione dei territorj
dell'Italiana repubblica: pure dopo la seconda conquista, l'independenza
sua a Lione confermammo; ed oggidì più oltre ancora procedendo, il
principio della separazione delle due corone statuiamo, solo il tempo di
lei, quando senza pericolo pei nostri popoli d'Italia effettuare si
possa, assegnando. Accettammo, e sulla nostra fronte l'antica corona dei
Lombardi posammo: questa rattempreremo, questa rinstaureremo, questa
contro ogni assalto, finchè il Mediterraneo non sia restituito alla
condizione consueta, difenderemo, e questo primo Italico statuto a poter
nostro sano e salvo conserveremo».
Creava l'imperatore Eugenio Beauharnais, figliuolo dell'imperatrice sua
moglie, principe: poi, suo figliuolo adottivo chiamandolo, vicerè
d'Italia il nominava. Creava Melzi guardasigilli del regno. Decretava,
anderebbe a Milano, e la corona reale, la domenica ventisei di maggio,
prenderebbe. Messosi in viaggio con grandissimo seguito di cortigiani,
perchè voleva far illustre questa sua gita con apparato molto superbo, e
più che regio, e festeggiato con grandissimi onori per tutta Francia,
arrivava Napoleone il dì venti aprile a Stupinigi, piccola ed amena
villa dei Reali di Sardegna, posta a poca distanza da Torino. Quivi
concorsero a fargli onoranza i magistrati; Menou verso di lui umilissimo
si mostrava. Ad alcuni parlò benignamente, ad altri superbamente,
secondochè era da Menou Egiziaco susurrato. Riprese con parole aspre
l'arcivescovo Buronzo, accusandolo di serbar tuttavia fede al re di
Sardegna: tolse dalla carica Pico, presidente del tribunale, e lo voleva
anche far ammazzare, perchè, come diceva, l'aveva tradito nelle faccende
Veneziane. Infine trascorse in parole sdegnosissime contro i giacobini,
chiamandogli scelerati, e più quelli che l'avevano servito: in ciò era
stimolato particolarmente da Menou, che parlava come se non fosse mai
stato giacobino egli. Aggiunse il sire, che gli avrebbe fatti arar
dritto, e chi non avesse arato dritto, avrebbe a far con lui. Tutte
queste cose disse, e fece con modi tanto plebei, che tutti restarono
persuasi, che se aveva la forza non aveva la dignità, e che novizio
ancora, male sapeva portare il nuovo imperio. Vennero a trovarlo a
Stupinigi i deputati di Milano per fargli omaggio, re loro, rigeneratore
loro, padre loro chiamandolo. Rispose onorevolmente, gli avrebbe in
luogo di figliuoli: raccomandò loro, fossero virtuosi, l'attiva vita, la
patria, e l'ordine amassero. Dell'ordine parlava per dar contro ai
giacobini, credendo che questa fosse buona arte per adescare i re.
Terminò minacciosamente dicendo, che se alcuno avesse concetto gelosia
pel regno d'Italia, aveva una buona spada per disperdere i suoi nemici;
il che era vero. I buoni Milanesi stupivano a quelle sì vive
dimostrazioni, ed argomentavano, che il placido e grasso vivere fosse
giunto al fine. Visitato Moncalieri, corse la collina di Torino:
esaminata Superga, entrò trionfalmente nella reale città. Abitò il
palazzo del re, con molto studio e diligenza a questo fine restituito ed
addobbato dal conte Salmatoris. Correvano i popoli Piemontesi a vedere
l'inusitato spettacolo: si maravigliavano, non del caso, che già ne
avevano veduti tanti, ma della superbia. Arrivava in questo mentre papa
Pio a Torino, tornando da Francia. Fu fatto alloggiare nella reggia con
Napoleone: stettero molte ore ristretti insieme: Pio sperava. Napoleone
lusingava, pubblicamente stretto accordo mostravano, l'imperatore ne
godeva, perchè sapeva qual effetto sulla opinione dei popoli partorisse
l'amicizia di un papa. Visitò le pubbliche singolarità, con incredibile
imperturbabilità parlando di quel che sapeva, e di quel che non sapeva:
ma che dicesse bene, o che dicesse male, tutti sempre applaudivano.
Parlò con facilissima loquela di musica, di medicina, di leggi, di
pittura: volle vedere la tavola d'Olimpia, pinta da Ravelli, pittore di
nome. Lodò l'opera, ma notò qualche difetto: tutti fecero le maraviglie
del quanto se ne intendesse. Il papa festeggiato, anche da Menou
Abdallah, se ne partiva alla volta di Parma.
Dai discorsi civili si venne alla rappresentazione delle armi. Volle
Napoleone vedere i gloriosi campi di Marengo, e quivi simulare una
sembianza di battaglia. Rizzossi un arco trionfale sulla porta
d'Alessandria per a Marengo con gli emblemi delle Italiche, Germaniche,
Egiziache vittorie. Sul campo stesso del combattuto Marengo l'imperial
trono s'innalzava. Compariva Napoleone in una carrozza molto splendida,
e tirata da otto cavalli: non conobbe, quanto più grande sarebbe stato,
se in quei medesimi luoghi si fosse rappresentato con modestia e da
soldato; ma la vanità guastava la gloria. Stavano i soldati schierati,
molti memori delle portate fatiche in questi stessi Marenghiani campi:
Francesi, Italiani, Mamalucchi, sì fanti che cavalli: s'accostavano le
guardie nazionali, tutte in abito, ed in bellissimo ordine disposte:
magnifica comparsa poi facevano le guardie d'onore Milanesi venute a
Marengo per onoranza del nuovo signore. Stavano appresso gli ufficiali
di corte, i ciamberlani, le dame, i paggi, e molti generali in abiti
ricchissimi. Splendeva il sole a ciel sereno: i raggi ripercossi, e
rimandati in mille differenti guise da tanti ori, argenti, e ferri
forbiti, facevano una vista mirabile. Una moltitudine innumerevole di
popolo era concorsa: l'Alessandrina pianura risuonava di grida festive,
di nitriti guerrieri, di musica incitatrice. Napoleone glorioso venuto
al trono, e postovi l'imperatrice a sedere, scendeva dall'imperiale
cocchio; e montato a cavallo s'aggirava per le file degli ordinati
soldati. Le grida, gli applausi, i suoni di ogni sorta più vivi e più
spessi sorgevano, ed assordavano l'aria. Terminate la rassegna e la
mostra, ivi a sedersi sull'imperiale seggio ancor egli, essendo in lui
conversi gli occhi della moltitudine, tutti imperatore e vincitore di
Marengo con altissime voci salutandolo. Seguitava la battaglia simulata
fra due opposte schiere, moderando le mosse e gli armeggiamenti Lannes,
che dopo i nuovi ordini imperiali era stato creato maresciallo. Durò
dalle dieci della mattina sino alle sei della sera con diletto
grandissimo di Napoleone; la quale terminata, dispensò a parecchi
soldati o magistrati le insegne della legion d'onore, nuovo allettamento
pe' suoi disegni creato da lui novellamente, siccome quegli che
ottimamente conosceva i repubblicani de' suoi tempi. Sceso poscia dal
trono gettava le fondamenta di una colonna per testimonianza alle future
genti della Marenghiana vittoria: ivi si fermarono le gloriose
ricordanze. Arrivava Napoleone con tutti i grandi della corona il dì sei
maggio a Mezzana-Corte sulla sponda del Po, dove passato il fiume sopra
non so quale estemporaneo Bucintoro, fra le innumerevoli acclamazioni
dei popoli, che sulle due opposte rive tripudiavano, sulle terre del suo
Italico regno entrava. L'aspettavano in solenne pompa, il ricevettero,
il lodarono il prefetto dell'Olona, il guarda-sigilli Melzi, il
maresciallo Jourdan, che stava al governo dei soldati francesi
alloggiati nel regno Italico. Rispose secco in un momento, in cui
massimamente il suo cuore sarebbe dovuto aprirsi, e spander fuori da
tutte le vene fonti d'affezione.
Giunto a Pavia, fece sua stanza nel palazzo del marchese Botta, ad uso
di palazzo imperiale destinandolo, buon grado o malgrado che ne avesse
il marchese, che per verità poco si curava di questo Napoleonico onore.
Guardie d'onore, studenti addobbati, folle di popolo, arazzi spiegati,
fiori sparsi, lumi accesi, applausi infiniti testificavano l'allegrezza
dei Pavesi verso chi gli aveva avaramente, e crudelmente posti a sacco.
Vide volentieri l'università, che l'ebbe con queste parole, per voce del
rettore, e dei professori decani, lodato: «Voi assicuraste due volte
colla vittoria, o sire, la sorte d'Italia, e due volte fra i travagli
delle armi stendeste la mano generosa alle scienze profughe e mal
sicure. Allora fu, che questo tempio sacro alla sapienza venne da voi
rialzato all'antico splendore. Chiamati noi sotto l'ombra del vostro
scudo all'onorato ministero del suo culto, fummo ognora penetrati da
profonda riconoscenza. Il popolo Francese vi pose in capo la corona
imperiale; ma gli Italiani vi prepararono quella degli antichi loro re:
essi ve la offersero, voi l'accettaste, e la fronte piena d'alti
pensieri si fregierà di un duplice diadema. Questo è l'istante, che apre
libero il campo alla nostra gratitudine, e che ci guida a depositare a'
vostri piedi l'omaggio solenne della nostra comune esultazione. Voi, cui
circondano le pacifiche non meno, che le guerriere virtù, accogliete il
rispettoso nostro discorso, e vogliate esserci padre, e nume tutelare.
Apprenda da voi la posterità, che il genio delle armi unito a quello
delle scienze e delle arti forma la felicità delle nazioni. Venite
adunque fra noi, benefico e magnanimo eroe: per voi si diffonderanno
vieppiù tutte le fonti del sapere. Già l'Italia, l'illustre patria de'
Virgili, de' Galilei, de' Raffaelli ingrandisce le sue speranze sotto i
potenti vostri auspicj. Il cielo vi formò per le grandi cose, e poichè
tutto vi diede, vi conceda ancor lunghi e sereni giorni, onde compiere
l'opera della vostra beneficenza, e gli alti destini, che ci avete
preparati». Io ho voluto riferire questo discorso elogistico
dell'università di Pavia, perchè, sebbene del tutto non sia purgato, è
nondimeno a comparazione delle laide e deformi Italiane scritture di
quei tempi, limpido e puro di parole, e di stile non isconveniente al
soggetto.
Fu magnifico l'ingresso di Napoleone in Milano. Entrava per la porta
Ticinese, a cui fu dato nome di Marengo. Gli appresentarono i municipali
le chiavi posate sopra un bacile d'oro. Dissero, essere chiavi della
fedel Milano; i cuori aversegli già da lungo tempo acquistati. Rispose,
serbassero le chiavi; credere, amarlo i Milanesi, credessero, lui
amargli. Pervenuto, traendo e gridando lietissimamente una foltissima
calca di popolo, al Duomo, il cardinal Caprara, arcivescovo, fattosegli
incontro sulla soglia, giurava rispetto, fedeltà, obbedienza e
sommessione, augurava conservazione di sì gran sovrano, invocava
gl'incliti protettori della magnifica città Ambrogio e Carlo, acciocchè
a lui, ed a tutta la sua famiglia salute piena, e contentezza perenne
dessero. Terminate le cerimonie del tempio, il palazzo dei duchi ornato
a festa, e tutto esultante per l'acquistata grandezza accoglieva il
novello re.
Ed ecco che, saputo ch'era andato a Milano per la corona, il venivano a
trovare i deputati dell'Italiche e dell'estere città. Vennevi Lucchesini
portatore dei Prussiani onori, e delle Prussiane arti: recava da parte
del re Federigo l'aquila nera, e l'aquila rossa a Napoleone:
fregiatosene il sire, compariva con loro al cospetto de' suoi schierati
soldati. Queste cose si facevano per pungere l'Austria, perchè a questo
tempo il re Federigo, a ciò confortato da Lucchesini e da Hagwitz, si
era risoluto, con quale prudenza e felicità il mondo stupidito se l'ha
veduto, a secondare in tutto e per tutto i disegni di Napoleone
imperatore. Vennevi Cetto, inviato di Baviera, Beust, inviato
dell'arcicancelliere dell'impero Germanico, Alberg mandato da Baden,
Benvenuti balì mandato dall'ordine di Malta: mandovvi la montagnosa
Vallesia il landamanno Augustini: mandovvi l'adusta Spagna il principe
di Masserano, Lucca un Cotenna ed un Belluomini, Toscana un principe
Corsini ed un Vittorio Fossombroni: tutti venivano ad onoranza, ed a
raccomandazione appresso al potente e temuto signore.
Maggior materia era sotto i deputati della Ligure repubblica. Aveva
mandato il senato Genovese Durazzo doge, cardinale Spina arcivescovo,
Carbonara, Roggieri, Maghella, Fravega, Balbi, Maglione, Delarue,
Scassi, senatori. A loro maggiori carezze, più squisiti onori si
facevano. Studiavansi il ministro Marescalchi, ed il cardinale Caprara a
soddisfar loro con mense, con udienze, con complimenti. Le medesime
gentilezze usavano i ministri di Francia: ad ogni piè sospinto veniva
dato dell'altezza serenissima al doge, e di ambasciatori straordinari ai
senatori. Il signore stesso sempre gli guardava con viso benigno, e si
allargava con loro in melliflue parole. Brevemente, fra tanto
festeggiare non erano i Liguri legati la minor parte della comune
allegrezza. Le quali cose considerando coloro, che la natura di
Napoleone non conoscevano, chiamavano i Liguri fra tutti gli uomini
felicissimi, e felicissime sorti argomentavano per la piccola
repubblica. Ma quelli a cui era noto l'umore, stimavano che vi fosse
sotto qualche disegno, e dubitavano di qualche mal tratto. I Liguri
legati stessi, quelli almeno che non erano nella trama, perciocchè
alcuni vi erano, di tanti onori ed accattamenti si maravigliavano, e gli
animi non avevano del tutto sgombri da timore. Ammessi all'udienza del
signore, il videro sereno e lieto. Con esso lui dell'acquistato imperio
si rallegrarono, il commercio della prediletta Liguria instaurasse,
supplicarono. Rispose umanamente, conoscere l'amore dei Liguri, sapere
aver soccorso gli eserciti di Francia in tempi difficili; non isfuggirli
le angustie loro; prenderebbe la spada e gli difenderebbe: conoscere
l'affezione del doge, vederlo volentieri, veder volentieri con lui i
Liguri senatori: anderebbe a Genova; senza guardie come fra amici
v'anderebbe. Dopo l'udienza furono veduti ed accarezzati
dall'imperatrice, e da Elisa principessa, sorella che era di Napoleone,
sposata ad un Baciocchi, creato principe anch'egli. Tutti mostravano
dolce viso ai Liguri legati nella Napoleonica corte.
Presa in Monza la ferrea corona, e non senza solenne pompa a Milano
trasportata, si apriva l'adito all'incoronazione. La domenica ventisei
di maggio, essendo il tempo bello, ed il sole lucidissimo, s'incoronava
il re. Precedevano Giuseppina imperatrice, Elisa principessa in abiti
ricchissimi; ambe risplendevano di diamanti, dei quali in Italia meno
che in qualunque altro paese avrebbero dovuto far mostra. Seguitava
Napoleone portando la corona imperiale in capo, quella del regno, lo
scettro, e la mano di giustizia in pugno, il manto reale, di cui i due
grandi scudieri sostenevano lo strascico, in dosso. L'accompagnavano
uscieri, araldi, paggi, ajutanti, mastri di cerimonie ordinari, mastro
grande di cerimonie, ciamberlani, scudieri pomposissimi. Sette dame
ricchissimamente addobbate portavano le offerte; ad esse vicini con gli
onori di Carlomagno, d'Italia, e dell'imperio procedevano i grandi
ufficiali di Francia e d'Italia, e i presidenti dei tre collegi
elettorali del regno. Ministri, consiglieri, generali accrescevano la
risplendente comitiva. Ed ecco Caprara cardinale affaccendatissimo, e
rispettoso in viso, col baldacchino, e col clero accostarsi al signore,
e sino al santuario accompagnarlo. Non so se alcuno in questo punto
pensasse, avere da questo medesimo tempio Ambrogio santo rigettato
Teodosio tinto del sangue dei Tessalonici; ma i prelati moderni non la
guardavano così al minuto con Napoleone. Sedè Napoleone sul trono, il
cardinale benediceva gli ornamenti regj. Saliva il re all'altare, e
presasi la corona, ed in capo postolasi, disse queste parole, che fecero
far le maraviglie agli adulatori, cioè a tutta una generazione: _Dio me
la diede, guai a chi la tocca_. Le divote volte in quel mentre
risuonavano di grida unanimi d'allegrezza. Incoronato, givasi a sedere
sopra un magnifico trono alzato all'altro capo della navata. I ministri,
i cortigiani, i magistrati, i guerrieri l'attorniavano. Le dame
specialmente, in acconce gallerìe sedute, facevano bellissima mostra.
Sedeva sopra uno scanno a destra Eugenio vicerè, figliuolo adottivo. A
lui siccome a quello a cui doveva restare la suprema autorità, già
guardavano graziosamente i circostanti. Onorato e speciale luogo ebbero
nell'imperial tribuna il doge, ed i senatori Liguri; stavano con loro
quaranta dame bellissime e pomposissime. Giuseppina ed Elisa in una
particolar tribuna risplendevano. Le volte, le pareti, le colonne sotto
ricchissimi drappi si celavano, e con cortine di velo, con frange d'oro,
con festoni di seta s'adornavano. Grande, magnifica, e maravigliosa
scena fu questa, degna veramente della superba Milano. Cantossi la
solenne messa, giurò Napoleone; ad alta voce dagli araldi gridossi:
«Napoleone primo imperatore dei Francesi, e re d'Italia è incoronato,
consecrato, e intronizzato; viva l'imperatore e re». Le ultime parole
ripeterono gli astanti con vivissime acclamazioni tre volte. Con questo
splendore, e con quel di Parigi oscurò e contaminò Buonaparte tutte le
sue Italiane glorie; conciossiachè a colui, che od in pace, od in
guerra, non per la patria, ma per lui s'affatica, anzi questo
nell'abbominevole suo animo si propone, di servirsi dei servigj fatti a
lei per soggettarla, e porla al giogo, il mondo e Dio faran giustizia;
sono queste azioni scelerate, non gloriose. Se piacquero all'età, dico,
che l'età fu vile. Terminata la incoronazione andò il solenne corteggio
a cantar l'inno ambrosiano nell'ambrosiana chiesa. La sera, Milano tutta
festeggiava: fuochi copiosissimi s'accesero, razzi innumerevoli si
trassero, un pallone aereostatico andava al cielo; in ogni parte canti,
suoni, balli, tripudj, allegrezze. A veder tante pompe si facevano
concetti d'eternità; già gli statuali si adagiavano giocondamente sui
seggi loro.
Mentre con lusinghe e con onori s'intrattenevano in Milano il doge, ed i
Liguri legati, per un concerto con gli aderenti più fidi, un empio fatto
si tramava. Sollevava Napoleone a cose nuove la travagliata Liguria. Vi
si spargevano prima parole, poi aperti discorsi intorno alla necessità
dell'unione con Francia. Questo avevano significato le parole di
Napoleone, quando pochi giorni prima favellando al suo senato in Parigi
aveva detto, nissuna nuova provincia dover essere aggiunta al suo
impero. Allegavasi per suggestione e comandamento di lui da uomini
prezzolati nelle Liguri province, allora essere stata perduta la
independenza, quando fu fatta la rivoluzione; d'allora in poi essere
stata sotto diversi nomi, e reggimenti diversi Genova serva; aver lo
stato più pesi, che portar possa da se; potergli portare facilmente
congiunto con Francia; sperarsi invano che il potente non manomettesse
il debole; di ciò manifeste testimonianze aver dato l'Austria, che venne
come amica, la Francia come alleata; ripugnare la natura umana, sempre
superba, ai moderati desiderj, nè la giustizia regnare in chi troppo
può; essere cangiate le sorti d'Europa; preponderare oltre modo la
Francia, già abbracciare stringere da ogni parte pel Piemonte unito, e
pell'Italico regno obbediente l'esile Liguria; che starsi a fare, che
non si domanda l'unione a Francia! Giacchè non più si può comandare da
se, savio consiglio essere il comandare con altrui; le umili Genovesi
insegne non rispettarsi sui mari dai barbari buttati fuori dalle caverne
Africane, rispettarsi le Francesi, i Napoleonici segni avere a render
sicuri i Liguri navilj; così una sola deliberazione politica essere per
fare ciò che le antiche armi della repubblica più non potevano. A queste
parole si aggiungevano le adulazioni sulla felice condizione di esser
posti al freno di Napoleone eroe. Le giurisdizioni domandavano l'unione
con Francia, supplicava il senato Napoleone, la decretasse.