Ma già le bilustri trame del consolo si avvicinavano al loro compimento.

Glorioso per guerra, glorioso per pace, nissun nome nè negli antichi, nè

nei moderni tempi alle allucinate generazioni pareva uguale al suo.

Ancora spesseggiava il suono nelle bocche degli uomini, e fresca era

negli animi la memoria delle sue maravigliose geste in Italia e prima e

dopo le Egiziache fatiche. Avere lui, si ricordavano, subitamente

l'umile fortuna della repubblica innalzato al più alto grado di gloria e

di potenza; senza di lui essere ricaduta, con lui risorta; i mostri,

così scrivevano, avere prevalso, lui lontano; essere stati vinti, quasi

da Ercole secondo, lui presente: con esso lui lontano la guerra avere

seguitato la pace, con esso lui presente la pace avere seguitato la

guerra; nè solo con l'Austria avere procurato la concordia, ma ancora

con la Russia, con l'Inghilterra, con la Turchia, col Portogallo, col

duca di Vittemberga, col principe d'Oranges: i barbari stessi avere a

beneficio di Francia pattuito con lui, Algeri e Tunisi essere tornati

all'antica amicizia di Francia; nè più spaventare i Francesi cuori

l'aspetto delle Africane crudeltà; potere le Francesi navi liberamente e

securamente attendere ai traffichi loro nel Mediterraneo, nè i Libici

ladroni più oltre insultare alle insegne della repubblica; avere lui

solo spenta la civile discordia; lui solo restituito la patria agli

esuli, lui solo restituito onore a papa Pio sesto, ed alle sue venerate

ossa dato riposo; avere a pace delle coscienze, a conservazione dei

costumi, a salute delle anime convenuto con papa Pio settimo; per lui

essere restituita a luogo suo la generosità e la fedeltà Francese verso

la sedia apostolica: lui avere stornato i Vaticani folgori dalla

religiosa Francia; lui averla riconciliata con se stessa e con la

cristianità; ciò quanto al politico ed al religioso: quanto al prospero,

a lui essere obbligate le finanze dell'abbondanza loro, a lui i

magistrati dei pagati stipendi, a lui i soldati delle diligenti paghe, a

lui i viandanti delle racconce strade, a lui i naviganti dei ristorati

canali, a lui i commercianti degli aperti mari: ogni cosa tornare

all'antico splendore; i palazzi laceri dal tempo o dalla rabbia degli

uomini, ristorarsi, nuovi edifizi innalzarsi: la Francia bella per

natura, divenir più bella per arte; dileguarsi le ruine, segni

abbominevoli delle passate discordie: sorgere moli, segni magnifici di

generoso governo: tali essere i frutti della pace, tali quei della

concordia; essere finita la rivoluzione, e con lei serrata l'officina di

tante disgrazie: rotta, esser vero, di nuovo essere dall'infedele ed

ambizioso Britanno la guerra; ma già correre sulle coste dell'Oceano le

vendicatrici schiere, già apprestarsi le conquistatrici antenne, già

Londra stessa esser mal sicuro nido ai corsari dominatori del mare;

presto aversi a vedere quanto potessero a benefizio dell'umanità contro

gli avari e superbi tiranni, che soli fra tutti restavano a domarsi, la

Francia potente, ed il fortunato consolo; minacciare, esser vero, la

Russia, essere appresso a lei efficaci le arti, e le profferte

d'Inghilterra; ma lontano essere Alessandro, nè spoglio d'umanità, nè i

dispareri poter durare tra chi a bene intende: così avere il consolo

dato a Francia pace sicura, ed occasione di vittoria. Di tanti obblighi

nissuno premio poter essere, non che maggiore, pari.

Queste cose si dicevano, ed ancor più si scrivevano. Il consolo non

abborrendo dal scelerato proposito di ridurre in servitù una nazione,

che con una piena di tanto amore si versava verso di lui, pensò essere

arrivato il tempo di dar compimento a' suoi disegni. Perciò, allettati

gli amatori del nome reale con la patria, i soldati coi donativi, i

preti col concordato, i magistrati con gli onori, il popolo coi commodi,

si accinse ad appropriarsi la parola di quello, di cui già aveva la

sostanza, accoppiando in tal modo il supremo nome alla suprema potenza.

Restava che i repubblicani assicurasse: il fece con l'uccisione del duca

d'Anghienna. Diè le prime mosse il tribunato: il senato non s'indugiò a

seguitare parte per paura, parte per ambizione: il dì diciotto maggio

chiamava Napoleone Buonaparte, imperator dei Francesi.

Questo atto, ancorchè inaspettato non fosse, empiè di maraviglia il

mondo. I pazzi reali s'accorsero, che Buonaparte non era uomo, come

aspettavano, che volesse fare il Monk: i pazzi repubblicani videro, che

non era uomo da voler fare, come si promettevano, il Cincinnato, questi

più inescusabili di quelli; perchè, tacendo anche gli altri suoi andari,

quell'aver detto al consiglio dei Giovani il dì nove novembre del

novantanove, che la realtà non poteva più vincere in Europa la

repubblica, avrebbe dovuto fargli accorti, ch'ei voleva fare che la

realtà vi vincesse la repubblica. Poi, siccome il secolo era tutto di

piacere, nulla di coscienza, come bene sel conobbe Buonaparte, i reali

dimenticarono tosto la realtà, i repubblicani la repubblica, e gli uni e

gli altri trassero cupidamente agl'imperiali allettamenti. Pochi

dall'una parte e dall'altra si ristarono; il secolo gli chiamò pazzi.

Delle potenze d'Europa l'Inghilterra, che non s'era mai ingannata sulle

qualità di Buonaparte, contrastava, ma invano; contrastava anche invano

il lontano ed ingannato Alessandro: la Turchìa, per timore della Russia,

si peritava; l'Austria doma taceva; la Prussia, che tuttavia per le sue

emolazioni verso l'Austria continuava ad ingannarsi, non solamente aveva

consentito, ma ancora esortato. Quest'era stato uno dei principali

fondamenti dell'ardimento di Napoleone. Primario confortatore a questi

consigli era il marchese Lucchesini ministro del re Federigo a Parigi.

Luigi decimottavo, re di Francia, che fino a questo tempo, forse per

qualche speranza, aveva più temperatamente che degli altri governi

Francesi, parlato e scritto di Buonaparte, a questo estremo atto di

assunzione di potenza, per cui ogni aspettazione di buon fine era tolta,

grandemente risentendosi, con gravissime parole contro l'usurpazione fin

dall'ultimo settentrione, dove esule dai suoi regni se ne stava,

protestò. Il Piemonte si confortava della perduta independenza per la

unione con chi comandava; Genova ingannata sperava almeno di conservar

l'antico nome; la repubblica Italiana, giacchè era perduta la libertà,

si prometteva almeno la potenza; la Toscana, che meglio di tutti

giudicava delle faccende presenti, non sapeva nè che sperasse, nè che

temesse; bene si doleva che i Leopoldiani tempi fossero perduti per

sempre; Napoli, già servo il regno di qua dal Faro, stava in dubbio se

almeno potesse conservar libero quello oltre il Faro. Il papa era

spaventato dalla grandezza di Napoleone; ma egli si confortava con le

promesse, con le adulazioni, ed ancor più con le richieste; imperciocchè

vedendo, che, poichè alle antiche consuetudini se ne tornava, non aveva

titolo legittimo, nè volendo ammettere la dottrina della sovranità del

popolo, perchè l'ammetterla era un confessare che chi faceva poteva

disfare, ed ei non voleva esser disfatto, il pontefice con grandissime

istanze, non purgate da qualche minaccia, richiedeva, che a Parigi se ne

venisse per consecrarlo imperatore. Parevagli che la consecrazione del

papa gli desse nell'opinione degli uomini quello, che per altre parti

gli mancava. Era certamente un gran fatto, che il capo supremo della

chiesa, in età già grave, in stagione sinistra, la lontana e straniera

terra se n'andasse per legittimare con la santità del suo ministerio

quello che tutti i principi d'Europa chiamavano o apertamente, o

occultamente una usurpazione. Per indurre il papa a questa

deliberazione, Napoleone gli prometteva, che se già molto aveva fatto a

benefizio della religione e della Santa Sede in Francia, molto più era

per fare, ove il papa consentisse alla consecrazione. Si trovava il

pontefice da queste domande molto angustiato, perchè dall'una parte

desiderava di satisfare a Napoleone, sperando di farne nascere frutti

profittevoli alla religione; dall'altra il confermare con la efficacia

del suo ufficio gli effetti della prepotenza militare, gli pareva duro e

disonorevole consiglio.

Tanto poi più se ne stava sospeso, quanto e Luigi decimottavo, e

l'imperatore di Germania, e quel di Russia, e il re medesimo

d'Inghilterra più o meno manifestamente il confortavano al non offendere

con un atto tanto strepitoso la maestà reale, ed i principj, sopra i

quali tutte le moderne sovranità si trovavano fondate. Non si

commettesse, dicevano, abbandonando gli amici antichi, alla fede di un

amico nuovo; la forza soldatesca non santificasse; la ruina d'Europa non

appruovasse; considerasse, fugaci essere le cose violente, rovinare di

per se stesse le eccessive; pensasse dopo quel nembo facilmente

dileguantesi dovere avere bisogno dei patrocinj antichi; non più

trattarsi di salvare la religione già salva, ma di salvare i seggi

antichi: o legittimità o usurpazione, o temperanza o tirannide, o leggi

o soldati, o civiltà o barbarie, di ciò trattarsi. Avvertisse finalmente

quanto enorme sarebbe, se il pontefice di Roma, se il capo della

cristianità si muovesse a santificar il sommo grado in chi usava la

religione per fraude, le promesse per inganno, le armi per

sovvertimento; vedesse la serva Italia, osservasse la tremebonda

Germania, riflettesse alla soggiogata Francia, e giudicasse se gli fosse

lecito, la dignità apostolica sua contaminando, onestare con sì solenne

dimostrazione ciò, che tutte le leggi divine ed umane condannavano.

Queste esortazioni grandemente muovevano il pontefice. Ciò non ostante

non gli sfuggiva, poichè al benefizio della religione aveva l'animo

intento, che la religione, per essere in Francia la parte avversa tanto

potente, per esservi la instaurazione tanto recente, per essere

Napoleone imperatore in tutte le cose sue tanto arbitrario e tanto

subito, maggiore pericolo vi portava, se a Napoleone non consentisse,

che in Austria e negli altri paesi cattolici della Germania, se ai

desiderj di Francesco imperatore non si uniformasse. Quanto alla Spagna,

piuttosto suddita che uguale alla Francia, per la divozione del principe

della Pace ai Buonapartidi, sapeva il pontefice, che la sua risoluzione

a favor di Napoleone vi sarebbe stata udita volentieri.

Da un altro lato il signore di Francia tanto si dimostrava amorevole e

lusinghiero verso la Santa Sede, che il papa venne in isperanza, non

solamente di tenerlo nei termini, ma ancora di volgerlo in quella parte

alla quale ei volesse. Confidava massimamente di poter conseguire

qualche utile modificazione negli articoli organici annestati da

Napoleone al concordato di Francia, e da Melzi a quello d'Italia.

Desiderava altresì, e sperava d'indurre Napoleone a dare qualche

larghezza di più al culto esteriore, al quale effetto erano corsi prima

non pochi dispareri, perchè Napoleone intendeva il culto pubblico ad un

modo, e Pio ad un altro. Nè dubitava punto che la presenza sua in

Francia efficacemente non avesse ad operare, perchè la religione meglio

si conoscesse, e meglio si amasse. Aveva anche difficoltà a persuadersi,

che una sì lunga e grave fatica, ed una tanta condiscendenza in un

affare di tanto momento per Napoleone, non fossero per ispirare al cuore

di lui, quantunque di soldato fosse, affetti più miti, e maggiore

agevolezza verso il Romano seggio.

Tutte queste cose molto bene e maturamente considerate, e co' suoi

cardinali parecchie volte ponderate, implorato anche l'ajuto divino,

siccome quegli che piamente da lui ripeteva ogni evento o prospero od

avverso, si deliberava a voler fare quello, che da tanti secoli non si

era veduto che alcuno fatto avesse. Per la qual cosa risolutosi del

tutto a voler posporre al benefizio della religione ogni altro umano

rispetto, convocati i cardinali il dì ventinove ottobre con queste gravi

ed affettuose parole loro favellava:

«Da questo medesimo seggio, venerabili fratelli, noi già vi annunziammo,

siccome il concordato con Napoleone imperatore dei Francesi, allora

primo consolo, era stato da noi concluso; da questo stesso vi

partecipammo la contentezza che aveva ripieno il nostro cuore, nel veder

volte novellamente, per opera del concordato medesimo, alla cattolica

religione quelle vaste e popolose regioni. D'allora in poi i profanati

tempj furono aperti e purificati, gli altari riedificati, la salvatrice

croce innalzata, l'adorazione del vero Dio restituita, i misteri augusti

della religione liberamente e pubblicamente celebrati, legittimi pastori

a pascere il famelico gregge conceduti, numerose anime dai sentieri

dell'errore al grembo della felice eternità richiamate, e con se stesse,

e col vero Dio riconciliate: risorse felicemente da quella oscurità in

cui era stata immersa, alla piena luce del giorno in mezzo ad una

rinomata nazione la cattolica religione.

«A tanti benefizj di gioja esultammo, e le esultazioni nostre a Dio

nostro signore dall'intimo del nostro cuore porgemmo. Questa grande e

maravigliosa opera non solamente ci riempiva di gratitudine verso quel

potente principe, che usò tutto il potere e l'autorità sua per fare il

concordato; ma ancora ci spinse, per la dolce ricordanza, ad usare ogni

occasione che si aprisse, per dimostrargli, tale essere verso di lui

l'animo nostro. Ora questo medesimo potente principe, il nostro

carissimo figliuolo in Cristo Napoleone imperatore dei Francesi, che con

le opere sue sì bene ha meritato della cattolica religione, viene a noi

significandoci, ardentemente desiderare di essere coi santi olj unto, e

dalle mani nostre l'imperiale corona ricevere, acciocchè i sacri

diritti, che sono in così alto grado per collocarlo, siano col carattere

della religione impressi, e più potentemente sopra di lui le celesti

benedizioni appellino. Richiesta di tal sorte non solo chiaramente la

religione sua, e la sua filiale riverenza verso la Santa Sede dimostra;

ma siccome quella che accompagnata da espresse dimostrazioni e promesse,

da speranza che sia la fede sacra promossa, e che siano le dolorose

ingiurie riparate; opera, che già ha egli con tanta fatica e con tanto

zelo in quelle fiorite regioni procurato.

«Voi vedete pertanto, venerabili fratelli, quanto giuste e gravi siano

le cagioni, che ad intraprendere questo viaggio c'invitano. Muovonci

gl'interessi della nostra santa religione, muoveci la gratitudine verso

il potente imperatore, muoveci l'amore verso colui che con tutta la

forza sua adoperandosi, ebbe in Francia alla cattolica religione libero

e pubblico esercizio procurato, muoveci il desiderio, che d'avanzarla

viemaggiormente in prosperità ed in dignità ci dimostra. Speriamo

altresì, che quando al cospetto suo giunti saremo, e con lui volto a

volto favelleremo, tali cose da lui a benefizio della cattolica chiesa,

sola posseditrice dell'arca di salvazione, impetreremo, che giustamente

con noi medesimi dello avere a perfezione condotto l'opera della nostra

santissima religione congratularci potremo. Non dalle nostre deboli

parole tale speranza concepiamo, ma dalla grazia di colui, di cui,

quantunque immeritamente, siamo il vicario sopra la terra, dalla grazia

di colui, che per la forza dei sacri riti invocato essendo, nei bene

disposti cuori dei principi discende, specialmente quando padri dei

popoli si mostrano, specialmente quando all'eterna salute intendono,

specialmente quando di vivere e di morire veri e buoni figliuoli della

cattolica chiesa deliberano. Per tutte queste cagioni, venerabili

fratelli, e l'esempio seguitando di alcuni nostri predecessori che la

propria sede lasciando, in estere regioni per promuovere la religione, e

per gratificare ai principi, che della chiesa bene meritato avevano,

peregrinarono, ci siamo ad intraprendere il presente viaggio deliberati,

avvengadiochè da tale risoluzione avessero dovuto allontanarci la

stagione sinistra, l'età nostra grave, la salute inferma. Ma non fia che

a tali impedimenti ci sgomentiamo, solo che voglia Iddio farci dei

nostri desiderj grazia. Nè fu il negozio, prima che ci risolvessimo, da

ogni parte ed attentamente non considerato. Stemmo dubbj, ed incerti un

tempo; ma con tali assicurazioni si fece incontro ai desiderj nostri

l'imperatore, che ci rendemmo certi, essere il nostro viaggio a pro

della religione per riuscire. Voi ciò sapete, che su di ciò a voi chiesi

consiglio: ma per non preterire quello che ogni altra cosa avanza,

sapendo benissimo, che conforme al detto della divina sapienza, le

risoluzioni dei mortali, anche di quelli che per dottrina e per pietà

più riputati sono, di quelli altresì, il cui parlare, quale incenso,

alla presenza di Dio sen sale, sono deboli e timide ed incerte, le

nostre fervorose preghiere al padre di ogni sapere indirizzammo,

instantemente richiedendolo, che ci sia fatto abilità di solo fare

quello che a lui piacer possa, solo quello che a prosperità ed

incremento della sua chiesa tornare prometta. Ecci Dio, al quale

coll'umile nostro cuore tante volte supplicammo, al quale nel suo sacro

tempio le supplici nostre mani alzammo, dal quale e benigna audienza ed

ajuto propizio in tant'uopo implorammo, testimonio, che niun'altra cosa

vogliamo, a niun'altra intendiamo, che alla gloria ed agli interessi

della cattolica religione, alla salute delle anime, all'adempimento

dell'apostolico mandato, a noi, quantunque immeritevoli, commesso. Di

questa medesima sincerità nostra voi stessi, venerabili fratelli, a cui

tutto apersi, siete testimonj. Adunque quando un negozio sì grande con

l'ajuto della divina assistenza vicino è a compirsi, qual vicario di

Dio, Salvator nostro, operando, questo viaggio, al quale tante e sì

ponderose ragioni ci confortano, imprenderemo.

«Benedirà, speriamo, il Dio d'ogni grazia i nostri passi, ed in questa

epoca nuova della religione con uno splendore di accresciuta gloria si

manifesterà. Ad esempio di Pio sesto di riverita memoria, quando a

Vienna d'Austria si condusse, abbiamo, venerabili fratelli, provveduto,

che le curie, e le audienze siano e restino secondo il solito aperte; e

siccome la necessità del morire è certa, il giorno incerto, così abbiamo

ordinato, che se durante il viaggio nostro a Dio piacesse di tirarci a

lui, si tengano i pontificj comizj. Infine da voi richiediamo, voi

instantemente preghiamo, che vi piaccia per noi sempre quell'affezione

medesima conservare, che finora ci mostraste, e che noi assenti, l'anima

nostra all'onnipotente Iddio, a Gesù Cristo nostro Signore, alla

gloriosissima sua Vergine madre, al beato apostolo Pietro, acciò questo

nostro viaggio, e felice sia nel corso, e prospero nel fine,

raccomandiate. La quale cosa, se, come speriamo, dal fonte di ogni bene

impetreremo, voi, venerandi fratelli, che di ogni consiglio nostro e di

ogni nostra cura foste sempre partecipi fatti, della comune contentezza

ancora voi parteciperete, e tutt'insieme nella mercè del Signore

esulteremo, e ci rallegreremo».

Giunto il pontefice sulle Francesi terre, fu per ordine dell'imperatore,

ed ancor più per la pietà dei fedeli in ogni luogo con riverenza veduto.

A Parigi, anche quelli che non credevano nè al papa, nè alla religione,

si precipitavano a gara, o per moda, o per vanità, o per adulazione,

alla sua presenza per esprimergli con parole sentimenti di rispetto.

Incoronava Napoleone il dì due decembre. Il fece l'imperatore aspettare

nella chiesa di Nostra Donna in Parigi un'ora prima che vi arrivasse:

vollero, quando il pontefice si mosse alla volta di lui, i pii

circostanti applaudire al venerando vecchio; furonne da Napoleone con

imperioso e forte segno impediti: partito da Nostra Donna il consecrato

ed incoronato Napoleone, fu lasciato Pio, come un uom del volgo,

avviluppato ed impedito fra l'immensa folla del popolo concorso; tristi

presagi dei casi avvenire. Napoleone consecrato diè nel campo di Marte

solennemente le imperiali aquile a' suoi soldati: le auliche insegne

della repubblica, che avevano veduto le Renane, Italiche, Egiziache

vittorie, lasciate nel fango, che era in quel giorno altissimo. Tanto i

soldati di tutti già erano divenuti soldati di un solo! Disprezzar la

gloria era segno, che non si sarebbe rispettata la libertà.

Andarono i magistrati, ed i capi dell'esercito a rendere omaggio

all'incoronato loro signore. Cervoni, antico compagno, vedendolo non più

così scarso del corpo, com'era una volta, con esso lui della prospera

salute si rallegrava. _Sì_, rispose il sire, _ora sto bene_.

LIBRO VIGESIMOSECONDO

SOMMARIO

Buonaparte creatosi imperatore di Francia, pensa a farsi

chiamare re d'Italia. Gl'Italiani gli si rappresentano a

Parigi, e il fanno pago di questo suo desiderio. Va a Milano

per incoronarsi re. Genova cambiata, ed unita a Francia. Festa

che danno i Genovesi all'imperatore e re. Dichiarazione di

Scipione de' Ricci vescovo di Pistoja, al papa, ed accoglienza

che il pontefice gli fa a Firenze. Astute insinuazioni dei

gesuiti ai principi, e loro rinstaurazione nel regno di

Napoli. Nuova guerra tra la Francia da una parte, l'Austria e

la Russia dall'altra, e sue cagioni. Massena generalissimo di

Francia, l'arciduca Carlo generalissimo d'Austria in Italia.

Battaglia di Caldiero. Strepitose vittorie di Napoleone in

Germania. L'arciduca si ritira dall'Italia: pace di Presburgo.

Napoleone toglie il regno a Ferdinando di Napoli, e per qual

cagione. Giuseppe, fratello di Napoleone, re di Napoli. Si fa

sangue nelle Calabrie. Battaglia di Maida tra Francesi ed

Inglesi. Accidenti delle bocche di Cattaro, e ferocia della

guerra Dalmatica. La Dalmazia e Ragusi riunite al regno

Italico.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V · 第 17 / 23 段