Veneta, dal Piemonte fino a Napoli con due governi, l'uno di nome,
l'altro di fatto. In Piemonte piuttosto Menou che Buonaparte regnava, in
Parma piuttosto Buonaparte che San Mery, a Genova piuttosto il consolo
che il senato, in Roma piuttosto il consolo che il papa, in Toscana
piuttosto Murat che Lodovico, in Napoli piuttosto Napoleone che
Ferdinando. Rotte e superbe erano spesso le intimazioni a tutti questi
Italiani governi. Solo Menou faceva quel che voleva, e dominava a suo
arbitrio. Il consolo gli comportava ogni cosa, e solo che l'Egiziano gli
toccasse che erano democrati coloro che si querelavano, tosto
l'appruovava ed il lodava. Pagava il Piemonte le tremende ambagi
d'Egitto. Gli altri obbedivano, chi per paura, chi per le ambizioni.
A questo tempo morì di febbre acuta il re Lodovico d'Etruria. Per la sua
morte fu devoluto il trono nell'infante di Spagna Carlo Lodovico, il
quale per essere minore d'età fu commessa la reggenza alla vedova
regina, Maria Luisa. Ma qual regno fosse devoluto all'infante bene
dimostrarono i comandamenti pubblicati nel tempo della sua assunzione da
Murat in Livorno, dando questa città, come dichiarata d'assedio, nel
governo de' suoi soldati. Mandava inoltre il generale buonapartico
truppe a Piombino, ed in tutto il littorale Toscano per impedire ogni
pratica cogl'Inglesi, arrestava gl'Inglesi, prendeva le loro navi sorte
nel porto, e molestava co' suoi corsari, che uscivano da Livorno, i
traffichi Inglesi. Queste cose faceva, perchè, dopo breve pace, era
sorta nuova guerra con la Gran Brettagna. Prendeva in mezzo a queste
insolenze forestiere nel mese d'agosto possessione del regno Carlo
Lodovico sotto tutela della regina madre. Giurarono fedeltà il senato
Fiorentino, i magistrati, i deputati delle principali città. Furonvi
corse di cocchi, emblemi, luminarie, fuochi artificiati, e le solite
poesie elogistiche. Non solamente si lodava Carlo Lodovico, ma ancora
Murat ed il consolo, gli chiamavano instauratori d'independenza, dolci e
giusti governatori di popoli.
Le Toscane cose vieppiù turbava un insolito e doloroso accidente,
conciossiachè sorse in sul finire dell'autunno del milleottocentoquattro
nella egregia città di Livorno una pestifera infermità, alla quale diede
occasione, siccome pare, la state che trascorse in quell'anno, sotto il
dominio continuo di venti australi, oltre al solito calda e piovosa. La
quale infermità da alcuni chiamata febbre gialla, da altri vomito nero,
nomi l'uno e l'altro che a lei molto bene si confanno, pei segni strani
che l'accompagnano. Incominciò ad infierire nelle parti più basse, più
fitte e più sucide della città, per modo che a questi toglieva la vita
in sette giorni, a chi in cinque, a chi in tre, ed a chi ancora nel
breve giro di un giorno. Dire quali e quanti fossero gli effetti, che,
in chi ella s'appiccava, ingenerasse, fora materia assai lunga e
difficile, perchè chi assaliva ad un modo e chi ad un altro, ed era
molto proteiforme. Pure sormontavano sempre i due principali segni, che
il corpo, massimamente il busto, e prima e dopo morte, giallo divenisse,
e certo sozzume nero a guisa della posatura del caffè in copia lo
stomaco recesse. Nè più facilmente nei cagionevoli, che nei sani
s'accendeva il mortale morbo; perciocchè si vedevano spesso giovani
gagliardi passarsene dallo stato il più florido di salute fra brevissimo
tempo in fine di morte. Nè uno era nei diversi tempi l'aspetto del
morbo, tre particolarmente notandosene: in sul primo poco aveva, che
dalle solite ardenti febbri il differenziasse: l'insulto primo
accompagnava un ribrezzo di freddo, massimamente lungo il dorso ed alla
regione dei lombi, doleva acerbamente il capo, ma più alle tempia ed
alla fronte, che altrove, dolevano in singolar modo le membra alle
giunture, gli occhi accesi e come pieni di sangue; duri e presti i
polsi: la pelle ardeva di calore intensissimo, nè godeva l'ammalato del
benefizio del ventre, e delle orine. Augurio funesto erano
principalmente un molesto senso alla forcella dello stomaco, ed una
inclinazione al vomitare. Questo primo tempo concludeva una grande
insidia, per modo che quando più pareva al malato, ai parenti ed agli
amici vicina la guarigione, più vicina era la morte. Tutto il mortifero
apparato s'attutiva ad un tratto, e cessata la febbre, se un leggieri
sudore ed una somma debolezza si eccettuavano, sano si mostrava il
corpo, ed a perfetta salute inclinante. Ma ecco improvvisamente, e dopo
il breve spazio di poche ore, sorgere nuova e più fiera tempesta; che la
molestia della bocca dello stomaco diveniva dolore acerbissimo, e dalla
regione del ventricolo a quella del fegato si estendeva; nè il toccare
queste parti, ancorchè leggierissimo fosse, era a modo alcuno
sopportabile all'ammalato. Abborriva da ogni cibo e da ogni bevanda; gli
occhi rossi, gialli si facevano, gialle ancora le orine e giallo il
corpo, la faccia ed il collo più di ogni altra parte il giallore
vestivano. Lo stomaco impaziente vomitava ogni presa vivanda, benchè
leggierissima fosse; ovvero pretta bile, o bile mista a vermini buttava.
A questo si aggiungevano oppressione ai precordi, sospiri frequenti,
purgamenti del corpo fetidissimi, liquidi, e come di color di cenere. Nè
regola certa più restava ai medicanti per giudicar del male; perchè i
polsi ad ogni momento variavano; ora tardi, ora celeri, ora piccoli, ora
spiegati, ora urtanti, ora languidi, ora depressi, mostravano che se
insorgeva qualche volta natura, invano ancora insorgeva, superando la
prepotente forza del morbo. In mezzo a tanto tumulto, come se chi era
per morire meglio dovesse vedere la sua morte, libera si conservava la
mente ed intiera. Succedeva tantosto l'ultimo tempo più vicino a morte,
in cui tremavano le membra, i reciticci divenivano, non più di muchi o
di bile, ma di materia nera fetidissima, come di sangue putredinoso e
marcio. Trasudava anche, e spesso in gran copia dalle gengive, e dalle
fauci questo nero sangue; e così ancora dalle narici, e dal fondamento,
e dall'utero copiosamente usciva: ogni cosa si volgeva a putredine ed a
mortificazione. Bruttavano la pelle o macchie nere a guisa di piccoli
punti, o larghi lividori a guisa di pesche, massimamente in quei luoghi
a cui si appoggiava il corpo. Facevano la bocca disforme ed orrida, le
labbra turgidissime e nere: gli occhi lagrimosi e tristi ogni vivo lume
perdevano; quindi il delirio, od il letargo fra le convulsioni, ed un
mortale freddo di membra la vita troncavano. Chi moriva nel primo, chi
nel secondo, chi nel terzo tempo. Ma quando prima la malattia invase,
più morivano nel primo che nell'ultimo; più nell'ultimo, che nel primo,
ma non molti, quando già trascorsi essendo circa due mesi, o fosse per
l'abitudine dei corpi, o fosse per la diminuzione delle cagioni, già era
stata ammansita la ferocia del funesto influsso. Pessimi presagi erano
la violenza della prima febbre, i dolori acutissimi delle membra,
massime al petto, l'affanno sommo, la prostrazione delle forze, il
vomito pertinace e nero, il comparire sulle prime il giallore,
l'aggravarsi lo spirito, il chiudersi la via delle orine, il singhiozzo:
ottimi la moderata febbre, il vomito raro e mucoso senza putridume, il
giallore tardo, la transpirazione libera, il corpo lubrico, ma di bile,
non di sangue, e il non tremare, e il non prostrarsi. Per le orine
trovava per ordinaria via la natura a discacciare il veleno mortifero;
imperciocchè quando copiose ed intensamente gialle fluivano,
annunziavano l'esito felice. Ma non una era la maniera del guarire;
conciossiachè si è veduto lo uscire improvvisamente e copiosamente
sangue dalla bocca e dalle narici, chiamare inaspettatamente a vita chi
già pareva preda d'inevitabil morte. Furono viste femmine guarite dal
correre improvviso di mestrui abbondanti: fu visto lo sconciarsi della
concetta creatura, ed il copioso versarsi del sangue che ne
conseguitava, redimere la sofferente madre dalla fine imminente. Crudo
era il male, e nemicissimo alla vita: funeste vestigia, anche già quando
se n'era ito, nei corpi lasciava: lunghe, tristi, penose si vedevano le
convalescenze: chi restava stupido lungo spazio, chi tremava, chi
spaventato da funeste fantasime passava malinconici i giorni, spaventose
le notti, miserabili segni che stata era vicina la morte. Strana ed
orrenda contaminazione di corpi, che spesso, oltre le raccontate
alterazioni, insolite apparenze induceva: a questo veniva in odio
l'acqua, come se da cane arrabbiato morso fosse: a quello la vista si
pervertiva, o doppio, o più grande del solito vedendo: a quest'altro
gonfiavano straordinariamente le parotidi: a chi venivano bollicine
piene di umore corrosivo in pelle, ed a chi pioveva sangue dagli
orecchi. Escoriavasi la pelle, come se dal fuoco bruciata fosse, in quei
luoghi dove la suffusa bile si spargeva: trascolava dai vescicatorj una
linfa intensamente verde, simile piuttosto al sugo di cicoria che ad
altro, la quale sì caustica e sì pungente natura aveva, che la pelle
delle toccate membra dolorosamente infiammava, e tostamente cancrenava.
Più feroce infierì il male contro i giovani robusti, più mite contro i
deboli, contro i vecchi, contro le donne. Ma le gravide quasi tutte, che
prese ne furono, morirono: i fanciulli passarono quasi tutti indenni.
L'intemperanza di ogni genere, specialmente il darsi al bere eccessivo
del vino e degli spiriti, ed il gozzovigliare, ed il trascorrere nei
cibi cagionavano e più certa malattia, e più certa morte.
Ogni cosa poi sozza così dentro come fuori; imperciocchè negli sparati
cadaveri le narici si vedevano imbrattate di nero sangue, e la morta
bocca recere ancora, tanto n'era pieno il corpo, quel sucidume nero e
fetido, che nelle ultime ore della vita da lei pioveva. Pieno ancor
esso, e zeppo e gonfio di questo medesimo putridume infame e nero si
trovava il ventricolo, roso oltre a ciò da serpeggiante cancrena, e rosi
gl'intestini; la rete chiamata dai medici omento, rosa del tutto,
mostrava quanta forza di distruzione l'orribile malore avesse. Un fluido
rosso e giallastro, come di bile mista a sangue, il cavo torace
ingombrava; e sangue nero e putredinoso tutti aveva pieni i polmoni,
cospersi ancor essi di macchie livide e cancrenose; livido ed infiammato
il setto trasverso; livida e di corrotto sangue piena la milza; livido,
molle, putredinoso e di colore, come se cotto fosse, il fegato, sul
quale, e così sul ventricolo pareva essersi specialmente scagliata con
tutti i suoi effetti più tremendi la pestilenza. Insomma o putridume
sanguinolente, o sangue nero, o infiammazione vicina a sfacelo, o
distruzione intiera di parti in quel luogo, e nelle più vitali viscere
si discoprivano. Nè perchè la funesta corruttela tali mortiferi effetti
producesse, lungo tempo richiedevasi; che anche in coloro, i quali nel
breve spazio di ventiquattr'ore restavano morti, si scorgeva che uno
sfacelo universale, che un'aura venefica aveva il corpo tutto invaso, ed
allo stato di morte ridotto, che tale vide, tale descrisse con singolar
medica maestrìa questa esiziale infermità il dottor Palloni, mandato dal
Toscano governo a vedere, se alcun senno, od umano provvedimento contro
la medesima valesse. Nè solamente i visceri, che più vicini e
concorrenti all'opificio della digestione, quali sono per esempio il
fegato ed il ventricolo, ma ancora i più segregati e più lontani erano
da lei tocchi e contaminati; posciachè la vescica, che serve di
ricettacolo alle orine, vuota si rinveniva e di strisce sanguinose
listata: il cerebro stesso, fonte principale di vita, ed i suoi
proteggitori invogli col sozzo aspetto di vasi sanguigni strapieni, e
con le cavità bruttate di un fluido sviato e giallastro alla vista si
appresentavano. Corrotta era a bile, corrotta e sparsa per tutto il
corpo dei miseri contaminati. Pessimi il quinto e settimo giorno; pure
notati di morti frequenti anche il primo, il secondo ed il terzo; in
alcuni, ma rari, indugiò la morte insino al decimoterzo, od al
decimoquarto.
Varj furono gli argomenti usati dai medici per domare la dolorosa
infermità; ma i più semplici, come suole, riuscirono anche i più
vantaggiosi. Tenere il ventre libero col calomelano e con la gialappa,
buono; buono promovere il sudore; buonissime le limonee con qualche
piccola dose di tartaro emetico; utili i fomenti caldi, in cui fosse
stata cotta senape. Nè mancò di sovvenire efficacissimamente agli
ammalati l'acido nitrico, massimamente quando si usava in sulle
complessioni deboli, e quando, essendo già molt'oltre trascorso il male,
le emorragìe, il vomito nero, ed altri segni la incominciata
dissoluzione del corpo indicavano. Deteriorava pei vescitatorj la
condizione degli ammalati; pure giovarono in qualche caso applicati alla
regione del sottoposto ed infestato fegato. Le orine soppresse la
digitale purpurea giovava. Ma forte e sopra tutti supremo rimedio
mostrossi l'aria pura, e spesse volte rinnovata, della quale tanta era
l'efficacia, che per lei, anche a piccola distanza, si distruggeva la
venefica qualità, ed il fomite stesso del male.
Dall'altro canto si vedeva, che per l'aria pregna di esalazioni animali
si trasportava da uomo a uomo facilmente il morbo, e più fieramente
l'infettato tormentava. Serve di argomento a compruovare questo
accidente, che le contrade più piene d'immondizie, e meno ventilate
della città, e le case dei poveri furono le più miseramente contaminate.
Al contrario le contrade spaziose, e le case commode, pulite e di aria
aperta e libera o andaronne esenti, o non peggiorovvi, o non vi
appiccossi da corpo a corpo la corruzione; che anzi nel contaminato
individuo si contenne, gli assistenti, i parenti, i medici, i ministri
di Dio immuni lasciando. La quale cosa questa malattia dalle altre
contagiose febbri, e specialmente dalla peste d'Egitto differenzia, il
cui veleno largamente e lontanamente si appicca. Nè in contado si
propagava, abbenchè continuamente infinite persone, ed infinite
mercanzie da contrada a contrada, e dalla città nel contado si
trasportassero e si diffondessero. Nè l'uomo sano, ancorchè nella
vicinanza degli ammalati vissuto fosse, mai ad altri la infezione, se
prima egli medesimo tocco dalla malattia stato non fosse, comunicava; nè
per gl'individui sani delle contaminate famiglie, nè per gli arnesi
loro, nè per le altre suppellettili delle case giammai fuori la
corruzione si avventava; e sì pure che le monete, le carte, le merci
tutte in un continuo giro, ed in un indistinto commercio dentro e fuori
della città versavano. L'abitudine, per un mirabile e non conosciuto
artifizio dei nostri corpi, al malefico influsso gradatamente
avvezzandogli, gli salvava. Infatti pel funesto male che tanti fra la
minuta gente toglieva di vita, un solo ministro di Dio, tre soli
ministri di salute perirono, quantunque e gli uni e gli altri
frequentissimamente, e con tutta cura agl'infettati assistessero. E
quanta fosse la forza del rinnovato aere a domare l'acume del veleno,
confermò visibilmente il provvedimento dato da chi reggeva nell'ospedale
di San Iacopo, il quale quasi a riva il mare situato, ed ottimamente a
salute edificato, di un'aria libera, sfogata e purissima godeva;
conciossiachè non così tosto gl'infetti, ancorchè languidi, oppressi, e
già quasi vinti fossero dalla malattia, la soglia di quel salutifero
edifizio toccavano, ed in lui riposti erano, che i vitali spiriti in
loro si rinvigorivano mirabilmente, e dalle angosce più crudeli
subitamente ad un confortevole stato passavano. Toscano pregio fu
rimedio all'inquilino morbo, perchè oltre alla purezza procurata
dell'aria, la pulitezza delle case, la nettezza delle vestimenta, la
mondezza dei corpi, qualità tanto eminenti nel Toscano paese, sovvennero
agl'infermi, e per sanargli bastarono le consuete abitudini. Nè anco in
così nemico tempo si scoverse quel fine crudele di schifare, e di
fuggire gl'infetti per acquistar salute: a tutti rimasero i debiti
sussidi o per la carità dei parenti, o per l'amorevolezza degli amici, o
per la pietà dei cherici, o per la provvidenza del pubblico; dei quali
vantaggi debbono i Livornesi o ad una maggiore civiltà, od a più celesti
inspirazioni restare obbligati.
Adunque se oltre una naturale disposizione dei corpi, a restare
contaminato dal morbo abbisognavano o la vicinanza, o il contatto
dell'uomo ammalato, o delle robe che a suo uso avevano servito nel corso
della malattia, se l'aria stagnante e chiusa, e zeppa di animali effluvi
la dava, se l'aria aperta o sfogata o l'allontanava o l'alleggiava, se
le persone sane, benchè vissute in prossimità degl'infetti, e le merci
da loro tocche, solo che al puro e ventilato aere esposte fossero,
l'infezione fuori della città non trasportavano, e se finalmente il
medesimo aere ventilato e puro il malefico fomite presso al suo fonte
stesso, cioè all'ammalato, distruggeva ed annientava, si deduce, che, o
l'accidente mortifero di Livorno, quantunque avesse in se raccolti tutti
i segni di quel morbo, che alcuni febbre gialla, altri vomito nero
appellano, era nondimeno molto dal medesimo diverso, opinione non
verisimile, perciocchè i segni indicano identità di natura, o che il
terrore e la mossa immaginazione l'hanno in altri paesi fatto parer
diverso da quello ch'egli è veramente, tassandolo di contagio, quando
veramente contagioso non è a modo delle malattie, che i medici chiamano
specialmente con questo nome, come per cagion d'esempio la peste di
Egitto. Nè dimorerommi io a dire come in Livorno stato fosse recato;
perchè, se il vi recasse, come corse fama, un bastimento venuto da Vera
Croce, è incerto, siccome ancora è incerto, se da altro contagio
qualunque, o se da mera disposizione del cielo piovoso e caldo, come
alcuni credono, e pare più verisimile, ingenerato e sorto fosse. Certo è
bene, ch'ei fu contaminazione schifosa ed abbominevole, e che funestò
per numerose morti Livorno, spaventò le città vicine, tenne lunga pezza
dubbiosa ed atterrita l'Europa per la fama delle province devastate in
America. Queste cose ho voluto raccontare con quella maggiore semplicità
che per me si è potuto, acciocchè la nuda verità meglio servir potesse a
far conoscere per forza di comparazione, la natura ed i rimedi di un
male, che omai minaccia di voler accrescere la soma di tutti quelli che
già pur troppo affliggono la miseranda Europa.
Ordinate col consentimento del papa le faccende religiose in Francia, si
rendeva necessario che il consolo le acconciasse coll'intervento
pontificio nell'Italica; imperciocchè il pontefice non aveva tralasciato
di muovere querele intorno alle deliberazioni prese senza che la potestà
sua fosse non che consenziente, richiesta, nell'Italiana constituzione.
Il consolo per un suo gran fine voleva gratificare al papa. Per la qual
cosa, dopo alcune pratiche tenute a Parigi tra il cardinal Caprara,
legato della santa sede, e Ferdinando Marescalchi, ministro degli affari
esteri della repubblica Italiana, fu concluso il dì sedici settembre, in
nome del pontefice e del presidente un concordato, l'importar del quale
fu quasi in tutto conforme al concordato di Francia. Ma bene ne ampliò
le condizioni a favore della potestà secolare Melzi vice-presidente,
nodrito nelle dottrine leopoldiane. Decretava, che la facoltà di vestire
e di ammettere alla professione religiosa fosse ristretta agli ordini,
conventi, collegi monasteri, che per istituto fossero dediti
all'istruzione ed educazione della gioventù, alla cura degl'infermi o ad
altri simili uffizi di speciale e pubblica utilità; che per vestire, o
far professione religiosa individuale, e per la promozione agli ordini
sacri, il beneplacito del governo si richiedesse; che la libera
comunicazione dei vescovi colla santa sede non importasse nè devoluzione
di cause da trattarsi in via contenziosa avanti i tribunali, nè
dipendenza alcuna dall'autorità spirituale nelle cose di privata
competenza dell'autorità temporale; che le bolle, i brevi, ed i
rescritti della corte di Roma non si potessero recare in uso esteriore e
pubblico senza il beneplacito del governo; che solamente i sacerdoti,
gl'iniziati negli ordini sacri, i chierici ammessi nei seminari
vescovili, ed i vestiti o professi negli ordini religiosi fossero esenti
dal servizio militare; che il governo non darebbe mano forte per
l'esecuzione delle pene esterne ordinate dall'autorità ecclesiastica per
correggere gli ecclesiastici delinquenti, e gli appellanti dalle
medesime, se non se in caso di abuso manifesto, ed osservati sempre i
confini ed i modi della rispettiva competenza; finalmente, che la
vigente disciplina della chiesa nella sua attualità, salvo il diritto
della tutela e giurisdizione politica, si mantenesse. Sane e salutari e
necessarie guarentigie erano queste in pro ed a conservazione
dell'autorità secolare; imperciocchè la religione cattolica ha più che
qualunque altra, modo d'influire per mezzo de' suoi ministri, che sono
uomini, nelle deliberazioni dei reggitori dei popoli, e verso di lei
debbonsi da questi usare cautele efficaci, perchè siano salvi la libertà
ed i diritti della potestà temporale. Ma le sentì molto gravemente il
pontefice, e vivamente se ne dolse col presidente. Egli si temporeggiava
alle risposte, e nelle solite ambagi avviluppandosi, nè dava, nè
toglieva speranza di ammendazione. Intanto, quantunque il concordato
Italico, e massime il decreto del vice-presidente fossero più accetti a
chi amava le dottrine Pistojesi, e le riforme di Leopoldo, che ai
papisti, servirono ciò non ostante a tranquillare le coscienze timorate
del popolo, il quale avendo sempre perseverato nella fede, e nella
riverenza verso il papa, vedeva malvolentieri le dissensioni con Roma:
ed ora della ristorata concordia si rallegrava. I magistrati, i preti, i
filosofi, i soldati, il popolo predicavano il presidente unico: il
buonapartico nome a tutti sovrastava, ed a tutto.