intanto i mandatori; un inesorabile governo con le tasse gli conquideva.
Dolevansi e delle perdute sostanze, e degli innumerevoli oltraggi, e
della durissima servitù: le grida degli straziati a Milano furono
soffocate dalle grida dei festeggianti a Lione. A Lione si discorreva, e
si obbediva. Allungato il farne pubblica dimostrazione quanto potesse
parere dignità e sufficienza di discussione, arrivava il consolo: era
l'undici gennajo; Lionesi e Cisalpini a gara accorrevano. Era spettacolo
grande a chi mirava la scorza, compassionevole a chi dentro, perchè là
si macchinava di spegnere per legge la libertà, che già innanzi era
perita per abuso. Ognuno maravigliava la dolcezza, e la semplicità del
consolo: pareva loro, che fossero parte di grandezza; le adulazioni
sorgevano. I repubblicani, se alcuno ve n'era, si rodevano, ma
s'infingevano, non tanto per non esser tenuti faziosi, quanto per non
esser tenuti pazzi o sciocchi; che già con questi nomi cominciava a
chiamargli l'età. Buonaparte metteva mano all'opera; chiamava i
presidenti delle congregazioni, e con loro discorreva intorno alla
constituzione: ora approvava, ora emendava, ora domandava consiglio.
Contradditor benigno, e docile alle risposte, pareva, che da altri
ricevesse quello che loro dava. Chi conosceva l'intrinseco, ammirava
l'arte; chi l'ignorava, la molestia. Infine dai discorsi permessi si
venne alla conclusione comandata: fu appruovata la constituzione; parve
buono e fondamentale ordine quello dei collegi elettorali: nominolli per
la prima volta il consolo su liste doppie presentate dalle
congregazioni. Ma non s'era ancor toccato il principal tasto, per cui
mezza Italia era stata fatta venire in Francia. Meno una constituzione,
che un esempio si aspettava dagl'Italiani. Trattavasi di nominare un
presidente della Cisalpina. Importava la persona, importava la durata
del magistrato: a Buonaparte non piacevano i magistrati a tempo. Fu data
l'intesa ai Cisalpini, perchè il chiamassero capo della repubblica, e
gli dessero il magistrato supremo di presidente per dieci anni, e
potesse essere rieletto quante volte si volesse. Avevano queste due
deliberazioni qualche malagevolezza, parte coi Cisalpini, parte con le
potenze, per la evidente dipendenza verso Francia, se il consolo fosse
padrone della Cisalpina. Importava anche il confessare, che niun
Cisalpino fra i Cisalpini fosse atto a governare: alcuni andavano alla
volta di Melzi. I ministri di Buonaparte fecero diligenze coi
partigiani, ora lodando Melzi, ora asseverando, che avrebbe grande
autorità nei nuovi ordini. Ebbero le arti il fine desiderato.
Appresentaronsi colla deliberazione fatta i Cisalpini al consolo, nella
quale era tanta adulazione di lui, e tanta depressione di loro medesimi,
che non credo che nelle storie vi sia un atto più umile, o più
vergognoso di questo. Confessarono, e si sforzarono anche di pruovare
con loro ragioni, a tanto di viltà gli aveva ridotti, che nissun
Cisalpino era, che idoneamente gli potesse governare. Gradì il consolo
nelle umili parole i proprj comandamenti: disse, che domani fra i
convocati Cisalpini in pubblica adunanza sederebbe. Accompagnato da
ministri di Francia, dai consiglieri di stato, dai generali, dai
prefetti, e dai magistrati municipali di Lione fra le liete accoglienze
ed i plausi festivi dei Cisalpini, in alto seggio recatosi così loro
favellava: «Hovvi in Lione, come principali cittadini della Cisalpina
repubblica appresso a me adunati: voi mi avete bastanti lumi dato,
perchè l'augusto carico a me imposto, come primo magistrato del popolo
Francese, e come primo creator vostro riempire io potessi. Le elezioni
dei magistrati io feci senza amore di parti o di luoghi: quanto al
supremo grado di presidente, niuno ho trovato fra di voi, che per
servigi verso la patria, per autorità nel popolo, pel sceveramento di
parti abbia meritato, ch'io un tal carico gli commettessi. Muovonmi i
motivi da voi prudentemente addotti; ai vostri desiderj consento.
Sosterrò io, finchè fia d'uopo, la gran mole delle faccende vostre.
Dolce mi sarà fra tante mie cure l'udire la confermazione dello stato
vostro, e la prosperità dei vostri popoli. Voi non avete leggi generali,
non abitudini nazionali, non eserciti forti: ma Dio vi salva, poichè
possedete quanto gli può creare, dico popolazioni numerose, campagne
fertili, esempio da Francia».
Questo favellare superbo del consolo fu da altissimi plausi e di
Francesi e di Cisalpini seguitato. La servitù era dall'un de' lati
mitigata dall'imperio sopra i forestieri, dall'altro amareggiata dal
vilipendio; pure lietissimamente applaudivano i servi doppi come se
onorati, e liberi fossero. Dimostrarono desiderio che la repubblica
(quest'era un concerto coi più fidi) non più Cisalpina, ma Italiana si
chiamasse, cosa molto pregna massimamente in mano di Buonaparte.
Consentì facilmente il consolo. Riprese, adulando, le parole Prina
Novarese, il quale essendo di natura severa ed arbitraria, molto bene
aveva subodorato il consolo, ed il consolo lui, e si voleva far innanzi
al dominare. Piacque, e per rimunerazione fu fatto grande.
Chiamarono gl'Italici ad alta voce il consolo presidente per dieci anni,
e rieleggere si potesse. Ebbe Melzi luogo di vice-presidente. Era Melzi
uomo generoso, savio, molto amato dagl'Italiani: pendeva all'assoluto,
ma piuttosto per grandezza, che per vanità.
Restava che si ordinasse la constituzione. Cominciossi dagli ordini
ecclesiastici. Fosse la religione cattolica, apostolica e Romana,
religione dello stato; ciò non ostante i riti acattolici liberamente si
potessero celebrare in privato; nominasse il governo i vescovi,
gl'instituisse la santa sede; nominassero i vescovi ed instituissero i
parochi, il governo gli appruovasse; ciascuna diocesi avesse un capitolo
metropolitano ed un seminario; i beni non alienati si restituissero al
clero; si definissero le congrue in beni pei vescovi, pei capitoli, pei
seminarj, per le fabbriche, fra tre mesi; si assegnassero pensioni
convenienti ai religiosi soppressi; non s'innovassero i confini delle
diocesi; per gl'innovati si domandasse l'appruovazione della santa sede;
gli ecclesiastici delinquenti con le pene canoniche fossero dai vescovi
puniti; se gli ecclesiastici non si rassegnassero, i vescovi
ricorressero al braccio secolare; se un ecclesiastico fosse condannato
per delitto, si avvisasse il vescovo della condanna, acciocchè quanto
dalle leggi canoniche fosse prescritto, potesse fare: ogni atto
pubblico, che i buoni costumi corrompesse, od il culto, od i suoi
ministri offendesse, fosse proibito; niun paroco potesse essere sforzato
da nissun magistrato a ministrare il sacramento del matrimonio a
chiunque fosse vincolato da impedimento canonico. A questo modo fu
ordinata la chiesa Italiana nella Lionese consulta. Alcuni capi,
ancorchè laudabili e sani, toccavano la giurisdizione ecclesiastica, e
sarebbe stato necessario l'intervento del pontefice. Nondimeno con
acconcio discorso a nome di tutto il clero Italico assentiva
l'arcivescovo di Ravenna, assentimento non necessario, se l'autorità
civile aveva dritto di fare quello che fece, non sufficiente, se
l'intervento dell'autorità pontificia era necessario. Ma il consolo su
quelle prime tenerezze d'amicizia col papa non aveva timore, e sapeva
che l'ardire comanda altrui.
Quanto agli ordini civili, i tre collegi dei possidenti, dei dotti, e
dei commercianti erano il fondamento principale della repubblica: in
loro era investita l'autorità sovrana. Ufficio dei collegi fosse
nominare i membri della censura, della consulta di stato, del corpo
legislativo, dei tribunali di revisione e di cassazione, della camera
dei conti. Ancora accusassero i magistrati per violata constituzione, e
per peculato; finalmente i dispareri nati tra la censura ed il governo
per accuse di tal sorte definissero. Sedessero i possidenti in Milano; i
dotti in Bologna, i commercianti in Brescia: ogni biennio si adunassero.
Magistrato supremo era la censura; componessesi da nove possidenti, da
sei dotti, da sei commercianti; sedesse in Cremona; desse per se, e
giudicasse le accuse date per violata constituzione e per peculato;
cinque giorni dopo la fine delle adunanze dei collegi si adunasse; dieci
giorni, e non più sedesse. Ordine buono era questo, ma l'età servile il
rendeva inutile.
Fosse il governo della repubblica commesso ad un presidente, ad un
vice-presidente, ad una consulta di stato, ai ministri, ad un consiglio
legislativo. Avesse il presidente la potestà esecutiva, il
vice-presidente nominasse; fossero i ministri tenuti d'ogni loro atto
verso lo stato.
Ufficio della consulta fosse l'esaminare ed il concludere le instruzioni
pei ministri presso le potenze, e l'esaminare i trattati. Potesse nei
casi gravi derogare alle leggi sulla libertà dei cittadini, ed
all'esercizio della constituzione: provvedesse in qualunque modo alla
salute della repubblica. Se dopo tre anni qualche riforma giudicasse
necessaria in uno o più ordini della constituzione, sì la proponesse ai
collegi, ed i collegi definissero.
Aveva il consiglio legislativo facoltà di deliberare intorno ai progetti
di legge proposti dal presidente, e di consigliarlo sopra quanti affari
fosse da lui richiesto.
Il corpo legislativo statuisse le leggi proposte dal governo, ma non
discutesse, nè parlasse: solo squitinasse.
Tali furono i principali ordini della constituzione dell'Italiana
repubblica, forse i migliori, massime i tre collegi ed il magistrato di
censura, che Buonaparte abbia saputo immaginare.
Letta ed accettata la constituzione, se ne tornava il consolo, traendo a
calca e con acclamazioni il popolo, nel suo Lionese palazzo. Poscia,
ricevute le salutazioni degl'Italici, e nominati i ministri, si avviava,
contento del successo del suo Italiano sperimento, al maraviglioso e
maravigliato Parigi.
Fecersi molte allegrezze nell'Italiana repubblica per la data
constituzione, e per l'acquistato presidente le adulazioni montarono al
colmo, fastidiose per uniformità. Presersi solennemente i magistrati
secondo gli ordini nuovi; Melzi, prendendo il suo, parlò magnificamente
del consolo, modestamente di se, acerbamente dei predecessori; toccò
principalmente delle corruttele. Il lusso fu grande; Melzi viveva da
principe, ma non con grandezza affettata. Essendo il presidente lontano,
pareva l'indipendenza maggiore; i soldati si descrivevano, ed in buoni
reggimenti si ordinavano. Prina, ministro di finanza, talmente rendè
prospera la rendita dello stato, che non ostante il tributo annuo che
pagava alla Francia, erano le casse piene, i pagamenti agevoli. Le
lettere e le scienze fiorivano, ma più le adulatorie che le libere. Chi
voleva favellare con qualche libertà, era posto dove nissuno il poteva
più udire. La consulta di stato, che per questo era stata creata,
siccome quella che era docilissima, sapeva fare star cheto chi avesse
voglia di parlare. Seppelo Ceroni, giovane d'ingegno vivo e generoso,
che per qualche verso, che toccava d'independenza, andò carcerato, poi
esiliato; con lui si trovarono nelle male peste Teuillet, generale
Italiano, Cicognara, ed alcuni altri, solo per aver lodato i versi di
Ceroni. Le quali cose udite dagli altri poeti e letterati, si misero in
sul più bello dell'adulare. Diceva Buonaparte, che era tempo di mettere
il freno; nel che aveva tutta la ragione; ma il male fu, che il mise
ugualmente sul favellar bene, e sul favellar male. Molte cose si
scrissero in quell'età; nissuna che avesse nervo, se non forse qualche
imprecazione contro l'Inghilterra, perchè le imprecazioni contra di lei
erano diventate parte d'adulazione. Nissuna cosa si scrisse che avesse
dignità, serpeggiando l'adulazione per tutto; nissuna che avesse novità,
perchè la lingua ed i pensieri erano levati di peso dalla lingua e dai
libri Francesi, e neanco dai buoni, ma dai più cattivi; i più insipidi
libricciattoli, le più informi gazzettacce servivano d'esemplare. Buon
modo aveva trovato Buonaparte presidente perchè gli scrittori non
facessero scarriere; questo fu di arricchirgli, e di chiamargli ai primi
gradi. Pareva loro un gran fatto, ed accettando il lieto vivere,
tacevano, o adulavano. Tuttavia qualche volta il mal umore gli assaliva,
e negl'intimi simposj loro si sfogavano, e si divertivano a spese del
presidente di Parigi. Il sapeva e ne rideva, perchè non gli temeva.
Insomma la letteratura fu servile, le finanze prospere, i soldati
ordinati, l'independenza nulla. Pure un certo sentimento dell'essere e
del vivere da se nasceva, e si propagava negli animi, che col tempo
avrebbe potuto fruttare. Melzi, uomo di natura tutta Italiana, e che
amava l'Italia, nodriva questi pensieri con arte; il che giunto alla
grandezza del suo procedere aveva molta efficacia. Questi andamenti non
piacevano al presidente; e però nol teneva più in quella grazia, in cui
l'aveva per lo innanzi.
Fra tutto questo sorgevano opere di singolare magnificenza; il foro
Buonaparte, come il chiamavano, fondossi nel luogo dove prima
s'innalzavano le mura del castello di Milano. Fu questo un maraviglioso
disegno, che molto ritraeva della Romana grandezza. Diessi mano al
finirsi il duomo di Milano da tanto tempo imperfetto, e tanto fu
promossa l'opera, che in poco d'anni vi si fece più lavorìo, che in
parecchi secoli. Rendevasi la libertà impossibile, si acquistava la
bellezza. Tutte queste cose, e quel nome di repubblica Italiana,
singolarmente allettavano i popoli della penisola. Così vissesi qualche
tempo in lei, finchè nuovi disegni di Buonaparte l'incamminarono a nuovi
pericoli, ed a nuovi destini.
A questo nome di repubblica Italiana, ed all'essersene Buonaparte fatto
capo, s'insospettirono le potenze, massimamente l'Austria, alla quale
stavano per le sue possessioni più a cura le Italiane cose. L'imperatore
Alessandro stesso, che già aveva concetto qualche sinistra impressione
per la grande autorità che il consolo si era arrogata nella Svizzera,
vieppiù si alienava da lui pei risultamenti della Lionese consulta, e le
cose della Russia colla Francia già si scoprivano in manifesta
contenzione. Il consolo, che non voleva essere arrestato a mezzo
viaggio, tentò di mitigare questi mali umori col pubblicare una
scrittura, colla quale si sforzava di mostrare, che la Francia,
conservando l'Italiana repubblica, non aveva preso troppo per se, nè
tanto quanto avevano per se stessi preso gli altri potentati. Fatta
comparazione della potenza della Francia prima della rivoluzione alla
presente, discorreva, che prima ella aveva autorità negli stati del re
di Sardegna per la vicinanza, e per le pretensioni dell'Austria sul
Monferrato, in Venezia per la necessità in cui era questa repubblica di
trovare appoggio contra la vicina ed ambiziosa Austria, nel regno di
Napoli pel patto di famiglia. Ma che ora Venezia apparteneva
all'imperatore, e che il patto di famiglia era rotto. Concludeva che
l'Austria sarebbe stata padrona dell'Italia, se la Francia non si fosse
attribuita una nuova forza per l'accessione della repubblica Italiana.
Tacque del Piemonte, come se il tacere più valesse che l'appropriarsi.
Nelle altre parti d'Europa, seguitava, la Polonia preda e nuova forza
delle maggiori potenze, la Turchia inutile, la Svezia impotente,
l'acquisto dei quattro dipartimenti del Reno non compensare nè far
giusto contrappeso per lo spartimento della Polonia. Toccò poi anche la
fine di Tippo Saib, grande aumento all'Inghilterra; moderatissimi essere
i desiderj della Francia; avere restituito in pace quello, che aveva
conquistato in guerra; ma non volere, col debilitar troppo se stessa,
derogare alla sua dignità, ed alla consueta sua potenza; solo volere che
nissuno preponderasse in Germania, nissuno in Italia; non voler dominare
altrui, ma non voler anco esser dominata; a chi bene considerasse,
essere evidente, ch'ella non aveva pei nuovi acquisti conseguito nuova
forza, solo avere conservato l'antica.
Genova sentiva ancor troppo pel recente governo di democrazìa: volle il
consolo venirne alla solita scala dell'aristocrazìa. Il supplicarono,
affinchè desse loro una costituzione: consentiva facilmente. I
governatori di Genova lietamente annunziavano le felici novelle ai loro
concittadini: essere arrivati al compimento dei desiderj loro: darebbe
forma alla repubblica chi aveva dato pace all'Europa; avere dovuto la
grande opera acquistare immortalità da un eroe: averlo essi di ciò
pregato spinti dall'amor patrio, e dai patrj esempi; sperarne sorti
felicissime; esserne sorta una constituzione annunziatrice della
religione, conservatrice della libertà; essere il reggimento dello stato
commesso a chi aveva, a chi industriava, a chi sapeva; esser posti in
sicuro i diritti dei cittadini; restare che la pubblica saviezza
tutelasse la pubblica felicità. Dimostrasse, aggiungevano, la nazione
Ligure fra le Italiane nazioni a nissuna seconda in memorie illustri,
che non erano spenti in lei i semi dell'antiche virtù, e che non
degenere dagli avi era degna di conservare un nome grave di tanta
gloria. Questo scritto dei reggitori Genovesi, disteso in lingua e stile
assai più purgato, che le sucide scritture Cisalpine, Toscane e
Napolitane, non era, quanto alla forma, senza dignità. Da Genova già
erano venuti molti buoni esempi, ora veniva anche quella della
limpidezza del parlare.
Importava la constituzione, che un senato reggesse con potestà esecutiva
la repubblica: presiedesselo un doge: dividessesi in cinque magistrati:
il magistrato supremo, quello di giustizia e legislazione, quello
dell'interno, quello di guerra e mare, quello di finanza. Trenta membri
il componessero. Ufficio suo fosse presentare ad una consulta nazionale
le leggi da farsi, eseguire le fatte; eleggesse il doge sopra una lista
triplice e presentata dai collegi.
Il doge presiedesse il senato ed il magistrato supremo: stesse in carica
sei anni; rappresentasse, quanto alla dignità ed agli onori, la
repubblica; sedesse nel palazzo nazionale; la guardia del governo gli
obbedisse; un delegato del magistrato supremo in ogni suo atto
l'assistesse.
Fosse il magistrato supremo composto del doge, dei presidenti degli
altri quattro magistrati, e di quattro altri senatori: il senato gli
eleggesse; gli s'appartenesse specialmente l'esecuzione delle leggi e
dei decreti; pubblicasse gli ordini e gli editti che credesse
convenienti; tutti i magistrati amministrativi a lui subordinati
s'intendessero; reggesse gli affari esteri; avesse facoltà di rivocare i
magistrati da lui dipendenti, di sospendere per sei mesi i non
dipendenti, anche i giudici dei tribunali; provvedesse alla salute sì
interna che esterna dello stato; vegliasse che la giustizia rettamente e
secondo le leggi si ministrasse; sopravegghiasse alle rendite pubbliche,
agli affari ecclesiastici, agli archivi, alla pubblica istruzione;
comandasse all'esercito. Quest'ordine del magistrato supremo
rappresentava nella nuova constituzione l'antico piccolo consiglio, che
i Genovesi chiamavano consiglietto; in lui era tutto il nervo del
governo. L'autorità del doge era, come negli antichi ordini, piuttosto
onorifica che efficace: contro di lui manifestamente si vedeva la
gelosìa degli antichi governi aristocratici d'Italia.
Quest'era il governo della repubblica Ligure. Restava a dichiararsi, in
qual modo si attuasse. Stanziò il consolo, che vi fossero i tre collegi
dei possidenti, dei negozianti, dei dotti, dai quali ogni potestà
suprema, o politica, o civile, o amministrativa, come da fonte comune,
derivasse. Eleggessero ogni due anni i collegi un sindacato di sette
membri: in potestà del sindacato fosse censurare due membri del senato,
due della consulta nazionale, due di ogni consulta giurisdizionale: due
di ogni tribunale, e chi fosse censurato, immantinente perdesse la
carica. Le giurisdizioni o distretti nominassero ciascuno una consulta
giurisdizionale, le consulte giurisdizionali i membri della consulta
nazionale eleggessero: sedesse in questa la potestà legislativa.
Il dì ventinove di giugno entrava in ufficio il nuovo governo in
cospetto di Saliceti, ministro plenipotenziario di Francia. Orò Saliceti
con parole acconce, ma in aria al solito, e teoretiche.
Ringraziato dal senato, il consolo rispondeva: amare la Francia i
Liguri, perchè in ogni fortuna avevano i Liguri amato la Francia, non
temessero di niuna potenza, la Francia gli aveva in tutela:
dimenticassero le passate disgrazie, spegnessero gli odii civili,
amassero la constituzione, le leggi, la religione; allestissero un
navilio potente, rinstaurassero l'antica gloria del nome Ligure:
sarebbesi sempre delle prospere cose dei Liguri rallegrato, dell'avverse
contristato.
Seguitavano le adulazioni. Decretava il senato, che a Cristoforo Colombo
per avere scoperto un nuovo mondo, ed a Napoleone Buonaparte per avere
pacificato l'universo, ampliato i confini della Liguria, stipulato i
suoi interessi, riordinato le sue leggi, due statue marmoree, una a
ciascuno, nell'atrio del palazzo nazionale s'innalzassero, e l'opera
alla cura del magistrato supremo, alla emolazione degli artisti,
all'amor patrio di tutti i Liguri si commettesse e raccomandasse. Oltre
a questo i Sarzanesi, accalorandosi sempre più questo negozio delle
adulazioni, supplicarono al nuovo governo, fosse loro lecito fondare
nella loro città un monimento a memoria della famiglia Buonaparte, che
in lei, come affermavano, avea avuto origine; allegavano avere avuto i
Buonapartidi per tre secoli prima del cinquecento sede e cittadinanza in
Sarzana; chiara esservi stata la famiglia loro sì per le cariche, sì per
le attinenze; dal connubii loro essere nato il cardinale Filippo,
fratello uterino che fu di Niccolò quinto, papa di gloriosa memoria. Fu
udito benignamente il supplicare dei Sarzanesi, e concesse loro
volentieri la facoltà del monimento.
Mentre Menou trasordinava in Piemonte, i reali di Sardegna andavano
esuli per l'Italia. Il re Carlo Emanuele, deditissimo alla religione,
perseguitato da fantasmi malinconici, ed avendo per le sofferte
disgrazie in poco concetto le cose umane, si deliberò di rinunziare al
regno, acciocchè da ogni altra mondana sollecitudine rimoto, solamente
ai divini servigi, ed alla salute dell'anima vacare potesse;
rinunziazione senza fasto, che dimostrò al mondo, che, se l'ambizione è
tormento a se stessa, la moderazione rende felice l'uomo così negli
alti, come negli umili seggi. Per la rinunziazione di Carlo Emanuele
venne il regno in potestà di Vittorio Emanuele suo fratello, che allora
dimorava nel regno di Napoli. Riuscì la signorìa di Vittorio assai più
dolce di quanto portasse la opinione, perciocchè siccome si era mostrato
dedito all'armi, si dubitava che da guerriero fosse per governare.
Nondimeno, mentre in ogni parte d'Europa per la prepotenza delle
soldatesche a gran fracasso rovinavano le reggie, governò quietamente
Vittorio Emanuele con pochi soldati l'isola di Sardegna: nè di ciò
furono reconditi i consigli; la giustizia e la mansuetudine gli diedero
forza e successo.
Il consolo, che aveva indugiato ad unire formalmente il Piemonte alla
Francia, venne finalmente a questa deliberazione, non perchè Alessandro
consentisse, ma perchè le cose sue colla Russia già tendevano a
manifesta discordia. Le sue minacce contro il corpo Germanico,
l'autorità militare che continuava ad arrogarsi negli stati del papa, in
Toscana, e nel regno di Napoli, la signorìa della Svizzera sotto nome di
mediazione, la presidenza dell'Italica, le non adempite promesse pei
compensi del re di Sardegna, avevano mostrato ad Alessandro, che
Buonaparte meglio amava prendere che dare. Avvisava il consolo, che fra
quegli umori già tanto mossi, il non unire il Piemonte non ristorerebbe
l'amicizia, l'unirlo non accrescerebbe l'inimicizia. Per la qual cosa
decretava il dì undici settembre il suo senato, che i dipartimenti del
Po, della Dora, di Marengo, della Sesia, della Stura e del Tanaro,
fossero e s'intendessero uniti al territorio della repubblica Francese.
Principiò l'unione del Piemonte la sequela dell'Italiane aggiunte,
quella opportuna per Francia, queste fantastiche e capricciose. Si
fecero per la unione allegrezze in Piemonte; dai nobili volentieri,
perchè per le carezze del consolo e di Menou vedevano, che il dominio
interrotto dalle intemperanze democratiche di nuovo veniva loro in mano,
dal popolo non senza sincerità, perchè sperava che col reggimento legale
fosse per cessare il dominio incomposto del capitano d'Egitto.