fin dal varcato anno erano accaduti in Piemonte. Aveva il consolo
cupidigia di serbar questo paese per se. Ma indugiava a risolversi, ed
occultava cautamente le sue intenzioni. Aveva anzi veduto volentieri il
marchese di San Marsano mandato a Parigi per negoziare della
restituzione del Piemonte. Le incertezze e le ambagi del consolo, le
offerte palesi fatte al re dopo la battaglia di Marengo, e la presenza
del marchese a Parigi tenevano in pendente l'opinione dei popoli in
Piemonte, e toglievano ogni modo di buon governo. Ognuno guardava verso
Firenze, Roma, o Napoli, dove abitava, ora in questa, ora in quella, il
re Carlo Emanuele. Appresso a lui vivevano molti nobili Piemontesi o de'
più ricchi, o de' più capaci. Si aggiungeva Vittorio Alfieri, nato in
Asti di Piemonte, uomo di quell'ingegno smisurato, che ognuno sa, padre
della tragedia Italiana, e da essere eternamente, non che venerato,
adorato da chi venera ed adora le Italiane muse. Avendo egli odiato e
maledetto i re, quando erano in fiore, si era poi messo ad odiare ed a
maledire le repubbliche, quando erano venute in potenza, e ciò meno
forse pel male che in quelli od in queste era, che pel genio in lui
naturale di andar sempre a ritroso. Adunque in Firenze standosene,
continuamente fulminava contro la condizione delle cose Piemontesi.
L'autorità di un uomo sì grande operava con efficacia, e vieppiù rompeva
ogni nervo del governo. Sorsero le sorti fatte più certe della Cisalpina
e della Liguria, mentre si tacquero quelle del Piemonte, onde chi
sperava pel re ebbe cagione di più sperare, chi temeva di più temere. In
tali intricate occorrenze avvenne di verso Borea un caso di grandissima
importanza, perchè nella notte dei ventitrè marzo dell'ottocentouno morì
di morte violenta Paolo, imperatore di Russia; della quale non così
tosto fu avvisato il consolo, che trovandosi libero dalle instanze di
lui, e volendo preoccupare il passo alle intenzioni di Alessandro suo
figliuolo e successore, fece un decreto, il quale, sebbene ancora non
importasse la unione definitiva del Piemonte alla Francia, accennava
però manifestamente, che sua volontà fosse, che la unione si
effettuasse: constituiva il decreto il Piemonte secondo gli ordini di
Francia. Perchè poi non paresse all'imperatore Alessandro, che il
signore della Francia troppo impertinentemente avesse operato nel
prendere, prima di consigliarsi con lui, una deliberazione di tanta
importanza, diede al decreto una data anteriore al giorno, in cui gli
pervennero le novelle della morte di Paolo. Sperava che Alessandro,
trovata all'assunzione sua la cosa fatta, non difficilmente sarebbe per
consentirvi. Importava il decreto dato ai due di aprile
dell'ottocentouno, che il Piemonte formerebbe una divisione militare
della Francia, che fosse partito in sei dipartimenti, che le leggi della
repubblica rispetto agli ordini amministrativi e giudiziali vi si
pubblicassero ed eseguissero, che le casse al primo giugno fossero
comuni, che un amministrator generale con un consiglio di sei reggesse,
che Jourdan restasse eletto amministrator generale. Si crearono sei
dipartimenti, dell'Eridano con Torino, di Marengo con Alessandria, del
Tanaro con Asti, della Sesia con Vercelli, della Dora con Ivrea, della
Stura con Cuneo. Ma il consolo, che principiava a non amare i nomi
antichi, cambiò quello del primo, non più dell'Eridano, ma del Po
chiamandolo, e credè con ciò di aver fatto un bel tratto.
Mandava Jourdan a Parigi per ringraziare, e per promettere obbedienza
deputati; furono quest'essi, Bossi uno dei consiglieri, Baudisson,
professore dell'università, i nobili d'Harcourt, Alfieri di Sostegno,
della Rovere, e Serra. Furono veduti molto volentieri, massime i nobili,
perchè il consolo gli voleva allettare. Solo Fouché, ministro di polizia
generale, trascorse in presenza loro con parole eccessive contro i preti
e contro gli aristocrati: il che fe' ridere, e stringere nelle spalle i
deputati.
Intanto il consolo si studiava a conciliarsi l'animo di Alessandro, ed a
congiungerselo in amicizia; e siccome astutissimo ch'egli era, e
sprofondato in tutte le arti di Francia, d'Italia, e d'Egitto, avendo
udito che il novello imperatore era di natura generosa, e tendente al
governar gli uomini piuttosto con dolcezza che con severità, se gli mise
intorno da tutte parti tentandolo. Avere voluto la Provvidenza, diceva,
arbitra delle umane cose, che un principe d'animo nobile e buono fosse
salito al sovrano seggio delle Russie; avere voluto da un'altra parte,
che un generale di qualche nome avesse recato in se la somma
dell'autorità in Francia, generale, al quale e le filosofiche dottrine e
la religione piacevano, che sapeva qual moderazione convenisse alle
prime, quale tutela alla seconda: sarebbe felice il mondo, se Francia e
Russia potentissime s'accordassero tra loro al medesimo fine; rotta,
sanguinosa, desolata essere la umanità; ricordarsi delle ferite, non
bene avvisare i rimedj; il dispotismo da una parte, l'anarchìa
dall'altra; se Alessandro e Buonaparte nello stesso disegno
convenissero, darebbesi dolce norma in Europa alla potestà assoluta,
freno insuperabile alla licenza; aversi ad ordinare Italia, Svizzera,
Olanda; parlasse Alessandro, del desiderio suo avvisasse, e fora pago
l'intento suo; principiare il secolo, dover principiare con nuove e
fortunate sorti; questi essere gli augurj, queste le arre date dal cielo
a Buonaparte e ad Alessandro: dover loro mostrare, ad onta di tanti
secoli infelici, che vi è modo di condurre gli uomini a felicità; dover
mostrare, che calunniano l'umanità coloro che la odiano; dover mostrare
che la filosofia non inganna, che la religione non perseguita, che la
libertà non dissolve; dover mostrare che tutte insieme unite potevano
far sorgere un vivere fortunatissimo; a sì lieto fine volere lui usare
tutta la volontà, e tutta la forza sua; se le volesse usare anche
Alessandro, direbbero i posteri, che non indarno sperarono i filosofi,
che più avventurose stelle avessero a splendere sulle misere generazioni
un giorno.
Ai dolci suoni, alla magnificenza e giocondità delle parole, come
benevolo, si calava Alessandro, non sospettando quanto veleno in se
nascondessero. Intanto il consolo, fatto sicuro dell'amicizia di Russia,
insorgeva, e mentre Alessandro si pasceva di speranze lusinghiere, ei
dava mano alle realtà, incamminandosi al dominio del mondo. Cominciando
dal Piemonte, che stimava esser necessario congiungersi per avere senza
impedimenti di mezzo la signorìa d'Italia, comandava, che il decreto dei
due aprile fosse in ogni sua parte mandato ad effetto. L'Austria
impotente per le disgrazie, l'Inghilterra per la lontananza, nè
consentirono, nè contrastarono, persuase oramai, che se non arrivava
qualche improvviso accidente che le ajutasse, indarno erano i consigli
umani. Arrivarono a Torino i commissarj Parigini ad ordinar lo stato,
chi per le finanze, chi pel fisco, chi pel lotto, chi per le poste, chi
per gli studj, chi pei giudizj. L'antica semplicità degli ordini
amministrativi di quel paese degenerava in forme complicate, i nuovi
costarono a molti doppi più cari. Bene si migliorarono gli ordini
giudiziali sì civili che criminali per l'acquistata prontezza, immenso
benefizio, che consolava della perduta independenza. Ciò, quanto alle
cose scritte: quanto alle arti subdole, non so se provvide, ma
certamente furono strane. Voleva il consolo ridurre lo stato in forma di
monarchìa: i repubblicani di Francia, eccettuati i più furibondi, che
aveva confinati in carcere, o banditi in lidi lontani, il secondavano,
nè egli era avaro verso di loro di carezze e di ricchezze. Quanto ai
repubblicani Italiani, due mezzi gli si paravano davanti, o di
vezzeggiargli, come quei di Francia, o di spegnergli, non già
coll'ammazzargli, perciocchè sapeva che l'età non comportava sangue,
come la Borgiesca, ma col tôrre loro l'autorità e la riputazione. Elesse
quest'ultima; al che diede anche favore la ricchezza degli avversarj,
che mandavano doni, presenti e denari nelle corrotte Tulierie: il che
era cagione, che a quello, a che di propria volontà inclinava, fosse
anche stimolato da altri. Tolse adunque le cariche a molti, nè solamente
gli cassava, ma ancora dando favore e stimolo ai nemici loro, operava,
che il nome e la fama ne fossero straziati e vilipesi; intricate
infamie, perchè perseguitava chi l'aveva ajutato, vezzeggiava chi il
disprezzava.
Buon procedere sarebbe stato questo, quanto all'utile, se mai non
avessero potuto arrivare i tempi grossi, ma non al contrario, perchè per
esso si perdevano gli amici, e non si acquistavano i nemici; ma il
consolo sognava sempre prosperità. Restava Jourdan, che era stimato
repubblicano. Deliberossi a tôrre anche questo capo ai repubblicani,
quantunque ei si fosse portato molto rimessamente con loro: partì
Jourdan lodato dal consolo, desiderato dai Piemontesi. Arrivava Menou in
Torino in luogo di Jourdan. Raccontar le lepidezze, e gli arbitrj che vi
fece questo Menou, sarebbe troppo lunga bisogna, e forse troppo più
piacevole, che la gravità della storia comporti. Bene non mi posso
tenere dal considerare il consiglio del consolo, che per instaurare,
come diceva, gli ordini della monarchìa in Piemonte, vi mandava un Menou
di Francia, e per instaurarvi, come anche diceva, la religione di
Cristo, vi mandava un Menou d'Egitto. Forse voleva atterrire con qualche
odore di Turchìa; ma è un pessimo modo di terrore il rendersi ridicolo.
Basta, accidente strano e non più udito era quello di veder le carezze
che Menou faceva ai nobili, e quelle che i nobili facevano a Menou, dal
canto suo umili e dimesse, dal canto loro astute e superbe; ed ei se le
godeva, ed erane contentissimo. Diceva che il governo il voleva, il che
era vero: ma il governo dà l'autorità, non la discrezione, e Menou non
ne aveva. A questa guisa passarono i tempi fra i Subalpini infino alla
unione definitiva, partigiani di Francia perseguitati, partigiani di
Sardegna accarezzati, partigiani d'Italia usati come stromenti di
calunnie e di vendette, il giardino del re diformato da una succida
baracca ad uso di una Turca. A questo modo incominciava il promesso
legale dominio nel generoso e sfortunato Piemonte.
Il consolo teneva il Piemonte per Menou, la Toscana per Murat. Voleva,
come a suo cognato, aprire a Murat l'adito alle grandezze; nè Murat era
di cattiva natura, solo aveva poco cervello, e l'animo molto
vanaglorioso: per questo, quantunque fosse buono, si piegava volentieri
alle voglie del consolo, quali elle si fossero. La parte dell'esercito
ch'egli governava, mandata primamente in Italia per rinforzare l'ala
destra di Brune, e per alloggiare in Toscana, fu, dopo la pace di
Luneville, mandata nello stato Romano con star pronta ad assaltare il
regno di Napoli. Conclusa poi la pace col re, entrava nel Regno sin
oltre a Taranto, in nome per isforzare il governo ad osservar il
trattato, ed i perdoni verso i novatori, in fatto per minacciar
gl'Inglesi, e per vivere a spese del Regno. Quanto allo stato Romano,
concluso il concordato, Murat ritirava le genti, che vi aveva, in Ancona
per tener quel freno in bocca al pontefice; si coloriva il fatto col
pretesto degl'Inglesi. Così gl'Inglesi occupavano quanto potevano in
Italia e nelle sue isole per impedire, come dicevano, il predominio e la
tirannide dei Francesi; questi facevano lo stesso per impedire, come
protestavano, il predominio e la tirannide degl'Inglesi; fra entrambi
intanto l'Italia non aveva nè posa nè speranza. Murat girando per
Toscana, e stando in Firenze, ed ora andando a Pisa, ed ora a Livorno,
ed ora a Lucca, riceveva in ogni luogo, come cognato del consolo,
onorevoli accoglienze; cagione per lui d'incredibile contentezza. Si
mostrava cortese ed affabile con tutti: nè amava le rapine, manco il
sangue: purchè il lodassero, se ne viveva contento. Pure trascorse ad un
atto, credo per volontà del consolo, nel quale non so se sia o maggior
barbarie, o maggior ingratitudine, o maggior insolenza. Comandava con
bando pubblico, che tutti gl'Italiani, erano la maggior parte
Napolitani, esuli dalle patrie loro per opinioni politiche, dovessero
sgombrare dalla Toscana, e ritornare nei propri paesi, in cui,
secondochè affermava, potevano, in virtù dei trattati, vivere vita
sicura e tranquilla: chi fosse contumace a questo comandamento, fosse
per forza condotto ai confini ed espulso. E perchè niuna parte di
bruttezza mancasse a quest'atto, prese, per farlo, occasione da un
tumulto popolare nato in Firenze nel mentre che si conduceva all'estremo
supplizio un soldato Toscano reo d'assassinio contro un soldato
Francese, come se i fuorusciti fossero in paese ospitale rei di
ribellione alle leggi ed alla giustizia, o s'intendessero cogli
assassini. Sì per certo, questo mancava alla malvagità del secolo, che
coloro, i quali erano per le instigazioni di Francia venuti in odio ai
loro antichi signori, fossero, come gente di mal affare, cacciati
inesorabilmente dagli eletti ricoveri loro da un generale di Francia.
Potevano i ladri e gli assassini di altri paesi ritirarsi in Toscana,
quietamente dimorarvi, solo gli amatori del nome di libertà, uomini, se
ingannati, certamente ingenui e dabbene, non potevano esservi ricettati,
nè trovarvi riposo e salute, da quei medesimi cacciati, per cagione dei
quali erano a quelle miserabili strette condotti. Nè credo che abuso di
forza più intollerabile di questo sia stato mai, di far legar uomini
innocenti per condurgli là, dove non volevano andare. Ma non sola la
Toscana cacciava fuori i miseri. Mentre Murat espelleva gli esuli da
questo paese, la repubblica Cisalpina gli mandava via da' suoi territorj
con la solita giunta, che chi nel termine di dieci giorni non obbedisse,
fosse condotto per forza ai confini. Quest'erano le arre, che i
Buonapartidi davano ai re. Accadde poi un caso degno di molta
compassione; perchè i fuorusciti Napolitani svelti per forza dal Toscano
nido, quando furono arrivati a Roma, non avevano i passaporti che da
loro si richiedevano, per modo che non potevano nè stare, nè andare, nè
tornare. Da questo imparino prudenza coloro, che hanno smania di far
rivoluzioni, e di fidarsi dei forestieri. Solo in Piemonte trovarono gli
esuli ricovero lieto e sicuro.
Murat contento al comandar in Toscana, fu contentissimo d'instituirvi un
re. Era l'infante principe di Parma arrivato in Parma, dove stava
aspettando i deputati del novello regno. Vennervi a complimentarlo e
riconoscerlo come re d'Etruria, quest'era il titolo che gli si dava,
Murat, Ippolito Venturi, Ubaldo Ferroni. Assunse il nome di Lodovico
primo; nominò suo legato a ricevere il regno Cesare Ventura. Murat
annunziando l'assunzione di Lodovico parlava di civiltà e di dottrina ai
Toscani, lodava i Medici ed i Leopoldi, esortava i regnicoli ad avere i
Francesi in luogo di un popolo amico, che tanto sapeva rispettare presso
i popoli esteri i principj monarcali, quanto era fortemente addetto in
casa propria ai principj repubblicani. Cesare Ventura prendeva possesso
del regno. Favellarono nella solennità Francesco Gonnella, notajo dello
stato, Tommaso Magnani, avvocato regio, Orlando del Benino, senatore,
tutti lusinghevolmente per le cose, francescamente per le parole.
Vidervisi due donne complimentate da Gian Battista Grifoni, l'una
sorella del consolo, l'altra vedova del ministro di Spagna. Venne
Lodovico a Firenze; resse con dolcezza, le Leopoldiane vestigia
calcando.
Era tempo di constituzioni transitorie, fatte non perchè durassero, ma
perchè servissero di scala ad altre. Mandava il consolo, qual suo
legato, Saliceti a riformar Lucca, oppressa dall'imperio dei forestieri,
e straziata dalle discordie civili. Parve bello ed acconcio trovato per
ritrarre i paesi, a satisfazione delle potenze, verso i loro ordini
antichi, l'introdurre nei nuovi i nomi vecchi, come se le parole
avessero a prevalere sulle cose. Fecero i Lucchesi le solite feste a
Saliceti: chi agognava lo stato, il corteggiava; chi più aveva gridato
contro gli aristocrati, più gli accarezzava; a loro principalmente il
commissario di Francia si volgeva. Se i democrati si risentivano,
rispondeva esortando, portassero i tempi pazientemente, perchè così
voleva il consolo. Soggiungeva, meglio conservarsi la libertà con
l'aristocrazìa e la democrazìa mescolate insieme, che con la democrazìa
pura. Cominciavasi a parlar di aristocrazìa per far passo alla
monarchìa. Constituiva Saliceti la repubblica di Lucca con un collegio,
o gran consiglio di duecento proprietari più ricchi, e di cento
principali negozianti, artisti e letterati: avesse questo consiglio la
facoltà di eleggere i primi magistrati; fossevi un corpo d'anziani con
la potestà esecutiva; presiedesselo un gonfaloniere eletto a volta dai
colleghi, una volta ogni due mesi; un consiglio amministrativo, nel
quale gli anziani entrassero, e quattro magistrati di tre membri
ciascuno; esercesse le veci di ministri; proponessero gli anziani le
leggi, e le eseguissero; una congregazione di venti eletti dal collegio
le discutessero e le statuissero; rappresentasse il gonfaloniere la
repubblica, le leggi promulgasse, gli atti degli anziani sottoscrivesse.
I cantoni del Sercio con Lucca, del Littorale con Viareggio, degli
Apennini con Borgo a Mozzano componessero la repubblica. Per la prima
volta trasse Saliceti i magistrati supremi. Ordini buoni erano questi,
ma il tempo gli guastava.
Le sorti della Toscana erano congiunte con quelle di Parma. Essendo il
duca padre mancato di vita, cesse la sovranità del ducato nella
repubblica di Francia. Mandava il consolo il consiglier di stato Moreau
di San Mery ad amministrarlo. Resse San Mery, che buona e leale persona
era, con benigno e giusto freno. Era egli, se non letterato, non senza
lettere ed amatore sì di letterati, che d'opere letterarie: ogni
generoso pensiero gli piaceva. Solo procedeva con qualche vanità, e
siccome le vanità particolari sono intollerabili alle ambizioni
generali, venne in disgrazia del consolo. Non potè constituire in Parma
ordini stabili, perchè il consolo, che serbava il paese per se, non
volle aver sembiante di lasciarlo ad altri.
Due qualità contrarie erano nel consolo, pazienza maravigliosa nel
proseguire cautamente, anche pel corso di molti anni, i suoi disegni,
impazienza di conseguire precipitosamente il fine, quando ad esso
approssimava. Riconciliatosi col papa, vinta l'Austria, ingannato
Alessandro, confidente della pace coll'Inghilterra, si apparecchiava a
mandar ad effetto ciò, che nella mente aveva da sì lungo tempo concetto,
e con tanta pertinacia procurato. Voleva che le prime mosse venissero
dall'Italia, perchè temeva che certi residui di opinioni, e di desiderj
repubblicani in Francia non fossero per fargli qualche mal giuoco sotto,
se la faccenda non si spianasse con qualche precedente esempio. Sapeva
che nella nostra razza imitatrice, cosa molto efficace è l'esempio, e
che gli uomini vanno volentieri dietro alle similitudini. Deliberossi
adunque, prima di scoprirsi in Francia, di fare sue sperienze Italiane,
confidando che gl'Italiani, siccome vinti, avrebbero l'animo più
pieghevole. Così con le armi Francesi aveva conquistato Italia, con le
condiscendenze Italiane voleva conquistar Francia. Le rappresentazioni
che sanno di teatro, sempre piacquero agli uomini, massimamente a
Buonaparte. Sapeva che le cose insolite allettano tutti, spezialmente i
Francesi nati con fantasia potente. Perciò volle alle sue Italiane arti
dare pomposo cominciamento. Spargevansi ad arte e dai più fidi in
Cisalpina voci, che la repubblica pericolava con quei governi
temporanei; ch'era oggimai tempo di constituirla stabilmente, e come a
potenza independente si conveniva; che ordini forti erano necessarj,
perchè diventasse quieta dentro, rispettata fuori; che niuno era più
capace di darle questi necessarj ordini di colui, che prima l'aveva
creata, poi riscattata; non potersi più lei constituire con gli ordini
dati dall'eroe Buonaparte nel novantasette, perchè avviliti dalla
invasione, ricordatori di discordie, sospetti per democrazìa ai
potentati vicini. Aver pace Europa, averla Italia, non doversi più la
felice concordia turbare con ordini incomposti; volersi vivere in
repubblica, ma non troppo disforme dai governi antichi conservati in
Europa; sola potenza essere la Cisalpina in Italia, che a favor di
Francia stando, fosse in grado di tener in freno l'Austria tanto potente
per l'acquisto dei dominj Veneziani, nè essere la repubblica per
acquistare la forza necessaria, se non con leggi conducenti a stabilità;
varj essere gli umori, gl'interessi, le opinioni, le abitudini delle
Cisalpine popolazioni, nè Veneziani, Milanesi, Modenesi, Novaresi,
Bolognesi nel medesimo desiderio concorrere, nè la medesima cosa volere;
rimanere i vestigi dell'antiche emolazioni; parti separate, e non
consenzienti non poter comporre un corpo unito e forte, se un governo
stretto, se una mano gagliarda in uno e medesimo volere non le
costringessero: richiedere adunque un reggimento nuovo, concorde e
virile la pace d'Europa, richiederlo la quiete della Cisalpina,
richiederlo le condizioni felici, alle quali era chiamata.
Mentre questi semi si spargevano nel pubblico, Petiet coi capi della
Cisalpina negoziava, affinchè i comandamenti imperativi del consolo
avessero a parere desiderj e supplicazioni spontanee dei popoli.
Maturati i consigli, a Parigi pel disegno, a Milano per l'esecuzione,
usciva un decreto della consulta legislativa della repubblica: ordinava,
che una consulta straordinaria si adunerebbe a Lione in Francia, e suo
ufficio sarebbe l'ordinare le leggi fondamentali dello stato, ed
informare il consolo intorno alle persone che nei tre collegj elettorali
dovessero entrare; sarebbe l'assemblea composta dai membri attuali della
consulta legislativa, da quei della commissione, eccettuati tre per
restare al governo del paese, da una deputazione di vescovi e di curati,
e dalle deputazioni dei tribunali, delle accademie, della università
degli studj, della guardia nazionale, dei reggimenti della truppa
soldata, dei notabili dei dipartimenti, delle camere di commercio. Sommò
il numero a quattrocento cinquanta. Risplendevanvi un Visconti,
arcivescovo di Milano, un Castiglioni, un Montecuccoli, un Oppizzoni, un
Rangoni, un Melzi, un Paradisi, un Caprara, un Serbelloni, un
Aldrovandi, un Giovio, un Pallavicini, un Moscati, un Gambara, un
Lecchi, un Borromeo, un Trivulzi, un Fantoni, un Belgiojoso, un Mangili,
un Cagnoli, un Oriani, un Codronchi, arcivescovo di Ravenna, un
Belissomi, vescovo di Cesena, un Dolfino, vescovo di Bergamo. Andarono a
Lione chi per amore, chi per forza, chi per ambizione; grande
aspettazione era in Cisalpina; in Francia le menti attentissime. Pareva
un fatto mirabile, che una nazione Italiana si conducesse in Francia per
regolare le sue sorti. Il governo Cisalpino esortava con pubblico
manifesto i deputati: gissero a fondare gli ordini salutari della
repubblica in mezzo alla maggior nazione, in cospetto dell'autore, e del
restitutore della Cisalpina; nissuno l'ufficio ricusasse: mostrassero
con le egregie qualità loro, quanto la Cisalpina nazione valesse; a lei
amore e rispetto conciliassero; ogni pretesto di calunnia togliessero;
nel Lionese congresso livore nissuno, odio nissuno, parzialità nissuna,
recassero; al mondo disvelassero, buonamente, nobilmente,
affettuosamente verso la patria procedendo, esser loro quei medesimi
Cisalpini, che nell'inevitabile tumulto di tante passioni,
nell'avviluppamento di tante vicende, nell'alternativa di politici
eventi tanto contrarj, mai non attesero a vendette, a discordie, a
fazioni, a persecuzioni, a sangue; pruovassero, che non invano aveva il
Cisalpino popolo nome di leale e di buono; pruovassero, che se a sublime
grado fra le nazioni erano destinati, a sublime grado ancora meritavano
di essere innalzati; dovere a se stessa dei proprj ordini restare la
Cisalpina obbligata; solo se medesima potrebbe accagionare, se tanti
lieti augurj, se tante concepite speranze fossero indarno.
Questi nobili consentimenti verso la Cisalpina patria, e questa
rinunziazione di ogni affetto parziale ed interessato predicava un
Sommariva, presidente del governo. Trovarono in Lione il ministro
Taleyrand, che aveva in se raccolti tutti i pensieri del consolo;
trovarono Marescalchi, che riconosciuto da Francia per ministro degli
affari esteri della Cisalpina, guardava dove accennasse in viso
Taleyrand, e il seguitava. L'importanza era, che vi fosse sembianza di
discutere liberamente quello, che già il consolo aveva ordinato
imperiosamente. Già aveva sparso sue ambagi: volere la felicità della
Cisalpina; volere consigliarsi con gli uomini savj di lei; niuna cosa
più desiderare, che la independenza e la salute sua; amarla come sua
figliuola prediletta, stimarla principal parte della sua gloria. L'arte
allignava; bene si disponeva la materia. Partivansi i deputati in cinque
congregazioni, che rappresentavano i cinque popoli; esaminassero la
constituzione già data dal consolo per Petiet a Milano, e come per leggi
organiche si potesse mandar ad esecuzione.