Eransi Wukassowich e Laudon ricongiunti con Bellegarde, che ancora

poteva tener in pendente la fortuna; ma non volle più avventurare le

sorti, avendogli interrotto la speranza le novelle allora pervenute

della sospensione di Steyer. Per la qual cosa si ritirava dalla Brenta,

riducendosi sulle sponde della Piave. Il perseguitava Brune: era il fine

della guerra. A petizione del generale d'Austria si concluse il dì

sedici gennajo a Treviso un trattato di tregua coi capitoli seguenti: si

sospendessero le offese; le due parti non potessero rompere il trattato,

se non dopo quindici giorni di disdetta; le piazze di Peschiera e di

Sermione, i castelli di Verona e di Legnago, la città e la cittadella di

Ferrara, la città e il forte d'Ancona si consegnassero ai Francesi;

Mantova restasse bloccata dai repubblicani a ottocento braccia dallo

spalto con facoltà al presidio di procacciarsi viveri di dieci in dieci

giorni; i magistrati Austriaci si rispettassero, la tregua durasse

trentatrè dì, compresi i quindici; nissuno per fatti od opinioni

politiche potesse essere molestato. Non piacque al consolo l'accordo di

Treviso, perchè non giudicava a suo proposito, che l'Austria possedesse

Mantova. Mandò adunque minacciando, trovandosi in condizione vittoriosa,

all'Austria, che se non gli desse Mantova, sarebbe di nuovo interrotta

la concordia, e non avrebbe per rate nè la convenzione di Steyer, nè

quella di Treviso, e rincomincierebbe la guerra. Fu forza all'imperatore

il consentire, e per un nuovo accordo fatto a Luneville, fu quella

principalissima fortezza data in mano dei Francesi.

La sospensione di Treviso ridusse alle strette il re di Napoli, perchè

per lei potevano i Francesi più espeditamente attendere alla

ricuperazione dei paesi perduti. Il conte Ruggiero, volendo cooperare

con Bellegarde, si era mosso coi Napolitani, e, traversato lo stato

Romano, era entrato in Toscana, alloggiandosi in Siena. Dall'altro lato

il marchese Sommariva con qualche squadrone di Tedeschi, e coi

fuorusciti Aretini, s'era ancor egli fatto avanti, ed aveva levato a

romore le parti superiori del gran ducato. Al quale moto sollevati gli

Aretini, siccome quelli che mal volentieri sopportavano il nuovo

dominio, di nuovo erano corsi all'armi, ed avevano condotto in grave

pericolo Miollis, che con poche genti custodiva la Toscana. Messi in

confusione e sconquasso i confini, s'incamminavano Sommariva da una

parte, il conte Ruggiero dall'altra all'acquisto di Firenze, dove il

generale Francese aveva la sua principale stanza. Queste cose accadevano

sul principiar dell'anno. Disperando Miollis, perchè si sentiva più

debole pel poco numero de' suoi soldati, misti di Francesi, Cisalpini, e

Piemontesi, di far fronte ad un tratto ai due nemici, s'appigliò

prudentemente al partito di combattergli separati, usando celerità.

Marciavano primieramente contro i Napolitani condotti dal conte. Guidava

il generale Pino l'antiguardo di fanti Cisalpini, e di cavalli

Piemontesi. Affrontava tra Poggibonzi e Siena una grossa colonna di

cinque o sei mila fanti Napolitani, e valorosamente urtando con le

bajonette, gli voltava in fuga. Volle il conte far testa in Siena; ma

Pino guidato dal proprio valore, da quello de' suoi, dal fervore della

vittoria, dava dentro incontanente, e fracassate coi cannoni le porte,

vittoriosamente vi entrava. Ritirossene il conte; poi fece opera di

rannodarsi sui poggi vicini, ma pressando viemmaggiormente i Cisalpini

ed i Piemontesi, fu costretto ad abbandonar tostamente i territorj

Toscani, ritirandosi in quei di Roma per l'oscurità della notte. Il

marchese, udito il sinistro caso del conte, ritraeva prestamente i

passi, e giva a ricoverarsi in Ancona. In tal modo Miollis pel valore

de' suoi, e per la provvidenza propria riduceva di nuovo in arbitrio di

Francia le cose di Toscana, e teneva in timore il sinistro fianco di

Bellegarde. Quest'erano le condizioni di Toscana quando, conclusa la

sospensione di Treviso, nella quale non fu compreso il re di Napoli, le

cose del regno restarono esposte a grandissimo pericolo; perchè Murat,

siccome gli era stato comandato dal consolo, già venuto con le nuove

reclute in Italia, s'incamminava a gran passi contro la Toscana e la

Romagna per invadere il regno. Ai soldati di Murat s'accostava al

medesimo fine una forte squadra dell'esercito vittorioso di Brune: ogni

cosa cedeva alla riputazione della vittoria. Il resistere pel re era

impossibile, la sua ruina certa. La salute, caso da non essere

presentito, gli venne dal settentrione. Carolina regina, che quantunque

fosse di natura pur troppo risentita, e si lasciasse tropp'oltre

trasportare dallo sdegno, aveva mente forte, e non dava molta fede alle

matte credenze, ed alle parole gonfie degli stravolti nemici di Francia,

si era risoluta, voltando tutto l'animo alle speranze Russe, e non

isperando in altro modo congiunzione con Francia, di andar a Pietroburgo

per pregare l'imperatore Paolo ad intromettersi, come mediatore, tra il

consolo e Ferdinando. Piacque la fede a Paolo: già rappattumato col

consolo, mandava in Italia il generale Lewashew, affinchè

s'intromettesse a concordia fra le due potenze. Si soddisfece Buonaparte

del procedere di Paolo, perchè in primo luogo vedevano le nazioni,

principalmente gl'Italiani, che uno dei più potenti principi del mondo,

non solo riconosceva il suo governo, ma ancora aveva amicizia con lui;

in secondo luogo vedeva egli medesimo il regno di Napoli sottratto dalla

divozione Inglese, e ridotto nuovamente nella propria. Fecersi a

Lewashew venuto in Italia onorevoli accoglienze in ogni parte, parendo

che rilucesse nella persona sua tutta la grandezza di Paolo: i popoli si

maravigliavano, che la Russia tanto nemica a Francia, le fosse ora

divenuta amica, e paragonando i tempi di Suwarow con quei di Lewashew,

ammiravano la potenza e la felicità del consolo. Venne per parte del re

il cavaliere Micheroux a trovare Murat a Foligno: non istettero a

negoziar lungo tempo, essendo le due parti sommamente desiderose di

convenire, una per piacere a Paolo, l'altra per paura di Buonaparte. Fu

adunque il dì diciotto febbrajo, accordata tra Francia e Napoli, con

corroborazione dell'autorità della Russia, una tregua, i principali

capitoli della quale furono, che i soldati regj sgombrassero dallo stato

Romano, che i repubblicani occupassero Terni, ma che la Nera non

oltrepassassero; che tutti i porti di Napoli e di Sicilia si serrassero

contro gl'Inglesi e contro i Turchi; che ogni comunicazione cessasse tra

Porto-ferrajo e Porto-longone nell'isola d'Elba, fintantochè gl'Inglesi

non avessero sgombrato da Porto-ferrajo; che Dolomieu si liberasse dalle

carceri di Messina, che si restituissero gli ufficiali ed i generali

Francesi; che si obbligasse il re ad udire favorevolmente le

raccomandazioni di Francia per coloro, che fossero o banditi, o

carcerati per opinioni politiche. Ebbe questo trattato subito effetto:

vuotò il conte Ruggiero il territorio della Chiesa: prevenendo le

instanze del consolo, aboliva i tribunali straordinarj, e condonava ogni

pena pel crimenlese. Murat tra per vanagloria ad entrar qual liberatore

in Roma, e per adescare ai futuri disegni venutovi dentro, e concorrendo

a lui il popolo, si condusse a far riverenza al pontefice.

Ogni cosa si componeva a concordia: più poteva a Vienna il terrore, che

le Inglesi esortazioni. Negoziavasi a Luneville per l'Austria dal conte

Luigi Cobentzel, per la Francia da Giuseppe Buonaparte, l'uno e l'altro

avendo mandato e possanza di concludere. Dopo qualche contenzione,

pigliarono forma, che il trattato definitivo di pace fosse sottoscritto

il giorno nove di febbrajo. I capitoli principali, quanto all'Italia,

furono quelli stessi del trattato di Campoformio, solo variossi pei

confini: l'Adige, principiando dove sbocca dal Tirolo insino alla sua

foce, fosse confine tra la Cisalpina e gli stati d'Austria; la destra

parte di Verona, e così quella di Portolegnago spettassero alla

Cisalpina, la sinistra all'Austria; si obbligava l'imperatore a dare la

Brisgovia al duca di Modena in ricompensa del perduto ducato;

rinunziasse il gran duca alla Toscana ed all'isola d'Elba, e la Toscana

e l'isola si dessero all'infante duca di Parma; il gran duca si

ricompensasse con stati competenti in Germania; conoscesse, e

riconoscesse l'imperatore le repubbliche Cisalpina e Ligure, e

rinunziasse ad ogni titolo, sovranità e diritto sopra i territorj della

Cisalpina; consentisse alla unione dei feudi imperiali colla repubblica

Ligure. Del Piemonte nulla si stipulava, perchè Buonaparte voleva

serbarsi o una occasione per pigliarlo per se, od un appicco per piacere

a Paolo.

Il re di Napoli ridotto alla necessità di obbedire alla forza lontana di

Paolo, ed alla vicina di Buonaparte, si quietava anche col consolo,

convenendo in un trattato di pace a Firenze il dì vent'otto di marzo

sottoscritto per parte di lui da Micheroux, per parte della Francia da

Alquier. Convenissi come nella tregua, e di vantaggio, che il re

rinunziasse primieramente, e per sempre a Porto-longone, ed a quanto

possedesse nell'isola d'Elba, secondamente cedesse alla Francia, come

cosa propria, e da farne ogni voler suo, gli stati dei presidj ed il

principato di Piombino; ancora perdonasse ogni delitto politico commesso

fino a quel giorno; restituisse i beni confiscati, liberasse i detenuti,

potessero gli esuli tornare nel regno sicuramente, e fosse loro

restituita ogni proprietà; da ambe le parti si dimenticassero le offese.

Le cose si fermarono anche con nuova composizione colla Spagna,

essendosi stipulato un trattato a Madrid il dì ventuno marzo da Luciano

Buonaparte per parte di Francia, e dal principe della Pace per parte di

Spagna. S'accordarono le due parti, che il duca di Parma rinunzierebbe

al ducato in favore della repubblica di Francia, che la Toscana si

darebbe al figliuolo del duca con titolo di re; che il duca padre si

compenserebbe con rendite e con altri stati; che la parte dell'isola

d'Elba che apparteneva alla Toscana, spetterebbe alla Francia, e che la

Francia ne ricompenserebbe il re d'Etruria collo stato di Piombino; che

la Toscana s'intendesse unita per sempre alla corona di Spagna; che se

il re d'Etruria morisse senza prole, succedessero i figliuoli del re di

Spagna.

Così in men che non fa un anno, ogni ostacolo cedendo ai Buonapartiani

fati, vinse il consolo Austria ed Italia. Poscia, essendo in tutti,

parte pei medesimi, parte per diversi rispetti la medesima intenzione

alla pace, composte tutte le controversie, contrasse amicizia

coll'imperatore Paolo, s'accordò coll'imperatore Francesco, e rinnalzò

Francia da bassa ad eminente fortuna.

LIBRO VIGESIMOPRIMO

SOMMARIO

Il consolo s'accorda con Roma, e rinstaura la religione

cattolica in Francia. Concordato. Discussioni nei consigli del

papa su di questo atto. Articoli organici aggiunti dal

consolo, e querele del pontefice in questo proposito. Ordini

Francesi introdotti in Piemonte, che accennano la sua unione

definitiva colla Francia. Menou mandato ad amministrar questo

paese in vece di Jourdan. Murat in Toscana. Suo manifesto

contro i fuorusciti Napolitani. La Toscana data al giovane

principe di Parma con titolo di regno d'Etruria. Il consolo

insorge per arrivare a più ampia autorità, ed a titolo più

illustre. Fa per questo sue sperienze Italiane, e chiama

gl'Italiani a Lione. Quivi il dichiarano presidente della

repubblica Italiana per dieci anni con capacità di esser

rieletto. Constituzione della repubblica Italiana. Genova

cambiata, e sua nuova constituzione. Monumento in Sarzana ad

onore della famiglia Buonaparte, natìa di questa città. Il

Piemonte formalmente unito alla Francia. Carlo Lodovico,

infante di Spagna, re d'Etruria per la morte del principe di

Parma. Descrizione della febbre gialla di Livorno. Le bilustri

trame di Buonaparte arrivano al loro compimento; si fa chiamar

imperatore. Pio settimo condottosi espressamente in Parigi, lo

incorona.

Le cose della religione cattolica erano in gran disordine in Francia.

L'assemblea constituente aveva interrotto la unione con la sedia

apostolica rispetto alla instituzione pontificia dei vescovi, qual era

stata accordata tra Leone decimo, e Francesco primo, e tolto i beni alla

chiesa con appropriargli alla nazione. I governi che vennero dopo,

massimamente il consesso nazionale, non solamente distrussero gli ordini

statuiti dall'assemblea, ma spensero ancora ogni ordine religioso,

perseguitarono i ministri della religione, ed alcuni anche sforzarono,

cosa nefanda, a rinegare il proprio stato, e le proprie opinioni. Il

direttorio continuò a perseguitare i preti, ora confinandogli

nell'esiglio, ora serrandogli nelle prigioni, e sempre impediendo loro,

massime ai non giurati, che liberamente e pubblicamente celebrassero i

riti divini. Fra tante amarezze dell'anime pie, qualche consolazione

recavano i preti giurati colle esortazioni, e coi conforti loro: ad essi

la Francia debbe restar obbligata della conservazione della fede; della

conservazione medesima la sedia apostolica debbe sentir loro obbligo,

sebbene abbia cagione di dolersene per la diminuzione da loro

introdotta, e pertinacemente sostenuta con le parole, con le opere, e

con gli scritti, nella giurisdizione della cattedra di San Pietro.

Conservarono eglino la fede, che è la radice, senza la quale ogni

religione, non che ogni disciplina ecclesiastica, sarebbe impossibile.

Ma la religione senza un culto ordinato, e senza riti accordati con la

pubblica autorità, e da lei riconosciuti e protetti, non potrebbe

sussistere lungo tempo, la cattolica meno di ogni altra, solita a

cattivar gli animi con le pompe e solennità esteriori. Ciò si vedevano

gli uomini prudenti, nei quali era entrata la persuasione, che le

credenze religiose sono un ajuto efficace alle leggi civili:

quest'istesso vedevano gli uomini religiosi, che si dolevano, che quello

che nelle menti e nei cuori loro pensavano ed amavano, non potessero in

ordinato e pubblico modo manifestare. Era adunque nato un desiderio in

Francia di veder ristorati i riti della religione cattolica, e molti

Francesi in questo desiderio tanto più s'infiammavano, quanto più

difficile sembrava la rintegrazione. Certo pareva, che ove una prima

insegna di Cristo si fosse rizzata, là sarebbero concorsi cupidamente, e

con amore avrebbero abbracciato coloro, che rizzata l'avessero.

Buonaparte non era uomo da non vedersi queste cose, meno ancora da non

usarle per edificare la sua potenza, e per arrivare a' suoi fini

smisurati. Per questo aveva dato parole di pace, di religione, di

rispetto, e d'amicizia verso il papa, quando ritornò, dall'Egitto

arrivando, in Francia; per questo tenne i medesimi discorsi quando andò

alla seconda conquista d'Italia; per questo le medesime protestazioni

accrebbe quando vittorioso nei campi di Marengo se n'era tornato nella

sua consolar sede di Parigi. Adunque divenuto libero dai pensieri, che

più nella mente sua pressavano, della guerra, applicava viemaggiormente

l'animo al negoziare col papa, col fine di venirne con lui ad un

aggiustamento in materia religiosa. Offeriva di dare stato, culto, e

comodi pecuniari alla religione cattolica, ed ai suoi ministri.

Aggiungeva le solite lusinghe, favellando con accomodate parole della

mansuetudine, e della santità del Chiaramonti, vescovo d'Imola. Nè

tralasciava le consuete dimostrazioni del suo amore verso la religione,

e verso i Francesi. Alcuni accidenti ajutavano queste pratiche, altri le

disajutavano. Dava favore al consolo un concilio nazionale di vescovi

giurati che dipendentemente da un altro tenuto nel novantasette, con suo

consentimento espresso era per adunarsi in Parigi il dì di San Pietro.

Non solamente ei non impediva che questi vescovi parlassero, ma

gl'incitava anche a parlare, quantunque fossero giurati, e contrarj a

quella pienezza di potestà, che i papi pretendono spettarsi alla sedia

apostolica. Della quale facoltà largamente usando, mandavano circolari

esortatorie ai vescovi, e preti loro compagni della chiesa gallicana,

acciocchè imitando, come dicevano, quella carità, di cui Gesù Cristo

aveva lasciato il precetto e l'esempio, venissero al destinato giorno ad

unirsi nel concilio di Parigi. Compissesi, confortavano, l'opera

incominciata nel concilio del novantasette, dessesi occasione ed

incitamento al rinnovare queste nazionali e sante assemblee presso tutte

le altre nazioni della cristianità, assemblee tanto raccomandate, e

tanto commendate dalla veneranda cristiana antichità; nodrissesi

speranza, che fossero esse il principio di un concilio ecumenico, la di

cui convocazione già da più secoli interrotta, sebbene il concilio di

Costanza avesse prescritto che ogni dieci anni si convocasse, era santa

e necessaria cosa rintegrare. Mandavano al tempo stesso pregando il

papa, col quale già il consolo negoziava per venirne allo statuire con

lui precetti contrarj, inviasse suoi deputati per certificarsi, quale e

quanta fosse la purità della fede loro: con lui si lamentavano di essere

stati prima condannati che uditi da Pio sesto; affermavano, per opera

loro non essere stato interrotto il corso della potestà episcopale:

forse, sclamavano, poter essere loro imputato a peccato l'avere

somministrato i sussidj, ed i conforti della religione a sì copioso

numero di diocesi, e di parrocchie abbandonate dai pastori loro?

Allegavano, che la facoltà di teologia, e di diritto canonico di

Friburgo in Brisgovia aveva profferito una sentenza tutta a loro

favorevole, sebbene non provocata; imploravano il parere di tutte le

altre università cattoliche, offerendosi pronti a dire ed a scrivere

quanto loro fosse addomandato a dilucidazione della controversia.

Protestavano finalmente, essere figliuoli obbedienti della Chiesa una,

santa, cattolica, apostolica, e romana; e con parole efficacissime

testimoniavano, nel grembo suo voler vivere, nel grembo suo morire.

Trattavasi in queste controversie principalmente della elezione dei

vescovi, cioè quanto al temporale, se la elezione fatta dal popolo fosse

valida, come quella fatta dai re e da altri capi di nazioni, e quanto

allo spirituale, se, perchè il filo della successione episcopale non

fosse interrotto, fosse necessaria l'instituzione del pontefice Romano,

o se bastasse quella fatta da un altro vescovo. Trattavasi poi anche di

quest'altro punto, se gli ecclesiastici dovessero vivere per le sole

obblazioni dei fedeli, o se dovessero possedere beni in proprio, e se

dottrina eretica fosse il mantenere che la potestà temporale, pei

bisogni generali dello stato potesse por mano senza il consenso del

Romano pontefice nei beni della chiesa. Non era punto nè incerta, nè

ignota la opinione dei vescovi giurati adunati in Parigi intorno alle

annunziate questioni, poichè ognuno sapeva, che sentivano contro le

dottrine della Romana sede. Nè solo queste opinioni in Francia erano

sorte, ma a loro non pochi uomini dottissimi, e di ogni religiosa virtù

ornati in Italia si erano accostati; conciossiachè, tacendo del Ricci,

vescovo di Pistoja, che più vivamente di tutti procedeva, nella medesima

sentenza erano venuti i professori Degola, Zola, Tamburini, Palmieri, e

con loro Gautier, prete Filippino di Torino, Vailua canonico d'Asti, con

molti altri sì Toscani, che Napolitani, che dal Ricci, o dai fratelli

Cestari avevano le medesime dottrine imparato. Non dubitava Gautier di

affermare, quale principio incontrastabile, che le elezioni dei vescovi

sono di diritto divino, od almeno di apostolica constituzione, che sì

fatto modo di elezione venne statuito dagli apostoli stessi, e servì di

esemplare alla disciplina praticatasi universalmente nella chiesa nei

secoli posteriori intorno ad un articolo di tanta importanza: allegava

il Filippino a confermazione della sua dottrina, che l'elezione di San

Mattia era stata fatta, non da San Pietro solamente, ma da tutti i

discepoli adunati nel cenacolo, che sommavano a centoventi: finalmente

usciva con dire, che se in fatto il pontefice Romano usava da più secoli

la facoltà di instituire i vescovi, per mera usurpazione ne usava. Da

tutto questo concludeva, che il papa doveva riconoscere, e confessare

per veri e legittimi vescovi coloro, ch'erano stati creati in conformità

degli ordini stabiliti dall'assemblea constituente di Francia. Voleva

adunque Gautier, ed esortava i vescovi, andassero, non ammessa scusa

alcuna, o pretesto in contrario, al concilio di Parigi per ingerirsi in

quella gran causa, perchè pareva a lui, che chiunque diritto e senza

prevenzione mirasse, avesse a venire in questa sentenza, che

l'innocenza, la ragione, la giustizia, secondo i sani principj dei

canoni stessero intieramente in favore dei pastori ordinati a norma

della constituzione del clero di Francia; che essi veri e legittimi

pastori fossero, siccome quelli che erano stati eletti dal popolo

cristiano, ed appruovati e constituiti nelle loro chiese dai rispettivi

metropolitani secondo i canoni primitivi dalla venerazione di tutto

l'universo confermati, e contro i quali nissuna consuetudine potrebbe

prevalere. A queste opinioni con l'autorità sua, e con gli scritti dava

favore Benedetto Solaro, vescovo di Noli, mostrando gran desiderio di

recarsi al concilio Parigino.

Pure da un'altra parte la Romana curia ardentemente impugnava le

medesime dottrine: Pio sesto pe' suoi brevi dei dieci marzo e tredici

aprile del novantuno, le aveva solennemente condannate, affermando, e

costantemente asseverando, che la potestà di compartire la giurisdizione

ecclesiastica secondo la disciplina da più secoli venuta in costume, e

dai concilj, ed ancora dai concordati confermata, non apparteneva

neppure ai metropolitani; che anzi questa potestà era alla fonte,

dond'era derivata, ritornata, siccome quella che unicamente

nell'apostolica sede ha la sua stanza, che presentemente al Romano

pontefice spettava il provvedere di vescovi ciascuna chiesa, come spiega

il concilio di Trento; dal che ne conseguitava che niuna legittima

instituzione di vescovi può esservi, eccetto quella che dalla sedia

apostolica si riceve; così avere statuito la Chiesa universale

debitamente adunata in concilio; così avere constituito il concordato

concluso tra Leone decimo pontefice, e Francesco primo re di Francia;

dal che si vedeva, che sebbene solamente dal secolo decimoquinto i

pontefici successori di San Pietro instituissero nelle sedi loro i

vescovi, incontrastabile nondimanco era in questa materia il diritto

loro, perciocchè vicarj di Cristo essendo, in se tutta avevano raccolta

la potestà data da Dio in terra pel governo della chiesa; e se i vescovi

erano posti a reggere le chiese particolari, ciò solamente potevano

fare, quando dal supremo ed universal pastore ne avevano ricevuto il

mandato.

A queste dottrine della curia Romana, come le chiamavano, non potevano

star forti, nè udirle pazientemente gli avversarj, e con parole e con

iscritti e con allegazioni di testi, e con sequele di ragionamenti

continuamente le combattevano. Nè ciò facendo, del tutto modestamente

procedevano: perciocchè, quantunque usassero discorsi artifiziosamente

umili verso il pontefice, mescolavano nondimeno motti acerbi, e sentenze

ancor più acerbe, quando favellano della potestà pontificia, e le

disputazioni, come di teologi, s'innasprivano. Insomma, siccome per la

constituzione civile del clero ordinata dall'assemblea constituente

pareva loro avere vinto una gran causa, così con tutti i nervi, e con

tutte le forze loro tentavano di riconfermare la conseguita vittoria.

Queste contese teologiche molto piacevano al consolo, e gli dimostravano

una grande opportunità, perchè non dubitava che il papa, temendo ch'ei

non fosse per gettarsi in grembo agl'impugnatori della santa sede,

avrebbe mostrato più docilità nel concedere ciò che desiderava; perciò

questi umori non solo favoriva, ma incitava. Questi erano gli accidenti

favorevoli al consolo; ma per natura, e per uso, e per massima amava

egli molto più il governo stretto e monarcale del papa, che il governo

largo e popolare degli avversarj, e gli pareva che gli ordini papali,

rispetto alla potestà unica ed universale, fossero un grande, utile e

maraviglioso pensamento. Chiamava i giansenisti gente di molta fede, e

di ristretti pensieri; nè gli pareva che la constituzione del clero,

siccome cosa antiquata e cagione di molte disgrazie, si potesse

utilmente rinfrescare. Un nuovo e vivace pensiero, e più conforme ai

desiderj dei popoli, gli pareva che abbisognasse.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V · 第 12 / 23 段