aveva voluto l'imperatore ratificare ai preliminari di pace stipulati a
Parigi il dì otto luglio tra il conte San Giuliano mandato da lui
espressamente, ed il ministro Taleyrand, e pei quali il consolo aveva
promesso di compensarlo con nuovi acquisti in Italia. Anzi l'imperatore
non solamente non aveva voluto consentire al trattato, ma si era anche
mostrato sdegnato contro il San Giuliano, come se avesse trapassato la
sua volontà. Stimolava a questi giorni instantemente l'Inghilterra
l'imperatore alla guerra, perchè avendo rifiutato la pace, abborriva dal
restar sola contro la Francia, nè poteva ancora accomodar l'animo al
pensiero, che i Paesi Bassi avessero a restar in possessione della
potenza emola a lei: offeriva adunque sussidj di denaro, ed ajuti di
forze dalla parte di Napoli. Dall'altra parte l'imperatore non sapeva
risolversi ad abbandonar la possessione di Mantova, parendogli che
fossero mal sicuri i suoi nuovi acquisti in Italia, finchè quella
fortezza fosse in potestà di uno stato dipendente intieramente dalla
Francia. Quantunque poi si trovasse privato della forte cooperazione
dell'imperatore Paolo, confidava di poter fare fortunata guerra da se
stesso, ricordandosi delle recenti vittorie di Verona e di Magnano, e
considerando che si era perduta la giornata di Marengo un sol momento,
dopo che era stata vinta sei ore, nè per difetto di valore ne' suoi
soldati. Erano gli eserciti avversi ordinati a questo tempo nel seguente
modo. Al Germanico di Francia condotto da Moreau stava a fronte il
Germanico d'Austria governato da Kray; all'Italico di Francia che
obbediva a Brune, l'Italico d'Austria cui era preposto Bellegarde. Fra i
due, e per congiungere l'uno coll'altro, si trovavano posti in mezzo nei
Grigioni un Francese governato da Macdonald, nel Tirolo un Austriaco
capitanato da Hiller. Così Moreau con Kray, emoli antichi, Macdonald con
Hiller, Brune con Bellegarde avevano a combattere.
La sollevazione del paese Toscano, che aveva obbligato Brune a smembrar
parte delle sue forze, ed a mandarla oltre il suo fianco destro, aveva
debilitato il restante. Laonde pensò il consolo a mandarvi nuove genti
con comandare a Macdonald, che lasciati grossi presidj nei Grigioni, si
calasse, prima dai Grigioni nella Valtellina, poscia dalla Valtellina
sulle sponde dell'Oglio e dell'Adige, quello per rinforzar Brune, dove
alloggiava, questo per riuscire alle spalle di Bellegarde, ed obbligarlo
a ritirarsi indietro dalla fronte del Mincio, dove allora aveva le sue
stanze. Aspro e difficile comandamento era quello del consolo; perchè il
traversare nella stagione già molto trascorsa (s'avvicinava la fine
d'ottobre), il monte asprissimo della Spluga per arrivare in Valtellina,
quel della Priga parimente pericoloso per arrivare in val Camonica
bagnata dall'Oglio, e finalmente il Tonale, che dà l'adito all'Adige
superiore, era opera piuttosto portentosa che umana. Nè valeva il fresco
esempio del San Bernardo, perchè la stagione era più aspra, ed i monti
più difficili. Forse la posterità troverà in questa intenzione di
Buonaparte più audacia che prudenza, e maggiore confidenza nei soldati,
che cognizione dei luoghi. Ciò non ostante non si perdeva d'animo
Macdonald, stimolandolo il fatto del San Bernardo, e volendolo emolare.
L'antiguardo condotto da Baraguey d'Hilliers, siccome quello che era e
partito più presto, e più vicino a quei monti, parte varcando la Spluga,
parte il monte dell'Ora, riusciva, non senza aver superato ostacoli
gravissimi, sulla destra a Chiavenna, sulla sinistra a Sondrio.
Acquistava per tal modo Baraguey l'imperio della Valtellina, e
facilitava la strada allo scendere di Macdonald. I Valtellini al veder
comparire quelle genti si maravigliavano, come se venissero dal cielo;
tanto pareva loro impossibile, ch'elle per quei luoghi, ed in quella
stagione fossero passate. Restava l'opera più difficile a compirsi a
Macdonald. Arrivato a Tusizio, donde si sale al monte eternamente
incappellato di nevi e di ghiacci, pareva, che la natura fosse divenuta
insuperabile. Tanto erano alte le nevi, tanto chiusa la strada già di
per se stessa sdrucciolevole, stretta, rotta, e precipitosa, pure, come
al San Bernardo, si posero le artiglierìe sui traini, le provvigioni sui
muli, marciavano, ma con difficoltà grandissima. Arrivava l'antiguardo
condotto dal generale Laboissiere al villaggio di Spluga, donde restava
a salirsi l'erta precipitosa, che porta al sommo giogo. Mettevansi in
viaggio, e con penosi passi, ed infinito anelito procedendo, alla
bramata cima già si approssimavano, quando ecco levarsi un levante
furiosissimo, che innalzando un immenso nembo di nevosa polvere, e negli
occhi dei soldati gittandolo, rendeva impossibile ogni passo. La forza
della veemente bufera furiosamente soffiando sul dorso delle nevi
ammonticchiate sopra quei sdrucciolenti gioghi, levava un'orribile
sommossa di neve, che con incredibile velocità e fracasso nelle
sottoposte valli piombando, portò con se a precipizio quanto le si era
parato davanti. Trenta soldati precipitati nell'abisso perirono; gli
altri atterriti, le strade chiuse. Aggiunse la sopravvegnente notte
nuovo orrore al fatto: tornarono a Spluga. Laboissiere, che separato da'
suoi, precedeva con le guide, a male stento, e quasi morto aggiungeva
alla cima; trovovvi benigno ospizio appresso ai religiosi, che come quei
del San Bernardo, attendono con pietà sì eroica alla salute dei
viaggiatori.
Pareva disperata l'impresa, e sarebbe stata, se non fosse arrivato
Macdonald, il quale spinto da ardente desiderio di emolare il consolo, e
prevedendo che lo stare importava la distruzione per la mancanza dei
viveri, con accesissime esortazioni tanto fece, che le stanche ed
atterrite genti di nuovo s'incamminavano. Precedevano quattro forti buoi
a pestar le nevi; seguitavano quaranta palajuoli ad appianarle ed a fare
il sentiero; i zappatori venendo dopo l'assodavano; due compagnìe di
fanti a destra ed a sinistra perfezionavano pel sicuro passo ciò che
ancora si trovava imperfetto. A questi s'attergavano le altre genti,
fanti e cavalli: le artiglierìe e le bestie da soma viaggiavano alla
coda; quest'era l'antiguardo. Arrivava sulla cima all'ospizio, con
infinita allegrezza si ricongiungeva col salvato Laboissiere. Poi
seguitando il cammino per la pianura del Cardinello, giungeva a campo
Dolcino. Allo stesso modo varcavano il dì secondo e terzo di dicembre
due altre squadre di fanti, di cavalli, e d'artiglierìe: il tempo freddo
e sereno, le nevi indurite in ghiaccio facilitavano il passo. Solo
alcuni soldati per la forza di quell'insolito rigore o morivano gelati,
o perdute le estremità con le membra monche restavano. Crudo era il
viaggio, ma speranza di terminarlo felicemente, quando il dì quattro
(rimaneva a varcarsi il retroguardo in cui si trovava Macdonald), si
levava una spaventevole bufera, che e gli uomini col soffio
violentissimo arrestava, e sotto monti di lanciata neve gli seppelliva,
ed ogni traccia che fatta si fosse di strada, intieramente scassava. La
disperazione entrava negli animi: le guide, uomini del paese, atterrite
attestavano l'impossibilità del passare, e l'opera loro ricusarono. Era
per perire Macdonald sotto monti di neve, come era perito Cambise sotto
monti d'arena. Ma vinse la virtù sua e dei compagni: queste sono opere
piuttosto da giganti che da uomini. Incoraggiò le guide, incoraggiò i
soldati. Accorreva, e gridava: «Francesi, ha l'esercito di riserva vinto
il San Bernardo, vincete voi la Spluga: superate per gloria vostra
quello, che la natura ha voluto fare insuperabile: i destini vi chiamano
in Italia; ite e vincete, prima i monti e le nevi, poscia gli uomini e
l'armi». La lunga tratta delle squadre desolate riprendeva il cammino.
Imperversava vieppiù la bufera: spesso le guide piene di un alto terrore
tornavano indietro, spesso gli uomini sepolti, spesso dispersi spesso la
stretta foce della sublime valle si trasformava in monte di neve; là era
un muro bianco e sodo, dove prima era l'aperta; chiusa ogni strada.
S'aggiungeva un freddo intensissimo, maggiore, quanto più si saliva, e
che gli animi attristava, e prostrava, e le membra con renderle inutili
aggrezzava. Le nevose ed estemporanee mura spesso si rinnovavano,
l'inesorabile inverno spaziava largamente, e dominava; le Rezie Alpi in
atto di sorbirsi gli audaci Francesi. Rifulse in tanto estremo caso
mirabilmente, quanto possa questa portentosa umana natura; perchè non
restandosi Macdonald nè i suoi a quel mortale pericolo, aprivano ciò che
era chiuso, spianavano ciò che era montuoso, rompevano ciò che era
ghiacciato, assodavano ciò che era cedevole, sgretolavano ciò che era
sdrucciolente, coprivano o riempivano ciò che era abisso. Per tale modo,
quantunque un rovinoso inverno gli chiamasse a distruzione ed a morte,
l'inverno vincevano, e contrastando a quanto hanno di più terribile e di
più insuperabile i furibondi elementi, riuscivano nella Valtellina valle
a salvamento. Rallegravansi dell'acquistata vita l'uno con l'altro,
perchè si erano creduti morti: godevasi Macdonald il raccolto frutto
dell'invitta costanza. Imprese son queste che pajono impossibili, e più
a coloro che le hanno effettuate. Non le crederebbe la posterità, se il
secolo nostro, tanto abbondante raccontatore, non uno, ma cento
testimonianze non fosse per tramandarne; nè ricorda alcuna storia o
antica o moderna fatto più maraviglioso, o più erculeo di questo. Da lui
si vide con qual nemico avessero a fare gli Austriaci; perchè certamente
non si sarebbero eglino mai posti a fatti sì rischievoli; il valore era
pari da ambe le parti, maggiore l'audacia da quella dei Francesi.
Chiamanla alcuni temerità; pure la fortuna è amica degli audaci, ed il
mondo è di chi se lo piglia.
Sebbene la prima parte dell'impresa fosse compita, restavano ad
effettuarsi le due altre, che avevano anch'esse gran momento di
difficoltà; quest'erano il passo dalla Valtellina nella valle Camonica,
cioè dall'acque dell'Adda a quelle dell'Oglio, ed il passo dalla
Valtellina nel Trentino, cioè dall'acque dell'Adda a quelle dell'Adige.
Apriva il primo il monte Priga, il secondo il monte Tonale. Non ebbe
prospero fine il tentativo contro quest'ultimo, perchè gli Alemanni vi
si erano fortemente trincerati, e sebbene Macdonald due volte con grande
vigorìa gli combattesse, ajutati dalla stagione, dalla fortezza del
luogo, e dal proprio valore il risospinsero. Da un'altra parte sortiva
esito felice il passo della Priga. Traversato, non senza gravi
difficoltà e pericoli, quell'aspro monte, vedevano i repubblicani le
acque dell'Oglio, e passato Breno, si raccoglievano a Pisogna, terra
posta sulla settentrional punta del lago d'Iseo, cui l'Oglio con le sue
acque forma e nodrisce. Vi trovavano la legione Italiana di Lecchi, e
vettovaglie fresche, provvidenza di Brune, che ve le aveva mandate a
ristoro di quelle stanche ed eroiche genti.
Erasi sul fine di novembre disdetta la tregua, e denunziate le ostilità
da una parte e dall'altra, ma non si venne tosto alle mani in Italia,
perchè Brune non voleva principiar la guerra innanzi che Macdonald,
occupato allora nel passo dei monti, fosse venuto a congiungersi con
lui. Nè stava senza timore che il suo fianco destro pericolasse,
stantechè Dupont, dopo la conquista della Toscana, era ritornato con la
maggior parte delle truppe al campo principale, lasciato solamente in
quel paese Miollis con tre o quattromila soldati. Oltre a ciò il re di
Napoli, stimolato dagl'Inglesi, e volendo cooperare coll'Austria, aveva
radunato un'esercito campale sotto la condotta del conte Ruggiero di
Damas; il quale traversato lo stato pontificio, già s'avvicinava alla
Toscana. Perciò il generale di Francia stava aspettando che Macdonald si
accostasse, e che i soldati novelli, che già erano arrivati in Piemonte,
gli pervenissero. Nè meno desiderava indugiar la guerra Bellegarde,
volendo aspettare che Laudon e Wukassowich fossero scesi dal Tirolo.
Inoltre trovandosi alloggiato in sito forte per natura e per arte, amava
meglio essere assaltato, che assaltare.
Avvicinandosi oggimai la fine dell'anno, ed essendo giunto Macdonald sui
campi, donde poteva cooperare con Brune, e volendo il generalissimo
secondare i movimenti di Moreau in Germania, che con armi prospere
minacciava il cuore dell'Austria, si deliberava a dar principio alle
ostilità: assaltati impetuosamente i corpi che Bellegarde aveva posto
alle stanze sulla destra del Mincio, gli sforzava a rivarcare il fiume.
Restava ch'egli medesimo il passasse, difficile opera, perchè gli
Austriaci forti di numero e di sito, si erano risoluti a difendere
gagliardamente il fiume. Erano i Francesi partiti in tre schiere: la
superiore, cioè la sinistra governata da Moncey, guardava a Peschiera,
la mezzana, a cui presiedeva Suchet, stava rimpetto a Borghetto, la
inferiore o la destra guidata da Dupont alloggiava alla Volta, e si
distendeva sino a Goito. Fece Brune pensiero di varcare al passo di
Mozambano, perchè quivi le rive essendo meno paludose facilitavano lo
accostarsi, ed il combattere più fermamente nei luoghi occupati. Perchè
poi il passo gli riuscisse più facile, avvisò di ingannar il nemico con
fargli credere, ch'ei lo volesse passare più sotto tra la Volta e
Pozzuolo. Con questo fine ordinava a Dupont, facesse qualche forte
dimostrazione di voler varcare in questo luogo, e tanto vi tempestasse,
che Bellegarde si persuadesse, che quest'era il passo veramente, che i
Francesi avevano intenzione di effettuare, non dubitando, che per questo
timore vi avrebbe il generale Tedesco mandato gran parte delle sue
genti, e perciò, nudando il suo destro fianco, dato più facile
esecuzione al disegno di Mozambano. Ciò non ostante voleva Brune, e così
aveva comandato a Dupont, che si contentasse di una dimostrazione sulla
riva sinistra, non vi prendesse alloggiamento stabile, non v'ingaggiasse
battaglia giusta. Correva il giorno venticinque decembre, cui il
generalissimo di Francia aveva destinato al passaggio del Mincio. Fu il
primo Dupont a mandar ad effetto la fazione che gli era stata commessa.
Passava primieramente coi soldati leggieri sulle barche trovate a caso,
poi, accomodate le piatte, construiva il ponte, e varcava con la maggior
parte delle genti, che erano le due squadre di Watrin e di Monnier.
S'impadroniva, dopo breve contrasto, della terra di Pozzuolo, e senza
aver rispetto alle condizioni delle cose, vi fermava le sue stanze;
felice ad un tratto, ed infelice pensiero, perchè se l'impadronirsi di
Pozzuolo era fatto importante, la circostanza era tale, che avrebbe
potuto partorire la difazione intiera dei Francesi, e per poco stette,
che non abbia fatto quest'effetto. Sarebbe stato e miglior partito per
non deviare dalla volontà del generalissimo, e più sicuro per Francia,
che Dupont, acquistata la facoltà del passare, attendesse, prima di
effettuare il passo, che Brune avesse ancor egli varcato a Mozambano. Ne
sorse un gravissimo pericolo; perchè Brune avendo trovato le strade
molto sinistre, non potè mettersi all'impresa il giorno venticinque; il
che fu cagione che Bellegarde, che alloggiava col grosso a Villafranca,
terra poco lontana, corse subitamente con tutto il pondo de' suoi contro
Dupont. Si difese virilmente il Francese, ancorchè Bellegarde si fosse
scoperto con quasi tutto il suo esercito in battaglia; fecero i suoi
soldati quanto in accidente sì pericoloso per uomini valorosi si poteva
fare. Ma tanto preponderava il nemico, combattendo colla maggior parte
delle sue forze contro una piccola di quelle dell'avversario, che già
Dupont, non essendo potente a resistere col suo corpo solo, cedeva, e si
vedeva vicino ad essere rituffato nel fiume, portando in tal modo la
pena dell'aver preso animo, contro gli ordini del capitano generale, di
fermarsi, e far grossa battaglia sulla riva opposta del fiume. Sarebbe
adunque stata l'ala destra dei Francesi conquisa intieramente e rotta,
se non fosse giunto improvvisamente un non pensato soccorso. Suchet, che
dall'eminenze della Volta scopriva quanto Dupont fosse pressato dal
nemico, consigliandosi piuttosto con la necessità dell'accidente, che
con gli ordini di Brune, perciocchè il generalissimo gli aveva ordinato
che andasse ad ajutare il passo di Mozambano, frettolosamente marciava
al mal auguroso Pozzuolo. L'arrivo di Suchet ristorava la fortuna della
giornata oramai perduta. Tuttavia gli Austriaci grossi e sicuri sul loro
destro fianco facevano una battaglia forte, e molto ostinata. Tre volte
s'impadronirono di Pozzuolo, e tre volte ne furono risospinti. Infine fu
costretto Bellegarde a tirarsi indietro a Villafranca, lasciando i
repubblicani in possessione di Pozzuolo. Patì molto in questa battaglia;
perciocchè gli mancarono circa cinquemila soldati tra morti e feriti;
tremila prigionieri attestarono quanto spesso le fini delle battaglie
siano diverse dai principj. Tre bandiere, undici cannoni ornarono il
trionfo dei vincitori. Non fu però senza strage la vittoria ai Francesi:
duemila soldati mancarono o per morte, o per ferite; pochi vennero in
potestà di Bellegarde. Il seguente giorno, come aveva destinato, passava
Brune il fiume a Mozambano per guisa tale che tutto l'esercito di
Francia si trovava condotto sulla sinistra del Mincio.
Bellegarde, considerato il successo della fazione di Pozzuolo, nè
volendo avventurarsi a battaglie campali in quella facile largura tra il
Mincio e l'Adige, ancorchè molto prevalesse di cavallerìa, accomodava le
sue deliberazioni agli esiti delle cose, e ritirava le genti sulla
sinistra dell'Adige, solo lasciando sulla destra alcuni corpi, non per
signoreggiare il paese, ma soltanto per meglio difendere il passo del
fiume. Brune, fatto più ardito dalla vittoria, applicava l'animo a
cacciare l'avversario oltre Verona, ed a far sentire l'impressione delle
armi Francesi nel Vicentino, nel Padovano, e nel Trivigiano. Ciò
meditando, a modo tale ordinava la fazione, che piuttosto sopra Verona
che sotto effettuasse il passo, perchè in questa guisa procedendo,
Macdonald poteva più facilmente cooperare con lui, ed aveva speranza
d'impedir la congiunzione di Laudon, e di Wukassowich, che già
scendevano dal Tirolo. Per la qual cosa, avvicinandosi col grosso
all'Adige, mandava Moncey con un corpo sufficiente verso Corona e
Rivoli, affinchè serrasse la strada a Laudon ed a Wukassowich, e nel
caso in cui eleggessero di rivoltarsi là, dond'erano venuti, gli
perseguitasse anche all'insù. Sapeva che Macdonald procedendo pei monti
superiori, ed entrando dalla valle dell'Oglio in quella del Mela, da
questa in quella della Chiesa, e pervenendo alla superior coda del lago
di Garda, si proponeva di riuscire per montagne scoscese e rotte, sopra
a Trento. La quale mossa, se avesse avuto il suo effetto, Laudon e
Wukassowich, combattuti sopra da Macdonald, sotto da Moncey, non
avrebbero più avuto scampo. Succedeva felicemente il pensiero di Brune,
rispetto al passo del fiume, perchè facilmente gli veniva fatto di
varcarlo a Bussolengo, luogo già tanto famoso pei successivi passaggi,
ora di Francesi, ora di Tedeschi. Bellegarde, informato del viaggio di
Macdonald, aveva fatto debole dimostrazione per impedire il transito ai
repubblicani, e si ritirava, lasciato solamente nel castello di San
Felice di Verona un presidio, che poco dopo s'arrese, sulle rive della
Brenta. Al tempo stesso accortosi, quanto la guerra fosse pericolosa a
Laudon ed a Wukassowich, aveva loro comandato, che risalissero più
presto che potessero l'Adige, e per la valle della Brenta con frettolosi
passi venissero a congiungersi con lui nei contorni di Bassano. In
questo punto pervennero le novelle, che dopo la vittoria di Hohenlinden
guadagnata da Moreau contro l'arciduca Giovanni, era stata conclusa a
Steyer il giorno venticinque decembre, una tregua tra il generale
Francese e l'arciduca Carlo. Propose Bellegarde a Brune un trattato
simile di sospensione di offese; ma esigendo conforme alle istruzioni,
che gli si cedesse, oltre Peschiera, Ferrara, Ancona e porto Legnago,
anche Mantova, il trattato non potè aver effetto, e si continuò la
guerra.
Le cose pressavano molto nel Tirolo. Moncey e Macdonald intendevano a
serrare da ogni parte Wukassowich e Laudon, per impedir loro la facoltà
del ritirarsi. Ma il primo alloggiato superiormente al secondo, e
prestamente obbediendo a Bellegarde, entrato per Pergine nella valle
della Brenta, schivava il pericolo, e sicuramente per la sponda di
questo fiume camminava alla volta del suo generalissimo; il secondo pel
contrario si trovava in molto ardua condizione, imperciocchè già si era
condotto tanto innanzi, che era disceso fin sotto a Roveredo, e non
poteva più tornare indietro per Trento innanzichè Macdonald vi
arrivasse. Era oltre a ciò aspramente combattuto da Moncey dalla parte
inferiore per modo, che cacciato all'insù da un sito all'altro aveva
anche abbandonato al vincitore la possessione di Roveredo. Al tempo
stesso Macdonald, superata la resistenza, che Davidowich con un po' di
retroguardo di Wukassowich aveva fatto a Trento, s'impadroniva di questa
capitale del Tirolo Italiano. Era adunque tolto ogni scampo a Laudon per
la strada maestra, nè altra speranza gli restava, che quella di condursi
per le strette ripide e malagevoli di Caldonazzo, a Levico. Il passo era
impossibile ad eseguirsi per sentieri tanto difficili, massime pei
cavalli, per le bagaglie, e per l'artiglierìe, se vivamente i Francesi
l'avessero perseguitato. Mandò dicendo a Moncey, essere conclusa una
tregua, cosa non vera, tra Brune e Bellegarde; il richiedeva
dell'osservazione: prestò fede il Francese, e si astenne dal combattere.
Laudon intanto, usando l'occasione e frettolosamente marciando, arrivava
a salvamento a Levico, donde calandosi con viaggio prospero, si
avvicinava a Bellegarde. Diede Moncey all'insù di Roveredo, Macdonald
all'ingiù da Trento: incontraronsi fra le due città i due generali della
repubblica, dolenti ambidue, che per inganno fosse loro stata tolta
l'occasione di un segnalato fatto a propria gloria, e ad utilità della
patria. Rammaricossene più spezialmente Macdonald, per avere incontrato
indarno tanti pericoli e fatiche. Restava che compisse un'altra parte
del suo disegno, piacendogli le imprese grandi ed audaci: quest'era di
montar l'Adige fino a Bolzano ed a Brissio, poi di entrare nella valle
della Drava per riuscire alle spalle di Bellegarde, e tagliargli la
strada al suo ricetto d'Austria. Infatti già era arrivato col suo
antiguardo a Bolzano, combattendovi gagliardamente il generale
Auffenberg, che vi stava a difesa con quattromila soldati: non la
guerra, ma la pace impedì a Macdonald l'esecuzione del suo animoso
pensiero.