Altri tormenti, oltre i raccontati, travagliavano i Piemontesi, e

rendevano impossibile ogni buon governo; questi erano la incertezza

sulle sorti future del paese. Sapevansi le offerte fatte dal consolo al

re: ciò faceva camminar a ritroso i partigiani regj, a rilento i

repubblicani: quelli speravano, questi temevano: tra l'ordinar peritoso

e l'obbedir lento nasceva l'anarchìa. Il consolo non si era voluto

scoprire: interrogato, si ravviluppava nelle ambagi. Alcuni dagli

stimoli da lui dati ai repubblicani Piemontesi, acciò si mostrassero,

argomentavano ch'ei non volesse più dare il Piemonte al re; alcuni altri

da questo stesso giudicavano, che il volesse dare. I democrati

insultavano gli aristocrati, gli aristocrati si ridevano dei democrati;

i primi speravano la repubblica, i secondi si tenevano sicuri del regno.

Questi prevalevano, perchè non pochi fra i capi venuti di Francia per

ingerirsi, non senza cagione, nelle faccende dell'amministrazione

militare, e che se ne vivevano alle mense dei magnati, o per adulazione,

o per certo vezzo di voler comparire dell'antico tempo, laceravano

continuamente quei che servivano allo stato nuovo. Chi si dava per

antico conte, chi per antico marchese, chi, per lo manco, per visconte,

o per barone; nè s'accorgevano in quanto disprezzo venissero essi

medesimi appresso ai nobili Piemontesi, tanto acuti ed esperti

conoscitori della natura altrui. Intanto questi discorsi toglievano

forza al governo. Quelli stessi che più da lui domandavano, il

riducevano alla condizione di poter men dare. Era in questo procedere

leggerezza ed ingratitudine, ma non disamorevolezza od odio, perchè non

erano capaci nè di amare nè di odiare. Io non so, se in mezzo a cose

tanto gravi mi debba parlare delle pazzie dei democrati, che non

vedevano in qual trappola fossero. Pure non tacerò, che era tornato in

Piemonte quel Ranza. Le cose che diceva e che stampava, non son da

domandare; e peggio, che queste medesime cose aveva dette, standosene

carcerato in Vigevano in poter dei Russi, e le avrebbe anche stampate,

se avesse potuto. Ora scriveva contro i preti, ora contro i frati, ora

contro gli aristocrati, ora contro i democrati, ora contro il governo,

ora contro i governati, e fece un giorno, traendo il popolo a folla, non

so qual falò in piazza Castello dello scritto di un frate suo

avversario. Buttava nel pubblico ogni giorno sue miracolose gazzette, ed

ogni giorno ancora appiccava suoi cedoloni alle mura egli stesso, e

quando si sentiva voce, che era Ranza, il popolo correva a calca per

vedere. Incominciò, a dire, che vivevano troppi aristocrati in Piemonte:

ripreso, venne in sul dire che tutti erano aristocrati. Il governo che

non aveva penetrato l'umore, il volle frenare; ma e' furon parole,

perchè tornò sul dire che tutti erano aristocrati, e quei del governo i

primi. Basta, per lo men reo partito, e' fu lasciato dire. Ma le

opinioni si pervertivano; la maldicenza trovava forte corrispondenza

nell'invidia, e non si poteva più governare. Io ho voluto parlare, e

forse il feci troppo più lungamente che si convenisse, di questo Ranza:

ma il volli fare, perchè mi pare, che di questi Ranza ne siano molti in

Europa, e molti più in quei paesi di lei, che sono, o si credono liberi.

Lasciata incerta la sorte del Piemonte, sorgevano e s'inviperivano le

sette. Chi voleva essere Francese, chi Italiano, chi Piemontese. Gli

amici si odiavano, i nemici sì accordavano, nissun nervo di opinione.

Accrebbe l'incertezza ed i mali umori un atto del consolo, con cui diede

il Novarese sì alto che basso alla Cisalpina. Prina, Novarese, che era

allora ministro di Piemonte, fu primo suggeritore e confortatore di

questo smembramento della sua patria; ciò dico per dimostrare quale

sincerità, e quale lealtà fosse in quei tempi. La sinistra novella

sollevò gli animi maravigliosamente in Piemonte, perchè si pensò, che

Buonaparte volesse restituire il rimanente al re. Il governo protestò:

il consolo, che sapeva ciò che si faceva, si maravigliava che si

sperasse, che si temesse, che si protestasse. Pure non si scopriva; i

timori, le sette, e le angustie del governo crescevano. Era segno il

Piemonte ad ogni più fiera tempesta.

Fra sì funesta intemperie ebbe il governo, che allora, sotto nome di

commissione esecutiva surrogata alla commissione di governo, era

composto di Bossi, Botta, e Giulio, un consolatorio pensiero, e questo

fu di stanziar beni di una valuta di cinquecento mila franchi all'anno a

benefizio dell'università degli studj, dell'accademia delle scienze, del

collegio, e di altre dipendenze, ordine veramente benefico e magnifico,

di cui solo si trovano modelli negli stati uniti d'America per

munificenza del congresso, ed in Polonia per munificenza dell'imperatore

Alessandro.

Fu questo conforto piccolo pei tempi; perchè le disgrazie sormontavano.

Continuossi a vivere disordinatamente, discordemente, servilmente,

famelicamente in Piemonte, finchè venne il destro a Buonaparte

d'incamminarlo a più certo destino.

Le sorti di Genova del pari infelici, parte pei medesimi motivi, parte

per diversi. Per la capitolazione d'Alessandria abbandonava Hohenzollern

Genova, non senza aver prima, per comandamento di Melas, esatto dai

sessanta negozianti più ricchi un milione, come diceva, in presto ad uso

dei soldati. I Francesi condotti da Suchet, entrarono nella desolata

città il dì ventiquattro giugno. Quante sventure e quanti dolori abbiano

in se queste frequenti mutazioni di dominio, ciascuno può giudicare.

Trattaronla i Francesi duramente, come se uscendo dalle mani dei

Tedeschi fosse sana ed intiera: l'avevano trattata duramente i Tedeschi,

come se quando era uscita dalle mani dei Francesi fosse fiorita e ricca.

Il consolo, come in Cisalpina ed in Piemonte, creava una commissione di

governo con tutte le potestà, salvo la giudiziale e la legislativa:

creava una consulta con la potestà legislativa: creava finalmente

appresso al governo Ligure un ministro straordinario, chiamandovi il

generale Dejean. Diede il magistrato della commissione a Gian Battista

Rossi, Agostino Maglione, Agostino Pareto, Girolamo Serra, Antonio

Mongiardini, Luigi Carbonara, Luigi Lupi, uomini risplendenti per virtù,

e che nelle faccende presenti camminavano con moderazione. Nè minori

pregi d'animo si notavano in coloro che chiamava alla consulta, Luigi

Corvetto, Emanuele Balbi, Girolamo Durazzo, Cesare Solari, Giuseppe

Fravega, Niccolò Littardi, Giuseppe Deambrosis, con molti altri fino al

numero di trenta. Nella presa del magistrato sorsero le solite

adulazioni, maggiori però da parte del ministro straordinario, che del

governo. Parlò il ministro della lealtà e generosità del consolo,

impegnò la fede di Francia, che alla pace generale soliderebbe la

libertà e l'independenza della Ligure repubblica. Dolci parole alle

orecchie Genovesi; ma quest'altre che toccò, incominciavano a saper

d'amaro. Furono, che se la guerra si riaccendesse, e' bisognerebbe

pensare a trovare soldi. Molto poi lodevolmente inculcava il ministro,

si dimenticassero le offese, si perdonasse ai traviati: così volere

l'interesse dello stato. Rispose Rossi, presidente, non senza dignità,

ma con lingua Italiana sconcia e servilissima: essere quel giorno fra i

felici felicissimo per la repubblica; avrebbero cura della quiete e

della libertà della patria; desiderare i Liguri, come navigatori e

commercianti, la pace; del resto povera essere la repubblica, poveri i

cittadini; recar conforto le promesse fatte, e le qualità del ministro.

Più certo, e più chiaro era il destino di Genova, che quel del Piemonte;

perciocchè la Francia prometteva independenza. Ciò fu cagione, che fosse

maggior forza nel governo Ligure che nel Piemontese, e che le parti

avverse meno si ardissero di contrastargli. Favellò gravemente Dejean

alla consulta, quando la instituì: badassero alla sperienza, deponessero

i principj astratti, le teorie pericolose, infausti semi di rivoluzioni.

Dal che si vede, che Dejean aveva bene penetrato la mente del consolo, e

che il consolo molto sagacemente, e molto veramente giudicava della

natura umana.

Erano, come abbiam detto, quei della commissione di governo uomini

pacifici e dabbene. Pure mossi dalle grida dei democrati, stanziarono

una legge d'indennità, della quale il minor male che si possa dire, è,

ch'era contraria ai capitoli d'Alessandria. Si risarcissero dai briganti

e nemici della patria (così chiamavano i fautori dell'antico stato e

dell'Austria) i danni ai danneggiati; se non avessero di che risarcire,

risarcissero per loro i comuni; radice pericolosa era questa di enormi

arbitrj. Ammonì gravemente Dejean i reggitori dell'errore, rammentò i

patti d'Alessandria, e la volontà del consolo. Non istettero i Genovesi

in capitale al passo; il ministro del re di Francia crebbe di

riputazione; rallegrossi il consolo dell'occasione aperta di mostrar

generosità e tutela verso i partigiani del reggimento antico.

Con questi accidenti si viveva il governo povero obbligato a sopperire

allo stato, ed ai soldati forestieri: Keit dominava i mari, e serrava i

porti: Genova sempre in servitù, o periva di fame, o periva per ferro:

contristava vieppiù la città venuta a crudeli strette per la forza, la

malattia pestilenziale, che, non che cessasse, montava al colmo. Duemila

perirono in un mese. Brevemente, la condizione dei tre stati contermini

era questa: in Piemonte fame, peste di carta pecuniaria, incertezza

d'avvenire; in Cisalpina abbondanza di viveri, erario sufficiente,

maggiore speranza, se non di stato libero, almeno di stato nuovo; in

Genova fame, peste, e povertà d'erario. Nel resto in tutti tre servitù;

i governi fattori di Francia.

Intanto la fortuna preparava a Buonaparte il più efficace fondamento che

potesse desiderare a' suoi disegni, fondamento più potente delle armi,

più potente della fama. Morto Pio sesto pontefice nella sua cattività di

Francia, era stato assunto al pontificato nel conclave di Venezia il

cardinal Chiaramonti, sotto nome di Pio settimo. Temeva dell'Austria,

sperava in Francia, il consolo confidava di ridurlo a' suoi pensieri con

accarezzar la religione. Ciò produsse effetti di grandissima importanza.

Ricevettero i Romani con molte dimostrazioni di allegrezza le novelle

della creazione del pontefice. Erano in servitù dei Napolitani:

speravano, che il signore proprio avesse a liberargli dal signore

alieno. Partiva papa Pio il dì nove di giugno da Venezia, e dopo

travagliosa navigazione arrivava ai venticinque a Pesaro. Mandati avanti

con suprema autorità per ricevere lo stato dagli agenti del re

Ferdinando, e per dar qualche assetto alle cose sconvolte, i cardinali

Albani, Roverella, e della Somaglia, entrava in Roma il terzo giorno di

luglio in mezzo alle consuete allegrezze dei Romani. Provvide alla

Chiesa colla creazione di nuovi pastori, allo stato con quello di nuovi

magistrati; ridusse ogni cosa, quanto possibil fosse, alla forma antica.

Fu mansueto l'ingresso, mansueto il possesso, i partigiani della

repubblica salvi. Stanziò che i beni venduti al tempo del dominio

Francese alla Chiesa apostolica ritornassero, salvo il rimborso del

quarto ai possessori. Nè molto tempo corse, che volendo provvedere

dall'un de' lati alla camera, dall'altro all'interesse dei comuni e dei

particolari, tolse alcune tasse, nuove ne pose. Volle che i comuni si

liberassero dai debiti, sulla camera pontificia trasferendogli, salvo i

debiti contratti per l'annona, e gl'interessi corsi dei debiti

anteriori: liberava i comuni dai luoghi di monte sullo stato

investendogli, ma al tempo medesimo statuiva, che finchè l'erario non

fosse ristorato, solo i due quinti dei frutti dei monti si pagassero.

Comandava, che i quattro quinti si corrispondessero ai possessori dei

monti vacabili, e che i luoghi di monte sì perpetui che vacabili fossero

esenti da ogni qualunque tassa o contribuzione. Aboliva le gabelle

privilegiate, dico quelle dei bargelli, del bollo estinto, dei cavalli

morti, o le trasferiva a beneficio dei comuni. L'opera poi delle

contribuzioni indirizzava a più generale ed uniforme condizione: creava

due tasse, abolito ogni privilegio e consuetudine antica che fosse

contraria. Chiamò l'una reale, l'altra dativa. Quattro erano le parti

della prima, un terratico di paoli sei per ogni centinajo di scudi

d'estimo pei fondi rustici, una imposizione di due paoli per ogni

centinajo di scudi di valuta sui palazzi e case urbane, un balzello di

scudi cinque sui cambj per ogni centinajo di scudi di frutti, una

contribuzione di valimento, che doveva sommare alla sesta parte di tutte

le rendite dei capitali naturali e civili, rustici ed urbani sopra

coloro, che consumassero le loro rendite fuori di stato. La dativa

consisteva nella gabella del sale sforzato, in quella della mulenda, o

macinato, ed in quella di tre paoli per ogni barile di vino che

s'introducesse in Roma, salva la esenzione pei padri di dodici

figliuoli, e pei religiosi mendicanti. Buoni ordini furono questi, fatti

anche migliori dal beneficio dei repubblicani di aver cassa del tutto la

carta pecuniaria.

Non omise il consolo di considerare le Romane cose. Prevedeva, che come

la pace coi re era per lui grande mezzo di potenza, così maggiore

sarebbe la pace colla Chiesa. Quando poi seppe, che il cardinale

Chiaramonti era stato esaltato al supremo seggio, concepì maggiori

speranze, perchè il conosceva fornito di pietà sincera, e però più

facile ad esser tirato. Era gran cosa quella che veniva offerendo il

consolo, perchè il ristorare la religione cattolica in Francia importava

non solamente la restituzione di un gran reame alla Santa Sede, ma

ancora la conservazione pura ed intatta degli altri: conciossiacosachè

non era da dubitare, che se la Francia avesse perseverato nell'andare

sviata in materia di religione, anche gli altri paesi sarebbero stati, o

tardi o tosto, contaminati dall'esempio. Per la qual cosa papa Pio

settimo prestava benigne orecchie a quanto il consolo gli mandava

dicendo. Adunque, tentati prima gli animi da una parte e dall'altra, si

venne poscia alle strette del negoziare, e finalmente alla conclusione,

come sarà per noi nel seguente libro colla solita nostra ingenuità

raccontato.

Buonaparte dominava la terra, Nelson il mare. Quando arrivarono nel

regno di Napoli le novelle della vittoria d'Aboukir, conceputasi dei

Maltesi la speranza, che preponderando l'Inghilterra nel Mediterraneo,

non potessero più i Francesi mandar nuovi soccorsi all'isola, si

sollevarono in ogni parte contro i conquistatori, e gli costrinsero a

ridursi nella Valletta, che essendo fortissima per natura e per arte,

non poteva facilmente essere espugnata. Governava il presidio Vaubois;

ma i soldati, che sul principiar dell'assedio sommavano circa a

quattromila, erano scemati per modo dalle malattie, che non passavano i

due mila. S'aggiungevano i marinari delle navi il Guglielmo Tell, la

Diana, e la Giustizia avanzate alla ruina di Aboukir, che posti a terra,

e capitanati dall'ammiraglio Decrès, cooperavano alle difese. Erano

comparse al cospetto dell'isola alcune navi Portoghesi condotte dal

marchese di Nizza, le quali tosto diedero opera a bloccare il porto. Nè

soprastette lungo tempo Nelson ad arrivare colla vincitrice armata, e

tolse, se alcuna ancor restava, ogni speranza di redenzione agli

assediati. Concorse il re Ferdinando alla espugnazione sì col mandar due

fregate, sì col provveder d'armi e di munizioni i sollevati, e sì

finalmente coll'impedire che dalla Sicilia non si portassero

vettovaglie. Un grosso corpo di Inglesi posto a terra impediva,

cooperando coi Maltesi, ai repubblicani l'uscire dalle mura. Fece più

volte, ma invano, Nelson la chiamata a Vaubois. S'incominciava a patire

maravigliosamente dentro di vitto, d'abiti, e di denaro, le malattie si

moltiplicavano. Non per questo rimetteva Vaubois della solita costanza,

nè allentava la diligenza delle difese. Per provvedere ai cambj

costrinse i principali isolani a dargli carte d'obbligo da scontarsi

dalla Francia alla pace generale, e con queste pagava i soldati. Per

vestirgli si fe' dar tele e drappi; per pascergli, farine; spianava

pane, obbligava gl'isolani a venir levare le farine da lui; moltiplicava

i conigli ed il pollame, per modo che molto tempo bastarono. Infieriva

lo scorbuto; il combattevano con coltivare a molta cura nei luoghi più

acconci gli ortaggi. Un Niccolò Isoard di Malta, maestro di musica,

componeva opere, e recitavano, e cantavano, e ballavano. Pure la fame

pressava. Provavasi il governatore a mandar in Francia per soccorso il

Guglielmo Tell, ma i vigilanti e lesti Inglesi se lo pigliarono. Stava

attento, e provvedeva con mirabile accortezza a tutti gli accidenti.

Fecero i Maltesi di fuori congiure con quei di dentro: Vaubois le

scopriva; davano assalti, e gli risospingeva; pruove mirabili in chi si

moriva di fame e di morbo. In cospetto degli assediati tre navi Tolonesi

cariche di tre mila soldati, e di munizioni sì da bocca che da guerra,

venivano in poter di Nelson. Ogni giorno, anzi ogni ora la fame

cresceva. Mandava fuori le bocche disutili, gl'Inglesi, barbaramente,

come se vi fosse pericolo di vicino soccorso, le rincacciavano. Parecchi

morirono di fame sotto le mura, gli altri più morti che vivi furono di

nuovo ricettati dai Francesi. Prevedeva Vaubois avvicinarsi l'ultima

fine. Mandava al mare per preservarle, se fosse possibile, le due

fregate la Diana e la Giustizia: la prima fu presa, la seconda arrivò a

salvamento nei porti di Francia. La fame sopravvanzò il valore. Vennesi

a resa, ma onorevole, il dì cinque settembre: fosse il presidio

prigioniero di guerra fino agli scambj, e condotto in Francia a spese

d'Inghilterra; nissun Maltese di quanto avesse o detto o fatto in favor

dei Francesi potesse essere molestato. Così un forte presidio di

veterani dell'esercito Italico fu perduto per Francia, un'isola

fortissima, freno e sicurezza del Mediterraneo venne in poter di

Inghilterra, le reliquie dell'Egiziana ruina distrutte, o cattive,

accrebbero il trionfo di Nelson. Fu glorioso certamente il vincitore di

Malta, ma non fu inglorioso il difensore; perciocchè nè maggior valore,

nè maggior costanza, nè maggior perspicacia si poteva desiderare in

Vaubois. Abbandonato da tutti, contrastò due anni; non le armi il

vinsero, ma quel flagello che toglie all'uomo sempre la forza, spesso la

volontà del resistere.

Mentre l'Inghilterra, che già per la possessione di Gibilterra aveva la

chiave del Mediterraneo, si sforzava di acquistarvi una stanza sicura

per la espugnazione di Malta, ordinavano concordemente la Russia e la

Porta Ottomana le condizioni delle possessioni Ioniche. Statuirono, che

dai notabili del paese sotto forma di repubblica fossero governate, e

che la repubblica fosse, come quella di Ragusi, vassalla della Porta;

che la sua superiorità conoscesse, e per solenne legazione mandata a

posta a Constantinopoli le pagasse ogni anno un tributo di

settantacinque mila piastre, e con ciò s'intendesse libera, ed esente da

ogni altra imposizione verso la Turchìa; la repubblica delle Sette Isole

avesse i medesimi privilegj che Ragusi, e formasse una constituzione,

alla quale le due potenze ratificherebbero; se fosse necessario, durante

la presente guerra, e non più, potessero la Russia e la Porta mandarvi

genti, e navi armate per presidio; i vascelli della repubblica godessero

la libera navigazione del mar Nero, la Russia guarentisse l'integrità

della repubblica, e procacciasse che fosse riconosciuta dalle potenze

sue alleate; Prevesa, Parga, Vonizza, e Butintrò, terre poste sulla

terraferma dell'Epiro, cedessero in potestà della Porta, con ciò però

che fossero tenute solamente ad obbedienza simile a quella dei cristiani

Valacchi e Moldavi, e non maggiore; i Maomettani non vi potessero

possedere; i cristiani per due anni non pagassero nissuna tassa,

potessero riedificare le chiese loro, mai non rendessero alla Porta

tributi maggiori di quelli, di cui erano obbligati a Venezia. Diedero

gl'isolani forma al loro governo con creare un senato composto dai

notabili, in cui era investita la potestà legislativa, ed un presidente,

in cui sedeva la esecutiva. A questo modo le Veneziane isole arrivarono

in mezzo a tante guerre ad una condizione, non solo tollerabile ma

buona, ed in lei vissero parecchi anni assai felicemente: vennero poi

nuove guerre e nuove ambizioni nuovamente a turbarle.

La sospensione delle ostilità non rallentava gli apparecchi di guerra nè

dall'una parte nè dall'altra. Buonaparte, che mentre si combatteva in

Germania ed in Italia, non aveva mai intermesso di ordinar nuove genti,

ne aveva già adunato un numero di non poca importanza, e le mandava ad

ingrossare, ora l'esercito Germanico, ed ora l'Italico. Un grosso corpo

specialmente ne aveva rannodato, il quale posto sotto la condotta di

Murat, e stanziando nei contorni di Digione, accennava ad ambidue. Dal

canto suo l'Austria non ommetteva di levar nuovi soldati, massimamente

dall'Ungheria, e gl'inviava a rinforzar quelli che alloggiavano ai

confini. L'esercito vinto a Marengo si conservava tuttavia intiero, ed

era pronto a contendere di nuovo della vittoria. Ma non piccolo

fondamento alle future cose faceva la corte di Vienna sulle mosse di

Toscana, che posta pei capitoli d'Alessandria fuori del dominio

Francese, e conseguentemente in quello dell'Austria, seguitava i

desiderj dell'imperatore. Grande odio annidava ancora in Toscana contro

i repubblicani, perchè e troppo oltre era trascorso, ed i religiosi non

cessavano di fomentarlo. Al medesimo fine indirizzava gli animi la

reggenza creata in nome del gran duca. Il marchese Sommariva mandato

dall'imperatore, perchè desse forma a quelle masse incomposte, le

ingrossasse e le armasse, con indefessa autorità attendeva a compir

l'ufficio che gli era stato commesso. Siccome la pace e la guerra erano

ancora incerte, non si può affermare che questo procedere del governo

Toscano ed Austriaco fosse contrario ai patti. Ma quelle genti, siccome

quelle che non avevano nè ubbidienza nè ordine, ed erano mosse da odio

contro i repubblicani, ruppero i confini, e romoreggiando sui monti, che

dividono la Toscana dal Bolognese e dal Modenese, vi facevano molti

insulti. Questi moti diedero qualche apprensione ai repubblicani. Per la

qual cosa usando la occasione, non solamente richiedevano la Toscana e

Sommariva, che frenassero, e punissero i violatori dei confini, ma

ancora dissolvessero le masse dei contadini armati. Non fece Sommariva

risposta che piacesse, e continuava a scorrere il paese a suo

piacimento. Ciò diede occasione, muovendolo anche l'esca di Livorno, al

consolo di far risoluzione di occupare sforzatamente la Toscana. A

questo fine mandò comandando a Dupont, varcasse prestamente gli

Apennini, e s'impadronisse di Firenze, a Monnier andasse a combattere e

a disfare in Arezzo quel nido infesto di sollevati, a Clement, marciasse

più sotto, e Livorno in poter suo recasse. Nè fu diverso l'esito dalle

intenzioni; perchè il primo occupava facilmente la capitale della

Toscana, e l'ultimo, partendosi da Lucca, arrivava a Livorno, dove pose

le mani addosso a circa cinquanta bastimenti Inglesi, e ad una quantità

grandissima di fromenti. Le cose non successero di queto dalla parte di

Arezzo. Gli Aretini, non udita alcuna proposta, si risolvevano ad una

ostinata resistenza. I Francesi bersagliarono con cannoni e con granate

reali duramente la città ed il castello, ma quei di dentro si

difendevano virilmente. Cara-San-Cyr, il forte occupatore e difensore di

Castel Ceriolo, si affaticava indarno: gli Aretini con tiri a scaglia,

con granate, con pietre tenevano gli assalitori lontani. Il generale

repubblicano mandava i suoi ad un primo assalto; già con fuochi

artificiali avevano bruciate alcune porte; ma essendo fortificate con

forti lastre di rame, e terrapienate, furono costretti ad abbandonar

l'impresa, non senza molto strazio e sangue loro. Il seguente giorno,

che fu ai diecinove ottobre, avendo meglio ordinato la fazione, si

accostarono la mattina molto per tempo con le scale alle mura, vi

salirono sopra, ed impadronitisi delle porte, le apersero ai loro

compagni. Allora tutta la mole repubblicana, fatto impeto nella città,

la occupò, non però senza nuovi contrasti e nuovo sangue; perchè dalle

finestre, dai tetti, dalle feritoje aperte a quest'uopo in tutte le

case, gli abitatori, secondati anche da qualche nodo di genti regolari

Toscane, piovevano addosso ai repubblicani ogni sorta d'armi. Finalmente

prevalse il valore ordinato alla rabbia disordinata: Arezzo venne tutta

in mano di chi l'assaltava. Seguitò una strage, una insolenza, un sacco

tale, quale si doveva aspettare da soldati irritati per ingiurie nuove,

che avevano risuscitata la memoria delle antiche. Pochi si salvarono,

ritirandosi al castello: poco dopo chiesero i patti e gli ottennero. Il

terrore concetto pel caso di Arezzo fe' risolvere in gran parte le masse

Toscane. Quiete apparente succedeva; ma covavano pessimi umori, prossimi

a prorompere, se una nuova occasione si appresentasse. Il paese più

pacifico d'Italia preservava più di ogni altro ostinatamente nel

desiderio di guerra. Sommariva coi Tedeschi si ritirava nel Ferrarese.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V · 第 10 / 23 段