consisteva in Tedeschi; ma con loro andavano congiunte torme numerose di
villani sì Genovesi delle due riviere, che Monferrini, i quali non mossi
da alcun desiderio buono, ma dall'odio, dalla vendetta, e dall'amor del
sacco, erano accorsi alle voci di Azzeretto, uomo che era stato
incomposto e rotto, quando militava coi Francesi, ed ora si mostrava
incomposto e rotto, militando coi Tedeschi. Nè piccolo momento recavano
alla oppugnazione le navi Inglesi e Napolitane, non solamente con
intraprendere i viveri sul mare, ma ancora coll'ajutare, fulminando le
spiaggie, gli sforzi degli Austriaci, principalmente verso il Bisagno,
dove i luoghi avevano contro il mare minore difesa, che verso la
Polcevera. Fece Otto, che soprantendeva all'assedio, il dì ventitre
aprile una grossa fazione sulla sinistra della Polcevera. Il reggimento
di Nadasti, cacciati prima i Francesi da Rivarolo, s'impadroniva anche
di San Pier d'Arena. Ma uscito Massena colla vigesima quinta gli
rincacciava. Sapevano gli assalitori, che la parte più debole della
piazza era verso levante. Però si deliberarono a darvi un assalto,
tentando di occupar le eminenze. Il dì trenta aprile, prima che
aggiornasse, givano all'assalto per modo che Hohenzollern e Palfi si
lanciavano contro il monte dei Due Fratelli, il colonnello Frimont,
scendendo dal monte delle Fascie, si avventava contro il monte dei
Ratti, il forte di Quezzi, ed il forte Richelieu, Rosseau si scagliava
contro Santa Tecla, Azzeretto tempestava co' suoi villani intorno al
Diamante; Gottesheim, passata la Sturla, s'avvicinava a San Martino
d'Albaro, ed alle mura della città. Per consuonar con tutti questi moti
a levante, Otto attaccava Rivarolo a ponente. Riuscirono a buon fine
quasi tutti gli assalti dei Tedeschi: guadagnarono il monte dei Ratti,
quello dei Due Fratelli, il forte Santa Tecla; già circondavano i forti
di Richelieu e del Diamante; Gottesheim, acquistata la metà di San
Martino, instava per acquistar l'altra. Era un gran pericolo pei
Francesi, perchè se i Tedeschi avessero conservato i luoghi conquistati,
Genova non aveva più rimedio. Massena si metteva al punto di rimettere
la fortuna. Mandava Soult al conquisto dei Due Fratelli, Darnaud al
rincalzo di Gottesheim, Miollis contro Santa Tecla e Quezzi. Vinsero
tutti: gl'Italiani del Rossignoli, i primi, riconquistarono i Due
Fratelli. Massena infaticabile, invitto, impaziente, animato dal
prospero successo usciva nuovamente alla campagna il dì undici maggio.
Il suo fine era di cacciar i Tedeschi dal monte delle Fascie, perchè da
quella eminenza potevano calarsi a rovina delle difese più prossime alla
piazza. Ordinava l'assalto per modo che Soult girasse a dorso del monte,
Miollis lo attaccasse da fronte. Combattè infelicemente il secondo,
favorì la fortuna l'impresa del primo recando in sua mano, dopo una
battaglia molto feroce, il conteso monte. Nol conservarono lungamente i
repubblicani, perchè Hohenzollern e Frimont mandati da Otto il
ricuperarono. Massena intanto raccoglieva viveri alla campagna, breve ed
insufficiente ristoro. Volle quindi acquistare il monte Creto, come sito
dominatore, e passo comune da levante a ponente. Mandava alla fazione
due grosse squadre, la destra condotta da Soult, la sinistra da Gazan. I
Tedeschi fortificati stavano a diligente guardia. Fu furioso l'assalto,
valorosa la resistenza; pure andava superando la fortuna dei Francesi,
quando sopravvenne un temporale grossissimo; abbujossi l'aria,
straordinariamente piovve; i combattenti sforzati a ristarsi.
Rasserenato il cielo, ricominciarono a menar le mani; l'accidente diè
tempo a Hohenzollern ad arrivare con genti fresche: ruppe i
repubblicani, e gli sforzò a tornar dentro le mura. Combattessi in
questa fazione con incredibile rabbia a corpo a corpo: fu Soult, mentre
animosamente confortava i suoi alla carica, ferito sconciamente nella
gamba destra, e fatto prigione.
Questa infelice spedizione pose fino al sortire di Massena; perchè
perduti i suoi migliori soldati, era troppo indebolito per uscire alla
campagna. Pure tanto ancora gli restava di forza, che gli alleati nol
potessero sforzare; ma quello che l'armi degli avversarj non potevano
operava la fama. Stando io per descrivere qual fosse l'aspetto di Genova
in questi ultimi giorni dell'assedio, non posso non deplorare il destino
di un popolo Italiano ridotto agli estremi casi, non perchè per lui si
trattasse di esser libero, o servo, ma perchè si definisse a chi dei
due, o d'Austria o di Francia, avesse a servire: città desolata per le
rapine, pel sangue, per la fame, per la peste. Keit per mare non
lasciava entrar viveri, Otto per terra; le provvisioni fatte scarse, le
scarse dissipate.
Fuvvi fame prima che mancassero i viveri: prima si scorciarono i cibi,
poi si corruppero, infine si mangiarono i più schifi e sozzi, non solo i
cavalli ed i cani, ma ancora i gatti, i sorci, i pipistrelli, i vermi, e
beato chi ne aveva. Eransi gli Austriaci impadroniti dei molini di
Bisagno, di Voltri e di Pegli, nè si poteva più macinare. Rimediossi per
un tempo coi molini a mano, con quei da caffè massimamente, perchè erano
presti; l'accademia consultò dei migliori: s'inventarono ingegni, ruote
e molini nuovi. Con certi più grossi un uomo solo poteva macinare uno
stajo di grano al giorno. In ogni strada, su per ogni bottega si
vedevano girar molini. Nelle case private fra le adunanze famigliari, si
macinava; le donne il facevano per vezzo. Infine mancò del tutto il
grano: cercaronsi altri semi per supplirvi. Quei di lino, di panico, di
cacao, di mandorlo furono i primi; riso ed orzo più non se ne trovava.
Gli stritolati e strani semi, prima abbrustoliti, poi misti col miele, e
cotti parvero delicatura. Rallegravansi i parenti e gli amici con chi
avesse potuto sostentare un giorno di più se e la famiglia con lino, o
panico, o tre granelli di cacao. La crusca, materia tanto ribelle alla
nutrizione, si macinava ancora essa, e cotta con miele serviva di cibo,
non per ispegnere, ma per ingannare la fame: le fave stimate
preziosissime: felice, non chi viveva, ma chi moriva. Erano i giorni
tristi per la fame e per le lamentazioni degli affamati; le notti più
tristi ancora per la fame, e per le spaventate fantasìe. Mancati i semi,
pensossi all'erbe. I romici, i lapazj, le malve, le bismalve, le cicorie
selvatiche, i raperonzoli diligentemente si ricercavano, e cupidamente,
come piacevolezze di gola, si mangiavano. Si vedevano lunghe file di
gente, uomini di ogni condizione, donne nobili e donne plebee, visitare
ogni verde sito, massime i fertili orti di Bisagno, e le amene colline
d'Albaro, per cavarne quegli alimenti, cui la natura ha solamente alle
ruminanti bestie destinati. Sopperì un tempo il zucchero: zuccheri
rosati, zuccheri violati, zuccheri candi, ogni maniera di confetti
andavano attorno, rivenditori e rivenditrici pubblicamente gli
vendevano, con fiori e con serti gli eleganti loro cestellini adornando:
strano spettacolo in mezzo a quei volti pallidi, scarni e moribondi.
Tanto possente cosa è l'immaginazione dell'uomo, che si compiace in
abbellire eziandio quanto havvi di più lagrimevole e di più terribile;
rimedio di provvidenza che non ci vuol disperati. Basta: e' furon viste
donne e gentil donne nutritesi con sorci la mattina, mangiarsi tregge
delicate la sera. L'aspetto della miseria estrema non ispegne la
malvagità in chi è malvagio; del che troppo manifesto e troppo orribile
esempio si ebbe in quelle ultime strette di Genova; conciossiachè uomini
privi di ogni senso di umanità, per un vile guadagno non abborrirono dal
mescolar gessi in luogo di farine nei commestibili che vendevano, per
modo che non pochi avventori ne restarono avvelenati, morendosene con
dolori mescolati di fame, e di veleno.
Durante l'assedio, ma prima della fine ultima, una libbra di riso si
pagava lire sette, una di vitello quattro, una di cavallo soldi
trentadue, una di farina lire dieci, o dodici, le uova lire quattordici
la serqua, la crusca, soldi trenta ciascuna libbra. Poi venendo maggiore
la stretta, una fava si vendeva due soldi, un pane biscotto di once tre
dodici franchi, e non se ne trovava. Maggiori agevolezze dei particolari
non vollero Massena, nè gli altri generali: apparecchiavano come i
plebei; lodevole fatto, e molto efficace a fare star forti gli altri a
tanta sventura. Poco cacio, legumi rari erano quanto nutrimento si dava
a chi languiva per malattie o per ferite negli ospedali. Uomini e donne
tormentate dalle ultime angoscie della fame e della disperazione,
empievano l'aria dei loro gemiti e delle loro strida. Talvolta così
gridando, e le fameliche viscere con le rabbiose mani di lacerare
tentando, morti per le contrade cadevano. Nissuno gli ajutava, perchè
ognuno pensava a se: nissuno anche a loro abbadava, perchè la frequenza
aveva tolto orrore al fatto. Pure alcuni fra gli spasimi e stridi
spaventevoli, e con scosse e contorte membra davano l'ultimo sospiro in
mezzo alle popolari folle. Fanciulli abbandonati da parenti morti, o da
parenti disperati imploravano con atti, con pianti, e con voci
miserabili la pietà di chi passava. Nissuno gli ajutava, ed aveva loro
compassione, perchè il dolore proprio aveva spento il compassionare
l'altrui. Razzolavano quell'innocenti creature bramosamente nei
rivoletti delle contrade, nelle fogne, negli sfoghi de' lavatoj, per
vedere se qualche rimasuglio di bestia morta, o qualche avanzo di pasto
di bestia vi si trovasse, e trovatone, se gli mangiavano. Spesso chi si
corcava vivo la sera, era trovato morto la mattina, i fanciulli più
frequentemente degli attempati. Accusavano i padri la tarda morte, ed
alcuni con le proprie mani violentemente se la davano. Ciò facevano i
cittadini, ciò facevano i soldati. Dei Francesi alcuni, anteponendo la
morte alla fame, da per se stessi si ammazzavano, altri le armi a terra
sdegnosamente gettavano protestando non più esser abili, per la perduta
forza, a portarle. Altri una disperata dimora abbandonando, nel nemico
campo se ne andavano, Inglesi ed Austriaci di quella pietà, e di quei
cibi richiedendo, che tra Francesi e Genovesi più non ritrovavano. Crudo
poi, ed oltre ogni dire orribile spettacolo era quello dei prigionieri
di guerra Tedeschi ditenuti su certe barcacce sorte nel porto; perchè la
necessità ultima delle cose aveva operato che ad essi nutrimento di
sorte alcuna già da alcuni giorni non si compartisse. Mangiarono le
scarpe loro, mangiarono le pelli dei soldateschi zaini; già con occhi
torvi guardavano, se non avessero a mangiarsi i loro compagni. Si venne
a tale che si tolsero loro le guardie Francesi, perchè si temette, che
sforzati dal famelico furore non si avventassero contro a loro, e
sbranatele, non se le divorassero. Tanta era la disperazion loro, che
tentarono di forar le barche per andar a fondo, amando meglio perire
affogati dalle acque, che straziati dalla fame. S'aggiunse, come
accadde, alla orrenda fame la mortalità pestilenziale. Febbri pessime le
genti all'altra vita con morti spessissime si portavano sì negli
ospedali del pubblico, sì negli ultimi casolari dei poveri, e sì nei
superbi palazzi dei ricchi. Mescolavansi sotto il medesimo tetto i
generi delle morti: chi moriva arrabbiato dalla fame, chi stupido dalla
febbre, chi pallido per difetto di nutritiva sostanza, chi livido per
petecchiali macchie. Niuna cosa esente da dolore, niuna da paura; chi
viveva, o aspettava la morte o vedeva morire i suoi. Tal era lo stato
della una volta ricca ed allegra Genova, del quale il pensier peggiore
era questo, che il soffrir presente non poteva riuscire ad alcun utile
suo nè per la libertà, nè per l'independenza.
Era rotta la costanza di tutti: solo Massena non si piegava, perchè
aveva la mente fissa nel pensiero di ajutar l'impresa del consolo, e di
serbare intatta la fama acquistata di guerriero indomabile. Infine
venendogli onorevoli proposte da Keit, e non potendo più bastare quei
sozzi e velenosi cibi, che per due giorni tanta era l'estremità del
vivere, inclinava l'animo ad un accordo, ma più da vincitore che da
vinto. Si accordarono (volle Massena, che l'accordo s'intitolasse
convenzione, non capitolazione, e fu forza compiacerlo della sua
domanda) che uscisse Massena, che uscissero i suoi uffiziali e soldati
in numero circa di ottomila, liberi della fede e delle persone loro; per
la via di terra potessero ritornare in Francia, e chi non potesse per
terra, fosse trasportato dagl'Inglesi per mare ad Antibo, o nel golfo di
Juan; i prigionieri Tedeschi si restituissero; nissuno potesse essere
riconosciuto pei fatti passati, e chi se ne volesse andare, fosse in
libertà di farlo; dessersi viveri, si avesse cura degl'infermi; Genova a
dì quattro giugno si consegnasse alle forze Austriache ed Inglesi.
Infatti il nominato giorno le prime occuparono la porta della Lanterna,
le seconde la bocca del porto. Poi entravano trionfando con tutto
l'esercito Otto, con tutta l'armata Keit, possessione ottenuta per lunga
guerra, poi fatta breve per grossa guerra. I democrati più vivi se ne
andarono coi Francesi, fra gli altri Morando, l'abate Cuneo, l'avvocato
Lombardi, i fratelli Boccardi. Suonaronsi le campane a festa, cantaronsi
gl'inni, accesersi i fuochi dei partigiani per amore, più ancora dagli
avversi per paura, tutto secondo il solito. Ricomparvero in copia il
pane, le carni, gli ortaggi, le grasce, e chi vi si abbandonò senza
freno su quel primo fervor della fame, se ne morì: così chi non era
morto per lunga inanizione, se ne moriva per improvvisa satolla. Vollero
i trecconi e i rivenduglioli starsene sul tirato pei prezzi, a cagione
dell'ingordigia del guadagno; ma il popolo infuriato diè loro una tal
mano, che presto s'accorsero, che male si stimola la fame. Pruovaronsi i
villani dell'Azzeretto a porsi in sul sacco contro i democrati, come
dicevano, perchè saccheggiavano anche gli aristocrati; ma Hohenzollern
posto a guardia della città da Otto, con militare imperio gli frenava.
Creava il capitano Tedesco una reggenza imperiale e reale, a cui
chiamava Pietro Paolo Celesia, Carlo Cambiaso, Agostino Spinola, Gian
Bernardo Pallavicini, Gerolamo Durazzo, Francesco Spinola di Gian
Battista, e Luigi Lambruschini. Frenava la reggenza le vendette prossime
a prorompere, comandamento lodevole; veniva sul toccar le borse,
comandamento inevitabile, ma crudele nella misera Genova. Del rimanente
nissun cenno, nè da parte di Hohenzollern, nè da quella di Melas per
l'independenza, nè per la rinstaurazione dell'antico governo; il che
dava qualche sospetto. Ciò non ostante gli aristocrati gridavano _viva
l'imperatore_ per odio contro i democrati, siccome i democrati avevano
gridato _viva Francia_ per odio contro gli aristocrati; servi, ciechi e
pazzi gli uni e gli altri, che non vedevano, che dai loro odj privati
nasceva la ruina della patria, e la signorìa forestiera.
LIBRO VIGESIMO
SOMMARIO
Il consolo passa con ordine mirabile il gran San Bernardo,
vince a Marengo, l'Italia superiore in suo potere. Governi
provvisorj del Piemonte, di Genova e di Milano. Conclave in
Venezia: assunzione del cardinal Chiaramonti al pontificato, e
sua rinstaurazione in Roma. Arti di Buonaparte con lui. Malta
presa dagl'Inglesi. Moti di Toscana. Nuova guerra tra Austria
e Francia. Battaglia del Mincio tra Bellegarde e Brune,
ritirata del primo. Passaggio del monte della Spluga eseguito
con mirabile coraggio ed arte da Macdonald. Nuovi successi
prosperi dei Francesi. Pace con Napoli, Austria e Spagna.
Tutto il mondo, salvo l'Inghilterra, in concordia con Francia.
Buonaparte intanto, cambiatore di sorti, si avvicinava, l'imperio
d'Austria in Italia inclinava al suo fine. Aveva il consolo con
maravigliosa celerità ed arte adunato il suo esercito di riserva in
Digione, donde accennava ugualmente al Reno ed all'Italia. Ma avendo
Moreau combattuto prosperamente in Germania contro Kray, gli fu fatto
abilità di condursi su quei campi, in cui tuttavia vivevano i segni e le
memorie delle sue fresche vittorie; cosa, che gli era cagione di somma
incitazione, perchè la gloria lo stimolava, ed era sicuro di trovarvi
forti aderenze. Adunque mentre lo sconsigliato Melas se ne stava
martirizzandosi contro le sterili rocche dell'estrema Liguria, si
avvicinava Buonaparte alle Alpi, tutto intento alle fazioni d'Italia.
Varj, molti, e potenti modi aveva di condurre a prospero fine la sua
impresa: soldati prontissimi a volere qualunque cosa egli volesse,
generali esperti e valorosi, artiglierìe formidabili, cavallerìa
sufficiente. Aveva apprestato per pascere i soldati sull'erme solitudini
delle Alpi, biscotto in grande abbondanza, e per tirar su e giù secondo
i casi le artiglierìe per quei sentieri rotti, stretti, ed ingombri di
nevi e di ghiacci, certi carretti a modo dei traini sdrucciolevoli, che
si usano in quei paesi per scendere dai nevosi gioghi. Nè questo fu il
solo trovato di Buonaparte e di Marmont, che soprantendeva alle
artiglierìe, per facilitar loro il passo per luoghi fino allora alle
medesime inaccessi, perchè scavarono, a guisa di truogoli, tronchi di
alberi grossissimi a fine di potervele posar dentro, come in un letto
proprio, e per tal modo trasportarle a dorso di muli a traverso le
montagne. Denaro sufficiente aveva rammassato per le necessità de' suoi
fin oltre l'Alpi; poi si confidava nell'Italia. Per muovere le opinioni
degl'Italiani aveva chiamato a se la legione Italiana capitanata da un
Lecchi, la quale fuggendo il furore Tedesco per le rotte di Scherer, si
era riparata in Francia, bella e buona gente. Per conoscere poi i
luoghi, conduceva con se gl'Italiani, che più ne erano pratichi, e
siccome l'intento suo era di varcare il gran San Bernardo, così si
consigliava specialmente con un Pavetti di Romano in Canavese, giovane
di natura molto generosa, e che camminava con molto affetto in queste
bisogne della libertà.
Rammentava quindi il consolo, essendo gran maestro dell'allettare, che
tornava in Italia per fondare in Cisalpina una regolata libertà, dar la
pace a Napoli ed a Toscana, ristorar la religione, proteggere i preti,
rimettere sul debito seggio il pontefice di Roma. A tutti poi parlava di
pace, di umanità, di fin di mali, di un secolo che doveva incominciare a
salute ed a felicità d'uomini. Passò per Ginevra: mostrovvisi tanto
mansueto, e disposto a voler ridur le cose a forme buone e consentanee
alle antiche, che gli aristocrati Ginevrini presi alle dolci parole,
pigliarono animo a favellar dell'independenza, e della restituzione
dell'antico stato, essendo a quel tempo Ginevra unita a Francia, e parte
di lei; ma la cosa non allignò; che anzi rispose loro per forma che
s'accorsero che se amava prendere, amava anche serbare. Poi tornò sulle
mansuetudini, e che sarebbe contento morire, purchè la pace vedesse.
Appariva sì mogio, sì pallido e sì macilento, che pareva a tutti, che
stracco il corpo e l'animo per tante sue fatiche a pro di Francia e
d'Europa, dovesse far tosto pace, se pure la voleva vedere. Poi
lusinghevolmente procedendo, domandava di Saussure, di Bonnet, di
Senebier; tacque di Rousseau. Disse, voler rimettere in onore le scienze
e le lettere calpestate dalla guerra. Maravigliavansi i Ginevrini,
vedendo tanto amore di dottrine pacifiche in un soldato, perchè non
penetravano l'umore, nè si accorgevano, ch'egli, siccome quegli che
voleva far andar il secolo a ritroso, il voleva secondare, finchè ne
fosse padrone.
Grande e magnifico era il disegno di Buonaparte per riconquistar
l'Italia. Suo proponimento era di varcare col grosso dell'esercito il
gran San Bernardo col fine di calarsi per la valle di Aosta nelle
pianure Piemontesi. Ma perchè altre genti con questa parte
consuonassero, e giunte al piano potessero e muovere i popoli a romore
contro l'Austria, e congiungersi con lui a qualche importante fatto,
aveva ordinato che il generale Thureau dalla Morienna e dall'alto
Delfinato, pei passi dei monti Cenisio e Ginevra, con una squadra di tre
in quattromila soldati si calasse a Susa, e più oltre anche, secondo le
opportunità, procedesse per dar timore al nemico intorno alla sicurezza
di Torino, e per ajutare lo sforzo, ch'egli intendeva di fare sulle
sponde della Dora Baltea. Al tempo medesimo comandava al generale
Moncey, che pel San Gottardo scendesse a Bellinzona con un'eletta
schiera di circa dodicimila soldati, col pensiero di mettere a romore i
paesi, che nelle parti superiori al piano di Lombardia si comprendono
fra il Ticino e l'Adda. Parendogli altresì, che fosse necessario di
turbar le contrade fra il Ticino e la Sesia, imponeva al generale
Bethancourt, che facesse opera di varcare il Sempione, e di precipitarsi
per Domodossola sulle sponde del lago Maggiore là dove, restringendosi,
apre di nuovo l'adito alle acque correnti del Ticino. Siccome poi non
ignorava quante e quali difficoltà ostassero al passo di un grosso
esercito pel gran San Bernardo, commetteva ad un corpo di circa
cinquemila soldati, che passasse il piccolo San Bernardo, ed andasse a
raccostarsi col grosso nella valle di Aosta. Tutte le raccontate genti
insieme unite sommavano circa a sessantamila combattenti. Così il
consolo tutta la regione dell'Alpi abbracciando, che si distende dal San
Gottardo al monte Ginevra, minacciava invasione al sottoposto plano del
Piemonte e della Lombardia. Dall'altra parte sperava che Massena,
tenendo fortemente Genova, e Suchet la riviera, avrebbero trattenuto
Melas, finchè egli potesse arrivare a combatterlo sui fianchi ed alle
spalle. Magnifica, come abbiamo detto, e maravigliosa opera fu questa
del consolo, ma che gli poteva venire rotta con grande precipizio, se
Moreau avesse combattuto infelicemente sul Reno, o se Melas più accorto,
o più attivo, o meglio informato fosse stato.
Lusingati con discorsi di umanità, di pace, e di civiltà quei Ginevrini
tanto ingentiliti, se ne giva il consolo alla stupenda guerra. Erano le
genti già adunate tutte a Martigny di Vallese sul Rodano, terra posta
alle falde estreme del San Bernardo. Guardavano con maraviglia, e con
desiderio quelle alte cime. Diceva loro Berthier, quartiermastro:
«Vincono i soldati Renani gloriose battaglie: contrastano gl'Italici con
valore estremo ad un nemico sopravanzante di numero. Accendetevi, e
riconquistate, emolandogli, oltre l'Alpi, quelle terre già testimonie
del Francese valore. Soldati nuovi, ecco che suona il segno delle
battaglie: ite, e pareggiate i veterani tante volte vincitori: da essi
imparate a sofferire, da essi a superare le fatiche inseparabili della
guerra. Vi segga sempre in mente questo pensiero, che solo col valore,
solo colla disciplina si vincono le guerre. Soldati, Buonaparte è con
voi; vien'egli a vedere i nuovi trionfi vostri: a Buonaparte pruovate,
che siete sempre quegli uomini valorosi, che condotti da lui sì famoso
nome e sì luminosa gloria acquistaste. La Francia, e la umanità di pace
vi richieggono: voi pace alla Francia ed alla umanità con le forti
destre date».