La forza che investiva Genova era molto varia. Il principal nervo

consisteva in Tedeschi; ma con loro andavano congiunte torme numerose di

villani sì Genovesi delle due riviere, che Monferrini, i quali non mossi

da alcun desiderio buono, ma dall'odio, dalla vendetta, e dall'amor del

sacco, erano accorsi alle voci di Azzeretto, uomo che era stato

incomposto e rotto, quando militava coi Francesi, ed ora si mostrava

incomposto e rotto, militando coi Tedeschi. Nè piccolo momento recavano

alla oppugnazione le navi Inglesi e Napolitane, non solamente con

intraprendere i viveri sul mare, ma ancora coll'ajutare, fulminando le

spiaggie, gli sforzi degli Austriaci, principalmente verso il Bisagno,

dove i luoghi avevano contro il mare minore difesa, che verso la

Polcevera. Fece Otto, che soprantendeva all'assedio, il dì ventitre

aprile una grossa fazione sulla sinistra della Polcevera. Il reggimento

di Nadasti, cacciati prima i Francesi da Rivarolo, s'impadroniva anche

di San Pier d'Arena. Ma uscito Massena colla vigesima quinta gli

rincacciava. Sapevano gli assalitori, che la parte più debole della

piazza era verso levante. Però si deliberarono a darvi un assalto,

tentando di occupar le eminenze. Il dì trenta aprile, prima che

aggiornasse, givano all'assalto per modo che Hohenzollern e Palfi si

lanciavano contro il monte dei Due Fratelli, il colonnello Frimont,

scendendo dal monte delle Fascie, si avventava contro il monte dei

Ratti, il forte di Quezzi, ed il forte Richelieu, Rosseau si scagliava

contro Santa Tecla, Azzeretto tempestava co' suoi villani intorno al

Diamante; Gottesheim, passata la Sturla, s'avvicinava a San Martino

d'Albaro, ed alle mura della città. Per consuonar con tutti questi moti

a levante, Otto attaccava Rivarolo a ponente. Riuscirono a buon fine

quasi tutti gli assalti dei Tedeschi: guadagnarono il monte dei Ratti,

quello dei Due Fratelli, il forte Santa Tecla; già circondavano i forti

di Richelieu e del Diamante; Gottesheim, acquistata la metà di San

Martino, instava per acquistar l'altra. Era un gran pericolo pei

Francesi, perchè se i Tedeschi avessero conservato i luoghi conquistati,

Genova non aveva più rimedio. Massena si metteva al punto di rimettere

la fortuna. Mandava Soult al conquisto dei Due Fratelli, Darnaud al

rincalzo di Gottesheim, Miollis contro Santa Tecla e Quezzi. Vinsero

tutti: gl'Italiani del Rossignoli, i primi, riconquistarono i Due

Fratelli. Massena infaticabile, invitto, impaziente, animato dal

prospero successo usciva nuovamente alla campagna il dì undici maggio.

Il suo fine era di cacciar i Tedeschi dal monte delle Fascie, perchè da

quella eminenza potevano calarsi a rovina delle difese più prossime alla

piazza. Ordinava l'assalto per modo che Soult girasse a dorso del monte,

Miollis lo attaccasse da fronte. Combattè infelicemente il secondo,

favorì la fortuna l'impresa del primo recando in sua mano, dopo una

battaglia molto feroce, il conteso monte. Nol conservarono lungamente i

repubblicani, perchè Hohenzollern e Frimont mandati da Otto il

ricuperarono. Massena intanto raccoglieva viveri alla campagna, breve ed

insufficiente ristoro. Volle quindi acquistare il monte Creto, come sito

dominatore, e passo comune da levante a ponente. Mandava alla fazione

due grosse squadre, la destra condotta da Soult, la sinistra da Gazan. I

Tedeschi fortificati stavano a diligente guardia. Fu furioso l'assalto,

valorosa la resistenza; pure andava superando la fortuna dei Francesi,

quando sopravvenne un temporale grossissimo; abbujossi l'aria,

straordinariamente piovve; i combattenti sforzati a ristarsi.

Rasserenato il cielo, ricominciarono a menar le mani; l'accidente diè

tempo a Hohenzollern ad arrivare con genti fresche: ruppe i

repubblicani, e gli sforzò a tornar dentro le mura. Combattessi in

questa fazione con incredibile rabbia a corpo a corpo: fu Soult, mentre

animosamente confortava i suoi alla carica, ferito sconciamente nella

gamba destra, e fatto prigione.

Questa infelice spedizione pose fino al sortire di Massena; perchè

perduti i suoi migliori soldati, era troppo indebolito per uscire alla

campagna. Pure tanto ancora gli restava di forza, che gli alleati nol

potessero sforzare; ma quello che l'armi degli avversarj non potevano

operava la fama. Stando io per descrivere qual fosse l'aspetto di Genova

in questi ultimi giorni dell'assedio, non posso non deplorare il destino

di un popolo Italiano ridotto agli estremi casi, non perchè per lui si

trattasse di esser libero, o servo, ma perchè si definisse a chi dei

due, o d'Austria o di Francia, avesse a servire: città desolata per le

rapine, pel sangue, per la fame, per la peste. Keit per mare non

lasciava entrar viveri, Otto per terra; le provvisioni fatte scarse, le

scarse dissipate.

Fuvvi fame prima che mancassero i viveri: prima si scorciarono i cibi,

poi si corruppero, infine si mangiarono i più schifi e sozzi, non solo i

cavalli ed i cani, ma ancora i gatti, i sorci, i pipistrelli, i vermi, e

beato chi ne aveva. Eransi gli Austriaci impadroniti dei molini di

Bisagno, di Voltri e di Pegli, nè si poteva più macinare. Rimediossi per

un tempo coi molini a mano, con quei da caffè massimamente, perchè erano

presti; l'accademia consultò dei migliori: s'inventarono ingegni, ruote

e molini nuovi. Con certi più grossi un uomo solo poteva macinare uno

stajo di grano al giorno. In ogni strada, su per ogni bottega si

vedevano girar molini. Nelle case private fra le adunanze famigliari, si

macinava; le donne il facevano per vezzo. Infine mancò del tutto il

grano: cercaronsi altri semi per supplirvi. Quei di lino, di panico, di

cacao, di mandorlo furono i primi; riso ed orzo più non se ne trovava.

Gli stritolati e strani semi, prima abbrustoliti, poi misti col miele, e

cotti parvero delicatura. Rallegravansi i parenti e gli amici con chi

avesse potuto sostentare un giorno di più se e la famiglia con lino, o

panico, o tre granelli di cacao. La crusca, materia tanto ribelle alla

nutrizione, si macinava ancora essa, e cotta con miele serviva di cibo,

non per ispegnere, ma per ingannare la fame: le fave stimate

preziosissime: felice, non chi viveva, ma chi moriva. Erano i giorni

tristi per la fame e per le lamentazioni degli affamati; le notti più

tristi ancora per la fame, e per le spaventate fantasìe. Mancati i semi,

pensossi all'erbe. I romici, i lapazj, le malve, le bismalve, le cicorie

selvatiche, i raperonzoli diligentemente si ricercavano, e cupidamente,

come piacevolezze di gola, si mangiavano. Si vedevano lunghe file di

gente, uomini di ogni condizione, donne nobili e donne plebee, visitare

ogni verde sito, massime i fertili orti di Bisagno, e le amene colline

d'Albaro, per cavarne quegli alimenti, cui la natura ha solamente alle

ruminanti bestie destinati. Sopperì un tempo il zucchero: zuccheri

rosati, zuccheri violati, zuccheri candi, ogni maniera di confetti

andavano attorno, rivenditori e rivenditrici pubblicamente gli

vendevano, con fiori e con serti gli eleganti loro cestellini adornando:

strano spettacolo in mezzo a quei volti pallidi, scarni e moribondi.

Tanto possente cosa è l'immaginazione dell'uomo, che si compiace in

abbellire eziandio quanto havvi di più lagrimevole e di più terribile;

rimedio di provvidenza che non ci vuol disperati. Basta: e' furon viste

donne e gentil donne nutritesi con sorci la mattina, mangiarsi tregge

delicate la sera. L'aspetto della miseria estrema non ispegne la

malvagità in chi è malvagio; del che troppo manifesto e troppo orribile

esempio si ebbe in quelle ultime strette di Genova; conciossiachè uomini

privi di ogni senso di umanità, per un vile guadagno non abborrirono dal

mescolar gessi in luogo di farine nei commestibili che vendevano, per

modo che non pochi avventori ne restarono avvelenati, morendosene con

dolori mescolati di fame, e di veleno.

Durante l'assedio, ma prima della fine ultima, una libbra di riso si

pagava lire sette, una di vitello quattro, una di cavallo soldi

trentadue, una di farina lire dieci, o dodici, le uova lire quattordici

la serqua, la crusca, soldi trenta ciascuna libbra. Poi venendo maggiore

la stretta, una fava si vendeva due soldi, un pane biscotto di once tre

dodici franchi, e non se ne trovava. Maggiori agevolezze dei particolari

non vollero Massena, nè gli altri generali: apparecchiavano come i

plebei; lodevole fatto, e molto efficace a fare star forti gli altri a

tanta sventura. Poco cacio, legumi rari erano quanto nutrimento si dava

a chi languiva per malattie o per ferite negli ospedali. Uomini e donne

tormentate dalle ultime angoscie della fame e della disperazione,

empievano l'aria dei loro gemiti e delle loro strida. Talvolta così

gridando, e le fameliche viscere con le rabbiose mani di lacerare

tentando, morti per le contrade cadevano. Nissuno gli ajutava, perchè

ognuno pensava a se: nissuno anche a loro abbadava, perchè la frequenza

aveva tolto orrore al fatto. Pure alcuni fra gli spasimi e stridi

spaventevoli, e con scosse e contorte membra davano l'ultimo sospiro in

mezzo alle popolari folle. Fanciulli abbandonati da parenti morti, o da

parenti disperati imploravano con atti, con pianti, e con voci

miserabili la pietà di chi passava. Nissuno gli ajutava, ed aveva loro

compassione, perchè il dolore proprio aveva spento il compassionare

l'altrui. Razzolavano quell'innocenti creature bramosamente nei

rivoletti delle contrade, nelle fogne, negli sfoghi de' lavatoj, per

vedere se qualche rimasuglio di bestia morta, o qualche avanzo di pasto

di bestia vi si trovasse, e trovatone, se gli mangiavano. Spesso chi si

corcava vivo la sera, era trovato morto la mattina, i fanciulli più

frequentemente degli attempati. Accusavano i padri la tarda morte, ed

alcuni con le proprie mani violentemente se la davano. Ciò facevano i

cittadini, ciò facevano i soldati. Dei Francesi alcuni, anteponendo la

morte alla fame, da per se stessi si ammazzavano, altri le armi a terra

sdegnosamente gettavano protestando non più esser abili, per la perduta

forza, a portarle. Altri una disperata dimora abbandonando, nel nemico

campo se ne andavano, Inglesi ed Austriaci di quella pietà, e di quei

cibi richiedendo, che tra Francesi e Genovesi più non ritrovavano. Crudo

poi, ed oltre ogni dire orribile spettacolo era quello dei prigionieri

di guerra Tedeschi ditenuti su certe barcacce sorte nel porto; perchè la

necessità ultima delle cose aveva operato che ad essi nutrimento di

sorte alcuna già da alcuni giorni non si compartisse. Mangiarono le

scarpe loro, mangiarono le pelli dei soldateschi zaini; già con occhi

torvi guardavano, se non avessero a mangiarsi i loro compagni. Si venne

a tale che si tolsero loro le guardie Francesi, perchè si temette, che

sforzati dal famelico furore non si avventassero contro a loro, e

sbranatele, non se le divorassero. Tanta era la disperazion loro, che

tentarono di forar le barche per andar a fondo, amando meglio perire

affogati dalle acque, che straziati dalla fame. S'aggiunse, come

accadde, alla orrenda fame la mortalità pestilenziale. Febbri pessime le

genti all'altra vita con morti spessissime si portavano sì negli

ospedali del pubblico, sì negli ultimi casolari dei poveri, e sì nei

superbi palazzi dei ricchi. Mescolavansi sotto il medesimo tetto i

generi delle morti: chi moriva arrabbiato dalla fame, chi stupido dalla

febbre, chi pallido per difetto di nutritiva sostanza, chi livido per

petecchiali macchie. Niuna cosa esente da dolore, niuna da paura; chi

viveva, o aspettava la morte o vedeva morire i suoi. Tal era lo stato

della una volta ricca ed allegra Genova, del quale il pensier peggiore

era questo, che il soffrir presente non poteva riuscire ad alcun utile

suo nè per la libertà, nè per l'independenza.

Era rotta la costanza di tutti: solo Massena non si piegava, perchè

aveva la mente fissa nel pensiero di ajutar l'impresa del consolo, e di

serbare intatta la fama acquistata di guerriero indomabile. Infine

venendogli onorevoli proposte da Keit, e non potendo più bastare quei

sozzi e velenosi cibi, che per due giorni tanta era l'estremità del

vivere, inclinava l'animo ad un accordo, ma più da vincitore che da

vinto. Si accordarono (volle Massena, che l'accordo s'intitolasse

convenzione, non capitolazione, e fu forza compiacerlo della sua

domanda) che uscisse Massena, che uscissero i suoi uffiziali e soldati

in numero circa di ottomila, liberi della fede e delle persone loro; per

la via di terra potessero ritornare in Francia, e chi non potesse per

terra, fosse trasportato dagl'Inglesi per mare ad Antibo, o nel golfo di

Juan; i prigionieri Tedeschi si restituissero; nissuno potesse essere

riconosciuto pei fatti passati, e chi se ne volesse andare, fosse in

libertà di farlo; dessersi viveri, si avesse cura degl'infermi; Genova a

dì quattro giugno si consegnasse alle forze Austriache ed Inglesi.

Infatti il nominato giorno le prime occuparono la porta della Lanterna,

le seconde la bocca del porto. Poi entravano trionfando con tutto

l'esercito Otto, con tutta l'armata Keit, possessione ottenuta per lunga

guerra, poi fatta breve per grossa guerra. I democrati più vivi se ne

andarono coi Francesi, fra gli altri Morando, l'abate Cuneo, l'avvocato

Lombardi, i fratelli Boccardi. Suonaronsi le campane a festa, cantaronsi

gl'inni, accesersi i fuochi dei partigiani per amore, più ancora dagli

avversi per paura, tutto secondo il solito. Ricomparvero in copia il

pane, le carni, gli ortaggi, le grasce, e chi vi si abbandonò senza

freno su quel primo fervor della fame, se ne morì: così chi non era

morto per lunga inanizione, se ne moriva per improvvisa satolla. Vollero

i trecconi e i rivenduglioli starsene sul tirato pei prezzi, a cagione

dell'ingordigia del guadagno; ma il popolo infuriato diè loro una tal

mano, che presto s'accorsero, che male si stimola la fame. Pruovaronsi i

villani dell'Azzeretto a porsi in sul sacco contro i democrati, come

dicevano, perchè saccheggiavano anche gli aristocrati; ma Hohenzollern

posto a guardia della città da Otto, con militare imperio gli frenava.

Creava il capitano Tedesco una reggenza imperiale e reale, a cui

chiamava Pietro Paolo Celesia, Carlo Cambiaso, Agostino Spinola, Gian

Bernardo Pallavicini, Gerolamo Durazzo, Francesco Spinola di Gian

Battista, e Luigi Lambruschini. Frenava la reggenza le vendette prossime

a prorompere, comandamento lodevole; veniva sul toccar le borse,

comandamento inevitabile, ma crudele nella misera Genova. Del rimanente

nissun cenno, nè da parte di Hohenzollern, nè da quella di Melas per

l'independenza, nè per la rinstaurazione dell'antico governo; il che

dava qualche sospetto. Ciò non ostante gli aristocrati gridavano _viva

l'imperatore_ per odio contro i democrati, siccome i democrati avevano

gridato _viva Francia_ per odio contro gli aristocrati; servi, ciechi e

pazzi gli uni e gli altri, che non vedevano, che dai loro odj privati

nasceva la ruina della patria, e la signorìa forestiera.

LIBRO VIGESIMO

SOMMARIO

Il consolo passa con ordine mirabile il gran San Bernardo,

vince a Marengo, l'Italia superiore in suo potere. Governi

provvisorj del Piemonte, di Genova e di Milano. Conclave in

Venezia: assunzione del cardinal Chiaramonti al pontificato, e

sua rinstaurazione in Roma. Arti di Buonaparte con lui. Malta

presa dagl'Inglesi. Moti di Toscana. Nuova guerra tra Austria

e Francia. Battaglia del Mincio tra Bellegarde e Brune,

ritirata del primo. Passaggio del monte della Spluga eseguito

con mirabile coraggio ed arte da Macdonald. Nuovi successi

prosperi dei Francesi. Pace con Napoli, Austria e Spagna.

Tutto il mondo, salvo l'Inghilterra, in concordia con Francia.

Buonaparte intanto, cambiatore di sorti, si avvicinava, l'imperio

d'Austria in Italia inclinava al suo fine. Aveva il consolo con

maravigliosa celerità ed arte adunato il suo esercito di riserva in

Digione, donde accennava ugualmente al Reno ed all'Italia. Ma avendo

Moreau combattuto prosperamente in Germania contro Kray, gli fu fatto

abilità di condursi su quei campi, in cui tuttavia vivevano i segni e le

memorie delle sue fresche vittorie; cosa, che gli era cagione di somma

incitazione, perchè la gloria lo stimolava, ed era sicuro di trovarvi

forti aderenze. Adunque mentre lo sconsigliato Melas se ne stava

martirizzandosi contro le sterili rocche dell'estrema Liguria, si

avvicinava Buonaparte alle Alpi, tutto intento alle fazioni d'Italia.

Varj, molti, e potenti modi aveva di condurre a prospero fine la sua

impresa: soldati prontissimi a volere qualunque cosa egli volesse,

generali esperti e valorosi, artiglierìe formidabili, cavallerìa

sufficiente. Aveva apprestato per pascere i soldati sull'erme solitudini

delle Alpi, biscotto in grande abbondanza, e per tirar su e giù secondo

i casi le artiglierìe per quei sentieri rotti, stretti, ed ingombri di

nevi e di ghiacci, certi carretti a modo dei traini sdrucciolevoli, che

si usano in quei paesi per scendere dai nevosi gioghi. Nè questo fu il

solo trovato di Buonaparte e di Marmont, che soprantendeva alle

artiglierìe, per facilitar loro il passo per luoghi fino allora alle

medesime inaccessi, perchè scavarono, a guisa di truogoli, tronchi di

alberi grossissimi a fine di potervele posar dentro, come in un letto

proprio, e per tal modo trasportarle a dorso di muli a traverso le

montagne. Denaro sufficiente aveva rammassato per le necessità de' suoi

fin oltre l'Alpi; poi si confidava nell'Italia. Per muovere le opinioni

degl'Italiani aveva chiamato a se la legione Italiana capitanata da un

Lecchi, la quale fuggendo il furore Tedesco per le rotte di Scherer, si

era riparata in Francia, bella e buona gente. Per conoscere poi i

luoghi, conduceva con se gl'Italiani, che più ne erano pratichi, e

siccome l'intento suo era di varcare il gran San Bernardo, così si

consigliava specialmente con un Pavetti di Romano in Canavese, giovane

di natura molto generosa, e che camminava con molto affetto in queste

bisogne della libertà.

Rammentava quindi il consolo, essendo gran maestro dell'allettare, che

tornava in Italia per fondare in Cisalpina una regolata libertà, dar la

pace a Napoli ed a Toscana, ristorar la religione, proteggere i preti,

rimettere sul debito seggio il pontefice di Roma. A tutti poi parlava di

pace, di umanità, di fin di mali, di un secolo che doveva incominciare a

salute ed a felicità d'uomini. Passò per Ginevra: mostrovvisi tanto

mansueto, e disposto a voler ridur le cose a forme buone e consentanee

alle antiche, che gli aristocrati Ginevrini presi alle dolci parole,

pigliarono animo a favellar dell'independenza, e della restituzione

dell'antico stato, essendo a quel tempo Ginevra unita a Francia, e parte

di lei; ma la cosa non allignò; che anzi rispose loro per forma che

s'accorsero che se amava prendere, amava anche serbare. Poi tornò sulle

mansuetudini, e che sarebbe contento morire, purchè la pace vedesse.

Appariva sì mogio, sì pallido e sì macilento, che pareva a tutti, che

stracco il corpo e l'animo per tante sue fatiche a pro di Francia e

d'Europa, dovesse far tosto pace, se pure la voleva vedere. Poi

lusinghevolmente procedendo, domandava di Saussure, di Bonnet, di

Senebier; tacque di Rousseau. Disse, voler rimettere in onore le scienze

e le lettere calpestate dalla guerra. Maravigliavansi i Ginevrini,

vedendo tanto amore di dottrine pacifiche in un soldato, perchè non

penetravano l'umore, nè si accorgevano, ch'egli, siccome quegli che

voleva far andar il secolo a ritroso, il voleva secondare, finchè ne

fosse padrone.

Grande e magnifico era il disegno di Buonaparte per riconquistar

l'Italia. Suo proponimento era di varcare col grosso dell'esercito il

gran San Bernardo col fine di calarsi per la valle di Aosta nelle

pianure Piemontesi. Ma perchè altre genti con questa parte

consuonassero, e giunte al piano potessero e muovere i popoli a romore

contro l'Austria, e congiungersi con lui a qualche importante fatto,

aveva ordinato che il generale Thureau dalla Morienna e dall'alto

Delfinato, pei passi dei monti Cenisio e Ginevra, con una squadra di tre

in quattromila soldati si calasse a Susa, e più oltre anche, secondo le

opportunità, procedesse per dar timore al nemico intorno alla sicurezza

di Torino, e per ajutare lo sforzo, ch'egli intendeva di fare sulle

sponde della Dora Baltea. Al tempo medesimo comandava al generale

Moncey, che pel San Gottardo scendesse a Bellinzona con un'eletta

schiera di circa dodicimila soldati, col pensiero di mettere a romore i

paesi, che nelle parti superiori al piano di Lombardia si comprendono

fra il Ticino e l'Adda. Parendogli altresì, che fosse necessario di

turbar le contrade fra il Ticino e la Sesia, imponeva al generale

Bethancourt, che facesse opera di varcare il Sempione, e di precipitarsi

per Domodossola sulle sponde del lago Maggiore là dove, restringendosi,

apre di nuovo l'adito alle acque correnti del Ticino. Siccome poi non

ignorava quante e quali difficoltà ostassero al passo di un grosso

esercito pel gran San Bernardo, commetteva ad un corpo di circa

cinquemila soldati, che passasse il piccolo San Bernardo, ed andasse a

raccostarsi col grosso nella valle di Aosta. Tutte le raccontate genti

insieme unite sommavano circa a sessantamila combattenti. Così il

consolo tutta la regione dell'Alpi abbracciando, che si distende dal San

Gottardo al monte Ginevra, minacciava invasione al sottoposto plano del

Piemonte e della Lombardia. Dall'altra parte sperava che Massena,

tenendo fortemente Genova, e Suchet la riviera, avrebbero trattenuto

Melas, finchè egli potesse arrivare a combatterlo sui fianchi ed alle

spalle. Magnifica, come abbiamo detto, e maravigliosa opera fu questa

del consolo, ma che gli poteva venire rotta con grande precipizio, se

Moreau avesse combattuto infelicemente sul Reno, o se Melas più accorto,

o più attivo, o meglio informato fosse stato.

Lusingati con discorsi di umanità, di pace, e di civiltà quei Ginevrini

tanto ingentiliti, se ne giva il consolo alla stupenda guerra. Erano le

genti già adunate tutte a Martigny di Vallese sul Rodano, terra posta

alle falde estreme del San Bernardo. Guardavano con maraviglia, e con

desiderio quelle alte cime. Diceva loro Berthier, quartiermastro:

«Vincono i soldati Renani gloriose battaglie: contrastano gl'Italici con

valore estremo ad un nemico sopravanzante di numero. Accendetevi, e

riconquistate, emolandogli, oltre l'Alpi, quelle terre già testimonie

del Francese valore. Soldati nuovi, ecco che suona il segno delle

battaglie: ite, e pareggiate i veterani tante volte vincitori: da essi

imparate a sofferire, da essi a superare le fatiche inseparabili della

guerra. Vi segga sempre in mente questo pensiero, che solo col valore,

solo colla disciplina si vincono le guerre. Soldati, Buonaparte è con

voi; vien'egli a vedere i nuovi trionfi vostri: a Buonaparte pruovate,

che siete sempre quegli uomini valorosi, che condotti da lui sì famoso

nome e sì luminosa gloria acquistaste. La Francia, e la umanità di pace

vi richieggono: voi pace alla Francia ed alla umanità con le forti

destre date».

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V · 第 7 / 23 段