intendimento suo essendo di spignersi avanti, cacciando gli avversarj
dai sommi gioghi a Savona, per separare e disgiugnere in tale modo l'ala
sinistra dei Francesi dalla mezza, e dalla destra che combatteva nella
riviera di Levante. Ottenuto il quale intento, gli si spianava la
strada, essendo questo l'ultimo fine de' suoi pensieri, a serrare
Massena dentro Genova, ed a costringerlo alla dedizione. Ma perchè il
generale di Francia non potesse far correr gente dalla riviera di
Levante in ajuto di quelle che dovevano sostenere l'assalto su quella di
Ponente, ordinava a Otto, che assaltasse i Francesi alloggiati sotto la
condotta di Miollis, a Recco, Torriglio, Scafera, Sant'Alberto, monte
Cornua, monte Becco, e monte delle Fascie. Melas voleva al tempo stesso
che Hohenzollern desse dentro ai posti della Bocchetta, e ad ogni modo
gli conquistasse. Spuntava appena il giorno dei sei aprile, che i
Tedeschi, partendo dalle Carcare divisi in tre schiere, s'incamminavano
alle ordinate fazioni. La mezzana condotta da Mitruschi, marciando per
Altare e per Torre, si avvicinava a Cadibuona, posto molto fortificato
dai Francesi, e chiave e momento principale di tutta quella guerra. Il
generale San Giuliano colla sinistra faceva opera d'impadronirsi di
Montenotte per quinci accennare contro Sassello, dove alloggiava un
grosso corpo di repubblicani. Finalmente la destra, che obbediva ad
Esnitz ed a Morzin, passando per le Mallare, ed avvicinandosi alle fonti
della destra Bormida, aveva carico di sforzare i passi del monte San
Giacomo. Questi assalti con molt'arte ordinati a questo fine tendevano,
che per gli Austriaci si occupasse Savona; perchè per tal modo restava
smembrato Suchet da Massena. Si combattè dapprima da ambe le parti molto
valorosamente a Torre, avendo gli Austriaci il vantaggio del numero, i
Francesi del luogo. Finalmente superarono i primi quell'antiguardo, e
tutto lo sforzo si ridusse sotto le trincee di Cadibuona. Quivi fu molto
duro l'incontro, e la battaglia si pareggiò lungo tempo: ma finalmente
fe' dare il crollo in favore delle armi imperiali la mossa di un
valoroso battaglione di Reischi, il quale, assaltate di fianco le
trincee, costrinse i repubblicani alla ritirata, non senza tale
disordine delle ordinanze, che se non fosse stato presto Soult a
sopraggiungere con ajuti freschi, sarebbero stati condotti a molta
ruina. Ma non potè nemmeno la presenza e l'opera di Soult ristorare la
fortuna; perchè gli Austriaci, seguitando l'impeto della vittoria,
obbligarono il nemico a ricoverarsi, girando a stento per quelle sommità
di monti, al monte Ajuto, munito ancor esso di qualche fortificazione.
Volle Melas torre quel nuovo ricetto al nemico, mandò all'assalto
Lattermann e Palfi con cinque battaglioni di granatieri, e col
reggimento di Spleny. Gli uni e l'altro fortemente urtando, i primi da
lato, il secondo da fronte, sloggiarono i Francesi da quel forte sito, e
se ne impadronirono. Fecero i repubblicani una nuova testa a Montemoro:
Melas, combattendogli da fronte, e girando loro alle spalle ed ai
fianchi, dall'una parte verso Vado, dall'altra vesso Arbizzola, e dando
perciò loro timore di essere tagliati fuori, gli costrinse a dar
indietro col ritirarsi disordinatamente a Savona. Seguitarongli,
pressandogli molto alle terga, i vincitori, e con essi alla mescolata
entrarono nella città. Soult, non standosene ad indugiare, introdotta
nella fortezza quanta vettovaglia potè in quell'improvviso e pericoloso
accidente, si ritirava a Varaggio, dopo di aver combattuto piuttosto da
vincitore che da vinto gl'imperiali, che già erano scesi ad Arbizzola.
Riuscirono molto micidiali quest'incontri alle due parti: i Francesi
patirono di vantaggio, trovandosi in minor numero.
Frattanto Esnitz aveva assaltato monte San Giacomo custodito da Suchet,
che virilmente vi si difendette qualche tempo. Ma le rotte di Cadibuona
e di monte Ajuto, colla occupazione di Savona, rendendo le sue
condizioni molto pericolose, fe' sgombrare i suoi da quel forte sito,
abbandonando anche gl'importanti posti di Settepani, Santo Stefano, e la
Madonna della Neve. Fece una valida resistenza a Melogno Seras: poi fu
costretto a ritirarsi, ma minaccioso e contrastante, le mosse retrograde
degli altri seguitando. Entrarono gli Austriaci vittoriosi in Vado.
Suchet per le terre di Finale, Gora, Bardino, la Pietra, e Loano
indietreggiava fino a Borghetto.
Nè meno felicemente si era combattuto per gli Austriaci in riviera di
Levante, ed alla Bocchetta; perchè Otto assaltando con molto impeto
monte Cornua, dopo grave contrasto, il superava. Superarono
medesimamente gli Austriaci monte delle Fascie, costringendo i Francesi
a ritirarsi insino a Quinto. I posti di Torriglio e di Scafera vennero
anche in potestà degl'imperiali, essendosi ritirati i repubblicani, che
gli difendeveno, a Prato. Così la Sturla sotto, il Bisagno sopra
separavano i due nemici, e gli Austriaci dall'eminenza del monte delle
Fascie vedevano, ed erano veduti da Genova; il che era cagione di
terrore agli addetti alla parte Francese, di conforto a coloro che
parteggiavano per gli Austriaci e per l'antico governo.
Fortissimo era l'alloggiamento dei Francesi alla Bocchetta, e molto
ardua la sua espugnazione, avendo voluto assicurarsi di quella strada
facile ed aperta contro il nemico, che venisse dai piani della
Lombardia. Gli assaltava Hohenzollern coi due reggimenti di Kray e
d'Alvinzi condotti dal generale Rousseau, e l'una dopo l'altra, non
senza però molto contrasto e sangue, si recava in mano, conquistando
tutte le trincee e le artiglierìe che le guernivano. Per questa fazione
acquistarono gli Austriaci il passo nella valle della Polcevera, con la
facoltà di stringere più da vicino Genova. Rannodaronsi i Francesi a
Pontedecimo.
Massena, che prevedeva che non avrebbe potuto tenersi lungamente in
Genova, se gl'imperiali fossero troppo vicini alla mura, perchè più
presto gli sarebbero mancate le vettovaglie, fece pensiero di
allargarsi. Siccome poi era uomo generoso e d'animo invitto, non
contentandosi al volersi acquistare un campo più largo, benchè fosse
molto inferiore pel numero dei soldati al nemico, si deliberava a far
opera di rompere gli Austriaci sulle alture sopra Savona per
ricongiungersi con l'ala governata da Suchet. A questo fine gli mandava
dicendo, che attendesse ad assaltar il nemico, ed a ricuperare i luoghi
perduti di Settepani, Melogno e San Giacomo. Perchè poi Otto non potesse
mandar soccorsi a Melas, ordinava a Miollis, che si sforzasse di cacciar
gli Alemanni dal monte delle Fascie, dal monte Cornua, e da altri luoghi
circonvicini. Riusciva a Miollis felicemente l'impresa. Fecero gli
Alemanni grave perdita in questo fatto di morti, feriti e prigionieri.
Ma l'evento della guerra, ed il destino di Genova erano per giudicarsi
nella riviera di Ponente. Pensava Massena a riuscire, rotti i Tedeschi
sui monti, nelle vicinanze del Cairo, dove Suchet doveva venire a
congiungersi con lui, se avesse potuto superar le alture, sopra le quali
i nemici si erano fortificati. Marciava Massena inferiormente più
accosto al mare per assaltar Montenotte, Soult superiormente, e a destra
per impadronirsi di Sassello, quindi del monte dell'Armetta, poi di
Mioglio, e del ponte Invrea. Quivi avrebbe potuto unirsi a Massena
venuto da Montenotte. Così uniti speravano di poter marciare verso il
Cairo, confidando anche di trovarvi Suchet. Soult, percosso in sul primo
giungere un corpo Austriaco, che posto a Nostra Donna dell'Acqua il
poteva battere sul suo fianco destro, ed avendo vinto, e cacciato sino
alle sponde del torrente Piotta oltre i monti, superava ogni ostacolo,
s'impadroniva di Sassello, e più oltre procedendo recava in poter suo la
cresta importante del monte Armetta. Ripreserla i Tedeschi,
racquistaronla i Francesi dopo un gagliardo scontro: in questi impetuosi
e spessi affrontamenti si spargeva molto sangue. Restava superiore
Soult, che in tutti questi fatti sostenne le voci di capitano forte, ed
esperimentato alla guerra. Nè più altro impedimento gli restava a
superare per arrivar al compimento del suo disegno per al Cairo, se non
se i posti di Mioglio, e di ponte Invrea. Vi sarebbe anche riuscito,
come pare non potersi dubitare, se la fortuna si fosse scoperta tanto
favorevole a Massena, quanto si era scoperta a lui. Ma le cose
succedettero sinistramente nella parte condotta dal generalissimo. Si
era Melas mosso, non presumendo che tanta audacia s'allignasse nei
Francesi, che potessero far pensiero di attaccarlo, per andare ad
assaltar Voltri col fine di congiungere le sue genti con quelle di
Hohenzollern, e di serrare Genova. Trovò che i Francesi lo avevano
prevenuto, che Soult già tanto si era inoltrato, che il suo fianco
sinistro non era più sicuro, e che correva pericolo, che le due ali di
Massena e di Suchet si unissero sulle rive della Bormida; il che gli
sarebbe stato di gravissimo pregiudizio. Gli sopravvennero in questo
punto le ingratissime novelle, che la squadra di San Giuliano, ferita
con molta gagliardìa da Soult alla Veirera, aveva patito molto danno, e
retrocedendo frettolosamente era stata costretta a ritirarsi a ponte
Invrea. In questo pericoloso punto Melas, non turbata la mente, nè
diminuito l'animo, si appigliava prestamente ad un partito, che solo il
poteva riscuotere dal mal passo in cui era ridotto. Avvisò che l'evento
della battaglia pendeva dalla schiera di Massena, e che se gli fosse
venuto fatto di obbligarla a ritirarsi rotta e sconquassata, sarebbe
stato Soult obbligato a tornare indietro. Riuscì la fazione, come
l'aveva preveduta. Riscontratosi con un corpo assai grosso di Francesi a
Stella, lo rompeva, non senza molta uccisione. Poi seguitandolo fino a
Croce, e combattendo di bel nuovo in questo secondo sito lo sbaragliava.
Al tempo medesimo Lattermann, viaggiando sulla spiaggia, s'impadroniva
di Varaggio, che era stato l'alloggiamento principale, donde poco
innanzi Massena era partito per andare alla fazione di Montenotte. Penò
molto Massena, dopo questa rotta, a condursi a sicuro luogo in
Cogoletto; perchè gli fu forza, essendo la strada a riva il mare in
potestà di Lattermann, camminare per luoghi erti e montuosi. Melas,
conoscendo, che il non dar respiro a Massena, era un vincere Soult,
mandava prestamente Lattermann ad assalir Cogoletto. I granatieri di San
Giuliano ferirono con molta forza i Francesi già stanchi e diradati, e
già gli facevano piegare. Gli bersagliavano al punto stesso gl'Inglesi
accostatisi al lido colle loro barche armate di artiglierìe. Finalmente
venne a precipitarsi contro di loro la cavalleria Austriaca. Pressati da
tutte bande, non poterono resistere, e disordinati si ritirarono
precipitosamente ad Arenzano, ma piuttosto per modo di posata, che
d'alloggiamento stabile.
Massena, non credendosi sicuro in questa terra, si tirava più indietro
sino a Voltri. Quivi poneva il campo, non per dimorarvi, perchè
Lattermann, che si avanzava vittorioso da fronte, e Hohenzollern, che
romoreggiava dalla superiore Polcevera, ciò gli toglievano, ma solamente
per aspettarvi Soult, che percossi invano con assalto ponte Invrea e
Mioglio, e udito il caso sinistro di Massena, si ritirava a presti
passi. Infatti si raccozzarono i due generali della repubblica a Voltri.
Melas, riunite tutte le sue forze, gli ne cacciava, e perseguitandogli
aspramente con facelle accese, perchè era sopraggiunta la notte, gli
costringeva a varcare la Polcevera pel ponte di Cornigliano, a ripararsi
del tutto dentro le mura di Genova, ed a desistere da qualunque assalto
alla campagna.
Suchet, combattuto prosperamente a Settepani, a Melogno, ed in altri
luoghi circonvicini di quei monti, ma ributtato con grave uccisione da
San Giacomo, fu costretto a tornarsene indietro, senza aver potuto
compir l'impresa.
Mentre che le cose dell'armi procedevano in questa forma a Voltri, Otto
aveva rincacciato Miollis dai monti Cornua e delle Fascie, per modo che
il Francese impotente al resistere aveva preso partito di ritirarsi
nella valle del Bisagno, e sulla destra sponda della Sturla. Così
Massena privato della campagna, si era ridotto a difender Genova, ed i
luoghi più vicini. Presidiava Miollis il forte Richelieu, ed il monte
del Vento, distendendosi oltre il Bisagno sino al forte dello Sprone.
Verso Ponente il generale Gazan teneva la riva sinistra della Polcevera
fino a Rivarolo, ed inoltrando l'ala sua destra fino al monte dei Due
Fratelli, ed al forte Diamante, si congiungeva con Miollis. Massena con
la grossa schiera alloggiava in città. Intanto le frontiere della
republica sull'Alpi Marittime restavano esposte all'impeto Tedesco.
Piantava il generalissimo d'Austria il suo alloggiamento in Sestri di
Ponente; ma non volendo lasciar indebolire la fama dei recenti fatti, nè
dare tempo a Suchet di ricevere rinforzi, si accingeva a cacciare per
forza il generale di Francia da tutta la riviera di Ponente. Vinselo in
una fazione improvvisa a Torìa: recatosi in mano il colle di Tenda, il
minacciava alle spalle, e sul fianco sinistro. Suchet, che era capitano
esperto, avendo fatto quanto per lui si poteva colle poche forze che gli
restavano, per ritardar il corso al nemico, si ritirava sulle terre
dell'antica Francia oltre il Varo. Solo lasciava guernigioni sufficienti
nei forti di Ventimiglia e di Montalbano, affinchè il paese di Nizza non
rimanesse tutto in preda all'avversario. Il seguitava l'Allemanno, ed
impossessatosi di tutta la contea di Nizza, compariva sulla sinistra del
fiume. Alloggiavano gli Austriaci ascendendo dal mare sino ad
Aspramonte. I Francesi, per impedire il passo al nemico, avevano
fortificato assai gagliardamente con trincee e terrapieni un capo di
ponte, ed alloggiato all'incontro nei siti più guadosi; la principale
stanza loro era a San Lorenzo. Vennero quivi ad annodarsi alcuni
reggimenti, sebbene deboli, di regolari; chiamavano le guardie nazionali
della Provenza. Sapendo poi, che il miglior mezzo per vincere è l'essere
informato dei disegni del nemico, aveva Suchet provveduto, che un
telegrafo piantato sul forte di Montalbano, lo accontasse ad ora ad ora
delle mosse di Melas. Ciò fu cagione, che non così tosto il Tedesco
faceva un apparecchio, il Francese si apprestasse a combatterlo. In
questo tempo ebbersi le novelle che il forte di Ventimiglia si era
arreso alle armi imperiali, arrendevasi altresì al generale San Giuliano
il castello di Savona. Intanto si combatteva aspramente sulle rive del
Varo. Due volte i Tedeschi assaltarono con singolare audacia il ponte,
la prima volta Melas medesimo, la seconda Esnitz; due volte furono con
uguale valore risospinti. Risplendettero in questi fatti la perizia di
Suchet, e la prodezza del generale Rochambeau. Risplendè anche molto
chiaramente l'ingegno, e la virtù del generale Campredon, che aveva
fortificato il ponte. In tale modo con somma sua lode, ed utilità grande
della repubblica, difendeva Suchet il territorio di Francia, e secondava
l'opera immensa concetta dal consolo.
Già il canuto e vittorioso Melas si accorgeva, che era caduto
nell'insidia tesagli dal giovane guerriero, e che, non che fosse tempo
di conquistar la Provenza, gli era forza pensare di conservare, se ancor
potesse, l'Italia. Erangli giunti i primi avvisi del calarsi Buonaparte
dalle Pennine Alpi: ebbe sulle prime il fatto in poco concetto: errò nel
credere, che il consolo fosse uomo da comparir debole sulle sommità
delle Alpi; avrebbe anzi dovuto persuadersi, che dov'era Buonaparte, là
fosse tutta la fortuna della guerra, là covasse la ruina dell'Austria.
Mandava sui primi romori una schiera in Piemonte pel colle di Tenda; ma
quando s'accorse, che se la fama era stata grande, il fatto era più
grande ancora, si risolveva a torsi velocemente da quell'estremo ed
infruttuoso campo, dove combatteva, per condursi in quei luoghi, nei
quali vincitore avrebbe a far con vincitore. Ordinava Melas ad Esnitz,
che aveva lasciato alla guerra contro Suchet, prestamente si tirasse
indietro, e venisse od a raggiungere Otto, che instava contro Genova, se
Genova ancora si tenesse, o lui stesso nei piani d'Alessandria, se la
capitale della Liguria già avesse ceduto alle armi d'Austria. Ritiravasi
Esnitz, seguitavalo velocemente Suchet. Serratogli ogni passo pel
Genovesato, si riparava l'Alemanno per la valle d'Ormea nelle Piemontesi
contrade; il Francese spintosi avanti stringeva il castello di Savona.
A questo tempo consisteva la guerra in due accidenti principalissimi:
l'assedio di Genova, e la scesa di Buonaparte in Italia: l'uno era
strettamente congiunto coll'altro. Otto faceva ogni sforzo per
impadronirsi della piazza, bramando di poter correre alla guerra
definitiva nei campi d'Alessandria. Massena, che per coraggio e per
l'arte de' suoi uffiziali, e dei patriotti fuorusciti del Piemonte, che
andavano e venivano a portar novelle, traversando con estremo pericolo
loro gli alloggiamenti dei Tedeschi, era bene informato di quanto
accadesse sulle Alpi Pennine, desiderava più lungamente che possibil
fosse tenerla, per la ragione contraria. Nacquero da questa sua
ostinazione fatti molto memorandi, e tali che raramente si leggono nei
ricordi delle storie. La città capitale della Liguria, posta a guisa di
anfiteatro, dond'ella fa magnifica mostra, sul dorso dell'Apennino tra
la Polcevera e il Bisagno, è chiusa da due procinti di mura, uno più
largo, l'altro più stretto. Sono questi due procinti muniti di bastioni
e di cortine consenzienti alla natura del luogo aspra, scoscesa e
disuguale.
Il primo incominciando dalla riva destra del Bisagno in riviera di
Levante sotto alle porte Romana, e Pila, s'innalza sul dorso del monte
sino al forte dello Sprone, donde volgendosi a ponente, e fasciando la
città, dopo di essersi rizzato in un forte, che chiamano la Tanaglia,
presso alla Crocetta, se ne va a terminare presso alla Lanterna, ed al
molo nuovo. Il secondo partendo da levante gira accosto, e ferma le
mura; ma s'interrompe a mezza strada, e non arriva sino al molo nuovo.
La parte più difendevole è il forte dello Sprone, ma siccome è
sottoposto a più alti gioghi, e da loro dominato, così fu d'uopo
piantarvi due forti, uno sul monte dei Due Fratelli, l'altro più in su,
a cui per la sua forma fu dato il nome di forte del Diamante. Chi ha in
mano questi due forti, si può stimar padrone di Genova, perchè stanno
sopra a tutte le altre fortificazioni. La parte più debole del procinto
trovandosi al luogo più basso verso la foce del Bisagno, si pensò a
munire con forti le eminenze vicine, cioè con quello di Quezzi il monte
del Vento, con quello di Richelieu il monte Manego, e finalmente con
quello di Santa Tecla la eminenza di questo nome. Nè ciò bastando alla
difesa di questa parte, si fecero trincee sui monti vicini dei Ratti,
delle Fascie, e di Becco. Tali erano le difese di Genova, quando stava
in propria balìa: elle bastavano, perchè con breve assedio non si poteva
prendere, i lunghi erano impossibili per le emolazioni delle potenze.
Consistevano le difese vive di Massena in diecimila soldati Francesi;
aveva con se Soult, Gazan, Clauzel, Miollis, Darnaud. Accostavansi a
queste forze circa due mila Italiani di nazione diversa, ordinati da
Massena in corpo regolare sotto la condotta di un Rossignoli Piemontese,
uomo di natura molto generosa, di gran cuore, ed amantissimo della
libertà. Le corroborava la guardia nazionale di Genova, fedele, parte
per amore di Francia, parte per odio d'Austria, parte per paura del
sacco, se qualche accidente contrario alla quiete sorgesse. Queste genti
unite insieme non componevano certamente un presidio sufficiente per un
sì vasto circuito. Inoltre vi si viveva in molta apprensione per le
vettovaglie, massime di grani.
Gl'Inglesi governati da Keit, impedivano le provvisioni di Corsica e di
Marsiglia. Del governo, che era allora in Genova, poche cose dirò. Non
era nè più libero, nè più servo dei precedenti, e vi era stata fatta una
gran mutazione di forma, poichè, spento il direttorio in Francia, la
moda empirica e servile volle che si spegnesse anche in Liguria:
creossi, in luogo del direttorio, una commissione di governo. Lodossi il
cambiamento, pure secondo la corrente servile. Questo con buona volontà,
ma sommessa ed umile, perchè il pericolo e le lunghe disgrazie avevano
rotto gli animi, secondava Massena.