stessi tanto incitati e valorosi. Partivano il dì diciasette maggio da
Martigny per andarne a conquistar l'Italia. Maraviglioso l'ardore loro,
maravigliosa l'allegria, maraviglioso ancora il moto ed il fervore delle
opere. Casse, cassoni, truogoli, obici, cannoni, carretti ruotati,
carretti sdrucciolevoli, carrette, lettiche, cavalli, muli, bardature,
arcioni, basti da bagaglie, basti da artiglierìe, impedimenti di ogni
sorte, e fra tutto questo soldati affaticantisi, ed ufficiali
affaticantisi al par dei soldati. S'aggiungevano le risa e le canzoni: i
motti, gli scherzi, le piacevolezze alla Francese erano quelle poche, e
gli Austriaci ne toccavano delle buone. Non a guerra terribile, ma a
festa, non a casi dubbi, ma a vittoria certa, pareva che andassero. Il
romore si propagava da ogni banda: quei luoghi ermi, solitari e da tanti
secoli muti, risuonavano insolitamente e ad un tratto per voci liete e
guerriere. L'esercito strano e stranamente provvisto, al malagevole
viaggio saliva per l'erta alla volta di San Pietro fin dove giunge la
strada carreggiabile. Pure spesso erte ripidissime, forre sassose, capi
di valli sdrucciolenti si appresentavano; i carri, i carretti, le
carrette pericolavano. Accorrevano presti i soldati a braccia,
sostenevano, puntellavano, traevano, e più si affaticavano, e più
mettevano fuori motti, facezie e concetti, parte arguti, parte graziosi,
parte frizzanti: così passavano il tempo e la fatica. I tardi Vallesani,
che erano accorsi in folla dalle case, o piuttosto dai tuguri e dalle
tane loro, vedendo gente sì affaticata e sì allegra non sapevano darsi
pace; pareva loro cosa dell'altro mondo. Inviolati, e pagati per ajuto,
il facevano volentieri. Ma più bisogna faceva un Francese, che tre
Vallesani. Le parole e i motti, che i soldati dicevano a quella buona
gente per la tardità delle opere e per le fogge del vestire, io non gli
voglio dire. Così arrivavano i repubblicani a San Pietro, Lannes colla
sua schiera il primo, siccome quello che per l'incredibile ardimento il
consolo sempre mandava, lui non solo volente, ma anche domandante, alle
imprese più rischievoli e più pericolose. Quivi si era arrivato ad un
luogo, in cui pareva che la natura molto più potesse che l'arte od il
coraggio; perciocchè da San Pietro alla cima del gran San Bernardo, dove
è fondato l'eremo dei religiosi a salute dei viaggiatori in quei luoghi
d'eternale inverno, non si apre più strada alcuna battuta. Solo si
vedono sentieri stretti e pieghevoli, su per monti scoscesi ed erti.
Rifulse la pertinacia del volere e la potenza dell'umano ingegno. Quanto
si rotolava, fu posto ad essere tirato, quanto si tirava ad essere
portato. Posersi le artiglierìe grosse nei truogoli, i truogoli sugli
sdruccioli, e dei soldati, chi tirava, chi puntellava, chi spingeva: le
minute sui robusti e pratichi muli si caricarono. Così, se Jan Jacopo
Triulzi montò, e calò con grosse funi di roccia in roccia per le
barricate nella stagione più rigida dell'anno le artiglierìe di
Francesco primo, tirò Buonaparte quelle della repubblica sui carri
sdrucciolevoli, e sulle bestie raunate a quest'intento. Seguitavano le
salmerie al medesimo modo tirate e portate. Era una tratta immensa: in
quelle volte di ripidi sentieri ora apparivano, ora scomparivano le
genti: chi era pervenuto all'alto, vedeva i compagni in fondo, e con le
rallegratrici voci gl'incoraggiava. Questi rispondevano, ed al difficile
cammino s'incitavano. Tutte le valli all'intorno risuonavano. Fra le
nevi, fra le nebbie, fra le nubi apparivano le armi risplendenti,
apparivano gli abiti coloriti dei soldati; quel miscuglio di natura
morta e di natura viva era spettacolo mirabile. Godeva il consolo, che
vedeva andar le cose a seconda de' suoi pensieri, e soldatescamente
parlando a questo ed a quello, che in ciò aveva un'arte eccellente,
gl'induceva a star forti, ed a trovar facile quello, che era giudicato
impossibile. Già s'avvicinavano al sommo giogo, ed incominciavano a
scorgere l'adito, che in mezzo a due monti altissimi aprendosi, dà il
varco verso la più sublime cima. Salutaronlo, qual fine delle fatiche
loro, con giojose voci i soldati, e con isforzi maggiori intendevano al
salire. Voleva il consolo che riposassero alquanto: _Di cotesto non vi
caglia_, rispondevano, _badate a salir voi, e lasciate fare a noi_.
Stanchi, facevano dar nei tamburi, ed al militare suono si
rinfrancavano, e si rianimavano. Infine guadagnarono la cima, dove non
così tosto furono giunti, che l'uno con l'altro si rallegrarono, come di
compiuta vittoria. Accrebbe l'allegrezza il vedere mense appresso
all'eremo rusticamente imbandite per opera dei religiosi, provvidenza
del consolo, che aveva loro mandato denari all'uopo. Ebbero vino, pane,
cacio; riposaronsi fra cannoni e bagaglie sparse, fra ghiacci e nevi
agglomerate. I religiosi s'aggiravano fra i soldati con volti dipinti di
sedata allegrezza: bontà con forza su quel supremo monte s'accoppiava.
Parlò Buonaparte ai religiosi della pietà loro, di voler dare il seggio
al papa, quiete e sostanze ai preti, autorità alla religione: parlò di
se e dei re modestamente, della pace bramosamente. I romiti buoni, che
non avevano nè cognizione, nè uso, nè modo, nè necessità dell'infingere,
gli credevano ogni cosa. Quanto a lui, se tratto da quell'aria, da
quella quiete, da quella solitudine, da quella scena insolita, si
lasciasse, mutandosi, piegare a voler fare per affezione quello che
faceva per disegno, io non lo so, nè m'ardirei giudicare; perchè da un
lato efficacissima era certamente l'influenza di quella pietà, e di quei
monti, dall'altro tenacissima incredibilmente, e sprezzatrice dell'umane
cose la natura di lui. Fermossi a riposare nel benigno ospizio un'ora.
Quando parve tempo, comandava si partisse. Voltavano i passi là dove
l'Italico cielo incominciava a comparire. Fu difficile e pericolosa la
salita, ma ancor più difficile e pericolosa la discesa; conciossiachè le
nevi tocche da aria più benigna incominciavano ad intenerirsi, e davano
mal fermo sostegno. Oltre a ciò la china vi era più ripida che dalla
parte settentrionale. Quindi accadeva, che era lento lo scendere, e che
spesso uomini e cavalli con loro, sfuggendo loro di sotto le nevi, nelle
profonde valli erano precipitati, prima sepolti che morti. Incredibili
furono le fatiche ed i pericoli: poco s'avvantaggiavano. Impazienti del
tardo procedere, ufficiali, soldati, il consolo stesso, scegliendo i
gioghi dove la neve era più soda, precipitosamente si calavano
sdrucciolando fino a Etrubles. Era un pericolo, e pure era una festa:
tanto diletto prendevano, e tante risa facevano di quel volare, di
quell'essere involti chi in neve grossa, e chi in polverìo di neve.
Quelli che erano rimasti al governo delle salmerìe, arrivarono più tardi
per gl'incontrati ostacoli. Riuniti a Etrubles, gli uni con gli altri si
rallegravano dell'esser riusciti a salvamento, e guardando verso le
gelate e scoscese cime, che testè passato avevano, non potevano restar
capaci del come un esercito intero con tutti gl'impedimenti avesse
potuto farsi strada per luoghi orribilmente disordinati da
sconvolgimenti antichi, e potentemente chiusi da perpetui rigori
d'inverno. Ammiravano la costanza e la mente del consolo, delle future
imprese felicemente auguravano. Pareva loro, che a chi aveva superato il
San Bernardo, ogni cosa avesse a riuscire facile e piana. Intanto le
aure soavi d'Italia incominciavano a soffiare: le nevi si squagliavano,
i torrenti s'ingrossavano, le morte rupi si ravvivavano e si
rinverdivano. I veterani conquistatori riconoscevano quel dolce spirare:
gridavano Italia: con discorsi espressivi ai nuovi la descrivevano: nei
veterani si riaccendeva, nei nuovi si accendeva un mirabile desiderio di
rivederla, e di vederla; la esperienza ricordava il vero, la
immaginazione il rappresentava e l'ingrandiva; le volontà diventavano
efficacissime: già pareva a quegli animi forti ed invaghiti, che
l'Italia fosse conquistata; solo pensavano alle vittorie, non alle
battaglie.
La vittoria consisteva nella celerità; perciocchè quelli alpestri luoghi
erano sterili, il passo del San Bernardo difficile, nè si doveva dar
tempo a Melas di arrivare al piano prima che l'esercito vi arrivasse.
Importava altresì che il romore già sparso della ritornata dei Francesi
non si rallentasse. Perciò il consolo si calava tostamente per le sponde
della Dora, e con assalti di poca importanza dati all'antiguardo
condotto da Lannes, mandato avanti a speculare il sito del paese,
s'impadroniva facilmente della città d'Aosta e della terra di Chatillon.
Ma un duro intoppo era per trovare nel forte di Bard posto sopra un
sasso eminente, che, come chiave, serra la strada in quella stretta
gola, che quivi forma, restringendosi, la valle. Aveva Pavetti proposto
facile al consolo l'oppugnazione di questa rocca, essendo in lui sommo
desiderio, che i Francesi passassero per la valle d'Aosta, acciocchè il
suo paese fosse il primo ad essere restituito, come credeva, a libertà.
Ma il fatto pruovò, che un umile sasso poteva divenire ostacolo ad una
gran fortuna. Fatta la chiamata, rispose coraggiosamente il Tedesco, non
voler dare la fortezza. S'avvicinarono i Francesi: entrarono facilmente
nella terra di Bard, posta sotto al forte; poi andarono all'assalto;
ricevuti con ferocia, abbandonarono l'impresa. Rinnovarono parecchie
volte la batteria, ma sempre con poco frutto. Si sdegnavano i capi, e di
un'infinita impazienza si travagliavano nel vedere, che una piccola
presa di gente, poichè il presidio non sommava che a quattrocento
soldati, ed un'angusta roccia interrompessero il corso a tante vittorie.
Pareva loro troppo grave ed insopportabil cosa, che un piccolo Bard
arrestasse coloro, cui non avevano potuto arrestare nè la poderosa
Mantova, nè i ghiacci eterni dell'enorme San Bernardo. Sapevano che il
loro movimento era presentito al piano, e che Melas, lasciata l'inutile
impresa del Varo, con presti passi accorreva per puntellare la fortuna
pericolante. Nè la valle d'Aosta, sterile e povero paese, era abile a
pascere tante genti, massime in quel caso non preveduto: già sorgevano i
primi segni della penuria. Pensavano al rimedio, e nol trovavano.
Batterono la rocca dalle case della terra, batterono con un cannone
tirato sul campanile. Ma essendo il luogo ben difeso, e di macigno, non
facevano frutto. Avvisarono, se potessero passare, continuando il forte
in possessione dell'inimico. S'innalzava con irregolari gioghi a
sinistra della terra di Bard il monte Albaredo, che dai superiori luoghi
domina la fortezza, negl'inferiori ne è dominata. Fecero i Francesi,
essendo primo autore di questo consiglio Berthier, pensiero di trovar
passo per questo monte. In men che non fa due giorni, cavarono gradi nei
siti più duri ed erti, alzarono parapetti sugli orli dei precipitosi,
gittarono ponti sui precipizi per modo che fu loro aperta la strada al
passare, oltre il tiro dei cannoni della fortezza. Fu quest'opera molto
maravigliosa, e degna di essere raccontata nelle storie. Gli uomini
sicuramente varcavano. Restavano le artiglierìe e gl'impedimenti, che
non potevano avviarsi per una strada tanto ripida e stretta. Lannes, che
già era arrivato sino ad Ivrea, correva pericolo di essere assalito
dagli Alemanni, mentre ancora era privo delle artiglierìe, armi tanto
necessarie nelle battaglie dei nostri tempi. Un nuovo assalto dato al
forte dal pertinace consolo, aveva avuto sinistro fine. Grave pericolo
sovrastava, perchè i tempi non pativano indugio, quando Marmont si
avvisava di un nuovo stratagemma. A fine d'impedir il rumore dei
carretti, distendeva letame per la contrada principale di Bard,
avviluppava con istrame i cerchi delle ruote, e tirando alla dilunga,
velocemente e di notte tempo operava, che le artiglierìe riuscissero
felicemente oltre alla terra. S'accorgeva il castellano dell'arte usata
dagli avversari, e folgorava con grandissimo furore fra il buio della
notte; ma la oscurità da una parte, la celerità dall'altra furono
cagione, che i repubblicani patirono poco danno in questa straordinaria
passata: con tutte le armi allestite e pronte si apprestavano ad
inondare il Piemontese dominio. Poco stante Chabran divallatosi dal
piccolo San Bernardo costringeva alla dedizione il comandante di Bard,
salvo l'avere e le persone, e con fede di non militare sino agli scambi.
Mentre a questo modo il grosso dei soldati di Francia sboccava per
Ivrea, non erano state oziose le genti più lontane, anzi concorrendo dal
canto loro all'adempimento del principale disegno, erano pervenute ai
luoghi ordinati dal consolo. Era Bethancourt sceso dal Sempione, e
fattosi padrone di Domodossola. Moncey venuto a Bellinzona accennava a
Lugano, ed alle sponde del Ticino e dell'Adda. Thureau poi più
prossimamente romoreggiando alla capitale del Piemonte, era comparso a
Susa, e camminando più avanti, si era mostrato ad Avigliana, avendo
fatto una buona presa di Austriaci, che si erano pruovati a serrargli il
passo dall'erto ed eminente sito, sul quale stava, prima della guerra,
fondata la fortezza inespugnabile della Brunetta. Tale tempesta da tutte
parti sovrastava, per l'invitto pensiero del consolo, a quel tratto di
paese, che si comprende fra la Dora riparia e l'Adda. Ma il principale
sforzo sorgeva da Ivrea. Si proponeva il consolo di marciare a stanca
celeremente per arrivar più presto, che per lui si potesse, a Milano.
Confidavasi, nè senza ragione, di trovar quivi seguito, viveri e
ricchezze; e siccome sopraggiungeva improvviso, così sperava di poter
sorprendere e sopraffare i corpi sparsi degli Austriaci, che a
tutt'altra cosa pensavano fuori che a questa. Aveva anche fondamento di
credere, che gli sarebbe venuto fatto, accostandosi all'Adige, di
tagliar fuori Melas dal suo sicuro ricetto del Tirolo. Molto bene
considerate erano queste cose, e meglio ancora fu quella di mandar
Lannes verso Chivasso, per indurre in Melas la persuasione, ch'ei fosse
per far impeto contro Torino. Ordito in tal modo il disegno, lo mandava
ad esecuzione. Temendo gli Autriaci di Torino, avevano accostato un
antiguardo al ponte della Chiusella, a dirittura del quale avevano
piantato quattro bocche da fuoco per non lasciar guadagnare questo passo
al nemico. Essendo questo ponte molto stretto e lungo, dura impresa era
il superarlo. Avvicinatosi Lannes, ordinava ai più valorosi, il
passassero velocemente. Fecerne pruova; ma i cannoni Tedeschi
fulminarono sì furiosamente a scaglia, e dai fianchi i feritori leggieri
tempestarono con sì fatta grandine, che i Francesi tornarono indietro
laceri e sanguinosi. Nuovamente cimentatisi, nuovamente perdevano.
Rinnovò due altre volte la pruova Lannes, e due altre volte ne uscì
colla peggio. Ostinavasi, ma non aveva rimedio. Pavetti allora, che
ottimamente conosceva i luoghi, perchè la battaglia si commetteva quasi
sotto alle mura di Romano, sua patria, fece accorto il generale di
Francia, che a sinistra del ponte era un passo facilmente guadoso,
offerendosi di condurre egli medesimo la fazione. Guadò con felice
ardimento il fiume: si mostrava improvviso sulla destra del nemico; diè
mano a bersagliarlo aspramente; restava mortalmente ferito dalle sue
armi l'Austriaco Palfi, che vicino al ponte se ne stava animando i suoi.
Questo accidente diè cagione di vincere ai Francesi, perchè gli
Austriaci sforzati a dar indietro, lasciarono libero il passo del ponte.
Rannodaronsi col retroguardo sull'altura di Romano, e vollero far testa;
ma assaliti dai Francesi cresciuti d'animo e di forza, abbandonarono il
campo. Nè miglior esito ebbe uno sforzo fatto da Keim con la cavalleria,
nel piano che si frappone tra Romano e i colli di Montalenghe; onde fu
aperta la strada a Lannes fino a Chivasso, dove trovò conserve
considerabili di vettovaglie, opportuno ristoro alle sue stanche genti.
Avendo conseguito Lannes l'intento di far correre Melas a Torino,
volgeva improvvisamente le insegne a mano manca, e camminava con passo
accelerato a seconda della sinistra del Po alla volta di Pavia. Tutto lo
sforzo dei Francesi accennava a Milano. Marciavano Murat, Boudet e
Victor contro Vercelli; marciava sull'istessa fronte più basso Lannes, e
superiormente spazzava il paese la legione Italiana di Lecchi, che da
Chatillon di Aosta per la via di Grassoney camminando, era venuta a
Varallo, poi ad Orta, donde aveva cacciato il principe di Loano, che vi
stava a presidio con una mano di Tedeschi. Tutta questa fronte di un
esercito bellicoso, spingendosi avanti, guadagnava Vercelli, dove
passava la Sesia: poi contrastava invano Laudon, che era accorso,
entrava in Novara, e s'apprestava a varcar il Ticino. L'ala sinistra
intanto s'ingrossava per essersi Lecchi congiunto a Sesto Calende con
Bethancourt disceso da Domodossola. Laudon postosi a Turbigo intendeva
ad impedire il passo del fiume; ma Murat, che guidava l'antiguardo, dato
di mano a certe barche lasciate a Galiate, guadagnava la sinistra
sponda, e cacciava da Turbigo, non senza però qualche difficoltà, il
generale Tedesco. Al tempo medesimo la sinistra ala si rinforzava
vieppiù per la giunta delle genti di Moncey, che venute sui laghi di
Lugano e di Como, avevano incontrato Lecchi a Varese. Per queste mosse
ottimamente eseguite, come erano state ottimamente ordinate, già era la
capitale della Lombardia posta in potestà dei Francesi. Entrava in
Milano il dì due di giugno con le più elette schiere Buonaparte
vincitore. Io non sono per raccontare le allegrezze che vi si fecero,
perchè nelle rivoluzioni il governo ultimo è sempre stimato il peggiore,
il nuovo il migliore. Nè la signoria dei Tedeschi vi era stata mansueta,
non perchè troppo grave fosse di sua natura, salvo i confinati alle
bocche di Cattaro, ma perchè avendo voluto rimettere del tutto le cose
nello stato pristino, aveva turbato infiniti interessi ed opinioni.
Eransi i reggitori persuaso, che fosse impossibile che i Francesi
tornassero; e però a seconda di questa credenza governandosi,
prepararono le occasioni ad altre rivoluzioni.
Riordinava Buonaparte la Cisalpina repubblica. Volle, che i riti della
religione Cattolica pubblicamente si celebrassero, e la religione si
rispettasse, e chi il contrario facesse, severamente, anche colla pena
di morie, se il caso il richiedesse, fosse punito; che fossero salve le
proprietà di tutti, che i fuorusciti rientrassero, che i sequestri si
levassero, che le cedole del banco di Vienna si abolissero, e valor di
moneta più non avessero. Lasciati in Milano questi fondamenti della sua
potenza, applicava di nuovo i pensieri alla guerra, che quantunque bene
principiata fosse, non era ancor terminata. Melas sulla destra del Po si
conservava tuttavia intiero, nè sapeva il consolo ancora, che Massena
fosse stato costretto a cedere in Genova alla fortuna dei confederati.
Per questo motivo, credendosi più sicuro di quanto egli era veramente,
aveva fatto correre da' suoi il Lodigiano, il Cremonese, il Bergamasco,
il Cremasco, nei quali paesi erano stati veduti con molta contentezza:
poi suo intento era di passare subitamente il Po; ed in questo modo
mozzare a Melas ogni strada al ritirarsi. Lannes frattanto, per una
subita correria, aveva preso Pavia: trovovvi munizioni abbondanti da
bocca, e quantità considerabile di armi.
Melas, che per la perdita di Milano aveva conosciuto, quanto la sua
condizione fosse pericolosa, ed il nemico forte, avvisandosi che il suo
scampo non poteva più venire se non da una battaglia risoluta, e da una
vittoria piena, voleva tirar la guerra nei contorni di Alessandria, per
cagione dell'appoggio che quivi aveva della cittadella, e del forte di
Tortona. Venuto adunque in Alessandria, chiamava a se Esnitz arrivato
dalla riviera, mandava Otto divenuto libero per la dedizione di Genova,
a Piacenza, affinchè s'ingegnasse d'impedire il passo del fiume ai
Francesi. Ma Murat fu più presto di Otto; perchè, sebbene fortemente
fosse combattuto, passava, e s'impadroniva di Piacenza. Al medesimo
punto Lannes varcava a Stradella; e si poneva a campo a San Cipriano.
Otto ritirava i suoi a Casteggio ed a Montebello. Combattessi in questi
due luoghi il dì nove giugno una battaglia asprissima, segno ed augurio
di un'altra assai più aspra, più famosa, e più piena di futuri
accidenti. Occupava Otto col grosso delle sue genti Casteggio, avendo
piantato su certi colli a destra forti batterie, e collocato a sinistra
più al piano i suoi cavalli. Una piccola squadra di ultimo soccorso
stanziava a Montebello. Urtarono i Francesi condotti da Watrin con
grandissimo impeto i Tedeschi, fu loro risposto con uguale costanza;
vario fu per molte ore l'evento, perchè parecchie volte i repubblicani
s'impadronirono dei colli eminenti a Casteggio, e parecchie volte ne
furono risospinti. Finalmente gl'imperiali restarono superiori per opera
massimamente della cavalleria, la quale sbucando da certe siepi, di cui
si era fatta quasi una fortezza, aveva dato la carica al nemico. Watrin
si ritirava rotto e sanguinoso, e sarebbe stata perduta la battaglia pei
Francesi, se non fossero sopraggiunti battendo, e mandati da Lannes i
generali Chambarlhac e Rivaud. Venendo quest'ultimo a parte della
mischia, frenava l'impeto dei vincitori, ed incuorando i soldati di
Watrin gli menava di nuovo contro il nemico insultante: pure si
difendevano i Tedeschi ostinatamente. In questo fortunoso punto arrivava
con una grossa squadra di buoni soldati Lannes, ed entrando
impetuosamente, come sempre soleva, nella battaglia, sforzava il nemico
a piegare, e cacciandolo del tutto da Casteggio, l'obbligava a ritirarsi
a Montebello. Quivi Otto più fiero di prima rinnovava la battaglia, e
faceva di nuovo le sorti dubbie; che anzi le sue già principiavano a
prevalere, quando Buonaparte, che era sopraggiunto, ordinava a Victor,
caricasse con sei battaglioni la mezzana schiera del nemico. In questo
punto divenne furiosissimo l'incontro, perchè gli Austriaci difendevano
il ponte con numerose artiglierìe che buttavano a scaglia, ed i Francesi
con le bajonette andavano alla carica per ispuntargli. Durò un pezzo
questo combattimento di fuoco e di ferro: si vedeva che i soldati di
Otto stavano alla dura molto fortemente. All'ultimo arrivarono sugli
estremi del campo i generali Geney e Rivaud, e fecero inclinare la
fortuna in favore di Francia, perchè per le mosse loro si trovava Otto
quasi circondato da ogni banda. Si ritirava in Voghera, lasciato un
presidio di circa mila soldati nella fortezza di Tortona. Morì in questo
fatto, e fu presa gran gente agli Austriaci, ma la metà meno di quanto
portarono gli scritti di Berthier. Morì anche gran gente ai Francesi; e
poco meno che agli Austriaci; pochi restarono prigionieri. Questa fu la
battaglia di Casteggio, che durò dalle sei della mattina sino alle otto
della sera.
Superata l'asprezza dell'Alpi con arte e costanza, corsa la Lombardia
con prestezza, fatto risorgere il nome di Cisalpina in Milano, sollevati
a gran cose gli animi dei popoli con una impresa inusitata, restava che
per una determinativa battaglia i presi augurj si adempissero, e si
confermasse in Buonaparte il supremo seggio di Francia, e l'imperio
assoluto d'Italia. Assai presto fu l'acquisto di questo paese fatto da
Kray, Suwarow, e Melas: restava che si vedesse, se il capitano di
Francia non fosse abile a riconquistarlo più presto ancora. Aveva Melas,
come abbiam narrato, raccolti i suoi nel forte alloggiamento tra la
Bormida ed il Tanaro sotto le mura d'Alessandria. Grosso di circa
quarantamila soldati, fornitissimo di artiglierìe, fiorito di cavallerie
sceltissime, provvisto di veterani, era molto abile a combattere di
tante sorti. Nè mancava in lui l'ardire, o l'arte, nè la memoria delle
recenti vittorie. Sapeva altresì, di quanto momento fosse la battaglia
che soprastava.
Dall'altra parte il consolo combatteva su quelle Italiche terre, già
piene di tanta sua gloria; i suoi ufficiali giovani, confidenti e
valorosi con incredibile ardimento anelavano al confermare i gloriosi
destini di Francia; i soldati, alcuni veterani, molti nuovi non avevano
tanto uso di battaglie quanto i Tedeschi, ma l'ardore e la confidenza
supplivano a quanto mancasse all'esperienza. Di numero erano inferiori
agli avversari, e di cavallerìe, e di artiglierìe. Giravano adunque
assai dubbie le sorti. Melas, ancorchè fosse sorpreso da tanta e sì
improvvisa piena, e vinto alla Chiusella ed a Casteggio, pareva non
ostante possedere maggiore probabilità della vittoria. Nè si potrebbe
bastantemente lodare l'arte e la prestezza, colle quali, quando ebbe
piena contezza dell'intento del consolo, aveva adunato il suo esercito
nei campi d'Alessandria. Doveva il consolo presumere, perchè non
ignorava che l'avversario aveva fortificato con trincee ed artiglierìe
le rive della Bormida, e scelto luogo propizio al combattere, che
appunto in quel campo volesse dare la battaglia. Pure avvisando,
certamente contro ogni probabilità, che Melas volesse ritirarsi verso
Genova, aveva mandato il generale Desaix, testè arrivato dall'Egitto, a
Rivalta sulla strada per Acqui; che anzi questi, obbediente ai
comandamenti, già aveva spinto la schiera di Bondet più vicino ad Acqui.
Grave errore fu questo, perciocchè ei doveva rannodarsi, non ispartirsi,
trovandosi col nemico sì vicino e sì grosso; per lui stette ad un punto,
che tutta la fortuna di Francia perisse nei campi di Marengo. Oltre a
ciò, e per una risoluzione nè ragionevole nè sana, aveva mandato la
schiera di Monnier, che con quella di Boudet componeva l'ala sinistra
governata da Desaix, a Castelnuovo di Scrivia, per modo che tutta
quest'ala si trovava spartita e scomposta in un momento di tanta
importanza. Occupava Melas con un antiguardo il villaggio di Marengo
posto oltre Bormida nella vicinanza d'Alessandria. Il consolo, fattolo
assaltare da Gardanne, lo recava in suo potere, avendo i Tedeschi fatto
astutamente debole resistenza. Il quale accidente avrebbe dovuto far
accorto Buonaparte, che pensiero di Melas non era di girsene
lontanamente a Genova, ma bensì di cimentar la fortuna vicino ad
Alessandria. Tuttavia, essendo tenacissimo ne' suoi concetti, persisteva
nel credere che i Tedeschi volessero incamminarsi verso la Liguria.
Finalmente gli esploratori, che gli recavano le novelle da Rivalta e
dalle rive del Po, il tolsero d'inganno, certificandolo che la gran lite
era per deffinirsi nell'Alessandrino, non nella Liguria. Ordinava a
Boudet ed a Monnier, che prestamente si ricongiungessero coll'esercito
principale: pure trovandosi già lontani, potevano arrivare a sorte
terminata.
Il dì quattordici giugno alle cinque della mattina Melas varcava,
fulminando, l'augurosa Bormida. Esnitz coi fanti leggieri, e col maggior
nervo delle cavallerìe, muovendosi a sinistra degli imperiali, marciava
contro Castel-Ceriolo per la strada che porta a Sale, perchè intento del
generalissimo Austriaco era di riuscire alle spalle dei Francesi da
quella parte per tagliargli fuori da Pavia e da Tortona, donde avevano
corrispondenza con l'altre loro genti alloggiate sulla sponda sinistra
del Po. Keim, coi soldati di più grave armatura muoveva l'armi contro il
villaggio di Marengo, per cui passa la strada per Tortona; quest'era la
schiera di mezzo. Una terza, che era la destra sotto la condotta di
Haddick con un grosso di granatieri ungari guidati da Otto, doveva fare
sforzo, seguitando la destra sponda della Bormida all'insù, per riuscire
a Fregarolo, e consentire verso Tortona con la mezzana. Si prevedeva, e
quest'era il pensiero delle due parti, che si sarebbe conteso
massimamente della possessione di Marengo, perchè quello era il sito,
alla conservazion del quale indirizzavano i Francesi tutti i loro
movimenti. Precedeva le camminanti squadre d'Austria un apparato
formidabile di artiglierìe, che furiosamente tuonando significavano,
quanto duro e quanto micidiale fosse per essere l'incontro. A tanto
impeto non erano i Francesi pari in quel primo tempo della battaglia,
perchè Monnier si trovava lontano a destra, Desaix a sinistra, per
improvvidenza del consolo.