letterati, siccome quelli che avevano molta autorità sui popoli,
massimamente in Francia, dove erano uniti in certa spezie di
congregazione, non per legge, ma per uso. Per la qual cosa il consolo
gli accarezzava, gli arricchiva, gl'ingrandiva. Adulava l'instituto, e
l'instituto lui. In questo non tutti andavano allo stesso modo. Alcuni
s'accostavano a lui per gli allettamenti, altri per fin di bene,
credendo, o che egli andasse per se, o che il potessero tirare colle
persuasioni a volere la libertà. Piacemi fra questi nominare Cabanis,
nel quale se fosse maggiore o il ben pensare, o il ben dire, o il bene
scrivere, o il ben fare, io distinguere non saprei: certo tutte queste
qualità erano in lui molto eminenti. Questo edifizio degli scienziati e
dei letterati molto il puntellava, parendo a tutti, che a chi piacevano
gli uomini civili, dovesse anche piacere la civiltà, e con lei la
libertà, la quale sarebbe il compimento, e quasi il fiore della civiltà,
se gli avari e gli ambiziosi non la guastassero.
Grande flagello, da che aveva principiato la rivoluzione, era sempre
stata la guerra della Vendea, nella quale con infinito furore
combattendo e repubblicani e regj, avevano sterminato popolazioni
intiere, desolato paesi altre volte fioritissimi, commesso quello che
solo commettono nelle civili discordie, e forse neanco in queste gli
uomini arrabbiati gli uni contro gli altri. La forza non l'aveva potuta
spegnere, perchè irritava, le tregue nemmeno, perchè mal fide: ormai si
nominava guerra interminabile. S'accorgeva il consolo, quanta grazia
acquisterebbe fra i popoli, se pacificasse quelle terre rosse di tanto
sangue Francese: applicovvi l'animo, venne a capo dell'impresa. Fra il
terrore del suo nome, l'apparato de' suoi soldati, le promesse di
osservar la fede, le speranze segretamente date di voler procedere più
oltre, vennero i capi della Vendea ad una onesta composizione: la
concordia tornava sulle rive dell'insanguinato Ligeri; Parigi
maravigliato vedeva i capi della Vendeese guerra. Ammiravano i popoli il
consolo pacificatore, uguale nel far le guerre, uguale nel far le paci.
Forti amminicoli a quanto macchinava, pensava che fossero gli uomini di
chiesa tanto maltrattati dal direttorio. Volle tirargli, e il fece
agevolmente. Diè patria ai preti fuorusciti, libertà ai carcerati,
sicuro vivere ai nascosti. Queste cose faceva apertamente, molte altre
prometteva segretamente: i preti tutti, anche quelli che col crocifisso
in mano avevano concitato le Vendeesi popolazioni contro i repubblicani,
amavano e fomentavano la sua grandezza. S'aggiunse, che onorò con
pietosi uffizj Pio sesto, papa morto, che aveva perseguitato vivo.
Ordinava per lui solenni esequie in Valenza di Delfinato; il chiamava
giusto, virtuoso, santo; affermava, avere per forza, e per mali consigli
fatto guerra a Francia. Questo favellare maravigliosamente piaceva a
coloro, che sentivano ancora di religione, massimamente ai ministri di
lei. Già non solo vincitore e riformator generoso del governo, ma ancora
instaurator pio dell'antica religione di Francia il chiamavano. Vacando
il trono pontificale per la morte di Pio sesto, eransi a questo tempo
adunati i cardinali in conclave a Venezia per intendere alla elezione
del nuovo pontefice. Temeva il consolo, che si creasse, dovendo la
elezione farsi in luogo suddito all'Austria, un pontefice troppo
aderente a questa casa con pregiudizio degl'interessi di Francia e
proprj. Perciò andava moltiplicando ne' suoi segni di affezione verso la
religione, e nutriva con grandi speranze i ministri di lei. Si poteva
facilmente pronosticare da questi primi favori, ch'ei voleva venirne,
quanto alle faccende ecclesiastiche, ad ordini legittimi e definitivi.
Ciò era cagione che i cardinali raccolti in Venezia non disperassero di
Francia, e non consentissero ad innalzare al pontificato un cardinale,
che si fosse dimostrato troppo contrario a lei. Si aggiungeva a favore
di Francia e del consolo, che non senza grave sospetto stavano i
cardinali intorno alle intenzioni dell'Austria rispetto al patrimonio
della chiesa. Le dimostrazioni da lei fatte di aver voluto far correre a
Roma Froelich, lo avere lui penato a ratificare la convenzione conclusa
tra Garnier, gl'Inglesi ed i Napolitani, e molto più il desiderio, anzi
la volontà evidentemente scoperta dall'Austria di serbarsi le legazioni,
gli avevano messi in sentore. Perlocchè desideravano di assicurarsi
dell'Austria per mezzo dell'amicizia di Francia. Questi umori erano
astutamente fomentati dal consolo e gli dettero facilità di fermare le
cose di Roma. Oramai si era accorto, che invece di combattere contro
l'Europa e la santa sede, era arrivata la stagione, in cui egli poteva
combattere, della santa sede servendosi, contro l'Europa; e siccome si
era pruovato, che il gridare libertà senza religione aveva avuto cattivo
fine, si risolveva a gridare libertà con religione insino a tanto che le
radici della sua potenza essendo ferme, potesse spegnere la prima, e
muovere a suo talento la seconda: tutto si volgeva a sua grandezza.
Ma primo ed universale desiderio della Francia tanto rotta e sanguinosa,
era la pace. Questa inclinazione assecondava il consolo, non che
sperasse di ottenerla con tutti, ma l'offerirla a tutti gli pareva
confacente a' suoi pensieri. Questo ad ogni momento inculcava, per
questo essere venuto dall'Egitto, abborrire la guerra, abborrire i
conquistatori, pregare Iddio, che gli concedesse tanto di vita, che
potesse dar pace alla Francia, pace all'Europa afflitte; solo per questo
desiderar di vivere, la guerriera gloria essergli venuta a tedio, solo
piacergli la pacifica. Questi discorsi faceva con sì efficaci parole, e
con fronte tanto pietosa, che tutto il mondo credeva che fossero
sinceri.
Pensava, che a' suoi fini molto valesse, e fosse molto ricercata dalle
cose presenti, se non la pace, la offerta almeno della pace
all'Inghilterra. Scriveva una molto bene elaborata lettera al re
Giorgio: la guerra avere forse ad essere eterna? Non esservi forse alcun
modo di finirla con qualche onesta composizione? Due nazioni grandi e
potenti dovere forse porre in non cale la ricchezza dello stato, la
felicità delle famiglie? Non sentir loro, non toccar con mano, la pace
siccome è la cosa più desiderata di tutte, così ancora essere la più
gloriosa? Sapere, che la Francia, e l'Inghilterra potevano per la
potenza loro ancora molto tempo straziarsi, ma sapere ancora, che il
destino di tutte le nazioni pendeva dal fine di una guerra, per cui
tutto il mondo ardeva. Rispose acerbamente per bocca del ministro
Grenville il re Giorgio, avere la Francia desolato la terra, avere i
medesimi principj e le medesime cagioni a partorire i medesimi effetti;
essersi servita dei trattati di pace, dei trattati d'alleanza a
distruzione degli amici, e degli alleati suoi; non sapersi, se il
governo nuovo prodotto da una rivoluzione nuova fosse per cangiar
d'opere, ed offerisse maggiore sicurtà a chi trattasse con lui; non
potersi fidare in proteste generali di desiderj pacifici; non vane
parole, ma l'esperienza sola poter convincere altrui, che altro si
voleva adesso, da quello che si era voluto prima; desiderare il re la
pace, ma sicura per se, sicura pe' suoi alleati; solo, e fidato mezzo di
sicura pace essere il rimettere in Francia quella stirpe di principi,
che per tanti secoli l'avevano governata con prosperità dentro, con
dignità fuori; nondimeno ciò accennare solamente il re alla Francia, non
richiedernela; non volere, nè pretendere prescrivere forma di
reggimento, o capi ad una nazione grande e potente; solo volere la
sicurezza sua, solo volere la sicurezza de' suoi alleati; essere per
venir volentieri ad un accordo, quando giudicasse di poter convenire con
sicurezza, ma per ancora non conoscersi sufficientemente i principj del
nuovo governo, non congettura probabile potersi fare dalla stabilità
sua. A questo modo furono abbandonati i ragionamenti della concordia tra
Francia ed Inghilterra. Pure ciò conseguì il consolo, che la
continuazione della guerra s'imputasse non a lui, ma al re Giorgio.
Erano tra Francia ed Inghilterra odio vivo, interessi diversi, vicinanza
gelosa, pace difficilissima: molto diverse condizioni passavano tra
Francia e Russia. Era l'Austria alleata naturale dell'Inghilterra, la
Russia per caso. Ciò si sapeva il consolo; neanco ignorava quali
freddezze corressero allora tra Francesco e Paolo. L'avere l'Austria
voluto por piede in Roma, il non aver voluto rimettere il re di
Sardegna, l'essere stati i suoi soldati aspramente trattati da Froelich,
l'avere l'arciduca Carlo abbandonato, correndo verso il Reno, Suwarow in
grave pericolo nella Svizzera, il manifestare in ogni cosa il desiderio
di un dominio universale in Italia, avevano raffreddato l'ardore di
Paolo, e fattolo indispettire contro il suo alleato, ancorachè egli
medesimo non avesse avuto l'animo alieno dallo avere un seggio sicuro,
per servirsene come di emporio e di scala, nel regno di Napoli, effetto,
che aveva tentato di conseguire per recenti negoziati col re Ferdinando.
Questa mala disposizione dell'imperatore Paolo verso l'imperatore
Francesco astutamente fomentava Buonaparte, vivamente rappresentando al
primo l'ambizione del secondo: volere, diceva, oltre gli stati di
Venezia, datigli in compenso dei Paesi Bassi, tenersi ancora lo stato di
Milano, e Mantova, ambidue conquistati in gran parte col valore, e col
sangue dei soldati Russi, nè contento a questo, appetire le tre
legazioni del pontefice; avere altresì capriccio sul Piemonte, e per
questo avere ostato a Suwarow, quando voleva restituire al suo antico
seggio il re Carlo Emanuele; quanto a lui non fare altro disegno sopra
l'Italia, se non quello di ridurla alle condizioni di Campoformio, di
render sicura la independenza del pontefice e del re di Napoli, di dare
sesto conforme, ed ordini più monarcali alla Cisalpina, di rimettere in
Piemonte il re di Sardegna, quando non si trovasse altro mezzo di un
onesto compenso. Quanto all'Inghilterra, rammentava il suo insolente
dominio sui mari, la generosità di Caterina dell'averlo voluto frenare,
la libertà del Baltico, e la franchigia dei neutri ai tempi di guerra
con magnifiche parole commendando. Aggiungeva a tutte queste
insinuazioni certe espressioni, che indicavano a Paolo la sua intenzione
di dar compimento alle pratiche incominciate per mezzo del conte
d'Entraigues della rinstaurazione dei Borboni. A sì fatte promesse e
protestazioni si lasciava muovere Paolo: il consolo, per fargli dar la
volta intieramente, pagava, provvedeva di tutto punto, e rimandava
liberi al loro signore i soldati Russi fatti prigionieri nelle guerre di
Svizzera e d'Olanda. Parve atto generoso, ed arra conveniente dei
disegni avvenire. Da tutte queste cose mosso il sovrano di Russia,
voltando lo sdegno, siccome quegli che era subito nelle sue risoluzioni,
da Francia contro Inghilterra, nè vedendo, perchè era di animo sincero,
quello che covasse sotto alle lusinghevoli parole del consolo, il
riceveva nella sua amicizia, e si riduceva alla sua volontà,
dichiarando, non voler più partecipare nella lega, e richiamava in
Russia le sue genti, che ancora stanziavano in Germania. Poscia,
accendendolo vieppiù le speranze dategli, rinnovava contro la potenza
marittima dell'Inghilterra i patti della lega del Nord, cacciava da
Pietroburgo gli agenti del re Giorgio, imputando agl'Inglesi l'esito
infelice della spedizione d'Olanda. Così Paolo, scostandosi
dall'amicizia d'Austria e d'Inghilterra, si precipitava in quella di
Francia. Parve a tutti, ed era veramente questa mutazione di grandissima
importanza, e fu forte sostegno all'esaltazione del consolo.
Rappacificatosi Buonaparte coll'imperatore Paolo, pensava a confermarsi
l'amicizia della Prussia. Non gli accadde di sforzarsi molto in queste
faccende, perchè, pieno sempre in tutte le sue azioni d'incredibile
simulazione e dissimulazione, ora con dare intenzione del non essere
alieno dal riporre i Borboni, ed ora col rappresentare l'ambizione
dell'Austria, ottenne facilmente che Federigo Guglielmo, perseverando
nell'amicizia fermata in Basilea, consentisse alle ultime mutazioni
fatte in Francia, e lui come capo del governo francese riconoscesse.
L'Austria restava sola sul suo continente contro la Francia. Tentava il
consolo l'animo dell'imperatore Francesco, offerendogli di tornare alle
stipulazioni di Campoformio, con quel di più, che si negozierebbe per
sicurezza delle monarchìe, e delle possessioni Austriache in Italia.
Ripugnava l'Austria al rinunziar del tutto ai frutti delle ultime
vittorie, e le pareva cosa enorme, conservando gli stati Veneti, che gli
erano stati dati in ricompensa del Brabante, il non conservare lo stato
di Milano, antica sua possessione, riconquistata principalmente per gli
sforzi e pel sangue de' suoi soldati. Nè si fidava punto delle promesse
di Buonaparte, siccome quella, che avendo avuto con lui molti e spessi
negoziati, conosceva di che sapesse. Non gli sfuggiva oltre a ciò, che
il rimettere Buonaparte nello stato di Milano, importava il rendere
incerta e vacillante la possessione degli stati Veneti, e che con un
uomo tanto attivo, glorioso e superbo, qual era veramente il consolo,
non poteva senza pericolo consentire allo spartimento con esso lui della
signorìa d'Italia. In mezzo a tutti questi pensieri si accostarono le
instigazioni dell'Inghilterra molto intenta a difficoltare queste
pratiche, perchè vedeva nel mondo quieto la sua ruina. Offeriva denaro,
e cooperazione sulle coste di Francia. Per le quali cose, e considerato
altresì, che i veterani di Buonaparte erano periti o di peste in Egitto,
o di ferro in Italia, si risolveva Francesco a ricusare la concordia, ed
a voler pruovare, che cosa seco portasse la fortuna della guerra. Godeva
Buonaparte parimente dell'offerta, e della rifiutata pace, perchè non
aveva sincero desiderio di convenire coll'Austria. Così fermando la
maggior parte del mondo in suo favore, confermava in Francia i contenti,
cattivava gli scontenti, e parte con fatti, parte con isperanze
conseguiva, che l'universale dei Francesi amasse il suo governo,
desiderasse la sua grandezza, e volentieri si disponesse a fare quanto
ei desiderasse: precipitavano i popoli a tutte le sue volontà. Tutta
Francia correva alle nuove sorti, e se Buonaparte generale l'aveva fatta
gloriosa in guerra, tutti confidavano, che Buonaparte consolo la farebbe
e gloriosa in guerra e felice in pace.
Quanto alla guerra ottimamente considerati furono i suoi consigli:
mandava nuove genti, quasi tutte veterane, a Moreau confermato da lui al
governo dei Renani, il quale doveva sostenere il pondo degli Austriaci
in Germania. Dall'altro lato, avendo sempre più i pensieri accesi alla
ricuperazione d'Italia, inviava in Liguria Massena, acciò facesse pruova
di tener lontano il nemico dalle frontiere di Francia, e conservasse il
possesso di Genova, fino a tanto che egli medesimo con un forte esercito
arrivasse nelle pianure d'Italia. Congregava molti soldati veterani, e
molti nuovi in Digione, donde pensava, secondochè gli mostrasse il tempo
e le occasioni, o di condursi in Germania, se Moreau abbisognasse del
suo ajuto, od in Italia se il generale dei Renani combattesse
felicemente. Di questo aveva grande speranza per la perizia di Moreau, e
la fortezza delle genti accolte sotto a lui. Per la qual cosa il suo
principale intento era di condurre le genti adunate in Digione, che col
nome di esercito di riserva chiamava, nei campi d'Italia, pieni ancora
della fama di tante sue vittorie. A questo modo adunque ordinava la
guerra contro l'Austria, che nel corno destro estremo guidasse i
repubblicani Massena, nel sinistro Moreau, nel mezzo prima Berthier, poi
egli stesso. Certamente nè pruovati, ne più eccellenti, nè più famosi
capitani di questi non erano mai stati al mondo, e da loro aspettavano
gli uomini maravigliati fatti maravigliosi.
Essendo la guerra imminente gridava con la vincitrice voce Buonaparte a'
suoi soldati: «Quando promisi la pace, in nome vostro la promisi: voi
siete quegli uomini medesimi, che conquistaste la Olanda, il Reno,
l'Italia, voi quelli stessi, che già vicini, sforzaste alla pace la
spaventata Vienna. Soldati, avete voi ora ben altro carico, che quello
di difendere le frontiere vostre: ite, invadete, conquistate i nemici
territorj. Voi foste già tutti a molte guerre, voi sapete che per
vincere, e' bisogna soffrire: in poco d'ora non si possono ristorare i
danni di un cattivo governo. Dolce sarammi, a me, primo magistrato della
repubblica, il poter dire alla Francia attenta, questi sono i più
disciplinati, i più bravi sostegni, che si abbia la patria. Sarò,
soldati, quando fia venuto il tempo, sarò con voi. Accorgerassi
l'Europa, che voi siete quella valorosa stirpe, che già tante volte a
maraviglia la costrinse». Così aggiungendo impeto a valore, faceva
uomini fortissimi alle battaglie.
L'esercito Italico afflitto dalle disgrazie titubava; i soldati
rompevano i freni dell'obbedienza: già la stagione si rendeva propizia.
Buonaparte vincitore mandava loro dicendo: «Non odono le legioni le voci
dei loro ufficiali; lasciano la diecisettesima sopra tutte, le insegne.
Adunque son morti tutti i bravi di Castiglione, di Rivoli, di Newmarket?
Avrebbero essi eletto il perire, piuttostochè abbandonar le insegne. Voi
parlate di provvisioni manche: che avreste fatto, se come la quarta, e
la vigesima seconda leggiere, la diciottesima, e la trigesima seconda
grosse, fra deserti, senza pane, senz'acqua, a mangiar ridotte carni di
sozzi animali, trovati vi foste? La vittoria, dicevano, ci darà pane, e
voi disertate le insegne! Soldati dell'esercito Italico, un nuovo
generale vi governa: quando più splendeva la gloria vostra, ei fu sempre
il primo fra i primi. In lui fidatevi, con lui andrete a nuove vittorie.
Sarammi, così comando, dato conto di quanto ogni legione farà, massime
la diecisettesima leggiere, e la sessagesima terza grossa:
ricorderannosi della fede, che già ebbi in loro».
Queste parole maravigliosamente accendevano quegli animi valorosi. Era
l'esercito Italico, in cui si noveravano poco più di venticinque mila
soldati, distribuito nelle stanze al modo che segue. La destra governata
dal generale Soult, da Recco in Riviera di Levante per monte Cornua e
Torriglio, e dalla Bocchetta per Campofreddo, Stella, Montelegino in
riviera di Ponente sino a Cadibona e Savona si distendeva; presidiava
Gavi e Genova, in cui alloggiava il generalissimo Massena. La sinistra,
che obbediva al generale Suchet, custodiva la riviera di Ponente da Vado
fino al Varo con presidj posti nei principali luoghi di monte San
Giacomo, Settepani, Santo Stefano, Madonna della Neve, Montecalco,
Montegrosso, e nei sommi gioghi dell'Alpi Marittime; fronte certamente
troppo lunga per potersi guardare convenientemente con sì poche genti.
Ma Genova necessitava i consigli dei Francesi, perchè importava ai
disegni ulteriori del consolo, ch'ella si tenesse lungamente, e voleva
Massena conservarsi un campo largo per le tratte delle vettovaglie, di
cui penuriava, il che l'aveva fatto risolvere a non cedere le riviere,
se non quando a ciò fosse sforzato.
Da un'altra parte Melas, il quale, abbenchè fosse guerriero avveduto e
sperimentato, e forse appunto perchè era, non poteva persuadere a se
medesimo, che le genti raccolte in Digione fossero una tempesta, che
avesse a scagliarsi contro l'Italia, parendogli impossibile, che dopo
tante rotte avessero potuto i repubblicani in così poco tempo raccorre
genti, ed armi sufficienti per fare un moto di tanto momento su quei
campi stessi dove e donde erano stati, pochi mesi innanzi, da lui vinti
e cacciati. Non misurava egli bene la prontezza di Buonaparte, nè la
docilità dei Francesi a correre là dove il nome suo e la sua voce gli
chiamavano. Laonde ei se ne viveva troppo alla sicura su quanto potesse
succedere alle spalle, e sul suo destro fianco. Ciò fu cagione, che
tutto intento al cacciare il nemico dalle riviere e da Genova, egli
indirizzò tutto lo sforzo contro un'ala estrema delle forze Francesi,
contro passi difficili, contro rocche sterili, lasciando per tal modo
aperto il campo all'avversario allo scendere nelle grasse e facili
pianure della Lombardìa con tutto il pondo della mezzana parte delle sue
forze. Dagli accidenti, che si racconteranno, sarà manifesto, che Melas
commise un gravissimo errore, perchè fosse appunto quello che Buonaparte
desiderava che facesse; il che tanto è vero, ch'io sto per credere, che
l'aver lasciato le riviere di Genova con presidio sì debole, tanto
disteso la sua fronte, e continuato nella possessione della capitale
della Liguria, siano stati piuttosto astuzie di Buonaparte per allettar
Melas con la facilità dell'impresa a portar la guerra in questi luoghi,
che errore od impotenza. Ad ogni modo non si vede, quale grande momento
potesse recare all'Austria l'impadronirsi di Genova, che non poteva, e
forse non voleva, e delle riviere, che certamente nè poteva, nè voleva
conservare. La speranza poi, che il comparire delle Austriache insegne
sulle frontiere di Francia fosse per farvi muovere i popoli contro
Buonaparte, era del tutto vana, e certamente tale parrà a chi abbia
conosciuto la natura di quei tempi. Non in Francia, nè sulle rocche
Liguri, ma nelle grasse pianure del Piemonte e della Lombardìa si aveva
a giudicare la lite, se a discrezione di Francia o d'Austria dovesse
restare esposta l'Italia. Perciò gli Austriaci, che erano padroni dei
passi, gli doveano guardare gelosamente, ed anche star grossi nella
pianura, non andarsi a sprolungare in un estremo punto del campo di
guerra. Andando Melas dall'uno lato contro Genova, dall'altro contro
Nizza, voltava le spalle a Buonaparte, che veniva da Digione, caso di
guerra molto singolare, che dinotava nel generale Austriaco, o troppa
confidenza in se medesimo, o troppa ignoranza dei disegni già
pubblicamente accennati dell'avversario, o troppo falsa misura di quanto
questi potesse fare in breve tempo con que' suoi Francesi tanto
confidenti in lui, tanto pronti alle armi, tanto impazienti delle rotte,
tanto gelosi dell'onor militare.
Gli Austriaci, che molto prevalevano pel numero a Massena, erano per
modo alloggiati, che tutto il territorio Ligure fasciando, da Sestri di
Levante per la sommità degli Apennini opposte a quelle, che occupavano i
Francesi, si distendevano fino al colle di Tenda. Governavano a sinistra
Otto, poi seguitando a destra Hohenzollern, a Novi, rimpetto a Gavi, ed
alla Bocchetta; il generalissimo Melas al Cairo; Esnitz a Ceva
all'incontro di Suchet, e finalmente sulla estrema punta destra Morzin
fra Cuneo e le falde del colle di Tenda. Accingendosi Melas ad invadere
il Genovesato, preambolava con parole dolci ad aspri fatti. «Genovesi,
diceva, io vengo nella vostra patria, non per conquistare, nè per
soggiogarvi, ma per combattere un nemico, che uguaglianza e libertà
promettendovi, vi ridusse, come tanti altri disgraziati popoli, alla
miseria ed alla disperazione. L'imperator mio signore non desidera
conquiste, solo vuole levarvi dal collo il giogo al quale vi ha posti un
intemperante conquistatore; ei vuole che siano salve le proprietà, salva
la religione, salvi e felici i popoli. Ei lo vuole, ed ei lo fa:
guardate le provincie dalle nostr'armi restituite a libertà. Nè meno
tenero egli è della vostra patria. Chiamerò in nome suo al governo i più
virtuosi, i più savj cittadini che siano fra di voi. Liberi saranno i
porti, libero il commercio, vera ed unica fonte della prosperità vostra:
la miseria cambierassi in ricchezza, l'oppressione in libertà; io
vincitore, di ciò v'affido e v'assicuro».
Un Azzeretto Genovese, prima ai soldi di Francia, poi a quei d'Austria,
faceva similmente in questi giorni preparazione per turbare le cose di
Genova. Impetuosamente procedendo, pur troppo acerbe ed immoderate
parole gettava contro i Francesi in un suo manifesto, ed esortava i suoi
compatriotti a combattergli, ed a vendicarsi in libertà. Le armi
dovevano definire, ed alle armi si veniva, perchè non si fece pei
Genovesi alcun movimento in favor della lega, secondo le speranze date
dal fuoruscito Azzeretto.