restaronne i bastioni rotti, le caserme inabitabili. Al tempo stesso
ventidue barche armate di cannoni fulminavano dalla parte del mare
contro il lazzaretto, il molo, il forte dei Cappuccini, e contro le tre
navi che già furono della repubblica di Venezia, il Beyrand, il Laharpe
e lo Stengel, e che Monnier aveva fatto sorgere in sur un'ancora alla
bocca del porto. Lahoz, cacciati i repubblicani da monte Pelago, se
n'era fatto padrone, e quinci con trincee si approssimava a monte
Galeazzo; che anzi fatto un subito impeto contro di esso, vi si era
alloggiato, ma venuto Monnier con un grosso de' suoi, lo aveva
rincacciato dentro le trincee scavate fra questi due monti. Tali erano
le condizioni dell'Anconitana guerra, nè si vedea, che gli alleati
potessero così presto restar superiori, perchè quei di dentro si
difendevano egregiamente, e di quei di fuori, i Russi erano pochi, i
Turchi ed i sollevati per l'imperizia loro, e la mala attitudine dei
loro instrumenti militari facevano poco frutto nell'espugnazione della
piazza. Ma in questo punto sopraggiungeva Froelich co' suoi Tedeschi, e
rendeva tosto preponderanti le sorti in favor dei collegati. Si
alloggiava in Varano, e voleva recarsi ad una gagliarda fazione contro
il monte Galeazzo, confidando anche, per mandarla ad esecuzione,
nell'ajuto dei collettizi di Lahoz. L'intento suo era, acquistando quel
posto, di battere più da vicino il monte Gardetto; conciossiachè nella
presa di quest'eminenza consisteva principalmente la vittoria d'Ancona.
Due volte l'aveva Lahoz con singolare ardimento assaltato, e due volte
ne era stato con molta uccisione de' suoi risospinto. Ma Monnier, avendo
conosciuto che finalmente, se il nemico stesse più lungamente padrone di
monte Pelago, e delle trincee che vi aveva fatte, e che si distendevano
verso monte Galeazzo, impossibile cosa era ch'egli potesse conservarsi
la possessione di questo monte medesimo, sortiva assai grosso la notte
dei nove ottobre per andar all'assalto delle trincee dei sollevati. Si
combattè tutta la notte gagliardamente, presero i repubblicani il
ridotto principale, chiodarono i cannoni, portarono via le bandiere. Ma
un secondo ridotto tuttavia resisteva, sgarando tutti gli sforzi di
Monnier. Già il giorno incominciava a spuntare; si conoscevano in viso i
combattenti, quando Lahoz impaziente di quella lunga battaglia, usciva
dall'alloggiamento, e dava addosso agli assaltatori. Siccome poi era
uomo di molto coraggio, precedendo i suoi, gli animava a caricar
l'inimico. Quivi era presente Pino, per lo innanzi suo amico fedele, ora
suo nemico mortale: scorgevansi, scagliavansi l'uno contro l'altro,
sfidavansi a singolare battaglia, tristissimo spettacolo ad Italiani. Ed
ecco in questo un soldato Cisalpino prender di mira Lahoz conosciuto, e
ferirlo mortalmente di palla di moschetto. Furongli i repubblicani
addosso, così ordinando Pino, ed avendolo ferito di nuovo, gli tolsero
le armi e lo spennacchio, che a guisa di trionfo portarono in Ancona.
Avrebbero anche portato il corpo, che credevano morto, se non fossero
stati presti i sollevati ed i Tedeschi a soccorrerlo.
Fatto giorno, e muovendosi gli Austriaci contro Monnier, si ritirava il
Francese con tutti i suoi in Ancona, lasciando nel nemico una
impressione vivissima del suo valore. Fu condotto Lahoz
all'alloggiamento di Varano. Quivi sopravvisse tre giorni, e tra il
dolore delle ferite e l'angoscia dell'animo si andò, prima della ultima
ora, colle seguenti parole esprimendo: «Che bene il tormentavano le
ferite, ma che molto più il tormentava il pensiero, che gli uomini
potessero credere, ch'egli avesse tradito la sua patria, e fosse
divenuto nemico della libertà. Nè traditore, nè nemico essere della
patria e della libertà, e niuno poter avere così scelerato concetto di
lui, se non chi le parole vane ai fatti veri anteponesse. Quando,
continuava, i Francesi penetrarono in Piemonte, riputandogli io
liberatori d'Italia, le aquile imperiali abbandonando, andaimi a porre
sotto le loro tricolorite insegne; ma nè mano, nè cuore, nè mente io
vendeva ai Francesi: a loro m'accostava libero di me stesso, perchè
pretendevano parole di voler difendere e i diritti degli uomini, e
l'independenza nostra. Parevami, che alle Francesi legioni tutti coloro
accostare si dovessero, che più amavano la libertà che la servitù.
Amommi Laharpe, perchè generoso mi conobbe, ed a pensieri generosi
intento: accettommi in grado d'onore Buonaparte, accettommi Joubert, cui
gli uomini non potran mai piangere tanto, che non meriti di esser pianto
molto più: nè mi fu avaro di affezione e di stima Moreau, Moreau
illustre pei prosperi fatti, più illustre per gli avversi; nè m'ebbe a
schifo Pino, nè m'ebbe in odio Monnier, contro i quali pure testè io
combattei. La pace venditrice di popoli conclusa a Campoformio, la
tirannide usata in Cisalpina da Trouvé e da Rivaud mi fecero accorto,
che si pensava al trafficare, non a liberare l'Italia. Aggiunsersi
occulti sdegni per non meritati oltraggi. Sentiimi trafitto da ferite
acerbissime. Vennemi allora in mente il pensiero, e portailo oltre lungo
tempo, di cacciare dalla onoranda Italia e Tedeschi e Francesi, perchè
noi stessi di noi signori diventassimo. Sapevami, che questo alto
disegno già da lunga età s'annidava nel cuore, e nelle viscere tutte
degl'Italiani, e parevami che un propizio destino mi chiamasse ad
effettuarlo. Dei Francesi io disperava, perchè, oltrechè di essi già
l'esperienza si era fatta, l'Italia tutta insorgeva contro di loro.
Voll'io quest'Italiani moti prima incitare, poi moderargli, finalmente
dirizzargli al grande effetto della liberazione della nostra generosa ed
universale patria. Ma pur troppo io vedo, che l'Italiana repubblica si
può piuttosto immaginare, che sperare. Troppo siamo noi tra di noi
divisi per istati, troppo per leggi, troppo per costumi, troppo per
opinioni, nè gl'Italiani usi al giogo da tanti secoli hanno l'antico
valore conservato. Combattono animosamente per superstizioni, mollemente
per libertà, i popolani mirano al sacco ed alle vendette, i magnati
all'ozio ed all'interesse. Nissuna parte sana è più, e chi mira più su
che i luoghi della tirannide, o vive vilipeso, o muore ammazzato. Così
men muoro ancor io; ma bene tu mi sarai testimonio, o Decoquel»
(perciocchè queste parole diceva ad un Decoquel, capitano di Cisalpina,
suo amico antico, e che fatto prigioniero dai Tedeschi nell'ultimo fatto
se ne stava a lato del moribondo), «tu mi sarai testimonio, ch'io
amatore dell'Italia men vissi, e che amatore dell'Italia men muojo».
(MANGOURIT, _Défense d'Ancône_, t. II.) Ciò detto, passava da questa
all'altra vita.
Froelich, piantate le artiglierìe in luoghi opportuni, e con esse
battendo impetuosamente i monti Galeazzo e Santo Stefano, se ne
insignoriva. Poi procedendo più oltre con le trincee, si avvicinava al
monte Gardetto. Poscia usando il favore di questa vittoria, dava il dì
due novembre un furioso assalto a quest'ultimo sito, e correva anche
contro la porta Farina, mentre i Russi e gli Albanesi assaltavano la
porta di Francia. Sostenne Monnier l'urto con grandissimo valore, e
cacciando ne' suoi primi alloggiamenti il nemico, fece vedere, quanto
potessero pochi soldati estenuati e stanchi, quando hanno e coraggio
proprio, e buona condotta di capo valoroso. Cessarono allora dagli
assalti i collegati, solo battevano con le artiglierìe la piazza.
Crollavansi alle fulminate palle i bastioni della cittadella, rompevansi
le artiglierìe degli assediati, la piazza già difettava di vettovaglie;
Froelich compariva grosso e minaccioso a fronte del monte Gardetto.
Mandava dentro a fare un'ultima chiamata a Monnier il generale Skal,
portatore delle sinistre novelle dei repubblicani rotti in tutta Italia,
specialmente delle novità di Napoli, di Roma e di Toscana.
Monnier, avendo fatto quanto l'onore dell'armi, e la dignità della sua
patria da lui richiedevano, inclinò finalmente l'animo al trattare,
protestando però, volere solamente arrendersi alle armi Austriache, non
a quelle dei Russi, o dei Turchi, o dei sollevati. Patti onorevoli
seguitarono una difesa onorevole. Uscisse il presidio con ogni onore di
guerra, avesse sicurtà di passare in Francia per dove volesse, fino agli
scambj non militasse contro gli alleati, si desse a Monnier una guardia
d'onore di quindici cavalieri e di trenta carabine; nissuno di qualunque
nazione o religione si fosse, particolarmente gli Ebrei, o in Ancona, o
fuori nei dipartimenti del Tronto, del Musone e del Metauro, potesse
essere riconosciuto, o castigato, od in qualunque modo molestato nè per
fatti, nè per iscritti, nè per parole in favore della repubblica, e chi
volesse seguitare il presidio con le sostanze e con la famiglia, il
potesse fare liberamente. Fu, e sarà questa capitolazione, egregio e
perpetuo testimonio del valore e della generosità di Monnier. Così fra
tutti i comandanti di fortezze in Italia, solo Mejean, castellano di
Sant'Elmo, abbandonò i repubblicani, e quelli che si erano aderiti ai
Francesi: tutti gli altri ottennero, od almeno domandarono la salvazione
di coloro, che combattendo, o consentendo coi Francesi avevano contro di
se concitato l'odio degli antichi signori. Attraversava il presidio
Anconitano, ammirato e riverito da tutti, l'Italia, tornandosene in
Francia per la strada della Bocchetta.
Venuta Ancona in potere dei confederati, i Turchi, ed i Russi si diedero
al sacco; quelle misere terre già conculcate e peste da sì lunga guerra
prima della vittoria, furono condotte all'ultimo sterminio dopo di lei.
Froelich, siccome quegli che era uomo di giusta e severa natura, faceva
castigare aspramente gli avari e crudi conculcatori; il che accrebbe i
mali umori e le cause di disunione, che già passavano tra la Russia e
l'Austria.
LIBRO DECIMONONO
SOMMARIO
Stato della Francia dopo le rotte d'Italia. Mala contentezza,
e querele dei popoli contro il governo; loro desiderio
universale di Buonaparte. Egli arriva dall'Egitto, e,
distrutto il direttorio, reca in sua mano la somma delle cose
col titolo di primo consolo. Indirizza i suoi pensieri alla
conquista d'Italia, si accorda coll'imperator Paolo di Russia,
ma non può coll'imperator Francesco, nè col re Giorgio. Suoi
vasti concetti. Assedio di Genova, e generosa difesa fattavi
dentro da Massena; resa della piazza.
S'avvicina il tempo, in cui l'Europa messa a soqquadro, ed a terrore
dalla sfrenata licenza sotto nome di libertà, debbe far trapasso alla
potestà assoluta sotto nome d'imperio; secolo turbolento, ambizioso e
superbo, che tormentò gli uomini coi due peggiori estremi, poi loro
lasciò la coda dello essere inabili ai benigni e liberi reggimenti. Era
il direttorio constituito in assai difficile condizione. Bollivano molte
parti in Francia, e tutte si volgevano contro di lui. La nazione
Francese, impaziente delle disgrazie per natura, ancor più impaziente
per la memoria delle vittorie, dava imputazione, per appagamento
proprio, a' suoi reggitori delle rotte ricevute, e della perduta Italia.
Moltiplici querele si muovevano in ogni parte contro di loro, e il meno
che si dicesse, era, che non sapevano governare; perchè chi gli
accagionava di tradimento, e chi del tenere il sacco a coloro, che con
le ruberìe avevano ridotto i soldati alla penuria ed impossibilità del
vincere. Quell'impeto, che era sorto pei tre nuovi quinqueviri, già era
per le ultime rotte svanito. Dominava nei consiglj legislativi, secondo
il solito, la perversa ambizione del voler disfare il governo per
arrivare ai seggi del direttorio; dal che nasceva, che eglino così nel
bene come nel male il direttorio contrariassero, nè vi fosse più modo
alcuno di governare. I soldati nuovamente descritti non marciavano, i
veterani disertavano per la strettezza dei pagamenti, le contribuzioni
non si pagavano, ogni nervo mancava; la guerra civile lacerava le
provincie occidentali, la discordia le meridionali; chi voleva le
opinioni estreme, chi le mezzane; molti che sapevano molto bene quello,
che si volessero, e molti ancora che nol sapevano, desideravano una
mutazione. Nè questa mutazione era evitabile, perchè nissun governo può
resistere in Francia alle sconfitte accompagnate dalla libertà dello
scrivere e del parlare. La fazione soldatesca, che mal volentieri
sopportava che il paese fosse retto dai togati, ed alla quale nissun
governo piace se non il soldatesco, guardava intorno, se qualche
bandiera chiamatrice di novità, ed alla quale potesse, come a centro
comune, concorrere, all'aria si spiegasse, proponendosi di sottomettere,
prima il governo col nome della libertà, poi il popolo col nome di
gloria. Tutte queste cose vedevansi gli uomini savi, nemici della
licenza; vedevanle i faziosi, amici della tirannide, e tutti pensavano
al ridurle ai disegni loro.
In questa congiuntura di tempi, sovveniva agli uni ed agli altri il nome
di Buonaparte, tanto glorioso per Francia, tanto temuto dai forestieri.
Esso solo, dicevano, potere ritornar a sanità, e ridurre in porto le
cose dello stato afflitto, esso rinverdire la gloria della desolata
repubblica, esso ricuperare le tanto predilette regioni dell'infelice
Italia. O fosse tradimento, o fosse incapacità, essere oscurato il nome
Francese per immoderate disfatte, e già l'Europa tante volte vinta
avventarsi contro le proprie terre di coloro che l'avevano vinta; esso
solo, il conquistatore d'Italia, a se medesimo sempre consentaneo, avere
alle repubblicane bandiere in lontani e barbari lidi conservato la
vittoria; la fama dei prosperi fatti di Egitto consolare in parte gli
animi attristati dalla calamità d'Europa; vedersi adesso, quanto un uomo
solo possa per la salute degli stati da eccessive forze assaliti, e
poichè morto era Joubert, e che Moreau e Massena non bastavano, perchè
non richiamarsi in sussidio della patria cadente Buonaparte l'unico?
Essere negli altri coraggio, essere ingegno, ma l'animo superatore di
ogni fortuna, ma il pensiero comandatore, e piegatore di ogni volontà in
un solo e generoso ed alto fine, in Buonaparte solo albergarsi: lui solo
essere mezzo a moderare, e quasi un freno a tanti dispareri e sospetti:
pruovassesi adunque quanto potesse una mente tanto potente, una felicità
tanto costante: con Buonaparte Italico aver prosperato la repubblica,
senza Buonaparte Italico essere caduta, con Buonaparte Italico ed
Egiziaco avere a risorgere. A questo modo nasceva in Francia un
desiderio accesissimo del capitano invitto. A lui si volgevano gli
amatori della gloria militare, perchè il credevano capace d'instaurarla;
i corrotti dall'appetito del comandare e del far sacco, perchè
confidavano, che ai soliti imperj e depredazioni gli potesse ricondurre;
i nemici della licenza, perchè sapevano ch'ei non l'amava, e che era
uomo da poterla spegnere; gli odiatori della guerra civile, perchè
speravano che l'avesse a terminare; i repubblicani ardenti, perchè non
dubitavano che disfacesse il direttorio; i repubblicani quieti, perchè
pensavano che avesse ad indurre un vivere libero senza eccesso; i dotti
ed i letterati, perchè si promettevano di esser bene trattati da lui; i
filosofi, perchè non ignoravano ch'ei sentiva molto liberamente nelle
cose religiose, ed il riputavano amico della libertà civile; i fautori
segreti dell'autorità regia, perchè avevano a loro medesimi persuaso,
siccome le voci ne erano corse, e ne era stato qualche pratica, ch'egli
fosse per consentire alla ritornata dei Borboni, e per restituire
l'antica signoria loro in Francia. Ognuno come redentore il guardava,
ognuno desiderava che tornasse a redimere la patria afflitta. Queste
affezioni erano sorte nei popoli, parte per le disgrazie, parte per lo
splendore delle vittorie, parte per le arti astutamente usate da lui e
da' suoi fautori, talmente che ciascuno credeva, ch'ei fosse per fare
ciò che ciascuno desiderava. Tanta è l'efficacia dei discorsi versipelli
nelle discordie civili, perchè le sette o non comunicano, o non si
prestano credenza fra di loro, e può chi sta sopra a tutte, lusingarle,
aggirarle, ingannarle a suo grado, e sicuramente tutte. Se il savio fra
i matti può tanto, è facile comprendere quanto possa l'astuto, che è un
savio raddoppiato, e Buonaparte fu astutissimo. Insomma la materia era
ben disposta a ricevere le Buonapartiane impronte. Adunque già fin da
quando si erano udite le prime sciagure d'Italia, era sorto fra i
desiderosi di cose nuove il pensiero di far tornare Buonaparte
dall'Egitto, il qual pensiero si rinfrescò maggiormente, e si mandò ad
effetto quando portò la fama, essere morto Joubert, combattendo nella
battaglia di Novi. In questo disegno entrarono Sieyes quinqueviro,
perchè vedeva, siccome uomo oculatissimo, che lo stato non poteva più
durare con quella maniera di reggimento, Barras quinqueviro per la
congiunzione antica, e forse per le speranze Borboniche, i generali
superstiti dell'esercito Italico, eccettuato Massena, il quale non era
punto affezionato a Buonaparte, ed i fratelli Giuseppe e Luciano
Buonaparte che aspiravano al dominio. Molto accomodato a' suoi fini era
il procedere di Luciano: affermava con gli amici, non potersi vivere con
quella constituzione, doversene creare un'altra: col pubblico
rammentava, e con vivi colori pingeva, prima le glorie, poi le sconfitte
d'Italia; lamentava la Cisalpina oppressa dalla tirannide di Trouvé e di
Rivaud; lodava e patrocinava l'Italia; predicava la libertà di Francia,
conculcata, come diceva, da un direttorio prepotente ed arbitrario.
Così, allettando, chiamava a se, ed al nome del suo fratello i gelosi
della libertà e della gloria Francese, i desiderosi della libertà
Italica, i cupidi delle spoglie Italiche. Viaggiavano le vele, erano
quelle di un bastimento Greco, portatrici dei desiderj comuni verso
l'Egitto, correndo la state del presente anno. L'avviso fu ed accetto,
ed opportuno.
Buonaparte, che conosceva ottimamente per la sua mente pronta e vasta,
per la perizia somma nelle faccende di stato, e per la cognizione
profonda che aveva di questa umana razza, quanto piena fosse la fortuna
che si parava davanti, e quanto fosse propizia la occasione di condurre
ad effetto i suoi pensieri smisurati, parendogli eziandio, che un mezzo
opportuno gli si offerisse di sottrarsi dall'Egitto, dove le cose sue
cominciavano a declinare, cupidissimamente si avviava alle sue nuove e
straordinarie sorti. Salpava dagli Egiziani lidi, conducendo con se i
suoi compagni più fidati di guerra, perchè aveva bisogno delle mani e
delle armi loro; i dotti ed i letterati più famosi, perchè si voleva
servire, come di ajuto molto potente, dell'autorità, delle lingue, e
degli scritti loro. Arrivava improvviso a Frejus: improvviso ancora,
disprezzate le leggi di sanità, perchè non voleva che la fama del suo
arrivo si raffreddasse, partendo, giungeva nel volubilissimo Parigi, che
bramosamente l'aspettava. Io non mi starò a raccontare le allegrezze che
si fecero in tutta Francia, quando si sparse la voce del suo ritorno:
basta, che le genti corsero a lui da ogni parte, come a trionfatore, a
salvatore, a redentore: già Francia era sua, quantunque uomo privato, e
generale senza esercito fosse. Lione sopratutto tripudiava per
un'insolita allegrezza, città ancor sanguinosa per l'imperio poco anzi
spento dei truculenti giacobini, sdegnata per le leggi soldatesche, che
contro di lei tuttavia vigevano. Toccò, passando, i tasti più teneri;
favellò di pace, di prospero commercio, di ferite civili da racconciarsi
da un giusto e mansueto governo. I Lionesi contenti speravano ed
amavano. A Parigi, ogni opinione, ogni affezione si voltava a lui: dava
buone parole a tutti, ma insomma pendeva al moderato, sapendo che tal
era il desiderio universale. I letterati massimamente, o poeti, o non
poeti, con ogni maniera più adulatoria si studiavano di compiacergli, e
con infinite lodi innalzavano insino al cielo il suo nome. Il
lusinghevole uso si propagava largamente: tutta Francia risuonava
d'encomj; la libertà era perduta già prima che nata.
Cacciò Buonaparte a punta di bajonette i consigli legislativi, cacciò il
direttorio, i soldati pagati dal governo si voltarono contro il governo:
ebbe paura sulle prime, poi fece paura agli altri; chiamò pazzo chi
credesse, che la realtà potesse prevalere alle repubbliche in Europa,
poi spense tutte le repubbliche, e creò in ogni luogo la realtà. Conosce
Europa il dì nove novembre, da cui poteva nascere un vivere moderato e
libero, e che non pertanto partorì un reggimento duro, tirato,
dispotico, e soldatesco. S'accorse tostamente Sieyes, che aveva trovato
un padrone, non un compagno, Barras un uomo che il volle allontanare da
se, non un amico che il riconoscesse dei benefizj, uno finalmente, che
anteponeva la potestà assoluta, alla quale aspirava, all'antiche
congiunzioni, ed alla gratitudine.
Incominciano le trilustri insidie. Buonaparte, dubitando che i Francesi
non fossero per tollerare pazientemente la grandissima mutazione che
preparava, e parendogli che a sostentare la sua immensa cupidità
bisognassero fondamenti straordinari, apprestava con infinita accortezza
allettamenti potentissimi. Fu maravigliosa l'arte sua nel vincere le
battaglie, ma assai più maravigliosa fu nell'adescar le genti. A duro
giogo le traeva; ma esso solo sapeva il fine. Spinte da gradite
apparenze di lieto avvenire, da lusinghevoli speranze di contentati
desiderj concorrevano cupidamente là, dov'ei voleva farle concorrere; nè
mai frutti tanto amari si annidarono sotto sì dolci scorze. Pace dentro,
pace fuori gli parvero i più forti fondamenti della sua potenza: i
Francesi stanchi ed afflitti da sì lunghe guerre, pace sopratutto
desideravano, purchè disonorata non fosse, del che non temevano con
Buonaparte capo. A questi fini indirizzava egli principalmente i suoi
pensieri. Speciale intoppo alla cittadina concordia gli parevano, ed
erano veramente gli spiriti esagerati, i quali non potendo per ambizione
riposare sotto alcuna potestà, nemmeno possono quando sono giunti essi
alla potestà suprema, posciachè tirannicamente procedendo, decimano
prima i popoli, poi se medesimi, e tutti i fondamenti dello stato fan
rovinare; non gli era ignoto, che il nome di costoro era odioso in
Francia; perciò fece avviso, che molto fosse, per operare a fine di
concordia, il cacciare questi commettitori di scandali, di risse e di
sangue: per la qual cosa, senza rimanersene ai formali giudizj, nè
differendo contro di loro i rimedj severissimi, gli allontanava
confinandogli in terre estreme o forestiere. Purgata la Francia da
questi uomini turbolenti, pensava al ribandire dal lungo esiglio coloro,
che avevano seguitato la parte del re, od almeno detestato le
esorbitanze, che ai tempi più acerbi della rivoluzione si erano commesse
in Francia. Pochi furono eccettuati dal clemente editto, piuttosto per
lasciare un appicco a nuove grazie, che per altro fine. Rientravano gli
esuli, non sotto i tetti proprj, non nei beni loro posti al fisco, ma a
rivedere i monti, i fiumi, le valli, e l'aere natio; il che era pur
parte di felicità. Gradivano infinitamente queste cose agli amatori del
nome reale, e ne auguravano delle maggiori. Della contentezza loro
godeva il consolo, volendo arrivare alla dominazione assoluta
coll'appoggio dei regj, e dei repubblicani. In questi pensieri tanto più
volontieri si confermava, quanto non dubitava, che sarebbero andati a
grado delle potenze Europee, siccome quelle che vi vedevano l'intenzione
data da lui nei campi di Leoben e di Campoformio, di voler rimettere i
Borboni, desiderio primo e principale dei principi, massimamente
dell'imperatore Paolo. Sperava, nella cupezza sua, che con questi mezzi
acquisterebbe pace con Europa, e tanta potenza in Francia, che senza
pericolo potesse finalmente scoprirsi dello aver preso il dominio per
se, non per altri. Il reggimento statuito da lui in Francia, in cui
parti principalissime erano il senato ed il corpo legislativo, non gli
dava apprensione, perchè del senato lo assicuravano le ricchezze, del
corpo legislativo le ambizioni. L'avere poi ridotto le amministrazioni
delle province ad uno invece di molti fece gli ordini meglio eseguiti,
l'erario pingue: ogni cosa si volgeva alla monarchìa. Correndo i soldi,
i magistrati obbedivano, i soldati marciavano: tutti benedicevano il
consolo. Credere, che i principj astratti prevalgano alle borse piene, è
cosa da pazzo.