Io già feci, scrivendo queste storie, sì frequenti accoppiamenti d'idee

dolci e terribili o di virtù e di patiboli, o di fede e di tradimenti, o

d'innocenza e di vizj, che non so se il lettore me ne comporterà ancora

un altro. Pure, se fia ch'ei debba muovere a sdegno ed a compassione i

nostri posteri, io il mi racconterò. Domenico Cimarosa, cui tutta la

generazione proseguiva con infinito amore per le sue mirabili melodìe,

ed a chi chiunque non era straniero alla delicatezza del sentire, era

obbligato di tanti affetti soavi pruovati, di tante tristi ed

annuvolatrici cure scacciate, non trovò grazia appo coloro che reggevano

le cose di Napoli con le ire, e le ire coi supplizj. Pregato, egli aveva

composto la musica per un inno repubblicano, opera di un Luigi Rossi.

Venuta Napoli in mano dei sicarj di Ruffo, furono primieramente le sue

case saccheggiate, anzi il suo gravicembalo, fonte felicissimo di canti

amabili, gittato per le finestre a rompersi sulle dure selci; poi egli

medesimo cacciato in prigione, dove stette ben quattro mesi, e vi

sarebbe stato anche di più, se i Russi ausiliarj del re non fossero

giunti a Napoli. Saputo il caso, e non avendo potuto ottenere dal

governo Napolitano, al quale l'avevano domandata, la sua liberazione,

generale ed ufficiali corsero al carcere, e l'Italico cigno liberarono.

Così in una Italia, in una Napoli la salute venne a Cimarosa dall'Orsa.

Mi vergogno per l'Italia, rendo grazie alla Russia. Pure il misero

Domenico, quantunque fosse posto in libertà, tra per l'afflizione

dell'animo, ed i patimenti del corpo al tempo della sua carcerazione, se

ne morì poco dopo a Venezia, dove era stato chiamato per comporre

un'opera.

Riconquistata la sanguinosa Napoli, premiava il re con magnifici doni

coloro, che l'avevano tornata a sua divozione. Investì il cardinale

Ruffo della badìa di Santo Stefano, che ha una valuta all'anno di cinque

mila ducati di regno: davagli oltreacciò il possesso in proprio di

un'altra tenuta con rendita di circa cinquemila ducati. Queste furono le

dimostrazioni del re utili al cardinale. Del resto ei non ebbe più

grazia, e gli fu tolto il governo delle faccende, a ciò instigando il re

Acton per gelosia, Nelson per dispetto, perchè il cardinale aveva voluto

che si osservassero i patti. Fu a Palermo eretto un tempio alla gloria,

nel quale entrando in mezzo a plausi infiniti Nelson, gli fu posta dal

principe Leopoldo, figliuolo del re, una corona d'alloro in capo. Il

presentava il re con una spada gioiellata, duca di Bronte chiamandolo.

Diegli inoltre una rendita di sei mila once di Napoli. Nè mancarono i

presenti per Hamilton ambasciadore; Emma Liona ebbe ancor essa i suoi.

Essendo, nel modo che abbiamo raccontato, caduta nelle due estremità

d'Italia la potenza dei Francesi, restava ancor in poter loro la Romana

repubblica, ma non sì, che non si vedesse vicina la inevitabile rovina

loro anche in questa parte. Suonavano dentro, e d'intorno le armi dei

confederati, o regolari o collettizie. Avevano gli Aretini sempre

infiammati nell'impresa loro contro i Francesi, in ciò secondati anche

dai Cortonesi, avendo le due città in così grave occorrenza posto in

disparte le antiche emolazioni, fatto un moto importante sulle rive del

Trasimeno, e sforzato Perugia ed il suo forte alla dedizione. A questo

modo si erano posti in mezzo, onde i Francesi rimasti alla guardia di

Roma e dei luoghi circonvicini non potessero più comunicare coi loro

compagni, che se ne stavano assediati in Ancona. Lo stato Romano quasi

tutto tumultuava e tornava all'obbedienza pontificia. Ufficiali antichi

del pontefice, preti, frati, canonici, le rabbiose popolazioni

stimolavano e guidavano, e se fu insolente in quelle regioni il dominio

dei repubblicani, non fu meno sfrenato quello dei pontificj che

risorgevano. Le vendette non solo si facevano contro le insegne

inanimate della repubblica, ma ancora contro i corpi viventi dei

repubblicani. Furonvi al solito uccisioni, rapine, ingiurie a uomini e a

donne, con tutte l'altre pesti indotte dei popoli mossi a romore. In

questa guisa i Francesi ed i soldati della repubblica Romana furono

sforzati a ritirarsi ai luoghi forti, lasciando gli avversarj signori

della campagna. Da un'altra parte nè Froelich, che aveva nella Romagna

il governo delle genti, nè il re di Napoli, dopo la ricuperazione del

regno, avevano trasandato le Romane cose. Ad essi accostavansi gli

Inglesi con qualche squadrone di genti da terra, e con navi condotte dal

capitano Trowbridge nelle acque di Civitavecchia. Diversi, secondo la

diversità degli umori e degl'interessi delle potenze, erano i pensieri

di ciascuna. L'Austria intendeva a conquistare per se, Napoli a questo

medesimo fine, ed a fare la corona libera dalle molestie della corte di

Roma. Agl'Inglesi poi pareva, che molto memorabil caso fosse, che

venissero a rimettere un papa nel suo cattolico seggio.

Adunque la repubblica Romana era chiamata a ruina da tutte le parti. Nè

il generale Garnier, che ne stava alla custodia, perduto avendo ogni

speranza di soccorso, e mancando di genti, poteva resistere a tanta

piena. Froelich faceva impeto in primo luogo contro Civitacastellana, ed

avendola occupata facilmente, s'incamminava a Roma. Dalla parte bassa

salivano i Napolitani condotti da un Burcard Svizzero, e turbavano tutto

il paese sulla sinistra del Tevere. Erano con loro gl'Inglesi di

Trowbridge, che, procurata prima la resa di Capua e di Gaeta, se ne

venivano alla conquista di Roma. Usciva Garnier alla campagna, piuttosto

per non capitolare senza combattere, che per combattere, per vincere.

Fuvvi un duro e lungo incontro tra i repubblicani sì Francesi che Romani

da una parte, ed i Napolitani dall'altra, presso a Monterotondo.

Ritiraronsi i Napolitani ai luoghi più alti e montuosi. Non erano ancora

i soldati di Garnier riposati dalla fatica della battaglia di

Monterotondo, che gli conduceva contro Froelich; ma sebbene con molto

valore combattesse, fu costretto a ritirarsi nelle mura di Roma,

restando in suo potere le sole fortezze di castel Sant'Angelo, Corneto,

Tolfa e Civitavecchia. Questo fatto diè cagione di risorgere anche ai

Napolitani dall'altra parte. Perlochè riavutisi dalla rotta di

Monterotondo, s'avviarono di nuovo contro Roma. Posero gli Austriaci le

loro prime guardie alla Storta, i Napolitani a Portaromana, ed a

Pontemolle. Consideratosi da Garnier il precipizio delle cose, e

pensando che il cedere a tempo sarebbe non solamente la salute de' suoi,

ma ancora quella dei repubblicani di Roma, che avevano seguitato la

fortuna Francese, aveva introdotto una pratica d'accordo con Trowbridge,

quale fu condotta a perfezione, e sottoscritta da ambe le parti il dì

venticinque settembre. Le principali condizioni furono le seguenti:

uscissero i Francesi da Roma, Civitavecchia, Corneto e Tolfa con ogni

onore di guerra; serbassero le armi, non fossero prigionieri di guerra;

si conducessero in Francia od in Corsica; i Napolitani occupassero

castel Sant'Angelo e la Tolfa, gl'Inglesi Corneto e Civitavecchia; i

Romani, che volessero imbarcarsi coi presidj Francesi, e trasportare le

proprietà loro, il potessero fare liberamente, e quei che rimanessero, e

che si fossero mostrati affezionati alla repubblica, non si potessero

riconoscere nè delle parole, nè degli scritti, nè delle opere passate, e

fossero lasciati vivere quietamente, sì veramente che vivessero

quietamente, e secondo le leggi. Penò qualche tempo Froelich a

consentire all'accordo, parte per dispetto, perchè Garnier aveva amato

meglio trattare con gl'Inglesi e coi Napolitani che con lui, parte e

molto più, perchè per esso si venivano a troncare le speranze concette

delle conquiste. Commise ancora il generale Austriaco qualche ostilità;

ma finalmente, veduto che senza troppo scoprirsi, e dar sospetto, che i

pensieri dell'Austria non si terminassero nella ricuperazione delle cose

perdute, non poteva turbare l'accordo, vi accomodò l'animo, e voltate le

bandiere verso l'Adriatico, se ne giva all'assedio d'Ancona, sola piazza

che nello stato Romano ancora si tenesse pei repubblicani. S'imbarcarono

i Francesi a Civitavecchia, e con essi tutti coloro fra i Romani, che

stimarono più sicuro l'esiglio, che il commettersi alla fede di un

governo provocato con tante ingiurie. Burcard occupò primo la città,

poscia vi venne don Diego Naselli, dei principi d'Aragona, mandato da

Ferdinando con potestà suprema militare e politica, per ridurre a

qualche sesto le cose scomposte dalla rivoluzione, innanzichè il governo

pontificio vi fosse restituito. Creò un superiore magistrato con titolo

di suprema giunta del governo, a cui chiamò i principi Aldobrandini e

Gabrielli, ed i marchesi Massimi e Ricci. Aggiunse un tribunale di

giustizia sotto nome di giunta di stato, a cui chiamò per presidente il

cavaliere don Jacopo Giustiniani, e per avvocato fiscale monsignor

Giovanni Barberi. Ufficio di questo tribunale fosse, che la quiete dello

stato non si turbasse, e chi la turbasse, fosse castigato. La suprema

giunta notò i beni venduti ai tempi della repubblica, come nazionali, ed

abrogò le vendite fatte, riserbando agli spossessati il ricorso dei

compensi: contenne il libero scrivere, frenò la licenza del vestire sì

degli uomini che delle donne, e richiamò ai luoghi loro le suppellettili

rapite o vendute del Vaticano e delle chiese, rimborsando però il valore

a chi le avesse comperate. Inibì l'ingresso e la dimora in Roma a tutti

che avessero avuto cariche nella repubblica, e bandì da tutto lo stato

Romano i cinque notaj Capitolini, che avevano rogato l'atto della

sovranità del popolo, e della deposizione del sommo pontefice.

Oltreacciò i beni dei repubblicani furono generalmente sequestrati, poi

confiscati, e quindi molti di loro ridotti a crudele miseria. Gran

numero di coloro che avevano partecipato nel governo precedente, dopo di

essere stati esposti ad infinite vessazioni ed insulti, furono gettati

in carcere, fra i quali merita particolar menzione il conte Torriglioni

di Fano, che era stato ministro dell'interno, uomo di alto merito e

d'illibati costumi; gli antichi consoli Zaccaleoni e Dematteis, uomini

rispettabili, condotti a dorso d'asino in via del Corso in mezzo agli

scherni di una scatenata plebaglia. Tutte queste enormità violavano la

capitolazione, ed erano incomportabili; perchè se la impunità di chi

aveva errato pareva scandalosa al governo di Roma, assai più scandaloso,

e di peggiore esempio era il rompere la fede data. Del resto non si

fece, come a Napoli, sangue per giudizj; moderazione degna di molta

lode. Ma la sfrenatezza delle soldatesche Napolitane suppliva in questo,

perchè oltre al rubare nelle botteghe e nelle strade, il giorno come la

notte, uccisero anche parecchie persone, che vollero difendersi dalla

loro rapacità. Questi delitti andavano impuniti. Un povero fabbro, per

aver voluto, contro il divieto di alcuni uffiziali Napolitani, usare del

diritto che aveva per contratto legale, di attinger acqua ad una fontana

nel palazzo Farnese, fu dai medesimi condannato alla pena del bastone

per cui morì: la sventurata sua moglie se ne morì di dolore. Roma offesa

dai Napolitani, era compresa da un alto terrore.

Le vittorie di Kray e di Suwarow avevano posto in mano degli alleati la

valle del Po, quelle di Ruffo, e le mosse dei sollevati di Toscana,

tolto al dominio dei Francesi e dei repubblicani il regno di Napoli, lo

stato Romano e la Toscana. Sulla destra degli Apennini, altra sedia non

avevano più i Francesi, che Genova con la riviera di Ponente, sulla

sinistra Ancona. Conservavano gelosamente i repubblicani il Genovesato,

perchè siccome prossimo ai loro territorj, poteva facilmente servir loro

di scala al riacquistarsi il Piemonte e l'Italia. Ma Ancona tanto

lontana non poteva più avere speranza di far frutto importante, ed il

volervisi tenere più lungo tempo era piuttosto desiderio di buona fama,

e gelosia di onore, che pensiero di arrecar qualche momento nelle sorti

della guerra. Tuttavia non si smarriva d'animo il generale Monnier, che

stava al governo della piazza con un presidio, che tra Francesi,

Cisalpini e Romani, non passava tre mila soldati, e forse nemmeno

arrivava a questo numero. Erano in questa parte d'Italia le condizioni

della guerra le seguenti. Occupava Monnier col suo presidio Ancona, non

sì però rinserrato, che non uscisse fuori di quando in quando a

combattere, di sotto fino a Ripatransone ed Ascoli, di sopra sino a Fano

ed a Pesaro. Ma siccome il suo più sicuro ricetto era Ancona, così alle

antiche aveva, con somma diligenza ed arte, aggiunto nuove

fortificazioni. Muniva con qualche trincea e forza d'artiglierìe la

montagnola, che domina la strada per a Sinigaglia. Più vicino alla

piazza affortificava con un ridotto frecciato, palizzato, affossato, ed

armato di ventiquattro pezzi d'artiglierìa il monte Gardetto, il quale

siccome quello che signoreggia la cittadella ed il forte dei Cappuccini,

era di grandissima importanza, ed il principale mezzo di difesa; perchè

se il nemico ne fosse impadronito, avrebbe fatto vano il resistere degli

assediati. Aveva anche munito il monte Santo Stefano, che più da vicino

che il Gardetto batte la cittadella. Perchè poi l'adito fosse intercluso

al nemico di avvicinarsi a questi due monti, nella conservazione dei

quali consisteva quella della piazza, guerniva anche di trincee e

d'artiglierìe i monti Pelago e Galeazzo, che sono come propugnacoli

naturali, od opere avanzate ai monti Gardetto e Santo Stefano. Nè

lasciava senza batterìa il monte Ciriaco, che posto a riva il mare

difende il molo d'Ancona. Sul molo stesso ed al fanale piantava cannoni,

perchè siccome non gli era ignoto che i collegati l'avrebbero assaltato

anche dalla parte del mare, desiderava di assicurarsi dagl'insulti loro.

A questo medesimo fine piantava molte batterie al Lazzaretto, magnifica

opera del pontificato di Pio VI. A questo modo la piazza d'Ancona, la

quale, ancorchè munita di una forte cittadella, non ha in se molta

fortezza per esser dominata dalle eminenze vicine, era per la diligenza

usata da Monnier divenuta fortissima: non si poteva venire agli approcci

della piazza, se prima non erano sforzate le fortificazioni esteriori,

effetto difficile a conseguirsi per la natura dei luoghi.

Non mancavano dall'altra parte mezzi di espugnazione ai confederati. Una

flotta Turca e Russa governata dall'ammiraglio Woinowich, e comparsa

nelle acque d'Ancona, ora bloccava la bocca del porto, perchè nuovo

fodero non vi arrivasse, ora faceva sbarchi di gente sui lidi

circonvicini. Quest'era la flotta, che già vincitrice di Corfù,

intendeva al conquisto di Ancona, ponendo sull'Italiche terre coi Turchi

e coi Russi i barbari dell'Epiro. Ad essa veniva a congiungersi un

navilio sottile d'Austria per poter meglio accostarsi a terra, ed

infestare le spiaggie marittime. Dalla parte del Regno gli abitatori

delle rive del Tronto si erano levati a romore, e condotti da un Donato

de' Donatis, da preti e da frati, ed accompagnati da qualche nervo di

genti ordinate, correvano tutto il paese, e minacciavano di stringere il

presidio d'Ancona dentro le mura. Dalla parte poi della Romagna

tumultuavano anche i popoli contro i repubblicani: Pesaro e Fano,

voltate le armi contro di loro, facevano un moto di molta importanza.

Sinigaglia stessa, quantunque più vicina ad Ancona, titubava. Niuna cosa

più restava sicura ai repubblicani, che le Anconitane muraglie. Eransi

le popolazioni di Pesaro e di Fano mosse da se stesse, e per opera

principalmente de' nobili, e della gente di chiesa; ma s'aggiunse loro,

sussidio efficacissimo, l'opera ed il nome del generale cisalpino Lahoz.

Era Lahoz stato stromento potente ai Francesi per turbare l'antico stato

d'Italia. Amico al generale Laharpe aveva militato con lui, e come egli,

nodriva l'animo volto a libertà. Abborriva anche, come il suo amico, dal

sacco su quei primi fervori; ma molto poi aveva rimesso della sua virtù,

massime quando faceva la guerra ai governi, ed a uomini che si

chiamavano col nome detestato di aristocrati. Servendo con molta

efficacia alle mire di Buonaparte contro la repubblica Veneziana, aveva

nella terraferma operato a rovina di lei, con aver chiamato i popoli con

parole veementi e con fatti sregolati a ribellione. Era anche stato in

Cisalpina ardente cooperatore, perchè la repubblica si creasse un

esercito grosso e bene disciplinato, avvisando, che in mezzo alle

strette congiunzioni degli stati Europei, là non poteva essere nè

libertà, nè independenza, dove non erano forti armi. Ma in questo aveva

fatto poco frutto, ripugnando la natura quieta dei popoli, e

distogliendogli il mal governo che di loro facevano i nuovi signori.

Grande irritamento all'animo suo altiero ed Italiano erano le rapine, e

le insolenze di coloro, che venuti con dolci parole in Italia, l'avevano

sobbissata con amari fatti. Siccome assai diverso era stato l'effetto

dalle promesse, così ancora in lui avevano principiato a pullulare nuovi

pensieri, parendogli, che non si dovesse serbar fede a chi non l'aveva

serbata. Così Lahoz rodeva di rabbia, e dava luogo nella sua mente ad

insoliti pensieri contro Francia. Quando poi vennero i tempi infelici,

continuò, a malgrado che ne avesse, ma per la occasione non propizia, a

serbar fede, ed a seguitare le insegne della repubblica; ma l'animo

gonfio si manifestava fuori, e spesso gli uscivano di bocca parole aspre

e minacciose contro il dominio dei Francesi. Entrarono eglino in

sospetto di quello che macchinasse, e appoco appoco gli andavano levando

autorità e riputazione. Era egli al governo militare dello spartimento

della Cisalpina, che si chiamava col nome del Rubicone: quivi,

tumultuando d'ogn'intorno i popoli, e parendogli occasione favorevole,

incominciava ad insorgere. Sparlava di Francia e delle sue leggi,

governava, e quanto al civile e quanto al militare, da se medesimo la

provincia, non aspettato i comandamenti di Montrichard a cui era

subordinato: Montrichard medesimo, e le azioni sue continuamente

lacerava: permetteva ai preti le processioni fuori delle chiese, cosa

contraria alle leggi della repubblica: si addomesticava con molta

famigliarità coi preti, coi frati, e coi nobili, e con loro

continuamente parlava del nome Italiano. Montrichard seppe questi

maneggi, e però, siccome il caso era d'importanza, gli toglieva

l'autorità sul Rubicone, mandando Hullin per arrestarlo. E siccome con

Lahoz pareva implicato Pino, altro generale della Cisalpina, ed amico di

lui, ordinava che anch'egli fosse dismesso dall'autorità, ed arrestato.

Giustificossi facilmente Pino dai sospetti, per modo che restandone i

generali di Francia del tutto con l'animo purgato, il ricevettero di bel

nuovo in grazia, ed egli continuò a militare con fede e con valore sotto

le insegne loro, e fu uno dei più egregi difensori d'Ancona. Ma Lahoz,

avuto avviso degli ordini dati per ritenerlo, si era schivato, e

mandando fuori apertamente quello, che si aveva concetto nell'animo,

gittossi coi popoli sollevati a guerreggiare contro Francia. Tentò anche

l'animo degli Austriaci, che conoscendo di quanta utilità fosse per

essere l'opera sua a rinforzo loro, l'accettarono molto volentieri,

quantunque fosse disertore del reggimento Belgiojoso, ed avesse inferito

molti danni all'Austria. Così Lahoz, che aveva seguitato una immagine

ingannatrice di libertà coi Francesi, seguitava ora una immagine

parimente ingannatrice d'independenza con gli Austriaci. Certamente non

piaceva meglio l'independenza d'Italia agli Austriaci, che piacesse ai

Francesi la sua libertà, ed in questa strana deliberazione di Lahoz

debbesi piuttosto riconoscere lo sdegno di un animo altiero ed irritato,

che l'amore della libertà e dell'independenza, che male potevano nascere

da Russi, da Tedeschi, da Albanesi, e da popoli sollevati. Comunque ciò

sia, o che Lahoz abbia a stimarsi traditore dei Francesi, o amatore

dell'independenza d'Italia, andò a congiungersi con le popolazioni

d'Urbino e di Fossombrone, che colle armi in mano perseguitavano a morte

ed a sterminio Francia, e chi al nome di Francia si aderiva.

A tutte queste genti, contro le quali col suo tenue presidio doveva

combattere Monnier, si aggiunsero a tempo opportuno quelle, che Froelich

conduceva dallo stato Romano. Lahoz, incitate e meglio ordinate le

squadre dei sollevati sulle rive del Metauro e dell'Egino, prendendo a

destra dei monti, che chiamano della Sibilla, se ne andava su quelle del

Tronto per quivi abboccarsi con Donato de' Donatis, alle bande del quale

molte altre già si erano accostate, particolarmente quelle che avevano

per condottieri i nobili Scaboloni, Cellini, e Vanni. L'arrivo di un

generale tanto riputato per perizia di guerra e per valor di mano, molto

confortava questi capi, perchè speravano, che per opera di lui quelle

genti indisciplinate e tumultuarie si convertirebbero in esercito

regolato ed obbediente. Infatti Lahoz le distribuiva in compagnie, le

indrappellava, le squadronava, le rendeva sperimentate negli usi del

muoversi, del marciare, del combattere. Concorrevano cupidamente tratti

dal nome suo gli Abruzzesi, e fecero massa tale, che da Ascoli passando

per Calderola, Belforte, Camerino, Tolentino e Fabriano, si distendevano

con guardie non interrotte sino a Fossombrone e Pesaro, cignendo per tal

modo tutto il paese all'intorno d'Ancona.

Monnier, non volendo lasciarsi ristrignere nella piazza, usciva fuori

alla campagna per combattere fazioni, che non potevano portare che danno

per lui, perchè aveva poche genti, e non modo di ristorare i soldati

perduti con nuovi, mentre i collegati per avere i mari aperti, e le

popolazioni sollevate in lor favore, potevano facilmente aggiugnere

genti a genti. Ma qual cosa si debba pensare di questa risoluzione di

Monnier, ne seguitava una guerra minuta e feroce, a distruzione d'uomini

e di paesi, usandosi dai soldati immoderatamente la licenza. Ascoli,

Macerata, Tolentino, Belforte, Fano, Pesaro, ed altre città della Marca,

belle tutte e magnifiche, prese e riprese per forza parecchie volte, ora

dall'una delle parti, ed ora dall'altra, pruovarono quanto la licenza

militare ha in se di più atroce e di più barbaro. Finalmente successe

quello, che era impossibile che non succedesse, cioè che moltiplicando

sempre più le genti collettizie di Lahoz, e le regolari dei collegati, e

venute in mano loro Iesi, Fiume, Fiumegino, Sinigaglia, Montesicuro,

Osimo, castel Fidardo, e perfino Camurano, terra posta a poca distanza

d'Ancona, fu costretto Monnier a serrarvisi dentro, ed a far difesa dei

suoi le mura fortificate di lei. I Turchi ed i Russi, senza metter tempo

in mezzo, s'impadronirono della montagnola, donde più oltre procedendo,

tosto piantarono una batteria di diciasette cannoni, con la quale

bersagliavano il forte dei Cappuccini, il monte Gardetto, e la

cittadella.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V · 第 3 / 23 段