Calabresi, l'atto disperato del comandante di Viviena, ed il coraggio
smisurato dimostrato in tutti i fatti dei democrati avevano dato molto a
pensare a Ruffo: si era persuaso, che senza molto sangue, e forse senza
lo sterminio di tutta la città non avrebbe potuto riuscir a fine della
sua impresa. Il castel Sant'Elmo avrebbe potuto, dominando Napoli,
ruinarlo da capo in fondo. Questo castello era per verità in mano dei
Francesi, e particolarmente del comandante Mejean, col quale il
cardinale aveva avuto qualche pratica, e sopra cui se ne viveva con
molta sicurtà. Ma vi erano anche non pochi Napolitani, amatori della
repubblica, i quali, uomini disperati essendo, ed in caso disperato
ritrovandosi, potevano facilmente fare qualche risoluzione molto
pregiudiziale a Mejean medesimo, ed alla città. Oltre a ciò avevano i
repubblicani in mano loro nei castelli i prossimi congiunti del
cardinale, nè poteva restar dubbio, stante la rabbia loro, e le mortali
ingiurie corse fra le due parti, che nell'ultimo furore non
gl'immolassero, ove l'estremo dei tempi fosse arrivato. Finalmente
consideravano gli alleati, massimamente gl'Inglesi, che cooperavano alla
conquista di Napoli col cardinale, che si erano ricevute novelle
dell'essere uscita al mare la flotta di Brest, e comparsa allo stretto
di Gibilterra, donde le era facile navigare nelle acque di Napoli, e
condurre a mal partito le navi Inglesi, che stanziavano all'isola di
Procida, e nel mare vicino. Considerate, e maturamente ponderate tutte
queste cose, stimando, che non si convenisse mettere i repubblicani
nell'ultima disperazione, si deliberarono gli alleati ad offerir loro
patti, perchè i castelli e la città si conservassero salvi, e fosse
rimosso il pericolo, che sovrastava al navilio d'Inghilterra. Il
cardinale per mezzo del comandante di Sant'Elmo mandò dicendo ai
repubblicani, che se volessero patteggiare, vi si sarebbe volentieri
risoluto. Rappresentò loro Mejean quello, che era vero, cioè che oramai
ogni difesa era inutile, e che migliore e più savio partito era il
serbar la vita a tempi migliori per la repubblica, che il perire senza
frutto per lei: accettassero i patti, esortava, che loro si venivano
offerendo. I repubblicani, consultato fra di loro, inclinarono l'animo
al partito più ragionevole, e risolvendosi al trattare, proposero in un
modello scritto le condizioni per mezzo delle quali promettevano di
lasciare castel Nuovo, e castel dell'Uovo, non potendo stipulare per
Sant'Elmo, come in potestà di Francia. Parvero sulle prime al cardinale
le condizioni superbe, penava al ratificarle. Infine strignendo il
tempo, temendo vieppiù della vita de' suoi congiunti, e moltiplicando
gli avvisi dello avvicinarsi della flotta Francese, con pari
consentimento degli alleati si risolvette ad accettarle. Furono
quest'esse: fossero Castelnuovo, e castel dell'Uovo dati in potere dei
comandanti del re delle due Sicilie, e dei suoi alleati il re
d'Inghilterra, l'imperatore di tutte le Russie, e la Porta Ottomana, e
così parimente ad essi fossero consegnate le munizioni da guerra e da
bocca con le artiglierìe, ed altri arnesi, che si trovassero nei forti;
uscisse il presidio onorevolmente a modo di guerra; le persone e le
proprietà, sì mobili che stabili, di ognuno che si appartenesse ai due
presidj, si serbassero salve ed inviolate; potessero le persone medesime
ad elezione loro imbarcarsi sopra bastimenti di tregua, che loro
sarebbero forniti, per essere trasportate a Tolone, o potessero ancora
rimanersi in Napoli, dove nè esse nè le famiglie loro potessero a modo
niuno essere molestate; le medesime condizioni fossero, e s'intendessero
concedute a tutti coloro fra i repubblicani che nelle battaglie
succedute fra loro, e le truppe del re, o de' suoi alleati fossero stati
fatti prigionieri; l'arcivescovo di Salerno, i cavalieri Micheroux e
Dillon, ed il vescovo d'Avellino ditenuti nei castelli, si consegnassero
al comandante di Sant'Elmo, e vi restassero come ostaggi, insino a tanto
che si avessero le novelle certe dell'essere i repubblicani arrivati a
Tolone; tutti gli altri ostaggi o prigioni per ragion di stato, si
rimettessero in libertà, tosto che la capitolazione fosse sottoscritta;
non isgombrassero i repubblicani dai castelli, se non quando ogni cosa
fosse presta all'imbarcargli. Fu la capitolazione approvata, e
sottoscritta dal cardinal Ruffo in qualità di vicario generale del
regno, da un Kerandy per l'imperatore di tutte le Russie, da un Bonieu
per la Porta Ottomana, e da un Foote pel re d'Inghilterra. Non s'indugiò
a dar mano all'esecuzione dei patti. Da una parte gli ostaggi nominati
dai repubblicani si condussero in Sant'Elmo, dall'altra entrarono i regj
nei due castelli. Il cardinale, a nome del re, e come vicario generale
del regno di qua dal Faro, pubblicò per tutto il reame un editto, per
cui perdonava ogni colpa e pena ai repubblicani, promettendo piena ed
intiera salute a tutti coloro che restassero, e facoltà d'imbarcarsi per
Marsiglia a tutti quelli che amassero meglio, lasciando la patria,
andarsi a vivere in lontane e forestiere contrade. Mandava espressamente
il trattato a Pescara, in cui tuttavia si teneva Ettore di Ruvo,
affinchè cedesse la piazza a Proni, e se ne venisse con tutti i suoi a
Napoli, scortato per sua sicurezza dai regj.
I repubblicani intanto s'imbarcavano. Due navi portatrici di quei di
Castellamare, avendo avuto facoltà di uscire, già erano arrivate a
salvamento nel porto di Marsiglia. Le altre aspettavano la facoltà
medesima, e i venti prosperi. In questo punto ecco arrivare Nelson:
aveva egli udito, essere la flotta Francese ricoverata ne' suoi porti;
trovandosi per questo esente da timore, passato prima per Palermo, e
levatone il re, il ministro Acton, Hamilton, ambasciadore d'Inghilterra,
ed Emma Liona, sua donna, dico sua per non dire non sua, aveva voltato
le vele verso i lidi d'Italia. Non così tosto dalla sanguinosa Napoli si
scoprivano le navi d'Inghilterra, che il cardinale mandava a Nelson
deputati, per informarlo delle cose fatte, e dei patti stipulati.
Rispose l'ammiraglio, non doversi il trattato concluso coi ribelli
mandare ad esecuzione, se prima il re non l'avesse appruovato; risposta
veramente incomportabile. Certamente i repubblicani erano rei d'atroci
ingiurie verso il re, ma pure avevano pattuito con coloro, che il re
medesimo e l'Europa quasi tutta avevano mandato con facoltà di pattuire.
Certo nel trattato nissuna riserva di ratifica era stata fatta, ma egli
era finale ed assoluto. S'aggiunge, che i patti erano stati offerti dal
cardinale e dai confederati, e non domandati dai repubblicani. Il non
osservargli dava al fatto dell'avergli offerti, apparenza d'insidia. Di
tale risoluzione fu molto dolente il cardinale, che non voleva essere
disprezzatore delle sue promesse, e per fare che la fede data si
osservasse, andò egli medesimo a bordo della nave dell'ammiraglio, con
efficacissime parole esortandolo a consentire. Ma l'Inglese, come se
temesse, che la umanità e la fede contaminassero le vittorie, non si
lasciò piegare; anzi non potendo rispondere agli argomenti ed alla
facondia del cardinale, scusandosi con dire che non sapeva la lingua
Italiana, prese la penna, e scrisse da vittorioso la crudele sentenza.
Perchè poi non resti ignoto ai posteri il quanto di vituperio sia stato
mescolato in queste sanguinose rivolture, io non posso omettere dal
debito di narrare, che Emma Liona era presente, quando Nelson
contrastava al cardinale, ed ordinava le uccisioni. Se qualcheduno fra
chi mi leggerà, sarà per dire, ch'io dico cose troppo gravi, attenda,
che nè voglio, nè debbo, nè posso tacerle; perchè se i vizj si biasimano
negli umili, non so perchè non si debbano biasimare nei grandi: che se i
grandi pretendono che non è bene che si dicano i loro peccati, dirò, che
sarebbe molto meglio, che non gli commettessero. So che la moderna
adulazione trascorse tant'oltre, che si va affermando, che ogni virtù è
in chi è ricco, o potente, o glorioso, ed ogni vizio in chi è il
contrario: per me credo, che la verità in tutto debba aver luogo, e che
più debbano pubblicamente biasimarsi i grandi quando fan male, che gli
umili, perchè i vizj dei primi sono più negli occhi degli uomini, e
servono d'esempio. Nelson trapassando dal detto al fatto, ed entrando
nel porto con la flotta, dichiarava prigionieri i repubblicani usciti in
virtù della capitolazione dai castelli, sì quelli che già si erano
imbarcati, e non ancora partiti, e sì quelli che non peranco si erano
riparati alle navi. Perchè poi dubbio alcuno non potessero avere del
destino che gli aspettava, gli fece incatenare due a due, e riporre in
fondo alle navi. Nè contento al tenergli, gli lasciava bersaglio ad ogni
oltraggio, e stremava loro i viveri. Pure noveravansi fra di loro
uomini, se si eccettuano le opinioni ed i fatti politici in cui
consisteva la colpa loro, molto ragguardevoli per dottrina, per
legnaggio, e per virtù. Bastava bene ammazzargli, senza trattargli come
vili assassini di strada. A tanto di barbarie si è lasciato trasportare
un ammiraglio d'Inghilterra. Furono questi portamenti di Nelson dannati
da tutti gli uomini diritti e dabbene, perchè, oltrechè se non si voleva
trattare coi ribelli, necessaria cosa era il dichiararlo prima, non dopo
la capitolazione, sapeva l'ammiraglio, che non senza compenso ed utile
sì del re, che degli alleati, e particolarmente dell'Inghilterra era
stata la dedizione dei castelli, perchè per lei e furono conservati
intieri i castelli, e conservata salva Napoli, e rimosso il pericolo che
i Francesi, dei quali egli medesimo stava in apprensione, arrivando con
l'armata loro, non conducessero a qualche mal termine le cose dei
confederati. Adunque i repubblicani avevano ricompro le vite loro con la
concessione di questi vantaggi, i confederati avevano consentito, ed a
queste condizioni medesime, e non altrimenti erano entrati in
possessione dei castelli. Brutto certamente procedere si è quello di
accettare, e di usare i vantaggi stipulati in una convenzione
bilaterale, e di non volerne accettare ed adempire i carichi; ma più
brutto è, quando il non adempirgli importa umano sangue. Lodisi da chi
vuole il vincitore di Aboukir e di Trafalgar; ma noi, a cui più piace il
giusto e l'umano che l'ingiusto ed il glorioso, non possiamo non
mandarlo alla posterità, se non come uomo che ruppe fede agli uomini per
ammazzargli. Il re, che era sul vascello inglese il Fulminante, non
sofferendogli l'animo di vedere i supplizi che si preparavano, se ne
tornava in Sicilia. Rimase il campo libero a chi voleva sangue.
Conquistati i castelli di castel Nuovo e di castel dell'Uovo attesero
gli alleati all'acquisto di Sant'Elmo, il quale oppugnato gagliardamente
qualche giorno venne in mano loro, essendosi il comandante Mejean arreso
a patti. Stipulossi fra le due parti, che la guernigione Francese
sarebbe prigioniera di guerra del re, e de' suoi alleati; che non
servisse contro di loro, finchè non fosse scambiata; che sotto fede si
conducesse sopra bastimenti regj in Francia. Quanto ai sudditi del re,
che si trovavano nel forte, si convenne che si consegnassero in mano
degli alleati. Mejean non potrà sfuggire il carico di aver consentito a
quest'ultimo capitolo; perchè se primo suo pensiero era, e doveva essere
di salvar i Francesi suoi compagni, e se a tali estremi era giunto che
della salute dei repubblicani, che si eran rimessi nella sua fede, non
potesse richiedere gli alleati, debito suo era almeno, seguitando
l'esempio dei comandanti di Torino, d'Alessandria, e di Cuneo, lasciare
che gli alleati quegli uomini da immolarsi si prendessero da per se
stessi, non obbligarsi col suo nome sottoscritto a consegnargli.
Maggiore biasimo eziandio meritano Tommaso Trowbridge, capitano
comandante la nave Inglese il Culloden, e il capitano Baillie,
comandante le truppe dell'imperatore delle Russie, per avere richiesto e
stipulato, che i repubblicani si consegnassero agli alleati; perchè
farsi dar uomini per dargli in mano al boja, era cosa del tutto indegna
di uffiziali di Russia e d'Inghilterra. Potevano bene stipulare, ed
avrebbe bastato, che fossero dati in mano degli agenti Napolitani. Si
aggiunse a patti crudeli una esecuzione più crudele. I repubblicani
travestitisi a modo di soldati Francesi, per istare alla fortuna, se non
fossero riconosciuti, di salvarsi, essendo riconosciuti, ed anzi
indicati da chi gli doveva preservare, vennero in poter di coloro che
tanto agognavano il sangue loro; spettacolo miserabile, che commosse a
compassione molti degl'inimici.
S'arrendevano in questo alle armi regie Capua e Gaeta, non fatta difesa
alcuna d'importanza. Così tutto il regno tornò all'antica divozione, ma
rotto, sanguinoso, pieno d'incendj, di rapine, di sdegni e di vendette.
Incominciavansi i supplizj, l'infuriata plebe imitava; l'uccidere per
tribunali era accompagnato dall'uccidere per anarchìa. Non a età si
perdonava, non a sesso, non a grado. Le donne come gli uomini,
giovanetti di sedici anni come vecchi di settanta furono uccisi sui
patiboli: fanciulli di dodici condannati all'esilio, e dove in nome
della legge giuridicamente non si poteva condannare, arbitrariamente si
condannava. Un Fiori, un Guidobaldi già altrove nominato, un Damiani, un
Sambuci, e massimamente uno Speciale, già stato ordinatore dei supplizj
di Procida, erano gli stromenti della barbarie. Piange ancora Napoli, e
piangerà lungo tempo i tremendi effetti del furor di costoro, e di
coloro a cui piacevano. I più chiari, i più virtuosi s'immolavano i
primi. A tanta immanità si aggiungeva nei repubblicani rabbia a coraggio
per modo che dissero, e fecero morendo cose degne di eterna memoria.
Fora troppo lunga e lagrimevole istoria il raccontare tutti i supplizj;
toccheremo solo i principali, e da essi potranno i posteri argomentare,
quanta virtù sia stata tolta a Napoli dalle discordie civili.
Mario Pagano, al quale tutta la generazione risguardava con amore e con
rispetto, fu mandato al patibolo dei primi: era visso innocente, visso
desideroso di bene; nè filosofo più acuto, nè filantropo più benevolo di
lui mai si pose a voler migliorare quest'umana razza, e consolar la
terra. Errò, ma per illusione, ed il suo onorato capo fu mostrato in
cima agli infami legni, sede solo dovuta ai capi di gente scellerata ed
assassina. Non fe' segno di timore, non fe' segno di odio. Morì qual era
vissuto, placido, innocente e puro. Il piansero da un estremo all'altro
d'Italia con amare lagrime i suoi discepoli che come maestro e padre, e
più ancora come padre che come maestro il rimiravano. Il piansero con
pari affetto tutti coloro che credono che lo sforzarsi di felicitare la
umanità è merito, e lo straziarla delitto. Non si potrà dir peggio
dell'età nostra di questo che un Mario Pagano sia morto sulle forche.
Domenico Cirillo, medico e naturalista, il cui nome suonava onoratamente
in tutta l'Europa, non isfuggì il destino di chi ben ebbe amato in tempi
tanto sinistri. Richiesto una prima volta di entrare nelle cariche
repubblicane aveva negato perchè gl'incresceva l'allontanarsi delle sue
lucubrazioni tanto gradite di scienze benefiche e consolatorie. Gli
fecero una seconda volta suonare agli orecchi il nome, e la necessità
della patria. Lasciossi, come buon cittadino, piegare a queste novelle
esortazioni. Eletto del corpo legislativo, nè cosa vi disse, nè vi fece,
se non alta, generosa e grande; ed il gridar per vezzo contro i re e
contro gli aristocrati stimava indegno di lui per ragione, il propor
cose a pregiudizio d'altri indegno di lui per affetto. La dottrina
l'ornava, la virtù l'illustrava, la canizie il rendeva venerando. Ma i
carnefici non si rimanevano, perchè il tempo era venuto che una
illusione proveniente da fonte buona coll'estremo sangue si punisse, ed
alla virtù vera non si perdonasse. Se gli offerse la grazia, purchè la
domandasse, non perchè virtuoso, dotto, e da tutto il mondo onorato
fosse, ma perchè aveva servito della sua arte Nelson ed Emma Liona.
Rispose sdegnato, non volere domandar grazia ai tiranni, e poichè i suoi
fratelli morivano, volere morire ancor esso; nè desiderio alcuno portar
con se di un mondo che andava a seconda degli adulteri, dei fedifragi,
dei perversi. La costanza medesima che mostrò coi detti, mostrò coi
fatti: perì per mano del carnefice, ma perì immacolato e sereno, e tra
Nelson e lui fu in quella suprema ora gran differenza perchè l'uno
saliva nel suo preparato seggio in cielo, l'altro restava nel suo
disonorato seggio in terra. Francesco Conforti, per dottrina nelle
scienze morali e canoniche a nissuno secondo, a quasi tutti il primo,
uomo che una lunga vita aveva vissuto o nelle sue segrete stanze a
studiare, o sulle pubbliche cattedre ad insegnare, fe' testimonio al
mondo col suo miserando fine che niuna cosa è più inesorabile della
rabbia civile e che la gratitudine non ha luogo fra gli sdegni politici.
Era Conforti defensore vivissimo delle immunità del regno contro le
pretensioni della corte di Roma, e molte cose per comandamento e con
singolar satisfazione del governo aveva scritto intorno a questa
materia; ma il beneficio si dimentica più presto dell'ingiuria. Preso e
legato dagli sbirri in Capua, gli diè di mano il boja in Napoli.
Speciale gli mandò dicendo, scrivesse per le immunità del regno, e gli
si sarebbe perdonato. Scrisse, e patì morte sul patibolo. Il sapere era
incentivo alla ferità di quello Speciale, sitibondo di sangue. Vincenzo
Russo, giovane singolarissimo per altezza d'animo, e per eloquenza e per
umanità, portò con gli altri supplizio dello aver creduto che gli uomini
si potessero condurre con nuove forme di reggimento politico ad un più
felice vivere, e dello avere con la lingua, per cui tanto poteva, e con
la mano che con ugual vigore secondava la lingua, quella condizione
cercato che nella sua mente benevola si era a benefizio degli uomini
concetta. Fu preso combattendo contro le genti regie al ponte della
Maddalena: il diritto regio domandava la sua morte; l'illusione sua il
doveva far compatire, la capitolazione dei castelli conservare. Prevalse
il partito più fiero; dopo gli strazj infiniti che nella sua prigione
furono fatti di lui, e cui sopportò con costanza ineffabile, fu dato in
preda al carnefice. Non mutò volto, non fe' atto alcuno indegno di lui;
serbò, non solo la equalità dell'animo, ma ancora la serenità. Pareva
che non a morte, ma a miglior vita andasse, e certo andava. Giunto là
dov'ei doveva dare il sospiro estremo, rivoltosi alle circostanti e
feroci turbe che l'insultavano: «Questo disse, non è per me luogo di
dolore, ma di gloria: qui sorgeranno i marmi ricordevoli dell'uomo
giusto e saggio: pensa, o popolo, che la tirannide ti fa ora velo agli
occhi, e inganno al giudizio: ella ti fa gridar _viva il male_, _muoja
il bene_; ma tempo verrà, in cui le disgrazie ti renderan la mente sana;
allora conoscerai, quali siano i tuoi amici, quali i tuoi nemici. Sappi
ancora che il sangue dei repubblicani è seme di repubblica, e che la
repubblica risorgerà, quando che sia, e forse non è lontana l'ora, come
dalle sue proprie ceneri la Fenice, più possente e più bella di prima».
Mentre così diceva, il boja lo strangolò. Nè giovò a Pasquale Baffi la
dolcezza incredibile della sua natura, la straordinaria erudizione,
l'essere uno dei primi grecisti del suo tempo, nè l'avere pubblicato una
traduzione, col testo dei manoscritti greci di Filodemo trovati sotto le
ceneri di Ercolano. Letterato di primo grado, fu dannato anch'egli
all'ultimo supplizio da chi non aveva altre lettere che del saper
sottoscrivere una sentenza di morte. Data la condanna, un suo amico,
affinchè con morte volontaria sfuggisse la violenta, gli offerse oppio.
Ricusò il funesto dono, sdegnosamente affermando, non essere in potestà
dell'uomo il far getto volontario della propria vita; voler andare
all'incontro del suo destino, comunque crudele fosse; non ispaventarlo
la morte, non disonorarlo il patibolo; Dio esservi rimuneratore delle
buone opere; nell'altra vita prima opera meritoria essere il conformarsi
di buon grado alla volontà sua; appresso a lui non avere accesso gli
odj, non le intemperanze dei tiranni; giusto essere Iddio, e mansueto e
pietoso, ed accorre nel grembo suo volentieri gli uomini giusti,
mansueti e pietosi; venisse pure il carnefice, il troverebbe rassegnato
e pronto. In cotal modo filosofando e bene amando, Pasquale Baffi morì.
Fu Mantonè, antico ministro di guerra, condotto alla presenza di
Speciale, e quante volte era interrogato da lui, tante rispondeva: «Ho
capitolato». Avvertito, apprestasse le difese, rispose: «Se la
capitolazione non mi difende, avrei vergogna di usare altri mezzi».
Condannato a morte, camminava, col capestro al collo, in mezzo a' suoi
compagni, con fronte alta e serena: poi volti gli occhi intorno, e
scortigli tutti, non vedendo fra di loro Bassetta: «Oh, disse, perchè
con noi non è»? Fugli risposto, aversi salvata la vita col disvelare e
denunciare repubblicani nascosti, o non conosciuti. «Ah, soggiunse,
assassino vile de' tuoi fratelli! siatemi voi testimonj, ch'io la viltà
sua aveva scoverto, e il volli far uccidere pochi giorni sono. Ma vi so
dire ch'ei non godrà lungo tempo il frutto de' suoi tradimenti: ei morrà
infame, poichè onorato non ha saputo morire». Così detto, Mantonè, tra
sdegnoso e generoso, co' suoi compagni che costanti al par di lui la sua
costanza ammiravano, se ne marciava al patibolo. Salite, senza mutare nè
viso nè atto le fatali scale, dimostrò che l'uomo quantunque percosso
dalla fortuna, è più forte di lei, e che non lo spaventa la morte. I
raccontati supplizj, siccome d'uomini, partorirono maraviglia insieme e
pietà in coloro che non ancora di ogni affetto umano si erano
dispogliati; ma più maraviglia che pietà. Il seguente, siccome di donna,
mosse più a pietà che a maraviglia: pure a grandissima maraviglia
strinse i circostanti. Eleonora Fonseca Pimentel, donna ornata di ogni
genere di letteratura, ed ancor più di virtù, da Metastasio lodata, e da
lui anche amata, fu, per avere scritto il Monitore Napolitano,
condannata a perder la vita sulle forche piantate in piazza di mercato.
Chiamata al supplizio, domandava e beveva caffè, poi marciava in
sembianza di donna maggiore della disgrazia. Giunta al luogo che era per
lei l'ultimo in cui viva insistere dovesse, incominciò a favellare al
popolo; ma i carnefici, temendo di tumulto, le ruppero tostamente il
femminile e tenero collo con le corde loro, e troncaronle ad un tratto
le eloquenti parole.
Non tutti i condannati morirono sul patibolo, ma chi più crudelmente,
chi meno. Un Velasco, minacciato da Speciale, che il farebbe morire
sulle forche, rispose: _Vile carnefice non avrai tu la mia vita_. Ciò
detto, diè un salto per la finestra, e si sfracellò per terra. Narrasi
d'un Niccolò Fiani, che già stando sul punto di salire al patibolo,
uomini barbari se l'abbian preso e fatto a pezzi, e strappatogli il
cuore, abbiano il cuore, e le sparse viscere, e le lacerate membra
portato a trionfo per la città. Un Pasquale Battistessa impiccato, e
portato in chiesa, ivi diè segni di vita. Rapportato il compassionevole
caso a Speciale, mandò dicendo, il finissero: come Speciale aveva
comandato, così fu fatto. Io non so se mi narri storie d'uomini o di
fiere.
Morirono in Napoli per l'estremo supplizio e tutti con invitto coraggio
Ignazio Ciaja, Ercole d'Agnese, cittadino di Francia, ma originario di
Napoli, Giuseppe Logoteta, dotto e virtuoso uomo, Giuseppe Albanese,
Marcello Scotti letterato eruditissimo, ed autore del catechismo dei
marinarj, un Troisi, sacerdote piissimo e dottissimo, con molti altri,
ornamento e fiore delle Napolitane contrade. Fu anche affetto
coll'ultimo supplizio Ettore di Ruvo, condotto, come abbiam detto, da
Pescara a Napoli sotto fede del cardinale. Morì, qual era vissuto,
indomito, animoso, ed imperturbabile. Come nobile, fu condannato ad aver
il capo mozzo. Volle essere decapitato supino, per veder la mannaia, che
gli doveva tagliar il collo.
La terra di Napoli era fumante di sangue, le acque del mare ne furono
parimente penetrate e tinte. Il principe Francesco Caraccioli, primo
onore e primo lume della Napolitana marinerìa, amato dal re, stimato dal
mondo, dopo più di otto lustri impiegati ai servigi del regno, fece
ancor esso una compassionevole fine. Si era Caraccioli, ed in questo
certamente il suo fallire fu enorme, perchè il re gli era affezionato,
molto travagliato in favore dello stato nuovo. Fatta la capitolazione
dei castelli, e vedendola rotta, si era ritirato a Calvirano, pregando
il duca di questo nome, acciocchè per sicurezza della sua vita
minacciata dai regj, che da ogni parte il circondavano, gli fosse
mediatore presso il cardinale, allegando, sperare, che l'avere obbedito
per forza alcuni giorni alla repubblica Francese, non sarebbe per
prevalere a quarant'anni di fedelissimo servizio. Non avuta risposta
favorevole, se ne fuggiva ai monti. Scoperto da un suo domestico, fu
condotto, legate le mani al dorso, e indegnamente maltrattato da villani
ferocissimi (sì deplorabili mutazioni di fortuna partoriscono le
rivoluzioni) a Nelson, che tuttavia stanziava nel porto di Napoli.
Convocava l'ammiraglio incontanente a bordo della sua nave il Fulminante
un consiglio militare, composto di uffiziali di marina Napolitani, e
presieduto dal conte di Thurn, a cui diede facoltà ed ordine di
giudicare, se Francesco Caraccioli fosse reo di ribellione contro il re
delle due Sicilie per avere combattuto la fregata Napolitana la Minerva.
Allegò l'accusato per discolpa, averlo fatto per forza, ma nol potè
pruovare. Dannavalo il consiglio a morte. Nelson comandava, s'impiccasse
all'antenna della Minerva, il suo corpo si gettasse al mare. Il misero
principe pregava dicendo, essere vecchio, non aver figliuoli che fossero
per piangere la sua morte, per questo non desiderare la vita: solo
pesargli il morire da malfattore; pregare, il facessero morire da
soldato. Le compassionevoli preghiere non furono udite. Volle il
condannato pregare d'intercessione la donna, che era a bordo del
Fulminante; ma Emma Liona non si lasciò trovare. Il capestro adunque,
come piacque all'Inglese, strangolò il principe Caraccioli; il suo corpo
gettato al mare. Così fu mandato a morte da Nelson un principe
Napolitano, prima suo antico compagno in pace, poi suo nemico generoso
in guerra: ed il giudizio di morte venne da una nave del re Giorgio.
Poi, che vuol significare quella pressa di giudizio e di morte? Non era
il re vicino? Non a lui si doveva ricorrere? Perchè intercludere la
strada alla grazia? Si temè l'amore, non il rigore del re. Da un'altra
parte, perchè gettare il corpo ai pesci? Non era vicino il lido? Non
pronti i parenti e gli amici a raccogliere le amate reliquie? Adunque un
principe Caraccioli, un servitor del regno per quarant'anni, un
ammiraglio di Napoli, un uomo che per un sì lungo corso d'età era stato
ed amato e riverito da Europa, non trovò sepoltura, se non nella bocca
dei voraci mostri del mare! Non saziò la sua morte il crudo Inglese,
volle ancora, che s'incrudelisse contro quell'onorato volto, contro
quelle membra insensibili! Queste sono le glorie di Nelson nel golfo di
Napoli.
Grande fu la strage nella capitale, sì pei giudizj, sì per la rabbia
popolare. Non fu minore nelle province: perironvi in modo sempre
violento, spesso crudele, quattromila persone, quasi tutte eminenti o
per dottrina, o per legnaggio, o per virtù; carnificina orribile.