STORIA D'ITALIA
DAL 1789 AL 1814
SCRITTA
DA CARLO BOTTA
TOMO V
CAPOLAGO
_presso Mendrisio_
Tipografia Elvetica
MDCCCXXXIII
STORIA D'ITALIA
LIBRO DECIMOTTAVO
SOMMARIO
Accidenti fierissimi, e pieni di sangue nel regno di Napoli.
Estremo coraggio delle due parti. Il cardinal Ruffo si fa
padrone di Napoli. Uccisioni crudelissime che vi seguono. I
castelli si arrendono al cardinale, ed agli alleati con patto,
che siano salve le vite, e le sostanze dei repubblicani.
Nelson sopraggiunto rompe la fede; supplizj lagrimevoli: si
ristaura in tutto il regno l'autorità regia. Lo stato Romano
viene in potestà dei confederati, eccettuata Ancona. Singolar
risoluzione di Lahoz, generale Italiano, e sua morte. Bella
difesa del generale Monnier in Ancona: finalmente si arrende
con patti onorevoli. Tutta l'Italia a divozione dei
confederati.
L'ordine della storia mi chiama adesso a cose maggiori: molto sangue
civile versato dalle bajonette, molto dalle mannaje; Italiani straziati
da forestieri, Italiani straziati da Italiani; pensieri smisurati da
ambe le parti; la crudeltà sotto nome di giustizia, un coraggio estremo
in casi estremi; il valore contaminato dalla perfidia; Russi, Tedeschi,
Turchi, Inglesi, Napolitani, Romani, Toscani in un viluppo; aquile
bianche con un becco, aquile nere con due becchi, leopardi con le rampe,
la repubblicana donna, la Nostra Donna, la Ottomana luna, la croce dei
cristiani sulle bandiere; l'inferiore Italia tutta sdegnata, furibonda,
sconvolta, sanguinosa; discorsi civili, opere barbare, proteste
d'umanità, età da Genserico; e chi vanta i tempi moderni, non so di qual
razza sia. Ferdinando, Carolina, Acton eransi ritirati in Sicilia,
lasciando Napoli in mano dei Francesi, che badavano ai fatti loro, ed ai
Napolitani, amatori della libertà, che sognavano la repubblica. Ma non
se ne stava il governo regio senza speranza, che le sue cose avessero
presto a risorgere, perchè non ignorava la forte lega, che si era ordita
in Europa contro la Francia, e sapeva, che i dominj dei Francesi nei
paesi forestieri, massimamente in Italia, sono sempre brevi. Egli
medesimo si era congiunto per trattati d'alleanza con le potenze, che
facevano o volevano far la guerra ai Francesi. Già fin dall'anno ultimo
aveva stipulato con l'Austria, che in caso di guerra e d'invasione di
territorj, Napoli avesse ad ajutar l'imperatore con quarantamila
soldati, l'Austria Napoli con ottantamila; e se quando il re corse
contro i Francesi a Roma, l'imperatore non accorse in suo ajuto, ciò fu,
perchè, essendo il re l'aggressore, non era caso d'invasione, e perciò
non d'alleanza; nè l'Austria aveva preste le armi, come ella avrebbe
desiderato. Aveva anche il re contratto amicizia con la Gran Brettagna
per un trattato, pel quale il re Giorgio si obbligava a tenere una
grossa armata nel Mediterraneo a tutela e conservazione degli stati
Napolitani, e il re Ferdinando si dichiarava obbligato a tener aperti i
porti alle navi Inglesi, a dare all'Inghilterra tre mila marinari, ed a
congiungere con l'armata Britannica quattro navi di fila, quattro
fregate, e quattro altri legni più sottili. Poi Nelson vittorioso molto
confortava le Siciliane speranze. Medesimamente per un trattato concluso
con l'imperatore Paolo, si era la Russia obbligata a mettere sulla
campagna in ajuto del re nove battaglioni di fanti, e ducento Cosacchi,
gli uni e gli altri da aumentarsi in caso di pericolo prossimo, ed il re
si obbligava dal canto suo a sborsare a Paolo centottantamila rubli pel
viaggio, e a dare il vivere, quando fossero giunti nel regno, a quei
settentrionali soldati. Perchè poi quella repubblica Francese, che era
per se stessa una tanto strana apparenza, avesse a produrre nel mondo
accidenti ancor più strani, il re Ferdinando aveva fatto alleanza coi
Turchi, con avergli il gran Signore promesso, che manderebbe ad ogni sua
richiesta, e senza alcun suo aggravio diecimila Albanesi in suo ajuto.
Quest'erano le promesse, e le capitolazioni dell'Europa civile, e
dell'Europa barbara in favor di Ferdinando: gli scorticatori delle teste
Francesi dovevano venir ad usare l'immanità loro sotto il dolce clima
delle Napolitane contrade. A questo dava favore e facilità la conquista
di Corfù fatta dai Russi e dai Turchi, quando appunto gli ajuti loro
erano divenuti più necessarj al re Ferdinando. Era arrivato il tempo
propizio a riconquistare il regno per la ritirata di Macdonald da
Napoli. Non aveva la repubblica messo forti radici nel regno, sì pel
duro dominio dei repubblicani di Francia, sì per le astrazioni di quelli
di Napoli, e sì finalmente per gl'ingegni mobili dei Napolitani.
Sperava adunque Ferdinando negli ajuti degli alleati, e nelle
inclinazioni dei popoli. Per conservarsi la grazia dei primi aveva in
Sicilia tenuto Acton in istato, per muovere i secondi mandato Ruffo in
Calabria. Già abbiamo narrato, come il cardinale, creato l'esercito
cogli aderenti proprj, poi ingrossato coi nemici dei repubblicani, aveva
mosso a romore, e ricondotto alla obbedienza le due Calabrie quasi
tutte, la terra di Otranto, la terra di Bari, ed il contado di Molise.
Gente feroce ogni giorno a gente feroce si accostava, i più per sete di
vendetta, o per avidità di sacco, pochi per amore del nome regio. Uomini
scelerati si segnavano con la croce di Cristo, in ogni luogo invece
degli alberi della libertà, piantavano le croci, venerato e santo segno,
posto in mezzo al sangue ed alle rapine. Erano accorsi con le bande loro
al cardinale, Proni, Mammone, Sciarpa, frà Diavolo, Decesari, dei quali
io non so dir altro, se non che deploro la causa regia di avergli avuti
per difensori. Un'altra mossa popolare era sorta, che molto ajutava il
cardinale, per instigazione del vescovo di Policastro, contro il governo
repubblicano, la quale su le rive del Mediterraneo correndo, minacciava
Salerno e Napoli. Anche il conte Ruggiero di Damas correva le campagne
con uomini speditissimi, e sollevava a furore quelle popolazioni tanto
facili ad esser concitate. Il cardinale, vedutosi forte, elevava l'animo
a maggiori imprese. Perlochè, volendo torre alla capitale del regno quel
pingue granajo della Puglia, e facilitare anche in quelle spiagge gli
sbarchi dei Turchi e dei Russi, s'incamminava contro Altamura, perchè
andando all'impresa di Puglia, non voleva lasciarsi dietro quel seggio
di forti repubblicani. Fattosi sotto le mura, ed intimata la resa, gli
fu risposto audacemente da quei di dentro, che niun'altra risposta
volevano dare, se non di armi. Amavano veramente la repubblica, ed erano
uomini di gran cuore: l'arrendersi poi non sarebbe stato meno pericoloso
che il combattere, per la natura della gente sfrenata, con la quale
avevano a fare. Diede il cardinale furiosamente la batterìa, e
quantunque gli Altamurani virilmente si difendessero, aperta la breccia,
vi entrarono i cardinalizj per estrema forza, e recarono in mano loro la
terra. Qui le cose che successero, io che già tante orribili ne ho
descritto, ripugno a raccontare. Solo dirò, che se Trani ed Andria
furono sterminate dai repubblicani, con uguale immanità fu sterminata la
miseranda città di Altamura. Usossi il ferro, usossi il fuoco, e chi più
incrudeliva, era miglior tenuto, e chi mescolava gli scherni, le risa,
gli orribili oltraggi contro la pudicizia alle preghiere supplichevoli,
ed alle lamentazioni disperate dei tormentati o degli immolati, era da
quegli uomini disumanati applaudito. Queste cose si facevano in cospetto
di un cardinale di santa chiesa, o lui comandante, o lui tollerante, o
lui contrastante, degno di eterno biasimo nei due primi casi per l'atto,
degno ancora di riprensione nell'ultimo per non avere abborrito dal
continuar a reggere gente, a cui era diletto lo stuprare, il rubare, il
tormentare, l'uccidere. Da tante crudeltà volle Iddio, o piuttosto gli
uomini sfrenati che in nome suo parlavano, che fosse accompagnata la
restituzione della monarchìa e della religione in Napoli: quest'erano le
opere dell'esercito, che col nome di cristiano s'intitolava. Ad uguale
sterminio fu condotta la città di Gravina prossima ad Altamura, e posta
sulla strada per la Puglia.
Conseguita la vittoria d'Altamura, andava il cardinale a porre le sue
stanze ad Ariano nel principato ulteriore. Quivi le città principali di
Puglia, spaventate dal caso d'Altamura e di Gravina, spente le insegne
della repubblica, e seguitando scopertamente il nome del re,
concorrevano coi deputati loro a giurare obbedienza. Vennervi i delegati
di Lucera, Manfredonia, Andria, Bari, Ascoli, Venosa, Bitonto, Barletta,
Trani: tutto lo stato della repubblica rovinava, e ritornavano con
grandissimo impeto della fortuna a Ferdinando tutte le terre, e le
fortezze più principali. Solo Foggia, capitale, assai fiorente, ricca,
popolosa e piena di amatori dello stato democratico, ancora si teneva;
ma l'essere tornata tutta la provincia a divozione del re, diè facilità
ai Russi, Inglesi ed Ottomani di sbarcare, come fecero, sulle rive del
golfo di Manfredonia nel novero di circa milaquattrocento condotti dal
cavaliere Micheroux; marciarono contro Foggia, e la ridussero in poter
loro. Correva un giorno di fiera, quando vi entrarono: i popoli
spaventati al vedere quelle genti strane, che avevano nome di valorose e
di feroci, sparsero tosto le sinistre novelle pei paesi circonvicini. Il
terrore dominava, e se qualche luogo era rimasto fedele alla repubblica,
questo concorreva prestamente con gli altri all'obbedienza verso il
vincitore. Parte dei soldati forestieri si congiunsero col cardinale in
Ariano, e parte andarono a trovare sulle rive del Mediterraneo il
vescovo di Policastro, che aveva combattuto infelicemente contro i
repubblicani. Venne con questa seconda schiera Micheroux medesimo, che
valorosamente guerreggiando pel suo signore, aveva in odio la ferocia
delle turbe indisciplinate, e si sforzava, ancorchè fosse indarno, di
frenarle. I rinforzi condotti da Micheroux, rendettero superiori i regj;
anzi tanto s'avvantaggiarono, che non ostante che i repubblicani con
frequenti e forti battaglie cercassero di arrestargli, arrivarono,
conquistati i passi importanti d'Eboli e di Campistrina, sotto le mura
di Salerno, e se ne impadronirono. Già tutte le province avendo obbedito
o per amore o per forza alla fortuna del vincitore, la guerra si
avvicinava a Napoli. Il cardinale, per istringerla, era venuto,
calandosi da Ariano, a porsi a Nola, mentre Micheroux si era alloggiato
a Cardinale. Eransi anche i regj fatti padroni della Torre del Greco. Da
un'altra parte Aversa, rivoltatasi dalla repubblica, aveva chiamato il
nome del re. Questo accidente interrompeva le strade da Napoli a Capua,
in cui Macdonald partendo, aveva lasciato un presidio di duemila
soldati. La medesima ubbidienza seguitava l'Abruzzo, perchè Proni,
sollevato prima l'Abruzzo superiore, dove ad eccezione di Pescara, in
cui si era rinchiuso il conte Ettore di Ruvo, ogni cosa veniva in poter
suo, scendeva a far levare l'inferiore. Veramente tanto vi fece con la
forza e con le persuasioni, che l'autorità regia vi fu rinstaurata sino
prossimamente a Gaeta, munita di un presidio Francese. Per tale guisa
furono tagliate tutte le strade tra Napoli e Roma. In questo mentre
comparivano le navi Inglesi in cospetto, e mostrarono ai repubblicani,
che la strada del mare era loro interdetta come quella di terra, e che
nissun'altra speranza rimaneva loro, se non quella di un disperato
valore, poichè nella clemenza del vincitore non potevano in modo alcuno
fidare. Avevano innanzi agli occhi il prospetto di Procida isola, nido
allora d'immanità più orribili, che non furono infami le libidini, che
Capri posta in faccia a lei vide ai tempi antichi. Dominava in Procida
sotto l'obbedienza del conte di Turn, uno Speciale, uomo crudele, il
quale quanti repubblicani gli erano mandati prigionieri dal continente,
tanti tormentava con supplizj, ed il più sovente con la morte.
S'aggiungeva a spavento dei repubblicani, che in Napoli si era ordita
una congiura in favor del re da due fratelli Bacher, Tedeschi, che vi
avevano aperto un traffico. Scoperti da una gentildonna, amatrice dello
stato nuovo, per nome San Felice, furono carcerati. Trovaronsi in casa
loro nappe rosse, e bandiere reali. I repubblicani entrarono in gran
sospetto, perchè temevano che vi fosse maggior inclinazione, e che una
parte potente macchinasse congiure.
In estremo tanto pericoloso, in cui non si trattava più di vincere o di
perdere, ma di vivere o di morire, il governo della repubblica ed i
repubblicani facevano ora più, ora meno di quanto i tempi richiedessero.
Già aveva qualche tempo prima, come abbiamo narrato, il governo
decretato, che non solamente fossero e s'intendessero aboliti i diritti
dei feudi, ma che i baroni mostrassero a quale titolo possedessero i
boschi e le bandite, e chi non potesse mostrarne, fosse spodestato, ed i
beni si spartissero fra coloro, a danno dei quali i medesimi diritti
fossero stati usati. Toglieva il diritto di mulenda, voleva che si
vendessero i beni nazionali, rimedj insufficienti, perchè usati
all'estremo, e perchè la ragione, e nemmeno l'utile possono prevalere
contro il furore. I sospetti intanto, anche fra gli uomini della stessa
parte, come avviene nelle disgrazie, davano il tracollo allo stato già
cadente. Questi sospetti accennavano agli uomini stessi che entravano
nel governo, perchè vi erano stati chiamati dai Francesi, parendo ai più
ardenti repubblicani, che in chi era stato dipendente dai forestieri,
non si potesse aver fede sufficiente in quegli estremi della Partenopea
repubblica. Erano sorti in Napoli, come abbiam detto più sopra, parecchi
ritrovi politici, dove, secondo il solito chi manifestava opinioni più
estreme, era più applaudito, e miglior cittadino creduto. Tanto montò la
cosa, e tanta fu la potenza che questi ritrovi si arrogarono, che uno di
essi domandò al governo, che tutti coloro che erano stati nominati dai
Francesi, cessassero dal magistrato, ed in vece loro si surrogassero
buoni, leali e independenti Napolitani. Perchè poi non potesse venir
fatto inganno, misero in campo anche questa, che un magistrato di
censura si creasse, che avesse diritto e carico di scrutinare i membri
del direttorio, e quei del corpo legislativo, e chi fosse stimato
sospetto cassasse, e proponesse in luogo loro cittadini puri ed
incorrotti. Accettò il governo oggimai servo la proposta, e per essa
divenne ancor più servo. Così scioglievasi la società per la
intemperanza, già prima che si disfacesse per la forza; fu creato il
magistrato, un canonico Luparelli d'Adriano fatto suo capo. Questi
creavano, quelli cacciavano, il governo era in mano loro. Instituissi
intanto un tribunale, il cui ufficio fosse di giudicare il crimenlese, e
di cui in nominato presidente Vincenzo Lupo. Entrarono con lui i
repubblicani più vivi. Decretava il direttorio, che quando tirassero tre
volte i cannoni dei castelli, chi a guardia nazionale, od a ritrovi
politici non fosse ascritto incontanente si ritirasse alle sue case
sotto pena di morte, e sotto la medesima pena serrasse le finestre; e
chi nol facesse, e fosse trovato per Napoli dopo i tre tiri, quando non
s'appartenesse a guardia nazionale, od a ritrovi politici, fosse
disarmato, arrestato, ed incontanente, come nemico della patria,
ammazzato. Ai tiri medesimi le guardie nazionali, o chi fosse addetto ai
ritrovi, tostamente accorresse al quartier generale: i quinqueviri, i
legislatori, i ministri andassero ai seggi loro, e chi nol facesse,
fosse ammazzato. Queste cose si facevano con terrore infinito della
città. Ma i repubblicani più vivi, e quelli che avevano in odio ed in
sospetto ogni freno ed ogni governo, viemaggiormente si infierivano. Si
era formato con consentimento del governo, nella casa dell'accademia dei
nobili, un ritrovo, in cui convenivano repubblicani più moderati per
discorrere fra di loro intorno alla salute della patria, e propria. Il
loro fine principale, vedendo il precipizio delle cose, era di
accordarsi, acciocchè nell'ultimo caso trovassero modo di salvar se, e
quelli che sentivano con loro. I capi di quest'adunanza erano uomini
assennati, e le loro intenzioni volte al bene. Ma vennero a congiungersi
con loro, ed essi il consentirono per quell'intento di salvare quanti
repubblicani potessero, gli altri ritrovi sparsi per la città, e
composti di patriotti più ardenti e più immoderati. Ne nacque, che
costoro acquistarono il predominio, e spinsero l'adunanza della casa dei
nobili ad eccessi condannabili.
Sul bel principio mandarono dicendo al corpo legislativo, che Pignatelli
di Monteleone, e Bruno di Foggia, entrambi di esso corpo, erano
aristocrati, perchè avevano reso partito contro la legge dei feudi;
perciò volevano, che, chiesta licenza, se n'andassero, e non guardassero
indietro; quando no, gli avrebbero ammazzati. Deputati a portar
quest'insolente imbasciata furono Luigi Serio, e Gaetano Rossi. Gli
accompagnavano cinquecento arrabbiati con le coltella in mano,
intuonando che venivano per ammazzar Pignatelli e Bruno, se colle buone
non se n'andassero. Fuvvi dentro un gran contrasto, perchè chi voleva
cedere, chi resistere, nè potendo accordarsi se ne volevano riparar alle
case. Ma gli uomini con le coltella intimavano loro, badassero a far
l'ufficio. Poi non contenti al Pignatelli e al Bruno, rintuonarono, che
il Doria ministro di marina, come vile per avere domandato i passaporti,
avesse congedo ancor esso; quando no, l'ammazzerebbero. Non vi era luogo
ad elezione: e però i tre accusati presero congedo da loro medesimi.
Altri magistrati accusavano, e quanti ne accusavano, tanti erano
esclusi, l'adunanza dell'accademia dei nobili dominava: regnava
un'orribile anarchìa. Poi per far vedere, che se atterrivano gli altri,
non avevano paura essi, immaginarono un registro, dove tutti, come
membri dell'adunanza, avessero a scrivere i nomi loro. Scrissergli in
effetto. I più savi consentirono, perchè avendo i nomi di tutti,
speravano di potergli avvertire, quando fosse venuta la necessità del
doversi salvare, per non cadere nelle mani dei regj. Questo registro
divenne poscia, quando i regj si fecero padroni di Napoli, un libro di
morte, perchè, trovato, furono giudicati senza remissione tutti coloro,
che l'avevano segnato coi loro nomi.
In questo mentre niuna cosa lasciavano intentata per infiammare il
popolo. Tutti che portavano il nome di Ferdinando, si sbattezzavano con
dire, che non volevano avere in se cosa, che gli assomigliasse ad un
tiranno. Cassio, Bruto, Timoleone, Armodio, Catone, ed altri simili nomi
andavano per le bocche di tutti. Chi invocava Masaniello, chi il gigante
di palazzo: il Sebeto negl'innumerevoli versi parlava, e prediceva gran
destino alla Partenopea repubblica. Le tragedie di Alfieri, e le più
forti, si recitavano in presenza di un concorso infinito di uditori, e
tratto tratto ecco alzarsi un predicatore: quest'era spesso una persona
civile, e spesso ancora un idiota, o un prete, o un frate, o un laico.
Badate, diceva costui, rivoltandosegli in un momento tutte le genti
intente ad udirlo, badate, diceva, o cittadini, che questo caso è caso
nostro, o fosse di Bruto, o fosse di Virginia, o fosse di Timoleone.
Tutti applaudivano; poi si continuava a recitar la tragedia. Ed ecco un
altro predicatore sorgere, e dire, che bisognava ammazzar tutti i
tiranni: le Napolitane grida andavano al cielo: così tra il predicare e
il recitare si arrivava allo spegnere dei lumi. Fuori poi i discorsi
erano ancor più strani, che nel teatro: le novelle che si spargevano,
sentivano anch'esse dello stravagante. Gli accidenti favorevoli si
esageravano, gli avversi si tacevano; la repubblica era giunta al suo
fine, e molti predicavano, ed alcuni credevano, che fosse per essere
eterna. Eleonora Fonseca scriveva un monitore, giornale, in cui
pubblicava continuamente vittorie di repubblicani, sconfitte di regj,
arrivi di flotte soccorritrici di Francia. In piazza di mercato una
società, che filantropica si chiamava, aveva a cielo aperto rizzato una
scuola per ammaestrar lazzaroni, e per far loro capire, che dolce e
bella cosa fosse la repubblica. Per riuscir meglio nell'intento, si
mettevano alla medesima condizione con loro, ed ora questa, ed ora a
quella taverna andando, se ne stavano con quegl'incolti plebei a piè
pari mangiando e bevendo. Usavano i filantropi anche la religione,
predicando continuamente, che il vescovo d'Imola Chiaramonti aveva con
solenne lettera pastorale inculcato, che le massime democratiche erano
massime del Vangelo, e che per esser buoni democrati bastava esser buoni
cristiani. Per questo avevano fatto opera, che un Michelagnolo Ciccone,
frate, trasportasse il Vangelo in volgar Napolitano, e le massime
democratiche principalmente inculcasse. Esortaronsi i parochi ed i preti
a raccomandare queste massime dai pulpiti, e il fecero. Un Benoni, frate
francescano, uomo nè senza dottrina nè senza eloquenza, in mezzo alla
piazza reale, ed a piè dell'albero della libertà, con un crocifisso in
mano predicava ogni giorno, facendo continue e vivissime invettive
contro il re, contro la famiglia reale, contro la monarchìa. Chiamava
ne' suoi discorsi Gesù Cristo, e i Santi; affermava con parole
efficacissime che tutti furono democrati, che sempre avevano predicato
l'uguaglianza e la fratellevole carità: che sull'uguaglianza e sulla
carità fraterna erano fondati tutti gli ordini monastici, massimamente
quello del serafico padre san Francesco: e quivi infiammandosi dava col
crocifisso la benedizione ai popoli. L'arcivescovo di Napoli ordinava
preci per la repubblica; decretava, che nissuno, che avesse macchinato
la rovina dello stato repubblicano, potesse ottener l'assoluzione, se
non in articolo di morte; chiamava nelle sue pastorali Ruffo scellerato,
impostore, nemico di Dio e degli uomini.
In mezzo a tutto questo, essendo giunto il tempo solito del mese di
maggio, si fece con molta pompa la processione del Santo. I democrati
mandarono dicendo ai custodi, pregassero molto bene, perchè san Gennaro
facesse il miracolo, ed essi molto bene pregarono, ed il sangue in men
che non fa due minuti, si squagliò: gridarono i lazzaroni, san Gennaro
esser fatto democratico.
Ma i rimedi finora raccontati riuscivano insufficienti senza le buone
armi. In questo i repubblicani avevano molta fede in Mantoné, ministro
della guerra, uomo di animo fortissimo, repubblicano gagliardo, e che
appunto pel suo coraggio smisurato errò; egli era per mandato del
governo ordinator supremo di quanto s'appartenesse all'armi, ed alla
difesa della repubblica. Chiamò a se gli ufficiali e soldati, che erano
stati ai servigi del re, offerendo loro vitto e soldo, finchè fossero
descritti in corpi regolari. Ma non potendo l'erario bastare a tanto
dispendio, oltre le tasse, che per quanto si poteva senza mal umore dei
popoli si riscuotevano, poneva mano a rimedi straordinarj. A persuasione
di lui, e per ordine del governo s'invitarono gli amatori dello stato
nuovo ad offerir doni in oro, od argento coniato o vergato, in
sovvenimento della repubblica: fecersi capi di quest'impresa due
gentildonne molto ragguardevoli, tanto per la virtù dell'animo, quanto
per le forme del corpo; andavano per le case, raccomandavano la
repubblica. Di queste pietose donne non tace il nome la storia; furono
le duchesse di Cassano, e di Popoli. Raccolsero tanto denaro, che bastò
per ordinar tre legioni di veterani; si aggiunsero per maggior sicurezza
alcuni nuovi soldati fra coloro, che amavano la repubblica. Dieronsi la
prima a reggersi a Schipani, la seconda ad Ettore di Ruvo, la terza ad
un Belpuzzi, che aveva veduto le guerre di Buonaparte. Marciavano
Schipani contro Sciarpa, Ettore contro Proni, Belpuzzi contro Ruffo. Per
sicurezza poi di Napoli, Mantoné ordinava meglio la guardia urbana, e
tentava di accalorarla in favore della repubblica. Le diede armi e
bandiere con pompa solenne, e per generale primo Bassetta, per secondo
Gennaro Serra, per terzo Francesco Grimaldi e Antonio Pineda, uomini
valorosi, e nei quali con tutto l'animo confidava. Per avvezzarla agli
usi di guerra, la faceva armeggiare ogni giorno. Commetteva alla fede
del generale Federici la custodia di Napoli, a Massa Castelnuovo, al
principe di Santa Severina castel dell'Uovo. Buoni ordinamenti erano
questi, ma la guerra più forte di loro; nè Mantoné o che non sel
credesse egli pel gran coraggio che aveva, o che s'infingesse per non
ispaventare, non aveva fatto provvedimenti più gagliardi. E siccome era
sempre riuscito vincitore contro i regj, che si erano mossi contro la
repubblica prima che il cardinale si muovesse, aveva questo moto il
cardinale in piccolo concetto, e non pensava, che fosse per avere un
fine diverso da quello, che i primi avevano avuto. Per la qual cosa si
persuadeva, che le legioni create fossero bastanti a frenare i regj
nelle provincie, e ritornarle sotto l'obbedienza del governo popolare.
Ma ebbe la guerra assai diverso successo; perchè Belpuzzi, conoscendo la
impossibilità di far fronte ai regj, che d'ogn'intorno uscendo dai
boschi, e calando dalle montagne, l'infestavano, abbandonata l'impresa,
se n'era ritornato a Napoli. Ferocemente aveva combattuto negli Abruzzi
Ettore di Ruvo, ma assalito ed attorniato da un numero di nemici molto
superiore, fu costretto a cercar ricovero contro il furore dei sollevati
dentro le mura di Pescara. Schipani rotto da Sciarpa, per ultimo rifugio
si era ritirato a Napoli. Così Ruffo vincitore in ogni parte, inondando
con le sue genti tutto il paese all'intorno, si era avvicinato alla
capitale. Vide allora Mantoné, che i moti del cardinale erano per
risolversi non in romori, ma in effetti, che la fortuna minacciava, e
che i rimedi ordinari più non bastavano. Preparavasi ad uscir egli
stesso contro il nemico con sei mila soldati; creò primieramente per
custodia di Napoli una legione di fuorusciti Calabresi, i quali, perchè
parteggiavano per la repubblica, cacciati a furia dalle case loro per le
armi di Ruffo, si erano riparati nella capitale, uomini fieri,
bellicosi, arrabbiati per le ingiurie recenti. I loro compatriotti, che
militavano col cardinale, si mostravano disposti a far cose enormi pel
re, ma essi erano risoluti a farne per la repubblica delle ugualmente
enormi. Erano nel novero di due mila: e perchè ognuno fosse chiaro di
quanto valevano, e di quanto si proponevano, pubblicarono, fra le altre,
queste parole: «Noi vogliamo sangue; noi cerchiam morte; darla, o
riceverla è per noi tuttuno: solo vogliamo, che la patria sia libera, e
noi vendicati». Rispondeva loro Mantoné: «Compiacersi nel vedere quei
moti generosi degli animi loro, nè poter perire la repubblica, che eroi,
come eglino, aveva per difensori».
Erano preti, laici, nobili, plebei, poveri per fortuna, poveri per
esiglio; nè volevano dare od avere perdono. Mantoné diè loro in guardia
il quartiere di Castel nuovo. Poi detto al principe di Roccaromana, che
si dimostrava molto dedito al nuovo governo, creasse un reggimento di
cavalli nei contorni di Napoli, egli il faceva.
Partiva Mantoné da Napoli, non senza esimio apparato per impressionar
quel popolo, di cui l'immaginare è tanto forte. Era la contrada di
Toledo, per dove le partenti truppe passavano, tutta parata in addobbo:
la guardia nazionale a piedi schieratasi in fila, quella a cavallo sulla
piazza, i regolari rimpetto a Castel nuovo. Seguitavano i prigionieri
fatti nella conquista di Castellamare, che preso ai tempi precedenti per
una fazione improvvisa dai regj, e dagl'Inglesi, era stato con mirabile
prontezza ripreso da Macdonald. Si vedevano le insegne polverose e
lacere dagli stromenti di guerra, che ai dì più felici per loro avevano
i cattivi portate: suonavano a festa le trombe, suonavano i tamburi. I
prigioni con le mani legate al dorso, aspettavano pallidi e tremanti la
morte. Le bandiere si gettavano a piè dell'albero della libertà: i
prigioni condotti a quel tronco, si apprestavano all'ultimo momento; la
lugubre scena muoveva i cuori a compassione; aspettavasi ognuno vedere
balzar a terra le teste tronche, quand'ecco un gridarsi grazia da ogni
lato: soldati e cittadini ugualmente nel pietoso grido si accendevano.
Gli scampati da morte certa, a vita certa risorti, ringraziavano con
atti di gratitudine le accolte turbe, baciando l'albero, e _viva la
libertà_ gridando. Incontanente da compassionevoli e pie donne fu fatta
questua, acciocchè coloro, cui la benignità dei repubblicani aveva
salvato, potessero ritornare, come loro fosse a grado, alle patrie loro.
L'atto umano pareva promettere dolce destino alla repubblica, perchè la
pietà abbellisce i pensieri dell'uomo, e dà speranza, perchè sa di
meritar premio. Restava, che, com'era il disegno, si ardessero le
insegne regie, ma i democrati impazienti le laceravano a gara, e diedero
i pezzi in mano a ciascun soldato: i soldati gli appendevano alle punte
delle bajonette, gridando tutto all'intorno in quel mentre infinite
voci, _muojano i tiranni_, _viva la repubblica_!
Mantoné, condotte le repubblicane squadre alla campagna, sbaragliava e
fugava facilmente i corridori dell'esercito regio; ma quando più oltre
si fu spinto, si accorse, che per lui, nè pe' suoi altro scampo non
restava, se non quello di tornarsene prestamente là, dond'era venuto. Il
suo ritorno in Napoli costernava le genti: per ultima speranza
aspettavano quello che fosse per partorire il valore di Schipani; ma
ebbero tosto le novelle, ch'egli, che per aver udito la ritirata di
Mantoné, si era condotto alla torre dell'Annunziata, combattuto quivi
aspramente dai Russi, dai regj, e da una parte de' suoi soldati medesimi
mutatisi a favore del re, era stato preso, dopo di aver veduto lo
sterminio quasi intiero de' suoi compagni. Sentissi a questo momento
ancora, che Roccaromana aveva bene levato ed ordinato, siccome dal
ministro ne aveva avuto il carico, il reggimento di cavalli, ma che
invece di farlo correre in ajuto dei repubblicani, l'aveva condotto al
cardinale, dal quale aveva avuto le grate accoglienze. Il precipizio era
evidente: tolta tutta la campagna, ed insultando già da ogni parte le
genti del cardinale vincitore, tutta la difesa della repubblica, e di
tanti uomini che avevano seguitato la sua fortuna, era ridotta nella
sola città di Napoli, non sicura, nè per concordia di cittadini, nè per
nervo di soldati. Non si trattava più di vincere, ma solo di conseguir
patti, onde, sfuggita la morte, si acquistasse facoltà di andar esulando
per terre inconsuete e lontane. Decretava il direttorio, essere la
patria in pericolo. Ritiravasi col corpo legislativo ai castelli Nuovo,
e dell'Uovo: quel di Sant'Elmo più forte, e che dominava Napoli, era in
mano del presidio Francese lasciatovi da Macdonald: un terrore senza
pari occupava le menti. La legione Calabra sola non si spaventava,
perchè dal vivere al morire, purchè si vendicasse, non faceva
differenza. Parte stanziava in Napoli, parte presidiava il castello di
Viviena, per cui Ruffo doveva passare per venir a dar l'assalto alla
città dal lato del ponte della Maddalena. Si risolvevano i repubblicani
a morire da uomini forti: Spartani volevano essere, e Spartani furono:
ma gli Spartani avevano uno stato ed una patria, essi non avevano più nè
l'una ne l'altra. Perciò perirono senza frutto, in ciò molto più da
ammirarsi, che gli Spartani non furono, perchè erano sicuri, che
quell'invitta virtù non solamente non sarebbe proseguita con laude nel
paese loro, ma ancora vi avrebbe incontrato il biasimo. Udissi tutt'ad
un tratto nella spaventata Napoli un romore, come di tuono; tremò la
terra; pure il Vesuvio non buttava: veniva dal forte di Viviena. Lo
aveva il cardinale con tutte le sue forze assaltato: vi si difenderono i
Calabresi, non come uomini, ma come lioni. Pure i regj, combattendolo da
tutte parti con le artiglierìe, l'avevano smantellato, e non una, ma più
brecce, e piuttosto una ruina di tutte le mura apriva l'adito ai
vincitori. Entraronvi a forza ed a furia: gente disperata ammazzava
gente disperata, nè solo i vinti perivano. Nissuno s'arrendè, tutti
furono morti: date, a chi gli uccideva, innumerevoli morti. Restavano
una mano di pochi: la rabbia gli trasportava; feriti ferivano,
minacciati ferivano, ammoniti dello arrendersi ferivano. Pure l'estrema
ora giungeva. Anteponendo la morte di soldato alla morte di reo, nè
sofferendo loro l'animo di venir in forza di coloro, che con tanta
rabbia abborrivano, un Antonio Toscano, che gli comandava, e che già
stava con mal di morte per le ferite e pel sangue sparso, strascinossi a
stento, e carpone al magazzino delle polveri, e con uno stoppaccio
acceso postovi fuoco, mandò vincitori, vinti, e rovinate mura all'aria:
atto veramente mirabile, e degno d'eterna memoria nei secoli. Tutti
perirono; questa fu la cagione del tuono, e dello spavento di Napoli.
Ruffo, espeditosi dall'intoppo del forte, passava, e si accingeva a dar
l'assalto alla capitale da tre bande, al ponte della Maddalena, al canto
di Forìa, ed a Capodimonte; ma il principale sforzo era alla Maddalena.
I repubblicani carcerarono come ostaggi alcuni sospetti, e condussero in
castel Nuovo, ed in Castel dell'Uovo un fratello del cardinale, ed i
parenti degli ufficiali dell'esercito regio. Passarono per le armi i
fratelli Bacher con quattro lazzaroni mescolati in congiure. Poi partiti
in tre schiere se ne givano contro Ruffo. Writz gli conduceva alla
Maddalena, Bassetta a Forìa, Serra a Capodimonte. Caracciolo con le navi
sottili accostatosi al lido, batteva di fianco le genti del re.
Animavansi con vicendevoli conforti l'un l'altro: quella essere l'ultima
fatica loro, o morte, o vittoria; dover lasciare un testimonio al mondo
di quanto possa la virtù, che vuole la libertà; vita di servi non esser
vita; non esser morte lo scampare dalla servitù; e se dai fati contrarj
era fisso, che l'opera loro non potesse più giovare alla libertà ed alla
patria, gioverebbe almeno la memoria. Con queste voci diedero dentro ai
regj: sorse una furiosissima zuffa alla Maddalena: repubblicani e regj
eleggevano piuttosto il morire, che il cedere. Dalla parte dei primi
Luigi Serio, vecchio di sessant'anni, combattendo nella prima fronte con
un suo nipote, e con una gioventù indomita, che animava con l'esempio e
coi conforti, fu morto, e con lui il nipote ed i giovani. Writz,
Svizzero, valorosamente travagliandosi con tutte le sue forze in pro
dell'adottiva patria, ora qual generale comandando, ed ora qual soldato
combattendo, faceva dubbia la vittoria. Finalmente ferito di piaga
mortale, e portato in castel Nuovo, quivi mandava fuori l'ultimo
spirito.
I repubblicani, massimamente quei Calabresi inferociti, non punto
sbigottitisi alla morte del loro prode e fedele capitano, continuavano a
menar le mani, ed a tener lontani dalle dilette mura le genti regie. Dal
canto loro Bassetta e Serra ottimamente facevano il debito loro. Non
inclinava ancora la sorte da alcun lato, perchè prevalevano i
repubblicani di rabbia, ed avevano il vantaggio del luogo: i regj
sopravanzavano di numero, e di truppe regolari. Mentre così stava dubbia
la lance, ecco sorgere grida di _viva il re_ alle spalle dei democrati.
Erano una moltitudine di lazzaroni, che stimolati dai partigiani del
governo regio, si levarono a romore. Rivoltaronsi addosso a loro i
repubblicani, e gli ammazzarono tutti. Ma Ruffo, usando l'occasione che
gli si era aperta, perchè i nemici assaliti alle terga avevano rimesso
dalle difese, entrava per viva forza, ed inondava la città, solo a lui
contrastando quei Calabresi indomabili. Quivi il raccontare le cose che
seguirono, parrà certamente impossibile, se si farà a considerare quella
rabbia immensa, le ingiurie fatte, il sangue sparso, il sangue caldo, la
natura estrema di quei popoli, l'immanità della più parte dei
combattenti, da nissuna civiltà temperata. Primieramente, il castello
del Carmine, che domandava i patti, fu preso per assalto, e tutto il
presidio senza pietà passato a fil di spada. Carnificina più grande e
più orribile si faceva per le contrade. Vi si uccidevano gli uomini a
caccia per diletto, come se fossero stati fiere; nè età, nè sesso, nè
condizione, nè grado si risparmiavano. Uccidevansi i repubblicani per
odio pubblico, i non repubblicani per odio privato; nè quei carnefici si
contentavano di uccidere, che ancora volevano tormentare. Varj erano i
generi delle morti: il ricco ammazzato sugli atrj de' suoi palazzi, il
povero sulle scalee, e sulle porte delle chiese: chi era lacerato,
vivente ancora, a brani a brani, chi strangolato, chi arso. Ardevano qua
e là orribili roghi, e gli uomini gettati a furia dentro, vi si
abbruciavano. Godevano i barbari, a guisa di veri cannibali, e facevano
le loro tresche, le loro grida, le loro danze festevoli intorno. Un
prete venuto con Ruffo, si vantava di aver mangiato carni di
repubblicani abbrustolite. Si spargeva voce ad arte da coloro che si
dilettavano degli oltraggi e del sangue, che i repubblicani avevano sui
corpi loro stampata l'immagine della libertà. Per questo, prima di
uccidergli, i meno impetuosi all'ammazzare, gli spogliavano, e così
spogliati in mezzo agl'improperj ed alle battiture gli conducevano per
la città. Donne virtuose e pudiche, e pel grado loro ragguardevolissime,
furono barbaramente e fra gli scherni di una ignobil plebe condotte a
questo supplizio, in cui il manco era il dolore del corpo. Vedeva Ruffo
queste cose, e non volle o non potè frenarle. Cercavano e chi era reo, e
chi era innocente di repubblica, scampo a furore tanto barbaro. Chi
fuggiva in abito di donna, e questo ancora nol salvava; chi fuggiva
sotto cenci da lazzarone, e non si salvava. Ma quelli, a cui la fortuna
aveva aperto uno scampo per le contrade, gliel toglieva per le case;
conciossiachè i padroni ne gli cacciavano, sapendo, che se gli
ricettassero, le case loro sarebbero saccheggiate ed incese, ed essi
uccisi. Vidersi fratelli chiuder le porte ai fratelli, spose a sposi,
padri a figliuoli. Fuvvi un padre, il quale per dimostrare il suo amore
pel re, scoperse, e diè in mano il proprio figliuolo alla furibonda
plebe, comperando in tal modo la salute propria col sangue della sua
creatura. Risospinti dalle case i miseri perseguitati si nascondevano
nelle fogne, donde di notte tempo e di soppiatto uscivano, cacciati
dalla fame e dalla puzza. Se ne accorsero i lazzaroni; si mettevano in
agguato alle bocche, come se aspettassero fiere al varco, e quanti
uscivano, tanti ammazzavano. Felice chi moriva senza tormenti. Come se
la ferocia di quella plebe senza freno avesse bisogno di maggiore
stimolo, le si fe' credere, che i repubblicani avessero risoluto
d'impiccare, se avessero potuto, la sera del giorno precedente tutti i
lazzaroni. Fu olio a fiamma. Cercarono diligentemente in tutte le case;
e sfortunata quella, in cui fosse rinvenuta o corda, o spago, o simili:
dicevano, essere i capestri apprestati; onde senz'altro dire
tormentavano, saccheggiavano, uccidevano. Un Cristoforo macellaro, che
per uso del suo mestiere aveva corde in casa, fu straziato con orribili
tormenti, poi la sua testa tronca portata a dileggio di popolo sopra la
punta di una bajonetta per la città: l'avevano cinta tutta di corde, e
gridavano, esser miracolo di sant'Antonio (correva appunto la festa di
questo santo) perchè si era dato voce, che il santo fosse stato quello,
che avesse rivelato a scampo dei lazzaroni il tradimento dei capestri.
Dichiararono sant'Antonio protettore di Napoli, e degradarono san
Gennaro come giacobino, e protettor di giacobini. Pensi il lettore quale
immagine di città fosse quella, in cui una plebe barbara correva per le
contrade e per le case, mescolando gli scherni alle crudeltà, ed in cui
si ardevano uomini vivi, e le carni loro si mangiavano. Qualche
consolazione arreca all'animo sconfortato dal vedermi un volto simile a
quello di queste fiere, il pensare che atti generosi sorsero in mezzo a
tale desolazione; perchè non mancarono padroni di casa che a pericolo
degli averi e delle persone loro scamparono da morte le vittime
destinate. Durò lo stato orribile due giorni. Infine si risolvè il
cardinale, o perchè la umanità finalmente il movesse, o perchè volesse
attendere all'assedio del castelli, fazione impossibile a tentarsi in
tanto scompiglio, a frenare il furore dei suoi; Napoli atterrita per le
morti, diventò lagrimosa pei morti.
Restavano ad espugnarsi i castelli, a questa espugnazione applicò
l'animo il cardinale, piantò una batterìa nella contrada di Toledo per
battere i repubblicani, che avevano un alloggiamento a San Ferdinando,
una all'Immacolata per battere castel Nuovo, ed una terza alla punta di
Posilippo per battere quel dell'Uovo, che sebbene sia poco altro che una
vecchia casa a guisa di fortezza, è di gran momento pel suo sito;
perciocchè chi ne è padrone può battere con vantaggio, ed impadronirsi
di castel Nuovo. Veduto il pericolo, i repubblicani che erano dentro a
castel dell'Uovo si accordavano con quelli di castel Nuovo, e di
Sant'Elmo per fare tutti uniti una fazione notturna contro la batterìa
di Posilippo. Accozzavansi le due colonne uscite da castel Nuovo e da
castel dell'Uovo, ma quando giunsero alla strada che salendo mette a
Sant'Elmo, scambiarono in mezzo all'oscurità della notte per nemici
quella dei loro compagni, che scendeva della fortezza. Si diè mano da
ambe le parti al trarre, furonvi parecchi morti di qualità dalle due
bande: ciò fu cagione di molto spavento. Finalmente riconosciutisi gli
amici con gli amici, e riunitisi, e ripreso animo, se ne andarono con
incredibile audacia alla fazione. Tanto fu l'ardire e la prestezza loro,
che uccise le guardie, e sopraggiungendo improvvisi alla batterìa, la
presero, arsero i carretti, chiodarono i cannoni, e tornarono sani e
salvi ad incastellarsi. Le truppe di Ruffo sorprese, e spaventate a sì
inopinato accidente, si davano alla fuga; già il cardinale aveva messo
all'ordine i carri, e la sua carrozza stessa per andarsene. Ma accortosi
della pochezza del nemico, e che i repubblicani già si erano riparati ai
castelli, se ne rimase, continuando nell'opera dell'espugnazione. Dalla
parte loro i repubblicani conobbero, che stante il numero soprabbondante
dei nemici che gli combattevano, e le popolazioni contrarie, niuna
speranza rimaneva loro della vittoria. Perciò consultarono fra di loro,
se dovessero tentar la fuga con aprirsi con le armi in mano il varco fra
i nemici. Un Renzi, vecchio ufficiale di molto valore, e il principe de
Gennaro altro ufficiale di gran cuore, che s'apparteneva ancor esso alla
truppa assoldata, opinava pel tentativo. Una contraria sentenza
manifestarono altri, o meno confidenti nella impresa loro, o più nella
clemenza del vincitore. Con questi assentiva massimamente Ignazio Ciaja,
che solito ad abbellire colla innocente e placida fantasia tutte le
umane cose, abbelliva ancora quell'estrema sventura. A costoro non
sofferiva l'animo il lasciar fra le mani di un nemico crudele i vecchi,
le donne, ed i fanciulli, che avevano in sì lagrimevol caso seguitato la
fortuna loro. Prevalse la opinione di questi ultimi, nè si fece più
motivo alcuno per iscampare: solo attesero, il meglio che poterono, alla
difesa dei castelli, ed a star pazienti ad aspettare che cosa portassero
i fati a salute od a rovina loro.