II.

Giulio e Marcella sono sempre nella grande sala intenti al lavoro,

nulla è mutato intorno ad essi, ma non sembrano più quelli di prima.

Il professore pare ringiovanito, si muove in fretta, i suoi occhi

mandano lampi attraverso le lenti degli occhiali, lavora, lavora per

terminar presto e pensare poi al matrimonio.

Marcella è più pronta ad apprestare i vetri e porgerli al compagno, ha

i movimenti più rapidi, la faccia sorridente, e malgrado il caldo si

sentono entrambi dominati dalla febbre del lavoro.

In qualche momento di sosta, Grimani ha delle distrazioni, come non ha

avuto mai, si sorprende ad osservare i capelli dorati che incorniciano

la fronte di Marcella come un'aureola e li trova più interessanti

dei microbi che attendono sotto le lenti del microscopio. Egli che

non aveva mai pensato alla donna che come ad un animale grazioso ed

inutile, confessa d'essersi ingannato e lo trova, invece, l'essere più

bello della terra, che merita d'esser studiato, non solo nell'apparenza

esteriore, ma nella parte più misteriosa del suo spirito; soltanto in

quel momento capiva che esiste al mondo qualche cosa all'infuori dello

studio e della scienza, capace di produrre delle sensazioni sconosciute

e di dare all'organismo un senso di ebbrezza delizioso.

Avrebbe voluto far qualche cosa per la fanciulla modesta e devota che

viveva rinchiusa nel cupo laboratorio, lo aiutava nei lavori faticosi,

ne prendeva per sè la parte più uggiosa, lasciando a lui tutta la

gloria.

Qualche momento, stanchi dall'intenso lavoro e dal caldo opprimente, si

alzavano e tenendosi per mano andavano girando per le sale del palazzo.

—Andiamo a vedere,—diceva il professore,—bisognerà ben riordinare la

vecchia casa perchè sia degna d'accogliere la giovane sposa.

Marcella rispondeva sorridendo.

—Le vecchie case sono sacre, serbano l'impronta delle generazioni che

ci hanno preceduto, e mi sembrano più ospitali. Ma noi abbiamo bisogni

e gusti diversi dai nostri antenati,—diceva Grimani.

Traversavano androni cupi dove si ripercuoteva l'eco dei loro passi,

sale abbandonate, dalle vôlte delle quali pendevano le ragnatele, si

soffermavano davanti alle pareti adorne di affreschi mezzo scrostati

dal tempo che rivelavano qualche maestro del rinascimento.

—Non vedi che disordine,—disse un giorno Giulio,—bisognerà ritoccar

tutto.

—Sarebbe una profanazione,—rispose Marcella,—e poi a che cosa

servirebbero queste immense sale? si chiude tutto, il laboratorio sarà

il nostro regno.

Poi andarono nella parte più abitata della casa e Marcella destinò una

grande camera con alcova per camera da letto, un'altra coi palchetti di

legno scolpito per camera da pranzo e:

—Qui,—disse entrando in un gabinetto pieno d'aria e di sole,—metterò

i miei libri, i miei amici fedeli.

—E il salotto da ricevere?—chiese il professore.

Marcella si mise a ridere.

Chi mai doveva ricevere? E poi non bastava il suo studiolo?

Si rimettevano al lavoro, riposati da quella corsa attraverso la casa

e ogni tanto l'interrompevano per parlare della loro vita passata.

Il professore diceva che la sua aspirazione era sempre stata di

scrutare i misteri della natura, aveva dovuto lottare col padre che

desiderava si fosse dedicato all'industria come suo fratello Paolo, il

quale si era arricchito e viveva a Milano con un figliuolo, unica sua

consolazione dopo che era rimasto vedovo.

—È stato tanto contento quando ha inteso del mio

matrimonio,—disse.—Era il suo desiderio che venisse una giovane sposa

a popolare la vecchia casa paterna.

Marcella invece gli narrava le lotte per poter applicarsi agli studii

pei quali tutte le donne avevano trovato tante ostilità, prima in

famiglia e poi a scuola; e lei rimasta padrona di sè vi si era

attaccata come ad un rifugio per non pensare alla sua vita triste e

solitaria.

—Guai se non avesse trovato un valido aiuto nel suo

maestro,—soggiunse guardando il professore.

Ogni tanto egli le chiedeva se non era pentita d'averlo accettato per

compagno della vita.

Ed essa gli diceva che era così felice che non poteva ancora credere a

tanta fortuna.

Era stato come un raggio di sole, nella sua vita, unirsi all'uomo che

riguardava con tanta riverenza, al suo professore: come avrebbe voluto

aiutarlo, come si sentiva di amarlo!

Poi parlarono dell'avvenire: dovevano sposarsi tranquillamente, senza

far rumore, e dar spettacolo agli indifferenti: prima sarebbero

andati in qualche angolo tranquillo e solitario in mezzo alla natura

selvaggia, poi in riva al mare dove la notte si vede illuminata da

animali fosforescenti; dovevano nei primi tempi del loro matrimonio

dare il bando agli insetti schifosi come le mosche e dedicarsi

all'osservazione degli animali luminosi, doveva essere un periodo

fosforescente anche nei loro studî.

Ogni giorno si rassomigliava in quel periodo, ma erano tanto contenti,

e l'ora del tramonto li sorprendeva sempre negli stessi lieti propositi

per l'avvenire.

Verso il mistero: Novelle · 第 37 / 52 题