Giulio e Marcella sono sempre nella grande sala intenti al lavoro,
nulla è mutato intorno ad essi, ma non sembrano più quelli di prima.
Il professore pare ringiovanito, si muove in fretta, i suoi occhi
mandano lampi attraverso le lenti degli occhiali, lavora, lavora per
terminar presto e pensare poi al matrimonio.
Marcella è più pronta ad apprestare i vetri e porgerli al compagno, ha
i movimenti più rapidi, la faccia sorridente, e malgrado il caldo si
sentono entrambi dominati dalla febbre del lavoro.
In qualche momento di sosta, Grimani ha delle distrazioni, come non ha
avuto mai, si sorprende ad osservare i capelli dorati che incorniciano
la fronte di Marcella come un'aureola e li trova più interessanti
dei microbi che attendono sotto le lenti del microscopio. Egli che
non aveva mai pensato alla donna che come ad un animale grazioso ed
inutile, confessa d'essersi ingannato e lo trova, invece, l'essere più
bello della terra, che merita d'esser studiato, non solo nell'apparenza
esteriore, ma nella parte più misteriosa del suo spirito; soltanto in
quel momento capiva che esiste al mondo qualche cosa all'infuori dello
studio e della scienza, capace di produrre delle sensazioni sconosciute
e di dare all'organismo un senso di ebbrezza delizioso.
Avrebbe voluto far qualche cosa per la fanciulla modesta e devota che
viveva rinchiusa nel cupo laboratorio, lo aiutava nei lavori faticosi,
ne prendeva per sè la parte più uggiosa, lasciando a lui tutta la
gloria.
Qualche momento, stanchi dall'intenso lavoro e dal caldo opprimente, si
alzavano e tenendosi per mano andavano girando per le sale del palazzo.
—Andiamo a vedere,—diceva il professore,—bisognerà ben riordinare la
vecchia casa perchè sia degna d'accogliere la giovane sposa.
Marcella rispondeva sorridendo.
—Le vecchie case sono sacre, serbano l'impronta delle generazioni che
ci hanno preceduto, e mi sembrano più ospitali. Ma noi abbiamo bisogni
e gusti diversi dai nostri antenati,—diceva Grimani.
Traversavano androni cupi dove si ripercuoteva l'eco dei loro passi,
sale abbandonate, dalle vôlte delle quali pendevano le ragnatele, si
soffermavano davanti alle pareti adorne di affreschi mezzo scrostati
dal tempo che rivelavano qualche maestro del rinascimento.
—Non vedi che disordine,—disse un giorno Giulio,—bisognerà ritoccar
tutto.
—Sarebbe una profanazione,—rispose Marcella,—e poi a che cosa
servirebbero queste immense sale? si chiude tutto, il laboratorio sarà
il nostro regno.
Poi andarono nella parte più abitata della casa e Marcella destinò una
grande camera con alcova per camera da letto, un'altra coi palchetti di
legno scolpito per camera da pranzo e:
—Qui,—disse entrando in un gabinetto pieno d'aria e di sole,—metterò
i miei libri, i miei amici fedeli.
—E il salotto da ricevere?—chiese il professore.
Marcella si mise a ridere.
Chi mai doveva ricevere? E poi non bastava il suo studiolo?
Si rimettevano al lavoro, riposati da quella corsa attraverso la casa
e ogni tanto l'interrompevano per parlare della loro vita passata.
Il professore diceva che la sua aspirazione era sempre stata di
scrutare i misteri della natura, aveva dovuto lottare col padre che
desiderava si fosse dedicato all'industria come suo fratello Paolo, il
quale si era arricchito e viveva a Milano con un figliuolo, unica sua
consolazione dopo che era rimasto vedovo.
—È stato tanto contento quando ha inteso del mio
matrimonio,—disse.—Era il suo desiderio che venisse una giovane sposa
a popolare la vecchia casa paterna.
Marcella invece gli narrava le lotte per poter applicarsi agli studii
pei quali tutte le donne avevano trovato tante ostilità, prima in
famiglia e poi a scuola; e lei rimasta padrona di sè vi si era
attaccata come ad un rifugio per non pensare alla sua vita triste e
solitaria.
—Guai se non avesse trovato un valido aiuto nel suo
maestro,—soggiunse guardando il professore.
Ogni tanto egli le chiedeva se non era pentita d'averlo accettato per
compagno della vita.
Ed essa gli diceva che era così felice che non poteva ancora credere a
tanta fortuna.
Era stato come un raggio di sole, nella sua vita, unirsi all'uomo che
riguardava con tanta riverenza, al suo professore: come avrebbe voluto
aiutarlo, come si sentiva di amarlo!
Poi parlarono dell'avvenire: dovevano sposarsi tranquillamente, senza
far rumore, e dar spettacolo agli indifferenti: prima sarebbero
andati in qualche angolo tranquillo e solitario in mezzo alla natura
selvaggia, poi in riva al mare dove la notte si vede illuminata da
animali fosforescenti; dovevano nei primi tempi del loro matrimonio
dare il bando agli insetti schifosi come le mosche e dedicarsi
all'osservazione degli animali luminosi, doveva essere un periodo
fosforescente anche nei loro studî.
Ogni giorno si rassomigliava in quel periodo, ma erano tanto contenti,
e l'ora del tramonto li sorprendeva sempre negli stessi lieti propositi
per l'avvenire.