In quella giornata afosa di luglio l'antico palazzo Grimani situato
in una delle vie meno frequentate di Vicenza, pareva deserto e
addormentato.
Le finestre che davano sulla strada erano chiuse ermeticamente, l'erba
cresceva tra i sassi nel vasto cortile, nel giardino abbandonato le
piante piegavano i rami avvizziti e la fontana di marmo annerita dal
tempo non mandava più un filo d'acqua, come se la sorgente fosse
rimasta esausta per sempre.
Soltanto quattro finestre al primo piano verso il giardino, aperte
e riparate da tende color ruggine, mostravano che il palazzo non era
del tutto disabitato. Difatti in una vasta sala, ridotta ad uso di
laboratorio, il professore Giulio Grimani osservava attentamente un
oggetto posto sotto alla lente di un microscopio.
Accanto a lui una bella fanciulla, Marcella Montecchi, laureata in
scienze naturali, era intenta a togliere con uno spillo i visceri di
alcune mosche; li schiacciava fra due piccoli pezzi di vetro e li
porgeva man mano da esaminare al professore.
Una pace tranquilla regnava in quell'ambiente; intorno alle pareti
alcuni ritratti d'uomini d'altri tempi risaltavano come bianchi
spettri sopra un fondo cupo; se avessero potuto rivivere, si sarebbero
meravigliati di vedere due grandi tavole piene di arnesi sconosciuti
e la sala dove solevano ricevere principi e cavalieri, mutata in un
laboratorio da alchimista, e sarebbero stati imbarazzati di spiegare a
che cosa dovesse servire il lavoro della bella fanciulla che continuava
a porgere al professore i vetri preparati per l'esame, movendosi
lentamente, in quell'atmosfera calda e snervante.
Quando il professore avea terminato di osservare un oggetto, scriveva
alcune note sopra un quaderno e si rimetteva al lavoro in silenzio,
immerso nei suoi pensieri.
Pensava appunto quanto Marcella gli fosse stata utile dopo che era
entrata nella sua vita, come assistente. Si rammentava, ch'egli non
aveva veduto molto volontieri la donna introdursi nell'Università
credendola un essere frivolo e poco adatto a seri studii, e sul
principio anche con Marcella era stato severo come tutti i suoi
colleghi, ma poi, essa avea studiato con tanto amore e con tanta
intelligenza tutti quegli anni, s'era presentata agli esami un po'
pallida e affaticata pel lungo lavoro, ma agguerrita, sicura di sè, con
idee chiare e precise, con risposte pronte che mostravano il suo studio
non esser stato superficiale, ma che avea approfondito ogni materia, e
ne rimase tanto sorpreso, che per quanto i colleghi volessero essere
ingiusti per impedire alla donna d'invadere le carriere riservate
agli uomini, piegandosi all'evidenza spezzò una lancia a favore della
nuova dottoressa e non solo fu approvata a pieni voti, ma avendogli il
governo concesso di scegliere fra i laureati un assistente per i suoi
lavori tanto utili alla scienza e all'umanità, aveva nominato Marcella,
trovandola la più meritevole d'esser preferita.
Ed ora sentiva che l'aiuto della fanciulla gli era necessario, ed essa
era orgogliosa d'esser utile al suo professore e maestro, a quello che
aveva sempre riguardato come un essere superiore; era persuasa di aver
imparato assai più nei pochi mesi che frequentava il suo laboratorio,
che in tutti gli anni passati all'Università e provava una stretta
al cuore, pensando che fra pochi giorni il professore sarebbe andato
lontano in cerca di nuovi materiali per i suoi esperimenti, ed essa,
per trovare un posto d'insegnante o d'assistente, avrebbe dovuto
lottare contro il pregiudizio di coloro che non vogliono incoraggiare
la donna a dedicarsi ad occupazioni intellettuali fuori dell'ambiente
domestico, oppure ritirarsi sulla montagna in una casetta lasciatale
dalla madre, dove avrebbe trovato un vuoto intorno a sè, e priva delle
lezioni del suo maestro la sua intelligenza si sarebbe arrugginita, e
scoraggiata ed avvilita sarebbe stata molto infelice.
Immersa in questi pensieri sentiva come un peso sul cuore, e in quel
silenzio le uscì dal petto quasi suo malgrado un profondo sospiro.
Il professore interruppe il lavoro e:
—Siete stanca,—le chiese.
Marcella fece cenno di no col capo.
—Avete dunque pensieri tristi, alla vostra età?
—Sì,—rispose,—penso che tutto finisce e dopo tanti mesi, un lavoro
piacevole e tanto utile sarà interrotto per non essere forse ripreso
mai più.
—E perchè?—disse Grimani;—avete così tristi presagi? Ora bisogna
terminare il nostro lavoro sulle mosche e provare come esse siano il
veicolo di tutte le malattie infettive che travagliano l'umanità.
—E poi vengono le vacanze e andrete lontano a raccogliere nuovi
materiali per lo studio.
—Senza di voi!—esclamò Grimani,—è impossibile; ho bisogno di aiuto,
mi avete abituato male, non ho più pazienza per certe minuzie.
Infatti Marcella era diventata il suo braccio destro, nessun assistente
aveva saputo essergli tanto utile come quella fanciulla modesta e
paziente, che una volta entrata nel suo laboratorio aveva preso per
sè la parte più noiosa; lavoratrice infaticabile, lo seguiva nelle
ricerche con ansietà, s'immedesimava del pensiero di lui, capiva a
volo quello che desiderava, pronta a servirlo, a rendergli facili gli
esperimenti provando, riprovando, quando non riuscivano subito. Egli
sentiva che aveva bisogno di lei come dell'aria che respirava.
Vi fu qualche minuto di silenzio. Marcella porgeva i vetrini al
professore ed egli li osservava al microscopio macchinalmente, ma i
loro pensieri erano lontani dal lavoro.
Dopo qualche minuto di silenzio, Marcella disse:
—E l'anno venturo avrà ancora bisogno di me?
—Ma certo, sempre, non posso fare da solo, sono stanco, mi sento
vecchio,—e sì dicendo si staccò dal microscopio e si lasciò cadere con
abbandono sulla poltrona che stava dietro a lui.
Marcella lo guardò coi suoi occhi sereni e penetranti, e non disse
nulla.
—Non so che cosa succeda in me,—riprese il professore,—ma mi sento
nervoso, ho le idee confuse ed io che voglio trovare la ragione di
tutte le cose, che pretendo d'indagare i misteri della natura, non
capisco più me stesso e sono avvilito.
—Lavora troppo,—disse Marcella,—questo caldo snerva. Ha bisogno di
riposo.
—Sì, sì, riposerò, dirò addio ai miei esperimenti, andrò lontano,
ma non solo; partiremo assieme,—soggiunse il professore con accento
risoluto.
Marcella non disse nulla e alzò gli occhi increduli.
—Che c'è di male?—riprese il professore,—è una cosa tanto
straordinaria viaggiare col proprio assistente?
—Non sarebbe una cosa nuova, ma è impossibile,—disse Marcella.—Fuori
del laboratorio, non sono che una donna, bersaglio alle chiacchiere ed
ai pregiudizii del mondo.
—Il mondo, il mondo,—borbottò Grimani,—c'è un modo di accomodare
ogni cosa,—disse battendo le mani come se avesse fatto una scoperta
interessante,—sposiamoci.
Marcella gli diede un'occhiata, si fece rossa in volto e non rispose.
—Non è una cosa possibile?—riprese il professore,—sono forse troppo
vecchio?
La fanciulla lo guardò bene in faccia, poi disse corrucciata:
—È un brutto scherzo; vi burlate di me.
—Parlo sul serio,—soggiunse con forza il professore,—sapete; non
so far tanti preamboli, e parlo come penso, francamente. Finora non
mi sono occupato che della scienza, temevo che una donna nella mia
vita potesse distrarmi dallo studio, ma con voi è differente, anzi è
tutto l'opposto, io ho bisogno del vostro aiuto, noi ci completiamo e
non possiamo viver lontani. Qualche minuto fa, quando si parlava di
separarci, ho sentito quanto voi mi siete necessaria, ed ho osato dirvi
il mio pensiero. Perchè imporsi una sofferenza, un sacrificio, quando
è così facile trovare il rimedio?
Grimani fece tutto questo discorso senza guardare in faccia Marcella,
la quale se ne stava confusa tremante senza fiato e senza parole per
rispondere.
Il professore soggiunse guardandola timidamente:
—È una proposta assurda che vi ho fatta; sono pazzo, non è vero,
pensare a certe cose alla mia età? Se è così, non parliamone più.
—È che sono sorpresa, confusa,—disse la fanciulla con un filo di
voce.—Io che v'ho riguardato sempre come mio maestro tanto superiore
a me e a tutti, che ho vissuto tutto questo tempo in ammirazione del
vostro ingegno, mi par di sognare, ma sarebbe vero? Come avete potuto
fissare la vostra attenzione sopra di me, povera fanciulla, microbo
invisibile? Sarebbe una fortuna insperata; non può essere.
—Siete troppo modesta, mia cara; venite qui vicino a me e ragioniamo;
prima di tutto non disprezzate i microbi che sono il soggetto dei
nostri studii e che per tanti mesi furono l'argomento dei nostri
discorsi, ma guardatemi in faccia, non sono troppo vecchio per pensare
a certe cose?
—Vecchio! non me ne sono mai accorta!
—Ho trentotto anni.
Marcella diede in una sonora risata e disse:
—Un uomo a trentott'anni è molto giovane.
—E non ti troverai a disagio con un professore che vive coi suoi libri
e il microscopio?
—E questa non è pure la mia vita?—disse Marcella,—ma sarebbe troppa
felicità, non ne sono degna.
E chinò il capo confusa.
Il professore la trasse vicino a sè come per proteggerla e soggiunse:
—Io non so dire tutte quelle cose che piacciono alle donne, non ho
avuto tempo d'impararle, ma sento che il tuo aiuto mi è necessario e
procurerò di farti felice.
Marcella a quelle parole si sentì commuovere e quando potè parlare
disse come in quei giorni era stata tanto infelice, perchè pensava
ch'egli sarebbe andato lontano, e in mezzo ai trionfi si sarebbe
dimenticato di lei, ed ora il mondo le pareva mutato, si sentiva rapita
come in un bel sogno e temeva di destarsi.
Ma la voce di Grimani la rassicurava parlandole sommesso come se fosse
stato in chiesa, le diceva che bisognava far presto, egli non voleva
far la commedia del fidanzato, gli pareva ridicola, tutto dovea esser
semplice, naturale come la loro vita.
Ed essa si cullava al suono di quella voce, che le andava diritta
al cuore, e nel tepore di quel pomeriggio di luglio, nella sala
silenziosa, le pareva di sentire un languore delizioso come se fosse
trasportata su su in cielo da una schiera di angeli. Avrebbe voluto
che quella giornata non avesse più fine, ma la terra segue imperterrita
il suo cammino, non curando il desiderio dei suoi abitanti e già il
sole sembrava spegnersi dietro le colline e l'ombra invadeva ogni cosa.
Marcella si riscosse, si alzò e disse:
—È tardi, bisogna andare, mia cugina m'aspetta, domani verrò più
presto.
Il professore non voleva lasciare la mano che teneva imprigionata nella
sua.
—Dunque sì?—le disse.
Essa alzò gli occhi, chinò il capo arrossendo, e fuggì via lasciando il
professore che la seguì collo sguardo, contento d'essersi tolto il peso
che l'opprimeva da tanti giorni e assicuratasi la compagnia di quella
fanciulla che era divenuta necessaria alla sua esistenza.