Il matrimonio avvenne come avevano destinato: senza feste, senza
inviti, accompagnati soltanto dalla folla degli indifferenti; andarono
a nascondere la loro felicità in mezzo alla natura selvaggia, e il
palazzo Grimani rimase chiuso e completamente disabitato.
Vissero, per molti giorni, una vita di sogno. Il professore dimenticava
le aspirazioni scientifiche, nella gioia di possedere quella fanciulla
buona, intelligente e bella, colle guance rosee e gli occhi neri
espressivi, ch'egli non si saziava mai di contemplare.
Non avrebbe mai pensato di poter dimenticare i suoi studii prediletti
per i begli occhi di una fanciulla, e n'era sorpreso.
Marcella invece aveva paura della sua felicità, diceva di sentirsi
tanto contenta, temeva che il cuore le scoppiasse per la gioia.
—È troppo, è troppo!—esclamava;—temo di morirne.
Abituati ad osservar tutto con intendimenti scientifici, si studiavano
a vicenda, procuravano di scoprire il mistero che li aveva uniti quasi
inconsapevolmente.
—Peccato che non possiamo esaminare col microscopio quello che avviene
nel misterioso laboratorio che è il cervello umano,—diceva Marcella.
—È meglio così,—rispondeva il professore;—il mistero è quello che
attrae e affascina, analizzare e conoscere i nostri sentimenti non ci
renderebbe più lieti.
—E se non si potesse continuare ad amarci così intensamente!
L'avvenire mi spaventa,—diceva Marcella,—mi par di vivere in mezzo
ad una luce abbagliante, che appunto perchè troppo radiosa, si possa
spegnere da un momento all'altro.
—Sta in noi di tenerla sempre accesa,—non pensiamo all'avvenire che
è nelle mani del destino, come non dobbiamo curarci della gente che ci
circonda.
E così passavano quelle giornate indimenticabili sempre assieme facendo
delle lunghe passeggiate, arrampicandosi sui monti, attraversando
ghiacciai, rallegrandosi di ogni difficoltà vinta, d'ogni nuovo
sentiero scoperto, correndo talvolta come scolaretti in vacanza sulle
chine erbose dei monti, ridendo di loro stessi, non riconoscendosi
in quella nuova vita giovanile che, repressa dalla serietà dei loro
studii, scaturiva baldanzosa come limpida fonte alla quale sia stato
tolto ogni impedimento.
E si dilettavano in quella vita che avevano riguardata un tempo come
frivola, dimenticando tutto, nel timore che dovesse un giorno o l'altro
finire.
—Eppure dovremo riprendere i nostri lavori,—disse un giorno il
professore.
—Peccato!—rispose Marcella.
Ma intanto il tempo passava e non si risolvevano mai a rompere
l'incanto di quelle giornate. Ci volle una bufera di neve a spingerli
a lasciare le alte cime e ad avviarsi più giù in riva al mare.
Andarono a Napoli e in Sicilia: la temperatura calda, la luce
abbagliante del mare azzurro diede loro un nuovo godimento; di giorno
ammiravano la instabile superficie delle onde, le vele candide, i
bastimenti formidabili; la notte si lasciavano cullare in canotto
sull'onde increspate, dove l'ombra era più profonda ed osservavano la
fosforescenza del mare che pareva illuminato per far loro festa.
Era una scìa luminosa che seguiva il solco del canotto, erano striscie
che scendevano dai remi quali frangie d'oro o d'argento.
Marcella che vedeva quello spettacolo per la prima volta, ne era
entusiasta ed ogni sera voleva goderlo nuovamente senza esserne mai
sazia.
Una volta il remo andò ad urtare in una massa d'alghe marine e di pesci
ed il mare divenne in un istante tanto infocato come se il sole si
fosse immerso nelle onde tenebrose.
Marcella era in estasi; e il professore disse non esser vero che
regni l'oscurità in fondo al mare, chè mille animali pieni di luce
lo irradiano e molte sostanze fosforescenti lo inondano di raggi e
scintille.
Egli che da tanto tempo desiderava studiare la fosforescenza del mare,
da quelle passeggiate ne riportò come una suggestione e sentì sorgere
nel suo spirito una volontà irresistibile di rimettersi al lavoro.
Ecco perchè una sera portarono all'albergo una bottiglia riempita di
quell'acqua luminosa, e quando furono nella loro camera, tolsero dalla
valigia il microscopio che aveva riposato sempre durante il viaggio,
Marcella preparò i vetri con gocce d'acqua marina, e subito si misero
ad osservare prima l'uno e poi l'altra lo spettacolo nuovo.
Scrutarono attentamente attraverso le lenti, poi si guardarono in
faccia sorpresi.
Era possibile che tutto quello splendore venisse da animali in
putrefazione?
Eppure era evidente, il professore lo sapeva, altri avevano studiato
quel fenomeno prima di lui, ma egli voleva liberare quei microbi dai
fermenti che li producevano e poi studiare la luminosità degli esseri
che guizzano nelle acque del mare.
Ma in quella stanza ingombra erano troppo a disagio; bisognava
decidersi a partire. Tutto a un tratto erasi ridestato in loro il
desiderio di rimettersi al lavoro, e subito si diedero a preparare i
materiali di studio; ordinarono venissero loro spedite ceste piene
di pesci e molluschi, acquarii per poter avere vivi una varietà di
animali luminosi, raccomandò che li pescassero la notte per scegliere
i più risplendenti, e fecero le valigie allegramente pensando alla
ripresa dei loro esperimenti e alla gioia di esaminare quelli esseri
illuminanti i profondi abissi del mare: così avrebbero potuto rivivere
a casa loro quelle gite notturne, quelle giornate incantevoli.