III.

Il matrimonio avvenne come avevano destinato: senza feste, senza

inviti, accompagnati soltanto dalla folla degli indifferenti; andarono

a nascondere la loro felicità in mezzo alla natura selvaggia, e il

palazzo Grimani rimase chiuso e completamente disabitato.

Vissero, per molti giorni, una vita di sogno. Il professore dimenticava

le aspirazioni scientifiche, nella gioia di possedere quella fanciulla

buona, intelligente e bella, colle guance rosee e gli occhi neri

espressivi, ch'egli non si saziava mai di contemplare.

Non avrebbe mai pensato di poter dimenticare i suoi studii prediletti

per i begli occhi di una fanciulla, e n'era sorpreso.

Marcella invece aveva paura della sua felicità, diceva di sentirsi

tanto contenta, temeva che il cuore le scoppiasse per la gioia.

—È troppo, è troppo!—esclamava;—temo di morirne.

Abituati ad osservar tutto con intendimenti scientifici, si studiavano

a vicenda, procuravano di scoprire il mistero che li aveva uniti quasi

inconsapevolmente.

—Peccato che non possiamo esaminare col microscopio quello che avviene

nel misterioso laboratorio che è il cervello umano,—diceva Marcella.

—È meglio così,—rispondeva il professore;—il mistero è quello che

attrae e affascina, analizzare e conoscere i nostri sentimenti non ci

renderebbe più lieti.

—E se non si potesse continuare ad amarci così intensamente!

L'avvenire mi spaventa,—diceva Marcella,—mi par di vivere in mezzo

ad una luce abbagliante, che appunto perchè troppo radiosa, si possa

spegnere da un momento all'altro.

—Sta in noi di tenerla sempre accesa,—non pensiamo all'avvenire che

è nelle mani del destino, come non dobbiamo curarci della gente che ci

circonda.

E così passavano quelle giornate indimenticabili sempre assieme facendo

delle lunghe passeggiate, arrampicandosi sui monti, attraversando

ghiacciai, rallegrandosi di ogni difficoltà vinta, d'ogni nuovo

sentiero scoperto, correndo talvolta come scolaretti in vacanza sulle

chine erbose dei monti, ridendo di loro stessi, non riconoscendosi

in quella nuova vita giovanile che, repressa dalla serietà dei loro

studii, scaturiva baldanzosa come limpida fonte alla quale sia stato

tolto ogni impedimento.

E si dilettavano in quella vita che avevano riguardata un tempo come

frivola, dimenticando tutto, nel timore che dovesse un giorno o l'altro

finire.

—Eppure dovremo riprendere i nostri lavori,—disse un giorno il

professore.

—Peccato!—rispose Marcella.

Ma intanto il tempo passava e non si risolvevano mai a rompere

l'incanto di quelle giornate. Ci volle una bufera di neve a spingerli

a lasciare le alte cime e ad avviarsi più giù in riva al mare.

Andarono a Napoli e in Sicilia: la temperatura calda, la luce

abbagliante del mare azzurro diede loro un nuovo godimento; di giorno

ammiravano la instabile superficie delle onde, le vele candide, i

bastimenti formidabili; la notte si lasciavano cullare in canotto

sull'onde increspate, dove l'ombra era più profonda ed osservavano la

fosforescenza del mare che pareva illuminato per far loro festa.

Era una scìa luminosa che seguiva il solco del canotto, erano striscie

che scendevano dai remi quali frangie d'oro o d'argento.

Marcella che vedeva quello spettacolo per la prima volta, ne era

entusiasta ed ogni sera voleva goderlo nuovamente senza esserne mai

sazia.

Una volta il remo andò ad urtare in una massa d'alghe marine e di pesci

ed il mare divenne in un istante tanto infocato come se il sole si

fosse immerso nelle onde tenebrose.

Marcella era in estasi; e il professore disse non esser vero che

regni l'oscurità in fondo al mare, chè mille animali pieni di luce

lo irradiano e molte sostanze fosforescenti lo inondano di raggi e

scintille.

Egli che da tanto tempo desiderava studiare la fosforescenza del mare,

da quelle passeggiate ne riportò come una suggestione e sentì sorgere

nel suo spirito una volontà irresistibile di rimettersi al lavoro.

Ecco perchè una sera portarono all'albergo una bottiglia riempita di

quell'acqua luminosa, e quando furono nella loro camera, tolsero dalla

valigia il microscopio che aveva riposato sempre durante il viaggio,

Marcella preparò i vetri con gocce d'acqua marina, e subito si misero

ad osservare prima l'uno e poi l'altra lo spettacolo nuovo.

Scrutarono attentamente attraverso le lenti, poi si guardarono in

faccia sorpresi.

Era possibile che tutto quello splendore venisse da animali in

putrefazione?

Eppure era evidente, il professore lo sapeva, altri avevano studiato

quel fenomeno prima di lui, ma egli voleva liberare quei microbi dai

fermenti che li producevano e poi studiare la luminosità degli esseri

che guizzano nelle acque del mare.

Ma in quella stanza ingombra erano troppo a disagio; bisognava

decidersi a partire. Tutto a un tratto erasi ridestato in loro il

desiderio di rimettersi al lavoro, e subito si diedero a preparare i

materiali di studio; ordinarono venissero loro spedite ceste piene

di pesci e molluschi, acquarii per poter avere vivi una varietà di

animali luminosi, raccomandò che li pescassero la notte per scegliere

i più risplendenti, e fecero le valigie allegramente pensando alla

ripresa dei loro esperimenti e alla gioia di esaminare quelli esseri

illuminanti i profondi abissi del mare: così avrebbero potuto rivivere

a casa loro quelle gite notturne, quelle giornate incantevoli.

Verso il mistero: Novelle · 第 38 / 52 题