V.

Il giorno che in casa Arlandi era avvenuto tutto quello scompiglio,

la signorina Giulia s'era recata in città per fare delle spese. Se ne

tornava appunto nell'ora del tramonto a piedi dalla stazione verso il

villino, lieta delle spese, delle persone incontrate e colla speranza

di aver la sera la compagnia di Ugo che le avrebbe narrato i progressi

fatti in quella lunga giornata di lavoro.

Camminava lungo il viale con passo affrettato, colla mente piena di

pensieri lieti e osservava i contadini che tornavano dal lavoro dei

campi e si fermavano in crocchio a chiacchierare in modo insolito come

se parlassero di qualche avvenimento importante.

—Che è accaduto?—chiese fermandosi davanti ad un gruppo di contadine

presso le prime case del villaggio.

—Come! non sa nulla?

—Vengo or ora dalla città.

—Che disgrazia, signorina Giulia! Quel povero signor Arlandi!

—Ma in nome del Cielo spiegatevi,—disse la signorina facendosi

pallida come una morta.—Che è accaduto?

—Uno scoppio nel laboratorio del professor Ugo. Avesse inteso, pareva

una mina.

Giulia si sentiva mancare, ma ebbe la forza di chiedere con un filo di

voce:

—Ci sono feriti?

Voleva quasi fuggire nel timore di udire una risposta terribile, di

provare un fiero colpo al cuore.

—Pare che ci sia qualche ferito,—rispose una contadina.

—Chi, il professore?

—No, quel ragazzo che lo aiutava, il signor Ugo è partito.

—Come? Con chi?

—Non sappiamo, ma non si sgomenti, non sarà nulla di male.

Giulia non rimase ad ascoltare di più, e via di corsa andò verso casa

Arlandi.

Andava come una pazza, il cuore le batteva forte forte, le pareva di

soffocare e temeva di non aver forza di giungere alla meta; dovette

chiamare a raccolta tutta la sua energia per non cadere esausta. La

grande casa era là davanti a lei silenziosa, avvolta nell'ombra; per

un momento ebbe l'illusione che non fosse accaduto nulla, tanto tutto

le pareva tranquillo. Soltanto da un lato vide un mucchio di macerie

e nella semioscurità di quell'ora potè distinguere una finestra del

laboratorio mezza smantellata. Entrò in casa come una bomba e:

—Che è accaduto?—chiese a Savina che stava come al solito seduta

accanto alla tavola con un lavoro in mano.

—Quello che doveva accadere,—rispose con calma la signora Arlandi.—È

mancato poco che rovinasse la casa e noi fossimo sepolti sotto le

macerie.

—E Ugo dov'è?

—Egli è in un posto tranquillo e sicuro, sta bene, meglio che nel suo

laboratorio.

—Ma dov'è? Voglio saperlo,—ripetè la signorina con voce irritata.

—Non so, chiedilo a suo padre.

Giulia si rivolse al signor Carlo che entrava nella stanza con passo

lento e col volto abbattuto.

—Ti prego,—gli disse,—dimmi dove è Ugo.

—Non lo so ancora. Ma so che sarà curato bene e mi basta. Che

disgrazia,—soggiunse sospirando.

—È ferito? Perchè l'avete mandato via? Ditemi in nome del Cielo

qualche cosa, non vedete quanto soffro?

—Vincenzo è ferito,—disse l'Arlandi,—Ugo ha perduto la testa dal

colpo, l'ho mandato in un luogo dove sarà ben curato.

Giulia non capiva, guardò Savina e la vide tranquilla col lavoro in

mano approvando col capo quello che avea detto il marito; ebbe come una

visione, comprese tutto ed esclamò:

—Rinchiuso in una casa di salute! Ah, capisco, è un'infamia, e tu hai

permesso questo?—disse prendendo Carlo per un braccio,—lui pazzo,

con quella mente, con quel sapere? Ma chi si è prestato ad un simile

delitto? Io non posso permettere.

—Ti prego di non alzar la voce e di non far scene,—disse

Savina,—quello che ha fatto suo padre è a fin di bene e dietro il

consiglio di persone saggie, se poi tu non ti calmi, correrai il

rischio di andarlo a raggiungere.

—Se non riesco a liberarlo vi farò mettere in prigione. Non sapete che

il sequestro di persona è punito dalle leggi? Vedrete, sarete puniti.

Sì dicendo uscì senza dir più nulla.

—Un'altra degna compagna di tuo figlio,—disse Savina.

—E se non avesse tutti i torti?—rispose Carlo.—Abbiamo fatto le cose

troppo leggermente e senza riflettere; quasi me ne pento.

—Ora lasciati influenzare anche da quella ragazza emancipata, si sa,

essa protegge il professore, simili con simili, se non ci fossi io in

questa casa se ne vedrebbero di belle.

Giulia era andata a trovare Vincenzo che era a letto colla faccia tutta

fasciata.

—Povero ragazzo,—gli disse,—spiegami come è avvenuto, tu che eri

presente.

—Quanto è buona, signorina,—rispose,—sono stato io causa di tutto;

il professore mi diceva sempre di badare a maneggiare i tubi pieni

di gas che erano pericolosi, non so che cosa ho fatto, sono stato

distratto, imprudente, ma non mi accadrà mai più.

—E come stai?

—Ho un po' di bruciore sulla faccia, mi hanno dato cinque punti, ma

non è nulla, mi dispiace più di tutto per il professore, chissà se mi

vorrà più al suo servizio!

—E dove è andato il tuo padrone?

—Non so, l'ha condotto via il dottore, ed era in uno stato! Non poteva

parlare, faceva compassione, povero signore, e non sa che la colpa è

stata mia.

—Ma tu non sei scoraggiato?—chiese Giulia,—vuoi continuare ancora ad

aiutarlo?

—Ora più che mai, ho imparato a mie spese ad essere prudente e sono

orgoglioso della mia ferita, mi par d'essere un martire della scienza.

—Bravo Vincenzo, questi sentimenti ti onorano e il tuo padrone non ti

abbandonerà.

Salutò il ragazzo e andò dal dottore dimenticando che il pranzo e i

suoi domestici l'aspettavano al villino, ma nemmeno dal dottore potè

riuscire a sapere qualche cosa di positivo.

Ugo era stato condotto in una casa di salute perchè aveva bisogno di

cure, ma non volle dir di più trincerandosi sotto l'egida del segreto

professionale.

Così Giulia se ne andò al villino affranta dalla stanchezza,

amareggiata e senza voglia di mettersi a tavola. Non si sapeva dar pace

di quello che era accaduto, andava colla mente escogitando mille mezzi

per liberare il nipote, ma pareva che tutto congiurasse contro di lui.

Doveva proprio avvenire quello scoppio, per dar buon gioco alla

matrigna che avrebbe voluto veder morto il professore affinchè il

suo proprio figlio fosse ricco e potesse trionfare. E quel babbuino

di Carlo che si lasciava infinocchiare dalla moglie e s'era lasciato

persuadere a rinchiudere quel figliuolo pieno d'ingegno, come se fosse

un pazzo! Quando pensava a tutto quello che era avvenuto durante la

sua breve assenza le pareva proprio d'impazzire. Voleva a tutti i

costi liberare il nipote, ma come poteva fare una donna, sola, contro

tanta malvagità? Si trovava impotente e si sentiva invadere dallo

scoraggiamento.

Quella notte non potè chiuder occhio ma il suo cervello lavorava

continuamente e pensando a quello che le convenisse di fare per

ottenere il suo scopo.

Era decisa di riuscire; soltanto, per non perdere il tempo e l'energia

in vane divagazioni, prima di tutto dovea far in modo di conoscere il

luogo dove il professore era stato rinchiuso; ma come riuscire? La

congiura del silenzio s'era fatta intorno a lei; nella solitudine del

suo spirito si trovava impotente ad agire, ma sperava in qualche aiuto

imprevisto, perchè non era possibile che una simile ingiustizia potesse

trionfare.

Verso il mistero: Novelle · 第 27 / 52 题