IV.

Ugo Arlandi non viveva che nel suo laboratorio, sentendosi invadere

dalla febbre del lavoro.

Nella grande stanza era come se ci fosse penetrato un alito di vita.

Il fuoco ardeva nel forno e nei fornelli; il liquido, in ebollizione,

gorgogliava nelle caldaie e nelle autoclavi.

Ugo aveva fatto la scelta del minerale e gli acidi che dovevano

discioglierlo e rivelargli il segreto della sua composizione.

—Vedi,—diceva a Vincenzo, del quale voleva fare un allievo,—questo

è acido cloridrico che verso nella caldaia assieme con questo minerale

che ne uscirà trasformato e sotto altra veste.

E le caldaie bollivano incessantemente, il vapore saliva nell'alto

fumaiuolo e si perdeva nell'aria. Ugo e Vincenzo sfidavano il calore

che usciva dalle caldaie per vedere sciogliere nel liquido il minerale

prezioso.

Pareva che tutto fosse distrutto, Vincenzo sbarrava gli occhi, attonito.

—Ed ora che cosa si fa?—chiedeva,—non v'è più nulla, soltanto

liquido.

—Attenti!—rispondeva Ugo,—è inutile star a vedere, l'operazione

avviene lo stesso, prepariamo qualche altro ingrediente.

E si diede a lavare ampolle, preparare acidi, depurare i liquidi coi

filtri, verificare il peso dei metalli che voleva adoperare, intanto

che la caldaia bolliva ed un vapore umido, oltre che nel fumaiuolo, si

spargeva in una nebbia leggiera nel laboratorio.

—Vediamo se è avvenuto qualche cosa di nuovo,—disse Ugo avvicinandosi

alla caldaia, ciò che fece pure Vincenzo, lasciando la bacinella che

stava ripulendo.

Il liquido era quasi tutto evaporato e il minerale si era trasformato

in cristallo trasparente, lucido come pietre preziose.

—Oh bella,—disse Vincenzo,—pare una magìa!

Ma Ugo, che in quella materia cristallizzata riusciva a scoprire

tracce luminose, si sentiva battere il sangue dalla gioia come un

generale sul punto di vincere una battaglia.

Doveva aspettare ancora per poi trattare quella materia cristallizzata

con nuovi reagenti, per liberare quelle particelle luminose che

dovevano farlo vittorioso.

Preparava intanto i filtri per i lavaggi, e i tubetti di vetro per

raccogliere quei residui preziosi, raccomandando sempre a Vincenzo la

prudenza nel maneggiare quegli acidi che potevano riescire pericolosi.

Varie sostanze aveva ottenuto dalla decomposizione di quelle pietre,

alcune erano riuscite come desiderava, altre avevano formato degli

ossidi e avevano bisogno d'altre operazioni.

Lavoratore infaticabile, finchè nel laboratorio ci si vedeva, i fuochi

erano accesi e gli utensili preparati, non interrompeva il lavoro

nemmeno se si sentiva stanco.

Nel suo caso, poi, era impaziente di riuscire, perchè sapeva che molti

scienziati facevano i suoi medesimi esperimenti, e voleva arrivare

prima degli altri.

Voleva trattare i sali ricavati dal minerale in modi diversi e si fece

dare da Vincenzo dei tubi di metallo pieni di gas. Come avvenne, non

avrebbe potuto dirlo, ma fosse un robinetto d'un tubo che non agiva

bene, o inavvertenza di Vincenzo, che s'accostò ad una fiammella per

vedere se ci fosse un guasto,—egli era immerso nella sua operazione,

in quel momento, un po' distratto,—il fatto sta che tutto a un tratto

uno scoppio formidabile fece tremare la casa, i vetri caddero infranti

e schegge di metallo infuocato e pezzi di muro si sparsero per il

laboratorio. Un grido uscì dal petto di Vincenzo, che cadde a terra

colla faccia sanguinosa e privo di sensi.

Ugo rimase atterrito; era paralizzato dal terrore, si sentiva senza

forza e senza voce per chiamar soccorso; una scheggia l'aveva ferito

ad una spalla, ma non sentiva alcun dolore nell'annientamento delle sue

facoltà. Inebetito e come in un sogno, vide tutti gli abitanti della

casa precipitarsi nel laboratorio.

La signora Savina, innanzi agli altri, gridava come un'ossessa:

—Che cosa avete fatto, colle vostre caldaie del diavolo? Ve l'ho

sempre detto che avreste fatto crollare la casa.

Il signor Carlo, più calmo, ma pallido e tremante, aveva rialzato

Vincenzo che, ferito alla faccia, non poteva aprir gli occhi, e ordinò

che si chiamasse subito il dottore.

Ugo pareva una statua, non poteva nè moversi, nè parlare, come se la

sua volontà fosse morta per sempre.

Tutti i vetri erano rotti e l'aria entrava dai grandi finestroni; in

terra si vedevano frantumi di stoviglie, pezzi di muro, di metalli,

macchie di liquidi versati: una vera desolazione.

Quando venne il dottore, medicò la faccia di Vincenzo; per buona sorte,

aveva gli occhi salvi e soltanto una scheggia gli aveva tagliato la

faccia senza penetrare troppo profondamente.

La signora Savina era quasi trionfante, e diceva al marito che essa

aveva predetto che Ugo sarebbe la rovina della casa, e, per impedire un

danno peggiore, bisognava rinchiuderlo in una casa di salute.

In quel momento di orgasmo e confusione, nessuno aveva la forza di

contraddirla, nè di prendere una risoluzione; solo il dottore trovava

quelle parole assennate, era della medesima opinione della signora

Savina, la consigliava di farlo per sfuggire a guai maggiori.

—È una pazzia,—diceva,—maneggiare strumenti pericolosi senza

osservare le più elementari precauzioni: poi non vedete in che stato

si trova? ha bisogno di esser curato.

Ugo era immobile colla faccia stravolta; quando potè articolare qualche

parola, non ebbe la forza di reagire.

—Avete ragione,—diceva,—voglio andar via lontano, sono pazzo. Povero

Vincenzo, è molto ferito, ed io ne fui la causa; ho bisogno di una

punizione, sì, conducetemi via; perchè non mi sono ferito io solo?

Perchè non sono morto?

E piangeva come un bambino.

Mentre alcuni uomini chiamati in fretta sgombravano la stanza,

abbattevano un muro pericolante e toglievano i rottami sparsi per

terra, ci fu un momento di silenzio; nessuno osava prendere una

risoluzione definitiva.

Il signor Carlo era accasciato e anche egli come il figlio si sentiva

senza volontà. Fu la signora Savina che, come un generale sul campo di

battaglia, prese il bastone del comando e disse al dottore:

—Vi supplico, per la nostra vecchia amicizia, di aiutarci; ho ordinato

di attaccare i cavalli alla carrozza e vi prego di condur subito Ugo

in una casa di salute. Mi raccomando sia trattato bene, ma una buona

cura gioverà a calmare le sue aberrazioni scientifiche, poi ritornate

e vedete di medicare Vincenzo. È abbastanza coraggioso, quel ragazzo,

e non si lagna, quantunque la sua ferita deva farlo soffrire; spero

che anche a lui sarà passata la voglia di far lo scienziato. È una

lezione che farà bene a tutti; mi dispiace per mio marito che se ne sta

come una mummia,—e avvicinandosi a Carlo, gli disse, scotendolo per

un braccio:—Via, non ti accasciare; è una disgrazia, ma pensiamo che

poteva esser peggio; è un miracolo che non sia crollata la casa e non

ci abbia sepolti tutti;—poi andò verso Ugo, dicendogli:—Va', va'

col dottore, la carrozza è pronta, va' a meditare sulla tua scienza e

a calmare i nervi, che ne hai bisogno; ti manderò poi la tua roba.

Il dottore diede il braccio al professore come ad un convalescente, lo

condusse giù dalle scale e lo mise in carrozza senza ch'egli avesse

avuto la forza di fare la minima opposizione; diede un indirizzo al

cocchiere e via se n'andarono lungo il viale verso la stazione.

Il signor Carlo si riscosse come da un sogno, e disse alla moglie:

—Che cosa hai fatto?

—Quello che dovevo, e ancora puoi essere contento che non l'abbia

fatto mettere in prigione.

—Perchè hai fatto questo? Dopo quello che è accaduto, avrebbe forse

rinunciato ai suoi esperimenti.

—Tu non capisci nulla; se non ci fossi io, quel figliuolo ti

condurrebbe alla rovina; non l'ho sempre detto che non aveva il

cervello a posto, colla fissazione di trovar l'anima del mondo? Hai

visto che bel risultato?

—Ma mio figlio in mezzo ai pazzi; non voglio.

—Non esagerare,—disse Savina,—è in una casa di salute, dove si

curano le malattie nervose; starà meglio che nel suo laboratorio pieno

di pericoli. Già io avevo predetto tutto, ti ricordi?

Questo discorso venne interrotto dall'arrivo dei carabinieri, che

avevano sentito lo scoppio ed erano venuti ad informarsi di quello che

era accaduto.

La signora Arlandi spiegò ogni cosa a modo suo, e compiangeva Ugo, che,

poveretto, s'era montato il capo colla sua scienza, tanto che erano

stati costretti a mandarlo a curare fuori di casa.

Verso il mistero: Novelle · 第 26 / 52 题