Il laboratorio di Ugo Arlandi occupava all'ultimo piano un'ala della
casa. Era una stanza chiara, spaziosa, illuminata da quattro grandi
finestre che s'aprivano sull'aperta campagna e formavano quasi una
parete trasparente, luminosa.
Accanto alla parete di fronte alla porta d'ingresso, c'era un forno
con un'immensa caldaia, poi una tavola sulla quale stavano sempre
accatastate vaschette, ampolle di tutte le forme e dimensioni, tazze
quadrate, cannelli di vetro, filtri e bilance di precisione.
In un armadio chiuso c'erano schierate, in buon ordine, boccette con
liquidi di colori diversi ed etichette sulle quali stava scritto la
qualità del contenuto; intorno alle pareti scansie a varii palchi, con
altri arnesi d'ogni forma e dimensione, di vetro, maiolica e metallo.
Presso l'altra parete fornelli a gas, becchi bunsen, un acquaio con
rubinetti pei lavaggi; accanto, una camera oscura per sviluppare
fotografie e un ripostiglio destinato a contenere il materiale
occorrente per le esperienze e tutto quello che sarebbe stato
d'ingombro nel laboratorio.
I primi giorni dopo il suo ritorno, il prof. Ugo dovette occuparsi
di porre in ordine quella massa di oggetti disparati e assieme con
Vincenzo fu infaticabile nel sistemare ogni cosa coll'entusiasmo di chi
si prepara ad un lavoro interessante.
Ed avea fretta di mettersi all'opera; quando si trovava nel suo
laboratorio, gli oggetti famigliari gli davano la suggestione del
lavoro ed era impaziente di potervisi dedicare senza interromperlo.
Si compiaceva di toccare i diversi minerali che s'era procurato con
grande fatica e faceva osservare a Vincenzo l'azzurro delicato della
celestina, il grigio striato d'argento della pecblenda, il color grigio
opaco del solfuro d'arancio, e godeva pensando che quelle pietre
variopinte contenevano sostanze sconosciute ch'egli si riprometteva di
liberare dalla loro prigione e far uscire agli onori del mondo in tutta
la loro purezza primitiva.
Vincenzo era figlio di contadini, ma d'ingegno pronto e svegliato;
nelle scuole elementari era stato sempre il primo della classe e avea
riportato un grande amore allo studio, e fu contento quando Ugo gli
propose di servirlo ed aiutarlo nelle sue esperienze scientifiche. Egli
in poco tempo si era tanto immedesimato nelle idee del suo padrone
che lo aiutava con intelligenza ed amore, e parlava come un piccolo
scienziato al punto che non si sarebbe più acconciato al lavoro dei
campi!
—Sono tanto contento che sia ritornato,—egli diceva,—mi piace
imparar cose nuove; poi, quando è lontano, la signora Savina mi fa
lavorare come un cane a lavare e ripulire la casa; mi tocca giuocare
con Mario che è cattivo e mi batte quando non faccio a suo modo;
dovrebbe condurmi con sè, quando va in viaggio, sarei tanto contento!
—Sono viaggi pericolosi, in paesi selvaggi; poi dentro nelle caverne
dove si muore di caldo, non è un divertimento.
—Dove va il mio padrone, posso andare anch'io e sopportare quello
ch'egli sopporta,—disse il ragazzo.
L'affetto e la devozione di quell'essere semplice era un grande
conforto per Ugo, e lo riguardava più un compagno che un domestico, e
tutti e due, collo stesso entusiasmo, si adoperavano a metter tutto a
posto per poter subito iniziare il lavoro.
Dopo le giornate operose era un vero sollievo per Ugo, passare la sera
al villino di Giulia e confidare alla zia i suoi pensieri e le sue
aspirazioni.
A lei narrava le occupazioni della giornata, come aveva riordinato il
materiale e come avrebbe incominciato ad esaminarlo; quei primi giorni
s'era limitato a fare semplicemente dei tentativi.
Egli era un idealista della scienza, intuiva le grandi scoperte future,
ma era incerto sul modo d'incominciare le nuove esperienze; un po'
impaziente di riuscire, immaginava risultati più rapidi di quelli che
conseguiva realmente.
E Giulia stava attenta ad ascoltarlo, qualche volta esprimeva il
desiderio di aiutarlo, approvava le sue idee e l'incoraggiava anche nei
tentativi più arditi.
—Voglio trovare l'anima del mondo,—egli diceva, seduto nel salottino
allegro, vicino alla sua attenta ascoltatrice.—E riuscirò, perchè la
intuisco, la sento, la vedo in tutto quello che è conosciuto.
—Ma dove sta nascosta? Raccontami, mi piace tanto sentirti parlare di
queste cose,—diceva Giulia.
—Deve essere nel centro del nostro globo, è una forza ignota, un
centro di vita che palpita e fa sentire la sua influenza fino alla
superficie della terra; è lei che costituisce questa rete magnetica
che ci avvolge e che è una forza per chi sa valersene opportunamente,
come fece il nostro grande Marconi pel suo telegrafo senza fili. È una
forza potente, imprigionata da chissà quali legami.... e vedi, qualche
scintilla deve essere sfuggita, ed io la cerco in quei minerali che ho
raccolto e, se riuscirò a trovare una traccia, avrò avuto dalle mie
fatiche un compenso insperato.
Quando egli era stanco di parlare, era lei che gli confidava le sue
idee filantropiche e socialiste. Voleva assolutamente trovare il modo
di migliorare le condizioni dei contadini. Vedeva con terrore i ragazzi
più intelligenti disertare i campi per le officine, e s'era fitta
in capo d'infondere nel loro cuore l'amore alla terra, d'insegnare
a coltivarla con intelligenza, in modo da ricavarne frutti copiosi,
voleva istituire scuole per insegnare la coltura dei campi in modo
scientifico, interessare i lavoratori lasciando loro una parte delle
rendite, o compensare i migliori, regalando loro qualche pezzo di terra.
Mentre i giovani s'intrattenevano piacevolmente comunicandosi
reciprocamente le proprie idee e aspirazioni, a Villa Ada si occupavano
invece di loro e dicevano che erano pazzi.
La signora Savina, il signor Carlo e il dottore, che era spesso
invitato a pranzo e oggetto di grandi premure da parte della padrona
di casa, non parlavano d'altro che dei discorsi che si sarebbero fatti
al villino di Giulia.
La signora Savina aveva un vero odio pel figlio di suo marito,
ma procurava nasconderlo sotto una certa aria compassionevole di
protezione.
—Non le pare, dottore, che quel figliuolo sia un po'
squilibrato?—chiedeva la signora Arlandi.—Se una persona qualunque,
che non pretendesse di essere un genio, dicesse che vuol trovare
l'anima del mondo, che cosa direbbe?
—Veramente dubiterei che avesse il cervello a posto,—rispondeva il
dottore.
—Vedi, Carlo, non sono poi sola di questa opinione,—soggiungeva la
signora rivolta al marito.
—Ognuno ha la propria opinione come la propria fisonomia, a questo
mondo bisogna vivere e lasciar vivere; io la penso così e mi pare
d'essere più giusto di voi,—diceva il padre.
Alla signora invece dava noia Ugo per molte ragioni: prima perchè era
ricco e studioso, come il suo Mario non sarebbe stato mai, poi perchè,
quando lui era a Villa Ada, non poteva più servirsi di Vincenzo, poi
le sciupava una quantità di biancheria coi suoi pasticci, e finalmente
perchè si accorgeva che il marito aveva una certa predilezione pel suo
primogenito, e questa cosa la irritava e faceva sì ch'essa cercasse di
mettere Ugo in cattiva vista.